Marx e le macchine / La tecnica come chiodo fisso / I parte

Pulp Magazine - Saturday, May 16, 2026

Inserisco qualche cosa nel capitolo sul macchinario. Vi sono qui alcune questioni curiose, che io nella prima stesura ignoravo. Per venire in chiaro di esse, mi sono riletto da cima a fondo i miei quaderni (sunti) di tecnologia, per le stesse ragioni seguo un corso pratico (soltanto sperimentale) per operai del professor Willis (in Jermyn Street, l’istituto di geologia, dove anche Huxley tiene le sue lezioni). Mi succede per la meccanica come per le lingue. Capisco le leggi matematiche, ma la più semplice realtà tecnica, che richiede intuizione, mi riesce difficile come ai più gran tangheri”. [1]

È almeno dal 1845 (Miseria della filosofia) che Marx è interessato al problema e non è la prima volta che si rivolge all’amico per chiarimenti. Nei «Grundrisse», scritti tra il 1857 e il 1858, il tema, pure svolto qua e là in ordine sparso in più di un centinaio di pagine, trova il suo compendio risolutivo nel cosiddetto capitolo sulle macchine [2]. Altri cenni ritornano nel cosiddetto Capitolo VI inedito, scritto tra il giugno 1863 e il dicembre 1866[3] per concludersi nel capitolo tredicesimo della quarta sezione del primo libro del Capitale, dal titolo emblematico Macchine e grande industria.

La tecnica è il problema di Marx, e anche il suo chiodo fisso. Pensiamo solo al momento in cui ha scritto la lettera di cui sopra ad Engels, un momento sventurato per entrambi. Engels ha appena perso la sua Mary nel mentre sulla famiglia di Marx incombe il disastro. Trattasi di una vecchia storia, in verità, che principia con l’arrivo a Londra nell’estate del ’49. Una lunga, lunghissima notte senza sonno che si protrarrà tra sofferenze indicibili, umiliazioni, miseria, fame e malattie per tutto il tempo dell’esilio londinese. Ora, nel gennaio del 1863, gli pare di aver toccato il fondo. È vero, non riceve più niente a credito, le bambine non possono uscire di casa perché vestiti e scarpe hanno preso la via del Monte di Pietà e tutti i tentativi di racimolare qualche spicciolo sono falliti. Tutte cose brutte, “horreurs” che gli fanno dimenticare la disgrazia dell’amico al quale si rivolge con il più trito “au bout du compte, che cosa debbo fare?” , per concludere maldestramente: “non avrebbe potuto, in luogo della Mary, morire mia madre, che è ormai piena di acciacchi e che ha vissuto quanto doveva…? ” [4]. Un’uscita a dir poco infelice, una reazione, si giustificherà più tardi Marx, al particolare momento per fronteggiare il quale il solo toccasana rimastogli è una buona dose di cinismo. Che Engels almeno sul momento si guarderà bene dall’ apprezzare[5].

A ricomporre l’amicizia tra i due e a rimettere a posto la testa di Marx, per l’appunto “qualche cosa che non ha nulla a che vedere con quanto sopra”, vale a dire con iatture e quant’altro. Devi aiutarmi a capire, scrive Marx all’amico, “come i self-actors [filatoi automatici] mutassero la filatura o piuttosto, dato che la forza vapore era impiegata già in precedenza, come mai il filatore, nonostante la forza vapore, dovesse intervenire con la sua forza motrice”. Un problema non secondario nel dibattito del tempo quello del ruolo delle macchine nel processo produttivo e della loro funzione rispetto al lavoro. Protagonisti ne erano stati allora il matematico londinese, esperto di meccanica e delle sue applicazioni al calcolo computazionale, Charles Babbage, e lo scozzese Andrew Ure, studioso della tecnologia e del sistema di fabbrica.

Un interesse, quello di Marx per le macchine, conosciuto in Italia solo a spizzichi e bocconi. Sono i «Quaderni Rossi» a pubblicare per la prima volta nel ’64 il Frammento sulle macchine tratto dai Grundrisse. Non è un caso: siamo nel vivo di un nuovo ciclo di lotte operaie e di un rinnovato interesse per il Marx della fabbrica. A seguire, la pubblicazione nel 1976 dell’Inedito sulle macchine in «Marxiana 2», tratto questa volta dai quaderni preparatori a Per la critica dell’economia politica pubblicato da Marx nel 1859, otto anni prima della pubblicazione del primo libro del Capitale, risalenti al 1861-1863 e successivi al manoscritto dei Grundrisse del 1857-1858. Anche in questo caso il momento appare cruciale. Alla crisi del sistema di fabbrica giunto a maturità in Italia nel ’73, la risposta padronale è ancora quella del ricorso alla ristrutturazione tecnologica che per la sua radicalità s’impone questa volta come un vero e proprio passaggio d’epoca. Che per l’occasione Marx potesse tornare di nuovo utile, erano in molti a sinistra del Pci a crederlo. Un Marx, per tutti costoro, poco propenso a concedere fiducia al progresso tecnologico e alla scienza. Nel 1980 gli Editori Riuniti, la casa editrice del partito, riedita l’Inedito sulle macchine senza trascurare questa volta la pubblicazione di altri quaderni preparatori. Non tutti, però[6].  Solo per rispettare l’ordine e i tempi di pubblicazione dell’opera omnia intrapresa da appena un decennio o per un disegno politico ben preciso, ad esempio di una diversa gestione della ristrutturazione tecnologica in corso d’opera nelle fabbriche fordiste del Paese? Reimporre nella nuova fabbrica il ruolo egemone del Movimento Operaio (Pci+Sindacato) era indubbiamente il sogno di quanti nel partito teorizzavano l‘autonomia del politico. Secondo Massimo Cacciari, allora parlamentare del Pci, si trattava del leninismo che era mancato a Panzieri e che continuava a mancare negli anni Settanta agli operaisti della seconda generazione ancora legati all’idea dell’autonomia di classe. L’analisi marxiana del sistema di fabbrica appariva ai suoi occhi ormai superata perché “inficiata da evidenti tratti di «macchinismo»”, legata all’“universo ottocentesco della precisione”, “visione ingenua del sistema delle macchine”. A completare l’anello mancante di questa preistoria del Capitale – perché è di essa che si tratta parlando di questi scritti economici di Marx – ha provveduto recentemente il partito di Lotta Comunista con la pubblicazione in due volumi di tutti i quaderni del periodo londinese 1861-1863, quelli editi e quelli inediti[7].

Con un avviso ai naviganti: di un Marx filologicamente “ritrovato” poco ci cale. Piuttosto una lettura mirata com’era già accaduto negli anni Sessanta e Settanta.

Pensando alla scienza e alla tecnica, e al modo di produrre di oggi, rispetto a quegli anni la discontinuità appare fortissima, forse ancor più radicale di quella vissuta da Marx in qualità di osservatore attento della prima rivoluzione industriale. Finché il regime di fabbrica ha funzionato come centro visibile della produzione, i conti sembravano tornare. Ma oggi, quando quella meccanizzazione del lavoro umano si è disseminata ben oltre le mura della fabbrica, che valore può ancora avere l’invito di Marx a seguirlo “nel segreto laboratorio della produzione”? Di cui il primo tomo del Manoscritto ci restituisce il fascino del tempo che fu in pagine che potrebbero tranquillamente figurare in un dotto libro di archeologia industriale. Per non parlare poi della pignoleria del Nostro nel descrivere le macchine utensili, non senza aver prima chiarito che la macchina non è lo strumento e che la differenza la fa la natura della forza motrice, umana e meccanizzata. Che a sua volta c’entra poco o niente con la rivoluzione industriale in sé che invece è prodotta dalla macchina utensile che sostituisce l’operaio, in una parola da quella parte del macchinario che gli inglesi chiamano working machine e che Marx traduce con “la parte operatrice della macchina”.

Di essa in queste pagine del Manoscritto leggiamo la storia: la storia del mulino, della macchina utensile, del passaggio dallo strumento al sistema automatico di macchine. Ma che cosa resta oggi di quella storia, quando il laboratorio della produzione non coincide più con la fabbrica e il capitale fisso sembra essersi disseminato nei dispositivi, nei saperi, nei corpi stessi della forza lavoro?

[1] K. Marx, Carteggio, Marx-Engels IV (1861-1866), Edizioni Rinascita, Roma 1951, 28 gennaio 1863, p. 158

[2] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 1857-1858, vol. II, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1970, pp. 388-411.

[3] K. Marx, ll Capitale: Libro I, capitolo VI inedito, La Nuova Italia, Firenze 1969

[4] Carteggio, cit., Lettera 8 gennaio 1863, p. 152. Per la morte della madre dovrà aspettare la fine del mese di novembre e l’eredità tanto agognata sarà comunque di poco conto.

[5] Ivi, Lettera del 13 gennaio 1863, p. 153: “Tutti i miei amici, inclusi i conoscenti filistei, in questa circostanza, che a dire il vero mi ha colpito abbastanza da vicino, dimostrarono maggiore partecipazione e amicizia di quanto potessi aspettarmi. Tu trovasti che il momento era opportuno per far prevalere il tuo gelido modo di pensare. Soit!”. Nella minuta della lettera leggiamo anche: Godi del tuo trionfo, non ti verrà contestato.

[6]  K. Marx, Manoscritti del 1861-1863, Editori Riuniti, Roma 1980

[7] K. Marx, Manoscritto economico 1861-1863. Complementi, I-2, Edizioni Lotta Comunista, Milano 2023

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