Slow Social Market a Roma

DINAMOpress - Thursday, May 14, 2026

«Alla fine delle raccolte io sono sempre contenta: anche in giorni come oggi, che è mercoledì, riusciamo a riempire più carrelli: così stai bene con te stessa, perché hai contribuito, dando un piccolissimo aiuto, contro la miseria umana». Daniela Piccoli è una volontaria di Nonna Roma, associazione attiva nel contrasto alle diseguaglianze sociali, e partecipa alle raccolte alimentari organizzate nei supermercati di Roma per chiedere ai consumatori donazioni di cibo per le persone in condizioni di povertà. I prodotti vengono poi distribuiti negli empori solidali gestiti da Nonna Roma: «Noi sottolineiamo sempre di fare solo ciò che si può, perché ogni cosa conta», continua Daniela, che, riordinando i tre carrelli riempiti con le donazioni  ricevute, risulta soddisfatta: «la maggior parte delle persone che viene al supermercato decide di contribuire; a volte da alcuni non ce lo si aspetta e questo mi commuove».

Il risultato della raccolta viene portato allo Slow Social Market, emporio solidale gestito da Nonna Roma e Slow Food Roma, associazione che promuove filiere alimentari sostenibili, che dal 2023 si trova nel quartiere Esquilino, nel I Municipio di Roma. Qui trovano sostegno i nuclei familiari in difficoltà economica, che sono segnalati alle associazioni dai servizi sociali del territorio e possono recarcisi per scegliere autonomamente ciò di cui hanno bisogno.

«Jerry Essan Masslo, vittima innocente delle mafie: a lui è dedicato questo spazio. Per una nuova storia di giustizia sociale che porta il suo nome»: è l’iscrizione sulla porta dello Slow Social Market, che da fuori può sembrare un semplice negozio alimentare, ma è in realtà il risultato di un’opera di riqualificazione di un immobile confiscato alla mafia. Mentre prima era un negozio gestito dagli affiliati alla criminalità organizzata, oggi è un bene pubblico, al cui riuso contribuisce anche il sostegno di Libera, associazione contro le mafie, e del I Municipio di Roma.

«L’intitolazione dei beni confiscati non è mai casuale», afferma Davide Biscotti, referente provinciale di Libera, «mira a tenere viva la memoria delle vittime di mafia ed è legata alle attività svolte negli spazi riutilizzati». In linea con l’intento della legge n. 109/96 sul riuso sociale dei beni confiscati, di cui il 7 marzo si celebra il trentesimo anniversario, l’emporio rispecchia questo principio: nel bene intitolato a Masslo, bracciante vittima di un sistema agroalimentare iniquo e ucciso da camorristi connessi ai caporali per cui lavorava, si mira ora a garantire l’equo accesso ai beni di prima necessità e a un cibo “buono, pulito e giusto” anche a coloro che si trovano in condizioni di povertà.

Qui gli alimenti non hanno un prezzo, bensì un punteggio: sugli scaffali ci sono prodotti che vanno da due a dieci punti, e l’obiettivo è quello di promuovere un’alimentazione variegata. Sono ottanta i nuclei familiari che si recano qui regolarmente e ciascuno di questi ha a disposizione tra i settanta e i novanta punti al mese per acquistare ciò che desidera.

L’emporio vuole poi essere un luogo in cui non solo si trova sostegno economico, ma si promuove attivamente l’inclusione, anche attraverso gli spazi che lo compongono. All’interno si nota un murale dipinto per rendere lo spazio accogliente: il logo del posto è circondato da disegni di alimenti e mani che si avvicinano. Sulla sinistra, invece, beni donati dai cittadini che sostengono l’attività: soprattutto giocattoli, libri e vestiti, che gli utenti possono prendere gratuitamente e che secondo Daniela Sacco, referente di Nonna Roma, rappresentano il sostegno degli abitanti del quartiere allo spazio.

Questo è diventato un punto di riferimento per gli utenti: «Molti di coloro che usano il servizio sono soli, e qua sanno di essere accolti» – sostiene Daniela, a cui si unisce Pierangelo, volontario di Nonna Roma: «Qui si crea anche un rapporto personale: per gli utenti, quando prendono confidenza, questa diventa una piccola famiglia. Alcuni restano molto: fanno la spesa ma poi si fermano a chiacchierare». Tra questi c’è Pasquale: aspetta all’entrata l’assistente legale presente nell’emporio e non vuole parlare della sua situazione personale, ma commenta con riconoscenza: «Qui fanno un lavoro incredibile, se non ci fosse sarebbe molto peggio, anche perché aiutano tante persone; il loro sostegno per me ora è fondamentale».

Nell’emporio, infatti, si trova anche uno sportello di mutuo soccorso, dove assistenti sociali e legali offrono supporto e indicazioni sui servizi sociali disponibili. «I casi sono vari», raccontano le assistenti sociali Monica e Elisa, «dalla richiesta di assistenza psicologica, a quella per la ricerca di una casa».

La presenza dell’emporio è poi significativa per persone come Anika, ex-badante con pensione minima. Abita in una stanza in cattive condizioni, che peggiorano il suo stato di salute. Nell’emporio trova uno spazio che le garantisce del cibo, ma soprattutto «di avere, almeno una volta al mese, qualcuno con cui parlare». Tra le altre, anche una famiglia palestinese, arrivata in Italia attraverso un corridoio umanitario, si reca all’emporio per i prodotti alimentari. In particolare Omar, il figlio minore, dice di essere felice perché qui può scegliersi un regalo tra i giocattoli gratuiti, e parlare in italiano con i volontari per imparare la lingua.

Lo spazio riqualificato stimola quindi il senso di comunità: «La collaborazione dei cittadini, in un Municipio caratterizzato da profonde diseguaglianze sociali, mostra che l’utilità sociale dell’emporio è riconosciuta», dice Lorenza Bonaccorsi, presidente del I Municipio, che evidenzia l’importanza del rapporto tra istituzioni e associazioni per valorizzare i beni confiscati alle mafie. Emergono, però, anche delle criticità: spicca la scarsità di risorse economiche necessarie a garantirne la continuità. «Se avessimo più soldi potremmo fare più interventi strutturali, necessari perché se tu riconquisti i luoghi pubblici e ridai loro decoro, la criminalità se ne va da lì e i cittadini riprendono i loro spazi», commenta Bonaccorsi, che aggiunge: «La legge 109/96 è buona, ma andrebbe snellita nelle procedure, e soprattutto più finanziata».

La difficoltà è testimoniata anche da Pierangelo di Nonna Roma, che si dimostra insoddisfatto: «Parliamo sempre di come trovare risorse: è il nostro problema principale, ma non è facile risolverlo». Lo confermano anche i funzionari dell’Ufficio addetto ai beni confiscati di Roma Capitale, che sottolineano l’indisponibilità di risorse adeguate per garantire che i beni confiscati siano riutilizzati, perché spesso necessitano di ristrutturazioni difficilmente sostenibili per gli enti locali e le associazioni che li gestiscono. A livello nazionale, Libera sottolinea che questo problema riguarda molti dei beni presenti su tutto il territorio.

La legge che regola le procedure del riuso è stata emanata grazie alla raccolta di più di un milione di firme avviata da Libera, e l’associazione, trent’anni dopo, sta raccogliendo firme per chiedere che il 2% del Fondo unico di giustizia (Fug) sia dedicato al sostegno di questa politica.

«Nel 1996 era difficile convincere che si trattava di un cambio di passo. Ora invece il tema è più sentito, anche perché le esperienze di riuso funzionano, e la cittadinanza ne è più consapevole», commenta Tatiana Giannone, responsabile nazionale per i beni confiscati di Libera, che aggiunge «I beni riutilizzati in questi trent’anni sono aumentati, ma la nostra campagna è essenziale, perché vanno superate le criticità».

Come dimostrato dallo Slow Social Market, trent’anni dopo, la riqualifica dei beni per il riuso sociale si è affermata come stimolo non solo alla diffusione della cultura della legalità, ma anche alla creazione di modelli di giustizia sociale. In un periodo storico in cui all’aumento della povertà, anche alimentare, si affiancano la crisi abitativa e la necessità di valorizzare i luoghi pubblici, emerge dunque l’importanza della solidarietà e del coordinamento tra cittadinanza e istituzioni per rispondere a questi bisogni. È, quindi, sul passaggio dalla presenza di esperienze virtuose a una politica sistemica a sostegno degli spazi solidali che si misureranno i prossimi trent’anni.

FOCUS: il riuso sociale dei beni confiscati alle mafie.

1332: questo il numero dei soggetti sociali, come associazioni, cooperative, e comunità, che gestiscono gli immobili confiscati alle mafie e a loro assegnati. La legge che regola il riutilizzo sociale dei beni confiscati è la n. 109/96, e oggi la materia è recepita nel Codice Antimafia, che delinea il processo di assegnazione degli immobili. Secondo la procedura, questi sono prima gestiti dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alle mafia (ANBSC), che li trasferisce poi al patrimonio pubblico dello Stato o delle amministrazioni locali. Questi possono usare i beni a scopo istituzionale o sociale: il riuso sociale è solitamente determinato dagli Enti locali, che danno i beni in concessione agli enti del terzo settore attraverso bando pubblici.

I soggetti gestori sono attivi in 19 regioni su 20, in 448 comuni: più della metà sono associazioni di diverso tipo, mentre le cooperative sono 282, alle quali si aggiungono 12 consorzi di cooperative. È attraverso le attività che si svolgono nei beni che si attua la riqualifica degli spazi: nella maggior parte dei casi rientrano nelle categorie «welfare e politiche sociali» (57,6%) e «promozione culturale, sapere e turismo sostenibile» (23,2%).

I beni confiscati sono anche uno strumento di memoria attiva delle vittime innocenti delle mafie: in Italia, sono 125 i beni confiscati intitolati alle vittime innocenti delle mafie, di cui 43 si trovano al Nord, 5 al Centro e 77 al Sud. Qui il loro ricordo è alimentato attraverso le attività sociali svolte dagli enti gestori,  che oltre a essere servizi essenziali per i territori, costituiscono quindi anche uno strumento per veicolare conoscenza e storie su coloro che nei territori si sono opposti al sistema sostenuto dalla criminalità organizzata.

La politica del riuso sociale, inoltre, si è affermata anche nell’Unione Europea: nel 2024 la  direttiva 2024/1260, ha rappresentato un cambiamento significativo nelle strategie di recupero dei beni in Europa. europea. Con la Direttiva, in particolare, si riconosce la pervasività della criminalità organizzata nell’economia e gli intrecci che legano ai mercati internazionali, e viene richiesta agli Stati Membri una collaborazione profonda e stabile nelle inchieste per il congelamento e la confisca dei beni, oltre che la possibilità di confiscare “la ricchezza non giustificata”, come previsto nella normativa italiana. Nei considerata iniziali e all’articolo 19  viene poi consigliato il riuso sociale dei beni confiscati, sottolineando quanto questo sia legato alla compensazione per le vittime della criminalità, anche quando queste sono rappresentate dalla comunità stessa.

Anche in Europa, quindi, si è affermata una visione politica che vede nel riutilizzo degli spazi confiscati alle mafie uno strumento essenziale per prendersi cura delle comunità attraverso gli spazi pubblici. Tuttavia, il suo impatto concreto dipenderà dalla coerenza della sua attuazione nei vari Stati membri, dala loro cooperazione, e dalla capacità degli Stati membri di tradurre le nuove disposizioni in pratiche operative coerenti. Attualmente, non si registrano ancora interventi normativi sostanziali di adeguamento nei diversi ordinamenti e sarà quindi decisivo il lavoro che ciascun Paese dovrà compiere entro il termine ultimo del 23 novembre 2026.

La copertina e le immagini nell’articolo sono di Irene Bruno

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