
Il “pacchetto Defence Readiness Omnibus”: la lettera aperta di 25 associazioni europee
Pressenza - Tuesday, May 19, 2026“Semplificazione” a favore dell’industria bellica: l’UE vuole indebolire i controlli sull’export di armi.
Le armi non sono una merce come le altre. Non possono essere vendute e trasferite applicando le stesse logiche di mercato unico, semplificazione burocratica ed efficienza industriale che governano il commercio di prodotti ordinari. Eppure, è esattamente questo il rischio concreto che sta emergendo a Bruxelles, mentre si avviano alla conclusione i negoziati sul cosiddetto “Defence Readiness Omnibus”, il pacchetto legislativo con cui la Commissione europea propone di riformare in profondità il settore della difesa nell’Unione europea.
I negoziati in sede di “trilogo” tra Parlamento europeo, Consiglio e Commissione sono ora in fase avanzata: le prossime sessioni negoziali sono calendarizzate proprio per questi giorni, rendendo la presa di posizione decisa dalla società civile internazionale di massima urgenza.
Rete Italiana Pace e Disarmo, che fa parte della rete europea ENAAT (European Network Against Arms Trade), insieme ad altre 25 organizzazioni della società civile europea ha sottoscritto una lettera aperta indirizzata ai decisori dell’Unione Europea (tra cui eurodeputati, Commissario Kubilius, Presidenza cipriota del Consiglio, gruppo di lavoro COARM, Ministeri nazionali responsabili delle licenze di esportazione) per chiedere con forza di non indebolire i sistemi di controllo delle esportazioni di armamenti, mascherando scelte politiche di grandissimo rilievo dietro l’etichetta neutra della “semplificazione”.
I firmatari della lettera sono organizzazioni per la pace, per i diritti umani e per la difesa dell’ambiente provenienti da tutta Europa: dalla Germania alla Slovacchia, dalla Finlandia al Portogallo, dai Paesi Bassi alla Francia e al Belgio. E ovviamente dall’Italia.
Un pacchetto che abbassa le regole e il controllo sul commercio delle armi
La proposta modifica in profondità la Direttiva sui trasferimenti intra-UE di prodotti per la difesa (la cosiddetta “Transfer Directive”) che disciplina i trasferimenti di armi e tecnologia militare tra gli Stati Membri dell’Unione.
Come la rete ENAAT aveva già documentato in dettaglio a gennaio 2026, si tratta di un ulteriore passo verso la deregolamentazione dei trasferimenti di armamenti, con potenziali impatti significativi anche sul controllo delle esportazioni al di fuori dell’UE.
Una prima revisione di questa direttiva era stata condotta nel 2016 con decisioni già problematiche sotto diversi profili. La revisione attuale si spinge ancora oltre: presentate come misure per migliorare la “efficienza” e la “semplificazione”, le proposte in discussione renderebbero in pratica più difficile per le autorità nazionali tracciare la destinazione finale delle armi, dei componenti e delle tecnologie militari esportate sia all’interno che all’esterno del blocco europeo. In altri termini: meno trasparenza, meno controllo, più rischi.
Il cavallo di Troia della “semplificazione”
Per la maggior parte dei cittadini termini come “semplificazione” e “armonizzazione” suonano positivi. All’interno della bolla istituzionale di Bruxelles, invece, vengono usati come cavallo di Troia per una massiccia deregolamentazione. Il cuore della proposta sta nel rendere le GTL (Licenze di Trasferimento Generali) la prassi standard in molti casi di vendita di armamenti. Le GTL consentono trasferimenti ripetuti di beni militari senza autorizzazione caso per caso, per diversi anni consecutivi, facendo perdere agli Stati Membri la visibilità sulla destinazione finale delle armi; ciò avverrebbe in particolare per quanto riguarda i progetti di difesa finanziati dall’UE e le tecnologie emergenti come i droni e i sistemi d’arma autonomi.
A questo si aggiunge la proposta di ampliare le esenzioni dalle autorizzazioni preventive e di estendere accordi speciali di trasferimento a Paesi non-UE: misure che, sottolineano le organizzazioni firmatarie della lettera aperta, potrebbero facilitare forniture di armi a zone di conflitto o Stati fragili aggirando le garanzie contenute nella Posizione Comune UE sulle esportazioni di armi, nel Trattato sul Commercio delle Armi e nella Convenzione per la prevenzione del genocidio. Particolarmente preoccupante è anche la proposta di limitare la trasparenza per i trasferimenti di beni intangibili e software: questi trasferimenti sono estremamente delicati, soprattutto in considerazione del massiccio sviluppo dei sistemi senza pilota e autonomi.
La Commissione europea al servizio dell’industria bellica
Le organizzazioni firmatarie accusano la Commissione europea di anteporre sistematicamente gli interessi dell’industria della difesa alle esigenze di trasparenza e di controllo democratico, rischiando così di accelerare le vendite globali di armamenti sotto la copertura di una riforma spacciata come meramente tecnica. Ciò si manifesta con particolare evidenza nella proposta di attribuire alla Commissione stessa poteri delegati in materia di trasferimenti di armi: una misura che va ben al di là della finalità originaria degli atti delegati, conferendo di fatto alla Commissione il potere di ridefinire a propria discrezione elementi chiave dei sistemi nazionali di controllo delle esportazioni, in un settore in cui (i sensi dei Trattati UE) essa non ha alcuna competenza.
Tra le modifiche più preoccupanti vi è anche lo spostamento dell’onere della conformità dagli Stati all’industria degli armamenti stessa. Consentendo alle “aziende certificate” di autoregolare i propri trasferimenti, l’UE trasforma i produttori d’armi in giudici e giurie di se stessi. Il risultato è un’inversione della responsabilità democratica: invece di essere i produttori a rispondere allo Stato, sono i legislatori nazionali a diventare sempre più dipendenti dagli interessi dell’industria bellica.
Il rischio per l’Italia e per i Paesi con standard etici più rigorosi
Uno degli aspetti più insidiosi riguarda il cosiddetto “principio de minimis”: questo principio consentirebbe al Paese che effettua l’assemblaggio finale del sistema d’arma di ignorare le restrizioni all’esportazione imposte dal Paese che ha fornito i componenti qualora questi ultimi restino al di sotto di una certa soglia rispetto al totale. Paesi come l’Italia, che almeno come base delle proprie norme applicano standard etici e di impatto nelle proprie politiche di esportazione di armamenti, potrebbero presto vedere la propria tecnologia utilizzata in conflitti che avevano esplicitamente cercato di evitare.
A questo si affianca la proposta di limitare le condizioni preliminari imposte ai fornitori che richiedono licenze, una misura che si applicherebbe anche a entità non europee, subendo ed anzi favorendo una dinamica di minor controllo derivante dalla crescente globalizzazione dell’industria degli armamenti.
Le armi europee (incluse quelle italiane ) sono già presenti in conflitti e violazioni dei diritti umani in tutto il mondo: il costo di questa “semplificazione” che avvantaggia un export non controllato di armamenti non si misurerà in crescita economica, bensì nel dolore umano causato dalle armi europee nelle zone di conflitto di domani.
Le richieste della società civile ai decisori europei
Insieme alle oltre 25 organizzazioni della società civile firmatarie, Rete Pace Disarmo chiede ai decisori e negoziatori europei di respingere:
- le proposte di estendere le “partnership transfrontaliere” al di là dei Paesi UE, che consentirebbero trasferimenti agevolati verso Paesi non vincolati dalla Posizione Comune UE;
- l’espansione o l’imposizione dell’uso delle Licenze di Trasferimento Generali (GTL), in particolare per i progetti finanziati dall’UE e per le tecnologie emergenti come droni e sistemi autonomi;
- il divieto dei certificati di uso finale nell’ambito delle GTL: nonostante i loro limiti, restano uno dei pochi strumenti per monitorare la destinazione finale dei prodotti militari;
- l’ampliamento delle esenzioni da autorizzazione preventiva, soprattutto per situazioni di crisi, missioni UE e partenariati europei allargati, che equivarrebbe a esonerare le esportazioni extra-UE da qualsiasi controllo;
- i poteri delegati alla Commissione Europea in materia di trasferimenti di armi, che andrebbero ben al di là delle sue competenze ai sensi dei Trattati UE;
- la riduzione di trasparenza per i trasferimenti di beni intangibili e software, particolarmente sensibili nell’era dei sistemi d’arma autonomi e dei droni.
I governi dell’UE sono i responsabili del rispetto del diritto europeo e internazionale, in particolare della Posizione Comune UE sulle esportazioni di armi, del Trattato sul Commercio delle Armi e della Convenzione sulla prevenzione del genocidio. Questo impegno non può essere sacrificato sull’altare della competitività industriale.
In molti altri “provvedimenti omnibus” (dall’agricoltura al settore digitale) l’argomento della semplificazione è già stato strumentalizzato per far passare decisioni politiche di enorme portata sotto le mentite spoglie di aggiustamenti tecnici, ignorando le preoccupazioni della società civile. L’omnibus per la difesa non fa eccezione: ha già ristretto la definizione di armi controverse a sole quattro categorie di armi proibite, consentendo alla finanza sostenibile di investire non solo nelle armi nucleari ma anche in tecnologie dirompenti come i droni e i sistemi d’arma autonomi.
Con i negoziati di “trilogo” di questi giorni i decisori europei hanno ora l’ultima occasione per impedire che questo provvedimento si traduca in un lasciapassare globale per il commercio di armi.
“Defence Readiness Omnibus”: la società civile chiede ai responsabili politici di impedire l’indebolimento del controllo sulle esportazioni di armi
LETTERA APERTA [TESTO ORIGINALE] indirizzata a:
- Eurodeputati membri del team negoziale del Parlamento Europeo
- Commissario Kubilius e gabinetto, DG DEFIS
- Presidenza cipriota del Consiglio e Segretariato del Consiglio UE
- Gruppo di lavoro COARM
- Ministeri nazionali responsabili delle licenze di esportazione di armamenti
Gentile Signora, Egregio Signore,
I negoziati sul pacchetto omnibus dell’UE relativo alla difesa sono ben avanzati e prossimi alla conclusione, incluse le proposte di modifica della Direttiva sui trasferimenti che disciplina i trasferimenti intra-UE di armamenti.
Le organizzazioni della società civile sottoscritte Vi chiedono, ciascuna nelle proprie rispettive competenze, di impedire che i sistemi di controllo delle esportazioni di armamenti vengano indeboliti con il pretesto della “semplificazione” e dell’”efficienza”. Le armi e la tecnologia militare non possono essere vendute come giocattoli o lattine di fagioli, e i governi dell’UE sono i responsabili del rispetto del diritto europeo e internazionale, in particolare della Posizione Comune dell’UE sulle esportazioni di armi, del Trattato sul Commercio delle Armi e della Convenzione sulla prevenzione del genocidio.
Tuttavia, qualora le proposte iniziali e molti degli emendamenti parlamentari venissero adottati, le autorità nazionali si troverebbero di fatto nell’impossibilità di monitorare la destinazione finale di una quota significativa dei propri trasferimenti — incluse le esportazioni fuori dall’UE — in particolare per quanto riguarda i componenti e la tecnologia militare.
Per impedire che ciò accada, le seguenti proposte dovrebbero essere respinte (si veda l’argomentazione dettagliata nei documenti di riferimento):
1. Estensione delle partnership e cooperazioni transfrontaliere al di là dei Paesi UE
Questo consentirebbe trasferimenti agevolati verso Paesi non vincolati dalla Posizione Comune UE, e sfumerebbe ulteriormente il confine tra i trasferimenti intra-UE e le esportazioni verso Paesi terzi.
2. Espansione o imposizione dell’uso delle Licenze di Trasferimento Generali (GTL)
Le licenze generali limitano già i controlli sulle esportazioni di armi, in quanto autorizzano quantità illimitate di beni elencati a essere trasferiti verso determinati destinatari nell’arco di diversi anni; estenderne l’utilizzo a una gamma più ampia di soggetti e situazioni avrebbe un impatto significativo sulla capacità degli Stati Membri di monitorare dove finiscono effettivamente i loro beni e la loro tecnologia militare. Le GTL nell’ambito di progetti finanziati dall’UE dovrebbero rimanere facoltative e limitate ai Paesi dell’UE, mentre la possibilità di estendere le GTL alle tecnologie dirompenti, ai processi innovativi e alla “critical readiness”, nonché ai trasferimenti da parte di aziende certificate (e non solo verso di esse), dovrebbe essere del tutto scartata.
3. Divieto dei certificati di uso finale nell’ambito delle GTL per i progetti finanziati dall’UE
Questa proposta dovrebbe anch’essa essere respinta: nonostante i loro limiti, questi certificati rimangono uno dei pochi strumenti a disposizione degli Stati Membri per monitorare, in qualche modo, la destinazione e gli utenti finali dei propri prodotti militari nell’ambito delle GTL.
4. Espansione o imposizione dell’uso di esenzioni
In linea generale, esonerare beni o tecnologie militari da qualsiasi autorizzazione preventiva va contro gli impegni internazionali; qualsiasi proposta che renda obbligatoria tale esenzione dovrebbe pertanto essere respinta tout court. Qualsiasi estensione dell’ambito delle esenzioni al di là dei casi esistenti dovrebbe anch’essa essere respinta, inclusa quella per i progetti finanziati dall’UE, poiché gli Stati Membri restano responsabili del rispetto delle restrizioni sulle esportazioni di armi anche qualora la loro quota nel sistema d’arma finale sia limitata. Le proposte di autorizzare esenzioni nel quadro di partnership europee più ampie, in situazioni di “crisi” o nel contesto di missioni UE equivalgono all’esonero delle esportazioni di armi fuori dall’UE da qualsiasi autorizzazione, e faciliteranno le forniture di armi nelle zone di conflitto o negli Stati fragili. Esonerare i trasferimenti tra fornitori e destinatari appartenenti alla stessa azienda o gruppo apre altresì un pericoloso vaso di Pandora in un momento in cui l’industria degli armamenti è sempre più globalizzata.
5. Poteri delegati alla Commissione Europea in materia di trasferimenti di armi
Tutte le proposte in tal senso dovrebbero essere respinte: ciò andrebbe ben al di là della finalità originaria degli atti delegati e conferirebbe alla Commissione Europea il potere di ridefinire a propria discrezione elementi chiave dei sistemi nazionali di controllo delle esportazioni — ambito nel quale non ha alcuna competenza ai sensi dei Trattati UE. Inoltre, la Commissione considera queste questioni principalmente nell’ottica degli interessi dell’industria degli armamenti e non include la società civile critica — e in particolare i movimenti per la pace — nei propri dialoghi con gli stakeholder.
6. Altre proposte problematiche
Dovrebbero essere respinte altre proposte problematiche, come quella volta a limitare le condizioni preliminari imposte ai fornitori che richiedono licenze — poiché questa si applicherebbe anche a entità non UE e forse persino non europee, data l’attuale globalizzazione dell’industria degli armamenti — o quella che limita la trasparenza per i trasferimenti di beni non tangibili e software, poiché tali trasferimenti possono essere molto delicati, in particolare considerando il massiccio sviluppo dei sistemi senza pilota e autonomi. Qualora venisse istituito un Gruppo di Lavoro degli Stati Membri, dovrebbe anche valutare l’interazione tra i trasferimenti intra-UE e le esportazioni fuori dall’UE, e coinvolgere proattivamente la società civile — in particolare i gruppi europei e nazionali per la pace e i diritti umani che monitorano il commercio delle armi.
In molti altri omnibus, che spaziano dall’agricoltura al settore digitale, l’argomento della semplificazione viene strumentalizzato per far passare decisioni politiche rilevanti sotto le mentite spoglie di aggiustamenti tecnici, ignorando largamente le preoccupazioni della società civile. L’Omnibus per la difesa non fa eccezione: ha già ristretto la definizione di armi controverse a sole quattro categorie di armi proibite, consentendo così alla finanza sostenibile di investire non solo nelle armi nucleari ma anche in tecnologie dirompenti come i droni e le armi autonome (contribuendo potenzialmente allo sviluppo di sistemi d’arma letali autonomi). Sta ora a Voi impedire che questo provvedimento faciliti la vendita di armi in tutto il mondo, nonché che indebolisca gli standard ambientali e di sicurezza nell’ambito delle proposte sulla “difesa pronta”, principalmente a beneficio dell’industria degli armamenti.
Vi ringraziamo per l’attenzione e restiamo a disposizione qualora desideriate incontrarci o avere ulteriori chiarimenti.
Bruxelles, 8 maggio 2026
- Adéquations (Francia)
- Attac France (Francia)
- Campaign Against Arms Trade (Regno Unito)
- Centre Delàs d’Estudis per la Pau (Spagna)
- Coordination Nationale d’Action pour la Paix et la Démocratie (Belgio)
- Corporate Europe Observatory
- Die Bürokratiemonster (Germania)
- European Network Against Arms Trade
- Equinox Initiative for Racial Justice
- EgyptWide for Human Rights
- Friends of the Earth Sweden (Svezia)
- Inštitút ľudských práv – Human Rights Institute (Slovacchia)
- International Peace Bureau
- PAX (Paesi Bassi)
- Pax Christi Flanders (Belgio)
- Peace Union of Finland (Finlandia)
- Rete Pace & Disarmo (Italia)
- Saferworld
- Stop Fuelling War, Cessez d’Alimenter la guerre (Francia)
- The Good Lobby
- Observatoire des armements (Francia)
- Ohne Rüstung Leben (Germania)
- Palombar – Associação de Conservação da Natureza e do Património Rural (Portogallo)
- Petites Singularités (Belgio)
- Stop Wapenhandel (Paesi Bassi)
- Swedish Peace and Arbitration Society (Svezia)
