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Ludmilla Iapira: “Oggi in Italia con il mio stipendio vivo dignitosamente. In Moldavia non ci riuscirei”
Ludmilla mi aspetta sulla porta di casa con il bicchiere di kwass già in mano – sa che lo adoro e che mi ricorda uno dei romanzi russi che porto nel cuore, “Oblomov” di Ivan Gončarov. Oggi mi racconterà del suo piccolo Paese, la Moldavia. Molti di noi, me inclusa, solo da qualche anno si sono accorti che le tante persone, tra cui moltissime donne, che silenziosamente e con grande discrezione sono entrate nelle nostre vite portano con sé una storia e una cultura propria. Liquidarle come immigrate da “staterelli” della vecchia U.R.S.S. è superficiale e un po’ arrogante. Dunque, vista l’ignoranza che aleggia su queste Repubbliche faccio un cappello con qualche dato geografico e storico. La Moldavia si estende per un territorio di 33.846kmq, nel quale vivono circa tre milioni e mezzo di persone, 105 abitanti per kmq. In sostanza è poco più grande della Lombardia (23.863,65 kmq con i suoi dieci milioni di abitanti– 422,33 ab per kmq) ma decisamente meno popolosa. Fu a lungo un principato dell’Impero Ottomano che godeva di ampia libertà, ma dopo la prima guerra mondiale passò sotto il dominio del Regno di Romania fino al 1940, quando parte del suo territorio originale divenne una Repubblica aderente alla Federazione Sovietica – l’altra metà rimane entro i confini rumeni e ucraini. La sua tradizione agricola è tuttora il motore portante del Paese. La UE ha accettato la sua candidatura di prossimo membro della Comunità; il suo ingresso è previsto per il 2030. Siamo coetanee, ma siamo cresciute in un mondo che era diviso in due e a parte la propaganda di entrambe le parti, sapevamo poco gli uni degli altri. Come si viveva nella vecchia Repubblica Moldava aderente all’U.R.S.S.? Sono cresciuta in campagna – i miei genitori lavoravano la terra – in un ambiente sereno in cui non ci mancava nulla. Mio padre soffriva di un problema cardiaco e pertanto riceveva una pensione con la quale praticamente viveva l’intera famiglia, quattro figli e i due genitori. Mia mamma era contadina nel settore del tabacco e ciò che lei guadagnava sceglievamo di accumularlo su un libretto di risparmio; sarebbe servito per emergenze, matrimoni, ecc. come facevano tutte le famiglie. Foto di Alina Iapira Come funzionava l’economia a quei tempi? Che cosa ti ha portata in Italia? Esistevano strutture simili alle vostre aziende agricole. Erano suddivise per ramo, per esempio potevi lavorare per quello della frutta, della verdura, del tabacco, dei cereali ecc. Lì convergeva la materia prima e ogni mese il lavoratore veniva retribuito di un tot stabilito con cui si viveva dignitosamente. Non c’era concorrenza tra le aziende perché il prezzo dei prodotti era stabilito dall’alto. Ma il momento più bello, quello che ogni moldavo attendeva come la “Grande Festa”, era la fine dell’anno: ogni gruppo divideva le rimanenze dell’annata fra tutti i lavoratori. Tutto il nostro mondo crollò, quasi all’improvviso, poco dopo la perestrojka e fu il caos. Ricordo mia madre piangere quando capì che la svalutazione aveva ridotto in fumo il suo lavoro di anni. Si continuò a lavorare, ma invece di pagarci in denaro ci davano prodotti o pseudo-buoni. Poi divisero la terra, ma lo fecero considerando gli anni che si erano prestati di lavoro, quindi a noi giovani non spettò nulla. Nel frattempo mi ero sposata ed erano arrivate le mie gioie, Alina e Andrey; i miei genitori si facevano in quattro per aiutarci, ma alla fine ho dovuto emigrare per dar da mangiare e assicurare un futuro ai miei figli. Recentemente ho letto un articolo uscito sul Fatto Quotidiano secondo cui il governo moldavo era caduto a causa della corruzione vicina ai suoi vertici. I moldavi si aspettavano tanta corruzione? Come stanno reagendo? Innanzitutto ti correggo: il governo di Maia Sandu, pur investito dallo scandalo, non è caduto. La corruzione nel nostro Paese ha preso piede da tanto tempo, ma prima la cosa era meno sfacciata e quelli di prima, i filo-russi, rubavano, ma davano qualcosa anche al popolo. Non fraintendermi, non li sto giustificando, ma capisco che se sei povero, come ormai sono diventati i miei compatrioti, anche una briciola fa la differenza. Per esempio prendi il peggiore, Vladimir Plahoniuc, che con Ilan Shor fu complice nel “furto del secolo”: quando fu arrestato ammise il crimine commesso e a sua discolpa fece notare le opere che aveva realizzato. L’attuale governo invece, oltre a essere molto opaco e sempre più dittatoriale, chiude infrastrutture pubbliche, spinge alla privatizzazione e, dulcis in fundo, strizza l’occhio a Bucarest; non gli dispiacerebbe annettere la Moldavia alla Romania. Per questo a volte ho paura che il mio piccolo Paese vogliano farlo sparire. Come si vive in Moldavia oggi? Con grande fatica e se va avanti così la gente inizierà davvero a morire di fame. Ti do due dati che puoi comparare con i prezzi italiani. Uno stipendio medio-alto è di 10.000-12.000 Leu moldavi, mentre il minimo è di 6.000-7.000Leu. 20 Leu corrispondono a 1 Euro. Dunque uno stipendio medio in Euro sarebbe 500-600 Euro, il minimo 300 Euro; un insegnante ricade nella categoria medio, un addetto alle pulizie nella minima. Ma quali sono i prezzi sul mercato?  Una famiglia tipica deve spendere almeno 50 Euro a settimana solo per mangiare; il gas costa 26 Leu a metrocubo, cioè 1,30 Euro, la benzina 29 Leu a litro cioè 1,45 Euro, e poi c’è il mercato immobiliare impazzito. L’affitto di un monolocale a Chișinău, la capitale, va da 250 Euro in su e il valore degli immobili si è raddoppiato in soli quattro anni, dunque lo stesso monolocale che nel 2022 costava 22.000 Euro oggi lo compri a 44.000 Euro. Chi se lo può permettere? Ci sono proteste contro il caro-vita? Certo, ma pochi scendono in piazza, perché chi lo ha fatto è stato picchiato dalla polizia, arrestato e criminalizzato dai media. Non è facile opporsi a questo governo. Come vedono i moldavi la guerra tra Russia e Ucraina appena al di là del confine? Se ne sente la presenza? All’inizio sì. Persino dalla capitale si sentivano deflagrazioni, ma oggi non più. Credo che chi vive in Moldavia debba fronteggiare ogni giorno tanta insicurezza economica che la guerra passa in secondo piano. Tuttavia c’è di che preoccuparsi. Non so che cosa progetta il governo, ma una nuova legge entrata in vigore lo scorso gennaio non mi piace per nulla: hanno deciso che ogni uomo fino ai quarantacinque anni non può lasciare il Paese per essere disponibile alla chiamata alle armi. Tempo fa una mia connazionale che vive a Bologna fece un appello sui social perché il figlio era stato bloccato all’aeroporto di Chișinău. Spero sia riuscita a riportarlo a casa. Anni fa ti vidi tornare felice dalla Moldavia; mi raccontasti che gioia era stato abbracciare i tuoi cari, mangiare il cibo della tua terra e che riannusare i suoi profumi ti aveva ricaricata di energia. Come ti senti oggi? Tempo fa sognavo di tornare nella mia prima patria per trascorrere la vecchiaia tra la mia gente, ma ho cambiato idea. É paradossale, ma oggi in Italia con il mio stipendio vivo dignitosamente, mentre in Moldavia non ci riuscirei. I due Paesi mi sono cari nello stesso modo e vorrei il meglio per entrambi. Purtroppo credo che in Moldavia, finché non ci sarà un cambio di politica che metta al centro le persone  e non gli interessi esteri, per i miei connazionali sarà molto dura e quando penso a loro mi si stringe il cuore. Nota: Vladimir Plahoniuc è un politico moldavo e Ilan Shor un banchiere di origine israeliana. Il primo è stato condannato a diciannove anni di carcere; fuggì ma fu arrestato in Grecia ed estradato; il secondo, condannato a quindici anni, si rifugiò prima in Israele e poi in Russia ed è tuttora libero. Sul “furto del secolo”, la colossale frode bancaria del 2014: https://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_della_frode_bancaria_in_Moldavia Marina Serina
July 15, 2026
Pressenza
Puntata del 09/06/2026@0
Il primo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Antonio Amoroso della CUB trasporti nazionale, sull’incontro che si terrà a Bruxelles il 23/06/26 su salari e povertà in Italia. È una vera e propria emergenza: lavoro povero e pensioni da miseria sono sulla bocca di tutti ma nessuno ha intenzione di affrontare e risolvere. Con l’aiuto del nostro ospite abbiamo analizzato i temi che si affronteranno: 1- Come mai pensione e salario sono fermi al palo da anni? 2- serve una legge su salario minimo 3- del reclamo al comitato dei diritti sociali d’Europa 4- la vertenza salariale non si può più rimandare 5- lo scippo sul diritto allo sciopero in corso da anni 6- una auspicabile unione del sindacalismo di base per difendere lavoratori, pensionati e masse popolari Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata è stato quello dei fenomeni paraschiavisti attivi nel nostro paese, a seguito delle ultime notizie di cronaca che hanno portato nuovamente alla ribalta del dibattito pubblico queste dinamiche. Con l’aiuto di Valeria, Ispettrice del lavoro del sindacato USB, siamo andati alle radici della questione, tracciando un quadro che descrive lo sfruttamento intensivo e l’intenzione delle istituzioni a favorire questi processi, piuttosto che ad arginarli. Un’ ulteriore aspetto su cui ci siamo concentrati è come i mezzi di informazione trattano questi temi, ovvero in una maniera profondamente razzista che cerca di individuare nell’aguzzino straniero il caprio espiatorio, coprendo ogni volta le responsabilità di quelle figure italiane che dovrebbero proprio garantire la legalità dei processi. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo argomento della serata è stato quello dello sciopero generale della cultura lanciato per il 12 giugno: “Un anno fa abbiamo pubblicato un appello per uno sciopero generale della cultura. Da allora abbiamo avviato un percorso con associazioni, realtà e sindacati per condividere rivendicazioni e costruire insieme uno sciopero che non ha precedenti. Adesso, finalmente, ci siamo! Il 12 giugno avremo finalmente la possibilità di scioperare e scendere in piazza per manifestare la nostra contrarietà a un sistema culturale basato su sfruttamento, lavoro povero, precarietà e disinvestimenti. In più di dieci anni di vita, la nostra associazione ha raccolto tante testimonianze di lavoratori e lavoratrici da ogni parte d’Italia, con le più disparate forme contrattuali e operanti nei più diversi ambiti del settore. Tutte diverse ma tutte accomunate dalla voglia di denunciare e provare a cambiare condizioni lavorative indegne. Abbiamo sostenuto vertenze, manifestazioni, seguito cambi di appalto, fatto informazione e ricordato, ogni volta che ne abbiamo avuto la possibilità, quali sono i nostri diritti. In tanti contesti lavorativi abbiamo assistito a cambiamenti positivi, per altri la strada da fare è ancora lunga. Non possiamo trasformare il settore culturale in un giorno e da soli, ma abbiamo bisogno della solidarietà, dell’impegno e della partecipazione di tutte e tutti. Per questo vi invitiamo ad aderire allo sciopero generale della cultura proclamato dai sindacati FP CGIL, CUB, ADL COBAS, COBAS lavoro privato, CLAP e USI cts per il 12 giugno! Scioperare insieme ad altre migliaia di persone significa condividere le stesse lotte, riscoprire e rivendicare i propri diritti, non sentirsi soli in un settore lavorativo che ha fatto della frammentazione e dell’isolamento uno strumento di controllo. Rompiamo la retorica della bellezza e della passione per denunciare in modo deciso le condizioni di chi quel patrimonio lo tutela e valorizza ogni giorno con professionalità e competenze spesso non riconosciute. Non rimaniamo zitti davanti a chi ci fa credere che vada tutto bene e chiediamo fermamente riconoscimento, salari e contratti adeguati, stabilità, rispetto dei diritti e stop al volontariato sostitutivo e alle partite iva coatte! Impediamo che l’economia di guerra disincentivi ulteriormente gli investimenti nella cultura, vittima di continui tagli, becera propaganda e art washing. Lo sciopero durerà solo un giorno, ma l’ondata di cambiamento che saremo capaci di sollevare potrà durare ancora a lungo. Le nostre rivendicazioni sono chiare. Non ci resta che scioperare. Per la dignità, contro ogni sfruttamento. Continuate a seguirci per rimanere aggiornati/e e se avete qualche domanda scrivici a miriconosci.beniculturali@gmail.com” Buon ascolto
Puntata del 09/06/2026@1
Il primo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Antonio Amoroso della CUB trasporti nazionale, sull’incontro che si terrà a Bruxelles il 23/06/26 su salari e povertà in Italia. È una vera e propria emergenza: lavoro povero e pensioni da miseria sono sulla bocca di tutti ma nessuno ha intenzione di affrontare e risolvere. Con l’aiuto del nostro ospite abbiamo analizzato i temi che si affronteranno: 1- Come mai pensione e salario sono fermi al palo da anni? 2- serve una legge su salario minimo 3- del reclamo al comitato dei diritti sociali d’Europa 4- la vertenza salariale non si può più rimandare 5- lo scippo sul diritto allo sciopero in corso da anni 6- una auspicabile unione del sindacalismo di base per difendere lavoratori, pensionati e masse popolari Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata è stato quello dei fenomeni paraschiavisti attivi nel nostro paese, a seguito delle ultime notizie di cronaca che hanno portato nuovamente alla ribalta del dibattito pubblico queste dinamiche. Con l’aiuto di Valeria, Ispettrice del lavoro del sindacato USB, siamo andati alle radici della questione, tracciando un quadro che descrive lo sfruttamento intensivo e l’intenzione delle istituzioni a favorire questi processi, piuttosto che ad arginarli. Un’ ulteriore aspetto su cui ci siamo concentrati è come i mezzi di informazione trattano questi temi, ovvero in una maniera profondamente razzista che cerca di individuare nell’aguzzino straniero il caprio espiatorio, coprendo ogni volta le responsabilità di quelle figure italiane che dovrebbero proprio garantire la legalità dei processi. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo argomento della serata è stato quello dello sciopero generale della cultura lanciato per il 12 giugno: “Un anno fa abbiamo pubblicato un appello per uno sciopero generale della cultura. Da allora abbiamo avviato un percorso con associazioni, realtà e sindacati per condividere rivendicazioni e costruire insieme uno sciopero che non ha precedenti. Adesso, finalmente, ci siamo! Il 12 giugno avremo finalmente la possibilità di scioperare e scendere in piazza per manifestare la nostra contrarietà a un sistema culturale basato su sfruttamento, lavoro povero, precarietà e disinvestimenti. In più di dieci anni di vita, la nostra associazione ha raccolto tante testimonianze di lavoratori e lavoratrici da ogni parte d’Italia, con le più disparate forme contrattuali e operanti nei più diversi ambiti del settore. Tutte diverse ma tutte accomunate dalla voglia di denunciare e provare a cambiare condizioni lavorative indegne. Abbiamo sostenuto vertenze, manifestazioni, seguito cambi di appalto, fatto informazione e ricordato, ogni volta che ne abbiamo avuto la possibilità, quali sono i nostri diritti. In tanti contesti lavorativi abbiamo assistito a cambiamenti positivi, per altri la strada da fare è ancora lunga. Non possiamo trasformare il settore culturale in un giorno e da soli, ma abbiamo bisogno della solidarietà, dell’impegno e della partecipazione di tutte e tutti. Per questo vi invitiamo ad aderire allo sciopero generale della cultura proclamato dai sindacati FP CGIL, CUB, ADL COBAS, COBAS lavoro privato, CLAP e USI cts per il 12 giugno! Scioperare insieme ad altre migliaia di persone significa condividere le stesse lotte, riscoprire e rivendicare i propri diritti, non sentirsi soli in un settore lavorativo che ha fatto della frammentazione e dell’isolamento uno strumento di controllo. Rompiamo la retorica della bellezza e della passione per denunciare in modo deciso le condizioni di chi quel patrimonio lo tutela e valorizza ogni giorno con professionalità e competenze spesso non riconosciute. Non rimaniamo zitti davanti a chi ci fa credere che vada tutto bene e chiediamo fermamente riconoscimento, salari e contratti adeguati, stabilità, rispetto dei diritti e stop al volontariato sostitutivo e alle partite iva coatte! Impediamo che l’economia di guerra disincentivi ulteriormente gli investimenti nella cultura, vittima di continui tagli, becera propaganda e art washing. Lo sciopero durerà solo un giorno, ma l’ondata di cambiamento che saremo capaci di sollevare potrà durare ancora a lungo. Le nostre rivendicazioni sono chiare. Non ci resta che scioperare. Per la dignità, contro ogni sfruttamento. Continuate a seguirci per rimanere aggiornati/e e se avete qualche domanda scrivici a miriconosci.beniculturali@gmail.com” Buon ascolto
Puntata del 09/06/2026@2
Il primo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Antonio Amoroso della CUB trasporti nazionale, sull’incontro che si terrà a Bruxelles il 23/06/26 su salari e povertà in Italia. È una vera e propria emergenza: lavoro povero e pensioni da miseria sono sulla bocca di tutti ma nessuno ha intenzione di affrontare e risolvere. Con l’aiuto del nostro ospite abbiamo analizzato i temi che si affronteranno: 1- Come mai pensione e salario sono fermi al palo da anni? 2- serve una legge su salario minimo 3- del reclamo al comitato dei diritti sociali d’Europa 4- la vertenza salariale non si può più rimandare 5- lo scippo sul diritto allo sciopero in corso da anni 6- una auspicabile unione del sindacalismo di base per difendere lavoratori, pensionati e masse popolari Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata è stato quello dei fenomeni paraschiavisti attivi nel nostro paese, a seguito delle ultime notizie di cronaca che hanno portato nuovamente alla ribalta del dibattito pubblico queste dinamiche. Con l’aiuto di Valeria, Ispettrice del lavoro del sindacato USB, siamo andati alle radici della questione, tracciando un quadro che descrive lo sfruttamento intensivo e l’intenzione delle istituzioni a favorire questi processi, piuttosto che ad arginarli. Un’ ulteriore aspetto su cui ci siamo concentrati è come i mezzi di informazione trattano questi temi, ovvero in una maniera profondamente razzista che cerca di individuare nell’aguzzino straniero il caprio espiatorio, coprendo ogni volta le responsabilità di quelle figure italiane che dovrebbero proprio garantire la legalità dei processi. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo argomento della serata è stato quello dello sciopero generale della cultura lanciato per il 12 giugno: “Un anno fa abbiamo pubblicato un appello per uno sciopero generale della cultura. Da allora abbiamo avviato un percorso con associazioni, realtà e sindacati per condividere rivendicazioni e costruire insieme uno sciopero che non ha precedenti. Adesso, finalmente, ci siamo! Il 12 giugno avremo finalmente la possibilità di scioperare e scendere in piazza per manifestare la nostra contrarietà a un sistema culturale basato su sfruttamento, lavoro povero, precarietà e disinvestimenti. In più di dieci anni di vita, la nostra associazione ha raccolto tante testimonianze di lavoratori e lavoratrici da ogni parte d’Italia, con le più disparate forme contrattuali e operanti nei più diversi ambiti del settore. Tutte diverse ma tutte accomunate dalla voglia di denunciare e provare a cambiare condizioni lavorative indegne. Abbiamo sostenuto vertenze, manifestazioni, seguito cambi di appalto, fatto informazione e ricordato, ogni volta che ne abbiamo avuto la possibilità, quali sono i nostri diritti. In tanti contesti lavorativi abbiamo assistito a cambiamenti positivi, per altri la strada da fare è ancora lunga. Non possiamo trasformare il settore culturale in un giorno e da soli, ma abbiamo bisogno della solidarietà, dell’impegno e della partecipazione di tutte e tutti. Per questo vi invitiamo ad aderire allo sciopero generale della cultura proclamato dai sindacati FP CGIL, CUB, ADL COBAS, COBAS lavoro privato, CLAP e USI cts per il 12 giugno! Scioperare insieme ad altre migliaia di persone significa condividere le stesse lotte, riscoprire e rivendicare i propri diritti, non sentirsi soli in un settore lavorativo che ha fatto della frammentazione e dell’isolamento uno strumento di controllo. Rompiamo la retorica della bellezza e della passione per denunciare in modo deciso le condizioni di chi quel patrimonio lo tutela e valorizza ogni giorno con professionalità e competenze spesso non riconosciute. Non rimaniamo zitti davanti a chi ci fa credere che vada tutto bene e chiediamo fermamente riconoscimento, salari e contratti adeguati, stabilità, rispetto dei diritti e stop al volontariato sostitutivo e alle partite iva coatte! Impediamo che l’economia di guerra disincentivi ulteriormente gli investimenti nella cultura, vittima di continui tagli, becera propaganda e art washing. Lo sciopero durerà solo un giorno, ma l’ondata di cambiamento che saremo capaci di sollevare potrà durare ancora a lungo. Le nostre rivendicazioni sono chiare. Non ci resta che scioperare. Per la dignità, contro ogni sfruttamento. Continuate a seguirci per rimanere aggiornati/e e se avete qualche domanda scrivici a miriconosci.beniculturali@gmail.com” Buon ascolto
VENERDÌ 26 GIUGNO 2026: ANALISI CRITICA DEI FATTI ECONOMICI DELLA SETTIMANA CON ANDREA FUMAGALLI
Appuntamento del venerdì, sulle frequenze di Radio Onda d’Urto, con il nostro collaboratore e economista Andrea Fumagalli e la sua rubrica di analisi critica dei fatti economici della settimana. Nell’appuntamento di venerdì 26 giugno 2026 quattro i temi sul piatto; il crollo delle borse, in particolare asiatiche, causato dai titoli tech; il rapporto sulla povertà in Italia pubblicato pochi giorni fa dalla Caritas; i dati Istat sul fatturato industriale e infine il cosiddetto decreto lavoro del 1° maggio. BORSE – Crollo dei listini asiatici, in particolare Seul e Tokyo, per le vendite consistenti sui titoli tecnologici. L’indice della Borsa sudcoreana cede, anche oggi,  il 6,2% dopo essere arrivata a perdere anche l’8,5% ed aver fatto scattare la sospensione per 20 minuti della seduta per la quinta volta quest’anno, mentre la borsa di Tokyo del 4,7 per cento. Nei giorni scorsi i mercati azionari eurepei hanno aperto soffrendo le fortissime vendite sui listini asiatici nel settore hi tech, dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Quali i fattori che hanno alimentato i timori degli investitori? POVERTA’ – Una fotografia drammatica quella che emerge dall’indagine sulla povertà realizzata dalla Caritas. Il disagio economico nel nostro Paese ha smesso di essere un fenomeno passeggero o emergenziale per trasformarsi in una vera e propria crisi di lungo periodo. Nel corso del 2025, la rete allestita da Caritas ha supportato ben 282.539 persone, un dato che corrisponde ad altrettanti nuclei familiari. Si tratta del valore più elevato mai registrato, con un aumento dell’1,7% rispetto al 2024. povertà che tende a radicarsi e a diventare condizione stabile nella vita di molte famiglie dall’ultimo decennio (2015-2025) c’è un balzo complessivo del 48% degli assistiti. INDUSTRIA – Ad aprile l’Istat stima che il fatturato dell’industria italiana sia aumentato rispetto a marzo dello 0,3% in valore ma diminuito dell’1,0% in volume. Su base annua, il fatturato dell’industria è anch’esso aumentato in valore (+3,2%) e diminuito in volume (-0,6%), un dato trainato in particolare dal carovita e dalla dinamica inflattiva in corso anche in Italia. DL LAVORO – Il Senato ha confermato la fiducia al Governo e approvato in via definitiva la legge di conversione del cosiddetto decreto “Primo Maggio” sul lavoro. Tra principale novità è l’introduzione del presunto «salario giusto» che le imprese dovrebbero assicurare ai lavoratori per accedere ai bonus e assumere giovani, donne e disoccupati . Si incentivano le trasformazioni di contratti a termine di durata non superiore a 12 mesi in contratti stabili con un esonero contributivo del 100% per 24 mesi nel limite massimo di importo pari a 500 euro su base mensile, per ciascun lavoratore che deve avere meno di 35 anni. Per quanto riguarda i rider, il rapporto di lavoro si considererà di tipo ‘subordinato’ nel momento in cui emergano circostanze che indicano l’esistenza di poteri di direzione e controllo. Tutte formulazioni di principio, anche piuttosto fumose, mentre di reale e concreto per ora non emerge nulla. L’intervista di Radio Onda d’Urto ad Andrea Fumagalli, docente di economia politica all’Università di Pavia. Ascolta o scarica
June 26, 2026
Radio Onda d`Urto
La Campania che cresce e non converge, Il benessere che manca
Secondo di due articoli sulla Campania nel 2025, fondati sul Rapporto annuale della Banca d’Italia “L’economia della Campania” (giugno 2026). Se l’occupazione cresce ma resta fragile, quali effetti produce sulle condizioni di vita delle famiglie? Redditi, povertà, welfare e benessere raccontano una regione che migliora, ma continua a inseguire la media nazionale. Il primo articolo di questo dittico ha documentato, dati alla mano, che il mercato del lavoro campano cresce per flussi ma non per struttura: più occupati nel 2025, ma salari reali erosi nel lungo periodo, tasso di occupazione lontanissimo dalla media nazionale, NEET al doppio del dato italiano. Questo secondo articolo racconta cosa produce quella struttura quando si misura il suo effetto sulle condizioni di vita delle famiglie. Il rapporto annuale della Banca d’Italia sull’economia campana, pubblicato nel giugno 2026, offre su questo terreno una documentazione di rara precisione. Il reddito disponibile lordo pro capite delle famiglie campane nel 2024 — ultimo anno con dati Istat definitivi — era di circa 17.200 euro, quasi un quarto in meno della media nazionale. Nel 2025 è cresciuto in termini reali dell’1,5%, più della media italiana (0,9%). Anche qui vale l’avvertenza già formulata per l’occupazione: crescere più velocemente della media quando si parte da un livello inferiore di un quarto non significa convergere, ma inseguire. E l’inseguimento, a questo ritmo, richiede decenni. La spesa familiare media mensile in Campania nel 2024 era di 2.100 euro, circa tre quarti di quella italiana. I consumi nel 2025 sono cresciuti dell’1,1% in termini reali, in linea con la media nazionale: anche qui la crescita c’è, ma parte da lontano. C’è un dato apparentemente positivo che il rapporto registra e che richiede una lettura attenta. L’indice di Gini — misura sintetica della disuguaglianza nei consumi — è in Campania pari a 0,29, inferiore al valore nazionale di 0,31. Anche il rapporto tra il 20% più ricco e il 20% più povero è inferiore alla media italiana: 4,2 contro 4,9. Ma la lettura può essere fuorviante: la minore disuguaglianza interna non deriva necessariamente da una redistribuzione riuscita, bensì da una compressione verso il basso. L’intera distribuzione campana è spostata verso livelli di spesa inferiori rispetto a quelli nazionali e le distanze interne risultano minori perché i valori più elevati sono meno elevati. La Campania appare più uguale nel modo in cui lo è una regione in cui la ricchezza è diffusamente assente, non diffusamente condivisa. La povertà relativa colpisce il 21% delle famiglie campane, contro l’11% della media italiana. Quasi il doppio. I dati sulla povertà assoluta, disponibili a livello di macroarea per il 2024, indicano che nel Mezzogiorno circa il 10,5% delle famiglie e il 12,5% degli individui presenta una spesa inferiore al livello minimo considerato essenziale. La distribuzione delle famiglie campane lungo i quinti di spesa nazionali mostra una marcata concentrazione nei primi due quinti, quelli con i livelli di consumo più bassi. In questi segmenti pesano maggiormente le famiglie con minori, quelle con componenti stranieri e quelle in cui la persona di riferimento possiede un basso titolo di studio. La povertà campana ha quindi un profilo demografico preciso: colpisce i bambini, colpisce chi è immigrato, colpisce chi ha minori opportunità formative. Non è una povertà distribuita casualmente, ma stratificata lungo le stesse linee di fragilità che attraversano l’intero Paese, amplificate da un contesto strutturalmente più debole. Su questo sfondo si innestano le misure di sostegno al reddito, che il rapporto documenta con dettaglio. L’Assegno di Inclusione (AdI), introdotto a inizio 2024 in sostituzione del Reddito di Cittadinanza, ha raggiunto nel 2025 poco più di 197.000 nuclei familiari campani, coinvolgendo quasi 528.000 persone. La quota di beneficiari residenti è salita al 9,5% della popolazione, contro il 7,2% della media del Mezzogiorno. La Campania presenta una concentrazione di destinatari dell’AdI superiore persino alla media meridionale: non è un primato, ma una misura della profondità del bisogno. L’importo medio mensile è salito a 819 euro dai 660 del 2024, per effetto dell’innalzamento delle soglie ISEE introdotto dalla legge di bilancio 2025. Più famiglie e importi più elevati: le modifiche normative hanno ampliato la platea. Ma l’ampliamento della platea dell’AdI non rappresenta di per sé un segnale di efficacia delle politiche di contrasto alla povertà: indica piuttosto che il numero di persone in difficoltà era più ampio di quanto la soglia originaria riconoscesse. Il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL), destinato ai soggetti considerati occupabili esclusi dall’AdI, ha raggiunto in Campania 48.000 individui, pari all’1,6% della popolazione tra i 18 e i 59 anni, contro lo 0,6% della media nazionale. Quasi tre volte tanto. Questo dato non suggerisce necessariamente una maggiore efficienza delle politiche attive regionali, ma segnala una distanza strutturalmente più profonda dal mercato del lavoro. I beneficiari campani dell’SFL hanno percepito il beneficio per una media di 4,7 mesi: nella maggior parte dei casi il percorso di formazione e accompagnamento non si è tradotto rapidamente in un’occupazione stabile. L’Assegno Unico e Universale ha raggiunto 674.000 famiglie campane nel 2025, con circa 1 milione e 90 mila figli beneficiari. L’importo medio mensile per figlio, pari a 186 euro, è leggermente superiore alla media italiana (173 euro), perché in Campania il 67% dei figli destinatari appartiene a nuclei con ISEE fino a 17.227 euro, contro il 51% registrato a livello nazionale. La componente economicamente fragile è dunque molto più ampia. Il bonus asili nido raggiunge il 25,5% dei bambini sotto i tre anni, contro il 32,8% italiano: un divario che non dipende esclusivamente dal reddito, ma anche dalla minore capacità dei servizi territoriali di soddisfare la domanda. La valutazione sintetica più sistematica proposta dal rapporto è quella degli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile (BES), elaborati dall’Istat. La Banca d’Italia costruisce un indice composito, denominato r-BES, che aggrega dodici domini in quattro macro-ambiti: economia e lavoro, relazioni e istituzioni, capitale umano e sociale, qualità del contesto e ambiente. La Campania si colloca sotto la media nazionale in tutti e quattro gli ambiti. Il divario più marcato riguarda il capitale umano e sociale, dove incidono condizioni di salute peggiori, livelli di istruzione inferiori e competenze giovanili più deboli. Seguono economia e lavoro, con indicatori occupazionali e reddituali che riflettono quanto già descritto, e relazioni e istituzioni, ambito nel quale la regione soffre soprattutto negli indicatori relativi alle relazioni sociali e alla valorizzazione del patrimonio culturale come fattore di sviluppo. Il rapporto registra però anche un elemento positivo che merita attenzione. Tra il 2018 e il 2024 l’indice r-BES campano è migliorato del 24,7%, più del doppio della crescita nazionale (12,1%) e sensibilmente oltre il dato del Mezzogiorno (21,2%). Il recupero è reale. Non si tratta di una narrazione politica, ma di una misurazione statistica. La Campania migliora più rapidamente della media in quasi tutti gli ambiti del benessere. Il problema è che questo recupero parte da una distanza tale dalla media nazionale che anche un ritmo di crescita superiore richiede ancora molti anni per colmare il divario. Sul piano provinciale, Benevento, Avellino e Salerno presentano indicatori migliori della media regionale; Napoli e Caserta si collocano al di sotto, pur con Napoli che mostra risultati relativamente migliori nell’ambito delle relazioni e delle istituzioni. Infine, la ricchezza. Alla fine del 2024 la ricchezza netta delle famiglie campane ammontava a 725 miliardi di euro, circa 130.000 euro pro capite: poco più dei due terzi della media nazionale. Ma il dato più significativo è quello di lungo periodo. In termini reali, tra il 2014 e il 2024, la ricchezza netta campana è diminuita del 10,5%. Le famiglie campane non soltanto guadagnano meno: nel corso dell’ultimo decennio sono diventate più povere anche dal punto di vista patrimoniale. Il calo del valore reale delle abitazioni, che rappresentano la componente principale della ricchezza delle famiglie, ha inciso più dell’aumento delle attività finanziarie. E poiché la casa costituisce per moltissimi nuclei l’unica forma di accumulazione patrimoniale disponibile, questa riduzione del valore immobiliare ha eroso anche quella riserva. Il quadro complessivo delineato dal rapporto è quello di una regione in cui le misure di welfare — AdI, SFL, Assegno Unico e bonus energetici — funzionano come ammortizzatori di una povertà strutturale più che come strumenti capaci di eliminarla. Non è un giudizio sulle singole misure, molte delle quali raggiungono effettivamente la popolazione che ne ha bisogno. È una considerazione sulla loro funzione: sostenere chi è in difficoltà, non trasformare le condizioni che producono quella difficoltà. La quota di beneficiari dell’AdI superiore alla media meridionale, l’incidenza dell’SFL quasi tripla rispetto al dato nazionale e una povertà relativa doppia rispetto alla media italiana misurano la distanza che la politica è chiamata a colmare. Una distanza che nessuna misura redistributiva può eliminare da sola senza una trasformazione strutturale del sistema produttivo, del mercato del lavoro e dei servizi territoriali. La Campania cresce. I dati lo confermano chiaramente e sarebbe scorretto non riconoscerlo. Ma cresce senza convergere. I salari reali si sono indeboliti nel lungo periodo, la povertà relativa resta doppia rispetto alla media nazionale e il benessere multidimensionale continua a essere inferiore in tutti gli ambiti misurabili. Questo non è il racconto di un fallimento totale. È qualcosa di più complesso e insidioso: il racconto di una crescita parziale che tende a legittimarsi attraverso i propri indicatori migliori, mentre quelli più problematici restano sullo sfondo, meno visibili, meno comunicati, ma non per questo meno reali. FONTI * Banca d’Italia – L’economia della Campania (giugno 2026) * ISTAT – Indagine sulle spese delle famiglie * ISTAT – Benessere Equo e Sostenibile (BES) * INPS – Assegno di Inclusione * INPS – Supporto per la Formazione e il Lavoro * INPS – Assegno Unico e Universale Francesco Russo
June 20, 2026
Pressenza
RAPPORTO CARITAS: SEMPRE PIÙ POVERI IN ITALIA, +48% IN DIECI ANNI. NETTO AUMENTO AL NORD, IN PARTICOLARE LE FAMIGLIE CON MINORI
È una fotografia drammatica quella che emerge dall’indagine sulla povertà realizzata dalla Caritas: nell’Italia del 2025 esplode la povertà strutturale. Il disagio economico nel nostro Paese ha smesso di essere un fenomeno passeggero o emergenziale per trasformarsi in una vera e propria crisi di lungo periodo. Nel corso del 2025, la rete allestita da Caritas ha supportato ben 282.539 persone, un dato che corrisponde ad altrettanti nuclei familiari. Si tratta del valore più elevato mai registrato, con un aumento dell’1,7% rispetto al 2024. Dall’ultimo decennio (2015-2025) c’è un balzo complessivo del 48% degli assistiti. La crescita viene trainata soprattutto dal Nord Italia, che ha fatto registrare un’impennata record del 61,8% . I più colpiti sono famiglie con minori, anziani, persone sole. Le famiglie con minori rappresentano il 52% del totale degli assistiti (circa 147mila nuclei). Gli over 65 costituiscono oggi il 15,4% degli assistiti; dieci anni fa erano la metà (7,7%). Poi le persone sole: quasi un assistito su tre vive in solitudine. Uno dei dati più drammatici e significativi del report riguarda la figura del lavoratore povero: il 24% di coloro che si rivolgono alla Caritas dichiara di avere un’occupazione. In dieci anni, l’incidenza dei lavoratori che chiedono aiuto è quasi raddoppiata, passando dal 13,3% del 2015 al 24% attuale. La casa è diventata un fattore di vulnerabilità primaria. Il 34,9% degli assistiti colpito da disagio abitativo, in crescita rispetto al 33% del 2024. Il Rapporto si sofferma poi su ciò che viene definito “la multidimensionalità del bisogno”. La povertà economica (che interessa il 78,1% degli utenti) si trascina dietro una serie di fragilità concatenate: il 55,6% delle persone supportate soffre di almeno due ambiti di bisogno, come casa e salute, mentre il 30,6% ne cumula tre o più. Federica Di Lauso, sociologa, e curatrice del rapporto della Caritas. Ascolta o scarica
June 19, 2026
Radio Onda d`Urto
“Sempre più poveri, sempre più a lungo”: i dati del Report 2026 sulla povertà della Caritas
La povertà va assumendo sempre più i contorni di una “strutturale normalità”, radicandosi e diventando una condizione stabile nella vita di molte famiglie. Lo sottolinea il Report statistico nazionale 2026 sulla povertà in Italia di Caritas Italiana, che offre una lettura e un approfondimento sulle fragilità che attraversano il Paese, a partire dai dati raccolti nel 2025 dalla rete dei centri di ascolto, dei servizi e delle opere presenti nei territori, In dieci anni il numero degli over 65 incontrati dalla rete Caritas è cresciuto del 191%, a fronte di una crescita complessiva dell’utenza pari al 48%. È un dato che richiama l’attenzione su un intreccio sempre più stretto tra povertà economica, invecchiamento, fragilità sanitaria, indebolimento delle reti familiari e isolamento sociale. Accanto all’invecchiamento cresce infatti anche la solitudine. Le persone sole sono passate, nello stesso arco temporale, da un’incidenza del 23,8% al 32,9%. Le traiettorie di vita sono spesso attraversate da eventi critici, quali lutti, separazioni o altre forme di rottura biografica, che possono compromettere la disponibilità di risorse economiche, relazionali e sociali. In questa prospettiva, la povertà si mostra sempre di più come progressivo assottigliarsi dei legami, delle relazioni di prossimità e delle possibilità concrete di essere accompagnati nei momenti di maggiore difficoltà. Il Report evidenzia inoltre il rafforzarsi dei bisogni sanitari (+69%), compresi quelli di natura psicologica, e la presenza sempre più rilevante dei lavoratori poveri, condizione che assume particolare rilievo nelle fasce centrali di età, raggiungendo il 31,7% tra i 35-44enni e il 31% tra i 45-54enni. Si tratta di persone che, pur avendo un’occupazione, non riescono a sottrarsi a situazioni di vulnerabilità economica e sociale (nel 2015 questo fenomeno si attestava il 13,3%). Sono le famiglie con figli il nucleo principale della domanda di aiuto: il 52% delle persone seguite convive infatti con figli minori. Resta molto forte anche il tema abitativo, non soltanto nella forma più estrema della mancanza di una dimora (sono state oltre 24mila le persone “senza casa” e “senza tetto” incontrate), ma anche nelle crescenti difficoltà legate alla gestione della casa: affitti, utenze, spese ordinarie, condizioni abitative precarie o inadeguate. L’abitare continua così a rappresentare uno degli snodi più delicati della povertà in Italia, perché incide sulla stabilità delle famiglie, sulla salute, sui percorsi educativi e sulla possibilità stessa di progettare il futuro.  E sono sempre di più le persone di nazionalità straniera a rivolgersi ai servizi della Caritas: delle oltre 282mila persone accompagnate nel corso dell’anno, il 56,7% risulta di nazionalità straniera, il 41,6% di cittadinanza italiana; a loro si aggiunge poi, come di consueto, una piccola percentuale di persone apolidi o con doppia cittadinanza. “La distribuzione territoriale delle presenze, si legge nel Rapporto,  conferma differenze ormai strutturali tra Nord e Sud del Paese, coerenti con i dati Istat sulla popolazione residente. Nelle regioni settentrionali l’incidenza di cittadini stranieri resta più elevata, mentre di contro nel Mezzogiorno la componente italiana risulta quella preponderante (62% nel Sud e 65,4% nelle Isole). Rispetto al passato, tuttavia, proprio in queste aree si registra una crescita significativa della componente straniera: in particolare tra il 2024 e il 2025 sale dal 34,7% al 37% nel Sud e dal 27,7% al 33,5% nelle Isole”. La componente più numerosa è quella africana (47,1%), seguita da quella europea (23,8%), asiatica (14,7%) e americana (14,3%). Rispetto all’anno precedente si registra una crescita significativa dell’incidenza asiatica, che tra il 2024 e il 2025 ha superato, seppur di poco, quella americana. Le prime dieci nazionalità di provenienza degli assistiti sono: Marocco, Perù, Romania, Nigeria, Ucraina, Tunisia, Albania, Senegal, Pakistan ed Egitto. Il quadro risulta sostanzialmente stabile rispetto al 2024 ed è nel complesso coerente con la composizione della popolazione straniera residente in Italia: sei di questi Paesi figurano infatti anche tra le principali collettività straniere presenti sul territorio nazionale. Il Rapporto pone l’accento sul tema della dinamica salariale, che negli ultimi decenni ha rappresentato uno degli elementi di maggiore debolezza del mercato del lavoro italiano. “Secondo i dati OCSE, sottolinea la Caritas, tra il 1991 e il 2023 l’Italia è l’unico tra i principali Paesi europei a registrare una riduzione del potere d’acquisto delle retribuzioni (-3,4%), a fronte di una crescita media del 25% nei Paesi OCSE. Anche nel periodo più recente, segnato dalla forte ripresa dell’inflazione, le retribuzioni reali hanno subito una contrazione dell’8%, mentre in Francia, Germania e Spagna il potere d’acquisto è rimasto sostanzialmente stabile o ha registrato lievi incrementi. Il ritardo nei rinnovi contrattuali, la copertura solo parziale dell’inflazione e alcuni elementi del sistema fiscale e contrattuale hanno contribuito a limitare la capacità di recupero delle retribuzioni. Queste dinamiche aiutano a comprendere perché l’occupazione non rappresenti più automaticamente una protezione dal rischio di povertà. La crescita del lavoro povero costituisce infatti una delle trasformazioni più rilevanti degli ultimi anni: bassi salari, precarietà contrattuale, part-time involontario e discontinuità occupazionale rendono sempre più frequenti situazioni in cui il reddito percepito risulta insufficiente a garantire condizioni di vita adeguate”. Qui il Rapporto 2026 “La Povertà in Italia secondo i dati della Rete Caritas”: https://www.caritas.it/wp-content/uploads/sites/2/2026/06/CI_Report_2026_completo_15Giugno2026.pdf.    Giovanni Caprio
June 17, 2026
Pressenza