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Parigi, Berlino e Londra ripropongono la manfrina dei volenterosi, spacciandola per pace
Una dichiarazione comune dal tono secco e un perimetro negoziale che sempre copiato dai tempi in cui i “volenterosi” guerrafondai non pensavano certo a sedersi a un tavolo di trattative, ma di distruggere la Russia sul campo di battaglia. E difatti, la dichiarazione congiunta rilasciata alla fine del vertice di […] L'articolo Parigi, Berlino e Londra ripropongono la manfrina dei volenterosi, spacciandola per pace su Contropiano.
June 9, 2026
Contropiano
San Pietroburgo 2026: il nuovo ordine è già qui. La domanda è chi lo plasma
Il Forum Economico di San Pietroburgo mostra un mondo sempre più multipolare, mentre l’Occidente fatica a fare i conti con le proprie contraddizioni. Tra BRICS, Sud Globale, Gaza e Ucraina, la questione non è più se il nuovo ordine stia emergendo, ma quale contenuto politico e sociale avrà. Il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo ha chiuso i lavori il 6 giugno con numeri che rendono difficile qualunque lettura consolatoria. Ventimila delegati, centotrentadue paesi rappresentati, l’Arabia Saudita ospite d’onore, una delegazione statunitense presente per la prima volta in quasi un decennio. Il motto ufficiale, “Dialogo pragmatico: la via verso un futuro stabile”, segnala qualcosa che le cancellerie europee continuano a trattare come eventualità futura mentre si produce già come fatto presente: l’ordine mondiale che abbiamo conosciuto si sta ridistribuendo, e questo processo non aspetta il consenso dell’Occidente per procedere. I NUMERI NON MENTONO, ANCHE QUANDO LI USA CHI MENTE Putin ha aperto la sessione plenaria del 5 giugno con dati che nessuna obiezione di principio rende falsi. Quasi la metà della crescita mondiale, il 49%, negli ultimi cinque anni è stata generata dai paesi BRICS. Il G7 ha contribuito per il 18%. La quota dei BRICS nel PIL mondiale a parità di potere d’acquisto supera il 40%. Il PIL russo ha registrato una crescita dell’1,3% tra gennaio e aprile 2026, con un tasso di disoccupazione al 2,2%. Le sanzioni occidentali, lungi dal produrre il collasso atteso, hanno accelerato processi di riorientamento commerciale verso Asia, Medio Oriente e Africa che erano già in incubazione prima del 2022. Le stime presentate al forum sulle perdite dell’Eurozona sono di parte, ma la direzione generale del fenomeno è confermata da numerose analisi economiche. Putin ha definito questo cambiamento un cambio di paradigma, non un ciclo. Lo dice con una retorica selettiva che omette il costo sociale della guerra sull’economia interna russa, la povertà nelle regioni periferiche e il prezzo pagato ogni giorno dalla popolazione civile ucraina. Ma la sostanza del processo che descrive non dipende dalla sua onestà intellettuale. La dedollarizzazione procede, il commercio in valute locali cresce e le istituzioni finanziarie alternative si consolidano. CHI PARLA A SAN PIETROBURGO E COSA CHIEDE Il forum non è stato solo Putin, e questa dimensione ha ricevuto in Europa un’attenzione minore rispetto a quella dedicata alle dichiarazioni del presidente russo. Shavkat Mirziyoyev ha presentato l’Uzbekistan come soggetto autonomo di una trasformazione regionale, non come paese satellite di Mosca. L’Asia Centrale si propone come crocevia tra i corridoi nord-sud e ovest-est dell’economia mondiale. È il linguaggio dell’autonomia produttiva e della sicurezza energetica. Samia Suluhu Hassan ha portato a San Pietroburgo la voce della Tanzania come soggetto politico ed economico autonomo. Dar es Salaam punta a diventare hub logistico e digitale regionale, cercando partner che offrano tecnologia e non solo accesso alle risorse. Più che devozione a Mosca, Hassan ha espresso una candidatura. Questa è la differenza rispetto ai forum degli anni Novanta, quando il Sud Globale partecipava come destinatario di politiche già definite altrove. A San Pietroburgo 2026, Tanzania e Uzbekistan hanno parlato come soggetti con un’agenda propria. Ignorare questa esigenza perché espressa sul palco di Putin sarebbe un errore politico oltre che intellettuale. IL FALLIMENTO CHE PRECEDE IL FORUM Per capire perché San Pietroburgo 2026 esiste e raccoglie l’adesione che raccoglie, bisogna guardare a ciò che l’ha preceduto: il fallimento delle istituzioni internazionali nel garantire il diritto internazionale quando a violarlo sono i potenti. Gaza è il caso paradigmatico. Da oltre due anni e mezzo una popolazione civile viene sottoposta a una violenza che numerosi organismi delle Nazioni Unite, esperti indipendenti e giuristi hanno indicato come compatibile con gravissime violazioni del diritto internazionale umanitario e, secondo alcuni, con l’ipotesi di genocidio. Il Consiglio di Sicurezza è stato bloccato ripetutamente dal veto statunitense quando si è trattato di chiedere un cessate il fuoco. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto rimasti senza esecuzione. Molti paesi occidentali hanno continuato a fornire armi, copertura diplomatica e giustificazioni legali a geometria variabile. Questo contribuisce a spiegare perché molti paesi del Sud Globale guardino con crescente scetticismo alle istituzioni esistenti e con interesse alle alternative che si vanno costruendo. Quando Tanzania e Uzbekistan chiedono un ordine più rappresentativo, parlano anche a partire dall’esperienza di un sistema in cui il diritto appare applicato in modo diseguale. Detto questo, il fallimento del vecchio ordine non certifica la giustizia del nuovo. Il conflitto in Ucraina, maturato nel corso di un decennio di tensioni e di politiche che, secondo numerosi osservatori, hanno ignorato le preoccupazioni di sicurezza russe, e che ha tra i suoi effetti più duraturi la rottura del legame economico tra Russia ed Europa, non può essere eluso in nessun discorso onesto sul nuovo ordine multipolare. Le responsabilità sono distribuite, ma la guerra c’è, i morti civili ci sono e nessuna architettura di giustizia globale può costruirsi ignorandoli. L’OCCIDENTE CHE NON SI RICONOSCE Mentre guardiamo fuori, dobbiamo guardare anche dentro. L’Occidente che critica il forum di Pietroburgo è lo stesso Occidente in cui la concentrazione della ricchezza ha raggiunto livelli storicamente senza precedenti. La working class vede erodere condizioni salariali, tutele previdenziali e accesso ai servizi pubblici a vantaggio di un numero sempre più ristretto di grandi patrimoni. Per molti osservatori, la deriva autoritaria non è un pericolo futuro ma un processo già in corso, fatto di erosione degli spazi di dissenso, attacchi all’indipendenza della magistratura, militarizzazione delle politiche migratorie e compressione del diritto di sciopero. Chi oggi parla di difesa dei valori occidentali di fronte alla Russia dovrebbe spiegare con precisione quali valori intende e per chi valgono. Non c’è superiorità morale automatica da rivendicare. C’è invece la necessità di costruirla concretamente, nelle politiche redistributive, nelle garanzie democratiche e nel rispetto coerente del diritto internazionale. QUALE CONTENUTO PER IL NUOVO ORDINE Il nuovo ordine multipolare porta in sé contraddizioni che chi è per la pace non può ignorare. La sovranità evocata a San Pietroburgo può significare autodeterminazione dei popoli, e in questo senso va sostenuta. Ma può anche diventare lo schermo dietro cui ogni potere si mette al riparo dalla critica interna. Il rischio concreto è che il nuovo ordine replichi le strutture del vecchio, spostando semplicemente i centri di gravità. Un mondo in cui i lavoratori tanzaniani nelle miniere di terre rare vengono sfruttati da imprese cinesi invece che europee non è un mondo più giusto. È un mondo in cui è cambiato il padrone, non la condizione. Chi è per la pace e per la giustizia sociale deve entrare in questo processo come soggetto attivo, portando una proposta fondata su pace negoziata, giustizia sociale, transizione ecologica equa e istituzioni internazionali capaci di applicare il diritto in modo uguale per tutti. È la traduzione politica dell’unica domanda che vale la pena di porre di fronte a ogni ordine che si annuncia come nuovo: nuovo per chi, e a quale costo per i più deboli. Francesco Russo
June 8, 2026
Pressenza
#Europa verso il #RIARMO #NUCLEARE contro la #Russia? #Polonia, Baltici e Italia nel mirino Gli Stati Uniti stanno valutando di schierare nuove armi nucleari tattiche in Polonia e nei Paesi Baltici. Il prossimo vertice #NATO di Ankara potrebbe essere decisivo per una nuova deterrenza in funzione antirussa. ⚠️ Un approfondimento su uno dei temi più delicati della politica internazionale contemporanea https://www.youtube.com/watch?v=JX0p-71lqUI
June 7, 2026
Antonio Mazzeo
L’avvertimento mafioso di Vladimir Zelenskij a Vladimir Putin
Che sia davvero tempo di por fine al massacro di soldati ucraini e russi e dare pace al martoriato Donbass, terrorizzato ormai da dodici anni dagli attacchi dei nazisti di Kiev, è questione su cui rifiutano di convenire solo le soldataglie neonaziste e i ras che, dalla pace, avrebbero solo […] L'articolo L’avvertimento mafioso di Vladimir Zelenskij a Vladimir Putin su Contropiano.
June 7, 2026
Contropiano
Ucraina: cessiamo il fuoco!
Non provo alcuna simpatia per il Presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelens’kjy, anzi…, ma, come si dice, “anche un orologio rotto due volte al giorno segna l’ora esatta” e quindi, nessuno se ne abbia a male, dico in tutta onestà che sono d’accordo con quanto scrive nella sua lettera a Putin, poichè ritengo seria e motivata la sua proposta di Pace e penso che sprecare questa occasione significherebbe condannare a morte decine di migliaia di giovani Ucraini e Russi per poi arrivare tra qualche mese, nella migliore delle ipotesi, o tra qualche anno di guerra alle stesse conclusioni che sono oggi proposte. Intendiamoci, io considero il Presidente Zelens’kjy uno dei signori della guerra, al pari di Putin, ovviamente, ma anche di Biden, di Ursula von der Leyen, di Boris Johnson, di Jens Stoltenberg, di Mark Rutte, di Olaf Scholz, di Friedrich Merz, di Emmanuel Macron, di Mario Draghi, di Giorgia Meloni e compagnia bella. La guerra in Ucraina non è iniziata peraltro nel 2022 ma nel 2014 come guerra civile per il controllo  del Donbass. Una guerra in cui l’Occidente appoggiava l’Ucraina e suoi governi mentre la Federazione Russa sosteneva le autoproclamate repubbliche popolari di Doneck e Lugansk (ora, peraltro, annesse a tutti gli effetti alla Federazione Russa, insieme alla Crimea ovvero a circa il 20% del territorio Ucraino). Il conflitto attuale, che gli Ucraini indicano come “guerra su vasta scala” e che Putin si ostina a chiamare “operazione militare speciale di denazificazione”, è iniziato il 24 febbraio del 2022 ed è la prosecuzione della guerra in Donbass, un tumore maligno che in Europa nessuno ha saputo nè voluto seriamente eradicare. Perchè ritengo che la lettera che il presidente Zelens’kjy ha inviato al suo collega Putin e che contiene una proposta di Pace sia da prendere sul serio? Zelens’kjy venne eletto al ballottaggio contro l’oligarca ed ex presidente Petro Porosenko che sosteneva e aveva praticato politiche ultranazionaliste, promuovendo la lingua Ucraina come unica lingua dello stato e mettendo di conseguenza al bando il Russo, che è la lingua madre di almeno il 30% della popolazione, sempre Porosenko aveva voluto riabilitare, quando non addirittura proclamare come eroi della patria, tutti i combattenti che si erano opposti, durante la Seconda Guerra Mondiale, all’Armata Rossa, combattendo di conseguenza, spesso e volentieri, al fianco dei nazisti tedeschi e rendendosi inoltre autori di efferate stragi contro Ebrei, Zingari e Polacchi che abitavano nei territori sotto il loro controllo. Zelens’kjy, durante la campagna elettorale, a parole, sosteneva invece il pieno rispetto della lingua e cultura Russa, dichiarando di essere lui stesso di madre lingua Russa e tenendo nelle regioni orientali comizi in Russo. Promise di operare per la Pace con la Russia, nel rispetto degli accordi di Minsk, e la lotta alla corruzione. Chi lo ha votato lo ha fatto dunque per questi motivi, che poi lui sia stato fedele a questi impegni presi con il popolo è tutt’altro paio di maniche. Il presidente Zelens’kjy sa che la sua popolarità ha avuto un tracollo per tre ragioni di fondo: le indagini contro la corruzione, che sono arrivate a lambirlo; la discriminazione verso i Russi di Ucraina, che hanno risentito pesantemente della russofobia che ha continuato a demonizzarne la loro Storia e la loro Cultura (si pensi ad esempio alla rimozione della statua della Zarina Caterina la Grande da una piazza di Odessa, città che ne deve l’esistenza)  e la guerra, che ha voluto prolungare respingendo le iniziali proposte russe di Pace, sperando che l’aiuto della Nato l’Ucraina avrebbe ottenuto la vittoria militare e quindi la riconquista dei territori persi nel 2014. Un vasto e spontaneo movimento di base, formato soprattutto di giovani autoconvocatisi attraverso i social media, nel luglio del 2025 è sceso in piazza, cosa assai inconsueta per un Paese in guerra, per protestare contro la legge che voleva mettere sotto il controllo del governo i due principali enti anticorruzione, un movimento che si è quindi schierato contro il Parlamento, il Governo e il Presidente, che furono quindi costretti ad abrogare in tutta fretta la legge in questione. Inoltre ormai la gente comune è stanca della guerra e vorrebbe il cessate il fuoco e trattative per una Pace giusta. Anche in questo secondo caso monta la protesta con le grandi mobilitazioni contro un’altra legge approvata dal Parlamento allo scopo di decretare come morti in guerra gli oltre 90 000 dispersi. I manifestanti, con cui ho parlato nei pressi di Majdan Nezaleznosti (Piazza dell’Indipendeza a Kiev), sono i famigliari dei soldati. Sarebbe più giusto dire le manifestanti poichè al 90% sono donne ossia le madri, le mogli, le sorelle e le fidanzate riunitesi dal basso contro la legge che, senza prove in mano, vuole cancellare la loro speranza di poter un  giorno riabbracciare vivi i loro cari. Queste donne coraggiose chiedono un cessate il fuoco permenenete, lo scambio dei prigionieri o delle loro salme. Voglio insomma la verità su ciò che è succcesso ai loro cari, li rivogliono indietro  vivi, ma se davvero sono morti pretendono un corpo a cui dare degna sepoltura. Si tratta anche in questo caso di un movimento che assume sempre di più connotazioni politiche di critica nei confronti del Presidente, del Governo e del Parlamento. Zelens’kjy si muove attualmente in due direzioni opposte: da un lato continua a lisciare il pelo delle forze più estremiste, neo fasciste e neonaziste riabilitando i loro eroi, a partire dal nazionalista suprematista Stepan Bandera, e dall’altro è costretto a fare credibili proposte di Pace sapendo che ne uscirebbe bene sia se fossero accolte, permettendogli di avere così un ruolo nel processo di Pace, sia se venissero respinte da Mosca, rendendo così giustificabile agli occhi della popolazione la guerra, vista come unica alternativa alla capitolazione. Zelens’kjy ha ragione quando chiede un immediato cessate il fuoco, da proseguire per tutto il tempo necessario alle trattative di pace, allo stesso tempo appare eccessiva la richiesta perentoria di Mosca di assumere il controllo dell’intero Donbass e cioè di quei territori che gli Ucraini hanno strenuamente difeso fino ad oggi, come precondizione ad ogni trattattiva. Non me ne vogliate ma in questo momento è Putin a frenare una ipotesi realistica di Pace, ossia il congelamento della guerra sull’attuale linea del fronte, d’altro canto vi sono  diverse potenze Europee come la Germania e il Regno Unito, insieme a Polonia e ai Paesi Baltici che continuano a gettar benzina sul fuoco. Nel frattempo il movimento contro la guerra in Europa e nel mondo, che ha dato origine ad imponenti manifestazioni contro il genocidio in Palestina e che si è mobilitato (a dire il vero in misura assai minore) contro l’aggressione Usa al Venezuela, contro la guerra di Israele e Stati Uniti d’America contro l’Iran ed il Libano, e al tempo stesso a sostegno delle Flottille di Mare, la Freedom e la Sumud, così come alla Carovana di aiuti via Terra, bloccata dai Libici e a ora a difesa di Cuba indipendente e socialista, sulla questione Ucraina dorme sonni profondi, malgrado noi Europei ed Italiani questa guerra la alimentiamo fornendo importanti e costosissimi aiuti militari. Ci sono persone che per mobilitarsi contro una guerra vogliono sapere chi sono i buoni ed i cattivi, ma spesso non esiste una parte buona in una guerra, basti pensare alla Prima Guerra Mondiale, ad esempio. E’ tempo quindi di scendere in piazza anche contro la guerrra in Ucraina, contro chi l’ha provocata, contro chi ha violato con una aggressione il Diritto Internazionale, contro chi l’ha alimentata e contro chi di volta in volta ha sabotato le trattative di Pace. Il movimento per la Pace è l’unico soggetto che può imporre, attraverso i propri governi, alle parti in conflitto un immediato cessate il fuoco, anzi meglio sarebbe dire “cessiamo” il fuoco poichè il nostro governo e l’Unione Europea nel suo complesso, con poche coraggiose eccezioni, sono tra quelli che questo focolaio di guerra, questa orribile ed inutile carneficina (che tuttavia è fonte di incalcolabili guadagni per una ristretta minoranza di oligarchi, capitalisti e di politici corrotti) continuano ad alimentare scherzando con il fuoco, rendendo questa guerra ogni giorno più pericolosa per tutti. Mauro Carlo Zanella
June 6, 2026
Pressenza
In Ucraina o nel Baltico: UE e NATO vogliono la guerra alla Russia
Gli hanno dato 90 miliardi di euro e pretendono risultati. E che i risultati siano spettacolari, così da poterci tinteggiare le prime pagine dei giornali. Per il resto, coi droni che colpiscono autobus della linea Moskva-Simpferopol sterminando sette persone, o puntino su obiettivi cittadini a Simferopol ammazzando altri tre civili, […] L'articolo In Ucraina o nel Baltico: UE e NATO vogliono la guerra alla Russia su Contropiano.
June 6, 2026
Contropiano
Perché l’Occidente fa bombardare San Pietroburgo
L’Ucraina spara droni contro San Pietroburgo nel giorno in cui proprio nell’ex città imperiale si apre il St. Petersburg International Economic Forum (SPIEF), giunto alla ventinovesima edizione. Si tratta di un incontro, che durerà fino al 6, a cui partecipano i rappresentanti di governi e aziende di 130 paesi del […] L'articolo Perché l’Occidente fa bombardare San Pietroburgo su Contropiano.
June 5, 2026
Contropiano
#Europa verso il RIARMO #NUCLEARE contro la #Russia? #Polonia, Baltici e Italia nel mirino Gli Stati Uniti stanno valutando di schierare nuove armi nucleari tattiche in Polonia e nei Paesi Baltici. Il prossimo vertice #NATO di Ankara potrebbe essere decisivo per una nuova deterrenza in funzione antirussa. Quali sono i piani e quale ruolo avranno Italia, Sicilia, Sigonella, Aviano, Ghedi e il MUOS?https://www.youtube.com/watch?v=JX0p-71lqUI
June 4, 2026
Antonio Mazzeo
La macchina di guerra di Putin mostra le crepe
«So di non essere il primo a dirvelo. Ma qualcosa sta succedendo in Russia. Lo si percepisce nell’aria. Cammini per strada, prendi la metropolitana, ti siedi in un bar e ovunque la gente parla della stessa cosa». Questo messaggio mi è stato inviato ieri da un compagno che vive ancora in Russia. È difficile misurare questi stati d’animo queste rilevazioni. Ma spesso questi ultimi colgono i primi segnali di cambiamento con maggiore precisione rispetto ai sondaggisti professionisti. Dal 2024, il Cremlino è sicuro che la guerra della Russia in Ucraina si stesse avviando verso un’inevitabile vittoria. Mosca ha resistito alle sanzioni occidentali, dominato il campo di battaglia e la produzione militare, e mantenuto un netto vantaggio in termini di risorse. Il tempo sembrava essere dalla parte del presidente Vladimir Putin. La coalizione occidentale è apparsa frammentata, Donald Trump ha cercato un accordo con Mosca e l’Ucraina si è trovata a corto di denaro, armi e uomini. Ma questa primavera, le aspettative di vittoria in Russia hanno cominciato a cedere il passo alla sensazione di una crisi imminente. Stando ai dati ufficiali, il deficit del bilancio federale russo ha raggiunto la cifra sbalorditiva di 5.900 miliardi di rubli (circa il 2,5% del Pil) solo nei primi quattro mesi del 2026. Questa cifra supera il deficit dell’intero anno 2025 (5.600 miliardi di rubli), che ha destato preoccupazione tra gli economisti soltanto da poco. Per tutto il 2026, il governo aveva inizialmente previsto un deficit di soli 3.900 miliardi di rubli. È ormai chiaro che, anche tenendo conto dell’aumento dei prezzi del petrolio dovuto alla guerra in Iran, i dati finali saranno probabilmente tra i più alti del secolo. A titolo di confronto, nel 2009, al culmine della crisi finanziaria, il deficit raggiunse circa il 6% del Pil, e nel primo anno della pandemia, il 2020, si attestò intorno al 4%. Allo stesso tempo, lo stesso Putin ha riconosciuto che l’economia si è contratta dell’1,8% dall’inizio dell’anno. La svolta «keynesiana militare» avviata nel 2022, che ha alimentato una rapida crescita nel biennio 2023-2024, sembra aver esaurito il suo potenziale. Eppure lo Stato continua ad aumentare le spese militari. Punta tutto sulla guerra. La domanda è: chi pagherà il conto? L’economia russa assomiglia sempre più alla classica formula «armi anziché burro». L’imposta sul valore aggiunto (Iva) è stata aumentata per la seconda volta dall’inizio dell’invasione. Le bollette domestiche subiranno due aumenti nel 2026. La Banca centrale mantiene tassi di interesse proibitivi che rendono il credito quasi inaccessibile alle piccole e medie imprese, nello sforzo di sostenere un rublo forte. LEGGI ANCHE… GUERRA GUERRA E PACE PER UN SOCIALISTA UCRAINO Taras Bilous - Sasha Talaver Una valuta forte è vitale per il settore militare, che dipende in modo consistente da componenti importati, soprattutto dalla Cina. Senza di essa, il Cremlino farebbe fatica a rifornirsi di droni, munizioni ed elettronica. Ma gli alti tassi di interesse e un rublo forte stanno soffocando l’economia civile. Le imprese faticano ad accedere al credito, mentre i produttori nazionali perdono competitività. Il risultato è un’ondata di fallimenti e chiusure di piccole imprese. I lavoratori licenziati dal settore civile si stanno spostando dove i salari sono ancora stabili: negli stabilimenti della difesa finanziati direttamente dallo Stato. Il governo sta letteralmente trasferendo risorse umane e finanziarie dai consumi all’economia di guerra. L’aumento vertiginoso del deficit ha imposto anche tagli alla spesa. I posti di lavoro nel settore pubblico vengono ridotti. I progetti di costruzione, infrastrutture e sviluppo urbano vengono ridimensionati. Ciò danneggia non solo i lavoratori, ma anche migliaia di funzionari, appaltatori, dirigenti e imprenditori dipendenti dallo Stato, i cui redditi si basavano sulla spesa pubblica. Persino il leader del Partito comunista russo, fedele a Putin, ha recentemente avvertito che il collasso economico potrebbe provocare una rivoluzione come quella del 1917. «Non abbiamo il diritto di ripetere questo errore!», ha affermato. Nel frattempo, le imprese stanno reagendo alla crescente pressione fiscale spostando le proprie attività nell’economia sommersa. Lo Stato ha risposto con controlli più severi sui bonifici bancari, restrizioni sulle criptovalute e sanzioni più severe per l’evasione fiscale. Qualunque sia il loro effetto pratico, queste misure ampliano significativamente i poteri di polizia, procura e servizi di sicurezza sulla vita economica. Il Cremlino opera secondo un’unica logica: tutto per il fronte, tutto per la vittoria. Ma alimentare la macchina bellica sta erodendo la stessa base sociale del putinismo. E i problemi si stanno accumulando anche al fronte. Il ritmo dell’offensiva russa, che in qualche forma era proseguita per oltre due anni, ha subito un brusco rallentamento all’inizio del 2026. A febbraio, le forze ucraine avrebbero riconquistato più territorio di quanto ne avessero perso, per la prima volta dal 2023. Secondo blogger a favore della guerra, anche le perdite russe sarebbero aumentate. Una grave battuta d’arresto si è verificata quando, secondo quanto si è appreso, l’accesso russo ai terminali Starlink è stato interrotto su richiesta dell’Ucraina. È apparso chiaro che la Russia non dispone di un sistema alternativo adeguato per le comunicazioni sul campo di battaglia. L’Ucraina ha inoltre rafforzato la sua posizione nella guerra con i droni. Con l’assistenza europea, non solo ha aumentato il numero di droni in uso, ma ne ha anche ampliato il raggio d’azione e le capacità. Mentre in precedenza i droni venivano utilizzati principalmente in prima linea, in genere entro uno-due chilometri, le forze ucraine adesso possono colpire equipaggiamenti e personale a 20-30 chilometri di profondità dietro le linee russe. Ciò ha creato quella che alcuni osservatori definiscono un «muro di droni». La zona di fuoco dietro il fronte si è ampliata drasticamente, rendendo sempre più difficile per le forze russe manovrare o concentrare le riserve vicino alla linea di contatto. Di conseguenza, le perdite russe sono aumentate e uno dei principali vantaggi di Mosca – le sue risorse umane – si è ridotto significativamente. Allo stesso tempo, un numero crescente di soldati stremati sta disertando, semplicemente non tornando dai permessi o dagli ospedali militari. Ricercatori indipendenti stimano che durante la guerra si siano verificati almeno 100.000-120.000 casi di diserzione o renitenza alla leva, più della metà dei quali concentrati nel solo ultimo anno. La tendenza sembra peggiorare. Alla fine di aprile, le autorità hanno secretato i dati relativi ai crimini militari. Allo stesso tempo, l’esercito russo sta incontrando maggiori difficoltà a compensare le perdite subite. Secondo le stime dell’economista Janis Kluge, basate sulla spesa regionale per i bonus di reclutamento, le nuove reclute sono diminuite di circa il 20% nei primi mesi del 2026. È possibile che le dimensioni complessive dell’esercito abbiano iniziato a ridursi per la prima volta dall’invasione. Finora, il Cremlino ha gestito queste carenze attraverso metodi di mercato: si è limitato ad aumentare i bonus di assunzione. Per gli abitanti delle regioni più povere, questo sistema spesso ha funzionato. Ma l’aumento del deficit di bilancio rende più difficile continuare ad acquistare carne da cannone. Di conseguenza, lo Stato sta ricorrendo sempre più spesso alla coercizione. Le autorità regionali fanno pressione sugli imprenditori, talvolta sotto la minaccia di procedimenti giudiziari, affinché reclutino dipendenti per l’esercito. Le università stanno trasformando l’arruolamento degli studenti in una priorità amministrativa. Ma la coercizione non funziona sempre. In una registrazione trapelata dalla Buriazia, un funzionario distrettuale rimprovera i direttori delle fabbriche per non aver raggiunto le quote di reclutamento. Loro rispondono: «Non possiamo obbligarli. Nessuno vuole andare». Quando il funzionario ordina agli imprenditori di arruolarsi, gli viene posta una semplice domanda: «Perché non ci vai tu?». LEGGI ANCHE… RUSSIA LETTERA DAL CARCERE DI PUTIN Boris Kagarlitsky Questo scambio di battute riassume il problema del Cremlino. Formalmente, il potere esecutivo appare onnipotente. In pratica, gli ordini restano sempre più spesso sospesi nell’aria senza risposta. La carenza di uomini e attrezzature, le perdite crescenti, le false dichiarazioni dei funzionari militari e il venir meno della fiducia nella vittoria hanno esasperato non solo soldati e ufficiali, ma anche influenti blogger filo-bellici e attivisti ultranazionalisti. Queste forze, un tempo strumenti chiave di mobilitazione patriottica, ora criticano apertamente le autorità. Alcuni hanno persino iniziato a criticare Putin. L’esercito russo, forte di circa 700.000 uomini, è sempre più attraversato da un diffuso malcontento. Questo sentimento trova ora voce nell’opinione pubblica attraverso commentatori ultrapatriottici sempre più veementi. Il Cremlino ha già visto a cosa possono portare dinamiche simili: nel 2023, l’ammutinamento di Evgenij Prigozín spinse brevemente il regime nella sua crisi più profonda dall’inizio della guerra. Le autorità hanno reagito rafforzando il controllo su Internet. Dapprima ci sono stati tentativi di bloccare Telegram, la principale piattaforma di comunicazione russa. Soldati, famiglie di militari in mobilitazione, funzionari, imprenditori e milioni di utenti comuni ne fanno uso. È lì che i blogger filo-bellici hanno costruito il loro pubblico e la loro influenza. Secondo alcune fonti, il Cremlino sperava di spingere gli utenti verso alternative controllate dallo Stato. Invece, decine di milioni di persone hanno scaricato reti private virtuali (Vpn) e sono rimaste su Telegram. Poi la regolamentazione di Internet è stata affidata più direttamente alle agenzie di sicurezza. A marzo, Internet mobile è stato semplicemente disattivato in molte regioni, inclusa Mosca. Le app bancarie hanno smesso di funzionare. I servizi di taxi e di consegna si sono bloccati. Milioni di persone hanno faticato a contattare i propri familiari, le piccole imprese hanno perso fatturato e, con persino gli uffici governativi in tilt, la rabbia pubblica si è diffusa ben oltre i soliti circoli dell’opposizione. In questo contesto, personaggi pubblici un tempo fedeli al governo hanno iniziato a criticare le autorità. L’avvocato di spicco Ilya Remeslo ha attaccato pubblicamente Putin. La celebrità del mondo dello spettacolo Viktoria Bonya ha pubblicato un video che ha molto circolato in cui parla di paura, censura e di una lista sempre più lunga di problemi che il governo si rifiuta di riconoscere. Molti analisti liberali interpretano questi episodi come segnali di divisione tra le élite. Ma la fonte della crisi potrebbe risiedere più in profondità. Quando le persone non hanno il potere di ribellarsi apertamente, spesso resistono in modi più silenziosi, obbedendo a parole ma ostacolando le cose nella pratica. Ritardano, eludono, mentono, nascondono le risorse, simulano l’obbedienza, fuggono dal controllo e disertano. Queste sono quelle che potremmo definire le «armi dei deboli». Questo è ciò che osserviamo sempre più spesso in Russia. I soldati non rientrano dalle licenze. Gli operai rifiutano i contratti militari anche se ben pagati. Gli imprenditori eludono le richieste di mobilitazione. I funzionari locali falsificano i rapporti sui risultati da inviare ai superiori. Gli ufficiali nascondono perdite e carenze di personale. La resistenza passiva dal basso rende gli ordini inapplicabili. Di conseguenza, questa epidemia di sottrazione si diffonde verso l’alto attraverso la piramide sociale. I ranghi inferiori passano le loro armi di deboli a quelli superiori. Gradualmente, l’apparato statale stesso inizia a funzionare come una macchina di sabotaggio. Prima o poi questa crisi emergerà in forme più evidenti. Le elezioni parlamentari previste per settembre potrebbero rappresentare un banco di prova in tal senso. È vero: in Russia le elezioni hanno perso da tempo il loro autentico significato politico, trasformandosi in rituali di fedeltà. I direttori di fabbrica che garantiscono blocchi elettorali controllati, insegnanti e dirigenti scolastici aiutano a gestire i seggi elettorali «difficili», e il controllo statale sui partiti di opposizione demoralizza i dissidenti: in questo modo il partito al governo può rivendicare vittorie schiaccianti a prescindere dal suo reale consenso. Quel sistema è apparso stabile per anni, ma dipendeva anche dalla collaborazione di migliaia di intermediari. Oggi ogni componente di quel meccanismo è attraversata da demoralizzazione, risentimento e una silenziosa non cooperazione. Putin potrebbe ancora essere in grado di imprigionare un singolo funzionario o uomo d’affari, ma non può facilmente sostituire un intero apparato. La questione è se i tentativi di reprimere con la forza il processo in atto nella società russa possano trasformare i disertori in ribelli e i sabotatori in rivoluzionari. *Alexey Sakhnin è un attivista russo, è stato uno dei leader del movimento di protesta anti-Putin dal 2011 al 2013. È membro del Progressive International Council e di Socialists Against War. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La macchina di guerra di Putin mostra le crepe proviene da Jacobin Italia.
June 1, 2026
Jacobin Italia