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Casa e povertà: il governo nulla fa
Tre articoli ripresi da “Diogene – lotta alla povertà” Povertà a Roma: da emergenza a stile di vita “Homeless” by StefZ is licensed under CC BY-NC-ND 2.0. A Roma si può avere un lavoro e non riuscire a pagare l’affitto, avere una casa e rinunciare alle cure, crescere dei figli e dipendere dagli aiuti alimentari. È la povertà descritta da
October 17, 2026
La Bottega del Barbieri
IL CAROVITA IN ITALIA GRAVA SUI PIÙ GIOVANI: 430MILA MINORI A RISCHIO POVERTÀ ALIMENTARE. “A SCUOLA CONDIVIDIAMO LA MERENDA”, LE TESTIMONIANZE DI ACTION AID
In Italia il peso del carovita – spinto da guerre imperialiste e speculazione – grava non solo sulla classe lavoratrice, ma anche sui più giovani. Nel 2024, ultimo dato disponibile, sono stati circa 430mila, il 5,6% del totale dei minori di 16 anni, i bambini e i ragazzi che vivono in famiglie costrette a rinunce su alimentazione o socialità. Nel 2021 erano stati il 5,3%, circa 419mila. Emerge dal report di ActionAid sulla povertà alimentare in Italia che esamina le difficoltà legate all’acquisto di cibo, le forme più gravi di insicurezza alimentare e la spesa delle famiglie. L’allarme più forte riguarda i bambini tra i 6 e gli 11 anni. Tra il 2021 e il 2024, la quota di chi sperimenta problemi nell’accesso al cibo e alla socialità passa dal 3,8% al 6,8%: circa 220mila bambini, quasi 90mila in più rispetto a tre anni prima. Le difficoltà economiche portano, infatti, alla rinuncia a libri, gite, attività nel tempo libero dalla scuola o vestiti e scarpe nuove. “A scuola condividiamo il cibo, chi ne ha di più lo divide con chi non ne ha”. Le testimonianze anonime raccolte da Action Aid. Ascolta o scarica. Le parole di Roberto Sensi, Policy Advisor on Global Inequality di Action Aid. Ascolta o scarica.
October 15, 2026
Radio Onda d`Urto
In Italia quasi 1 famiglia su 5 fatica a sostenere il  costo della mobilità
La povertà dei trasporti è il volto sociale di una mobilità carente di infrastrutture e servizi adeguati, e ancora fortemente dipendente da fonti energetiche inquinanti e costose e da tecnologie obsolete. Quasi 1 famiglia su 5 in Italia fatica a sostenere il costo della mobilità. Il tasso di motorizzazione più alto d’Europa e un parco auto ancora per il 99,3% a combustibili fossili espongono famiglie e imprese alla volatilità dei prezzi dei carburanti, alimentano la crisi climatica e generano costi per la salute pubblica. Gli shock energetici amplificano questa vulnerabilità, soprattutto per le famiglie con meno risorse, dipendenti dall’auto e prive di alternative adeguate. La mobilità diventa così una nuova frontiera della giustizia sociale. E’ quanto si evidenzia in un recente ed interessante Studio sulla povertà dei trasporti in Italia, commissionato da Transport & Environment–T&E (https://www.transportenvironment.org/te-italia/) a TESSA (https://www.tessanalytics.eu/),  spin-off dell’Università degli Studi della Tuscia, che identifica le famiglie e i territori più esposti, definendo una sociologia e tracciando una geografia delle vulnerabilità economiche, infrastrutturali e di accesso ai servizi essenziali. La povertà dei trasporti (transport poverty) non coincide con la povertà economica. È uno svantaggio multidimensionale che combina difficoltà economiche, scarsità di alternative all’auto e distanza dai servizi essenziali in termini di tempo di accesso. Spesso la transport poverty si sovrappone alla povertà energetica, e si configura inoltre come una vulnerabilità specifica dei territori dove le alternative di mobilità al mezzo privato sono scarse o nulle. Mentre nelle città metropolitane, laddove il trasporto pubblico è più capillare, anche le famiglie a basso reddito possono permettersi una motorizzazione ridotta, nei piccoli comuni il possesso dell’auto resta elevato anche tra le famiglie più povere. “Esiste quindi una forma di possesso forzato dell’auto – si sottolinea nel Rapporto –  e la transport poverty non deriva necessariamente dalla mancanza di un mezzo di proprietà, quanto spesso da una condizione di dipendenza assoluta dalla mobilità privata, che molte famiglie faticano a sostenere economicamente. Tale dipendenza espone in particolare i nuclei a basso reddito alla fuel vulnerability, dove il costo del carburante pesa in modo critico sul bilancio”.  Il 57% delle famiglie interessate da questa difficoltà economica vive nel Mezzogiorno, in territori dove risultano maggiormente assenti le alternative all’auto. La scarsità di alternative all’auto si concentra lungo l’arco alpino e appenninico, nelle isole e nelle aree interne del Centro-Sud: sono 766 i comuni ad alta criticità, pari al 9,7% del totale. Il principale fattore associato alla scarsità di alternative non è il reddito, ma la marginalità territoriale, ovvero la distanza da scuole, sanità e infrastrutture di mobilità. Chi emette di più non coincide con chi vive nei territori più vulnerabili. Nelle province più ricche, un parco auto più moderno convive con emissioni pro capite più elevate, associate a una maggiore intensità della mobilità e a percorrenze più lunghe. È una dimostrazione chiara, questa, che il rinnovo del parco deve accompagnarsi alla sua decarbonizzazione: sostituire i veicoli più vecchi senza azzerare l’uso di combustibili fossili non basta a ridurre l’impatto emissivo. Ma la transizione elettrica segue la geografia del reddito, non quella del bisogno di mobilità. Nei comuni in cui il reddito medio si colloca nei due decili più elevati, la diffusione delle auto elettriche è oltre cinque volte superiore rispetto ai comuni in cui il reddito medio si colloca nei due decili più bassi. Anche le differenze territoriali sono profonde: in provincia di Trento circolano oltre 50 volte più auto elettriche per abitante che in quella di Crotone – un divario amplificato dai regimi fiscali locali – con l’81% delle province con più di 1.000 punti di ricarica pubblica concentrato al Nord nel 2025. Senza correttivi, la transizione rischia così di consolidare le disuguaglianze esistenti. La transizione della mobilità può essere anche una politica sociale. Il Green Deal europeo rappresenta la cornice per integrare obiettivi climatici, energetici, industriali e sociali. I target europei di CO₂ per le nuove auto hanno già dimostrato di essere essenziali per stimolare l’offerta di veicoli elettrici più accessibili. L’introduzione di target di decarbonizzazione per le flotte aziendali accelererebbe lo sviluppo di un mercato dell’usato elettrico a basso costo. Le risorse rese disponibili dalla flessibilità fiscale europea, dall’ETS2  (acronimo di European Emission Trading System 2, un sistema europeo di scambio di quote di emissione di anidride carbonica CO₂, creato dall’Unione Europea per ridurre l’impatto ambientale nei settori del riscaldamento degli edifici, del trasporto su strada e delle piccole industrie non coperte dal vecchio sistema ETS1) e dal Fondo Sociale per il Clima, insieme agli strumenti europei a sostegno dell’elettrificazione e della mobilità pulita (tra cui il nuovo EU Electrification Action Plan), offrono una finestra di opportunità per coniugare decarbonizzazione e protezione sociale. Una transizione equa deve distribuire gli oneri in funzione della capacità economica e offrire alternative concrete a chi oggi è intrappolato nella dipendenza dai combustibili fossili. “Nel loro insieme, si legge nel Rapporto, queste evidenze indicano che la povertà dei trasporti in Italia è il prodotto dell’intersezione tra reddito, territorio, età del parco veicolare e disponibilità di alternative alla mobilità privata. Il rapporto ha lo scopo di supportare Transport & Environment (T&E) nell’elaborazione di raccomandazioni politiche volte a ridurre le barriere che impediscono alle famiglie vulnerabili di accedere a opzioni di trasporto sostenibili, contribuendo a una transizione equa e inclusiva”. E queste sono le Raccomandazioni di T&E: 1. Rafforzare il trasporto pubblico e le alternative all’auto, con finanziamenti strutturali, elettrificazione degli autobus, obiettivi di transizione sostenibile differenziati per territorio e tariffe sociali; 2. Rendere accessibile l’auto elettrica, attraverso leasing sociale, incentivi anche per l’usato, una fiscalità parametrata alle emissioni e soluzioni di mobilità condivisa nell’edilizia sociale; 3. Sviluppare soluzioni per le aree interne, con mobilità condivisa elettrica e ricarica pubblica anche nei territori meno serviti; 4. Integrare la transport poverty nella pianificazione, con indicatori dedicati e valutazioni distributive degli investimenti. Qui lo studio integrale: https://uploads.transportenvironment.org/production/files/Uni-Tuscia_Ricerca-FINAL.pdf.  Giovanni Caprio
October 14, 2026
Pressenza
Lacrime e pallottole – le gang hondureñe
In Honduras, le gang esercitano un controllo quasi totale su alcune aree del Paese, soprattutto nelle comunità più colpite dalla povertà, dalla disoccupazione e dal limitato accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria. In questi contesti, per molti giovani, l’emarginazione e la mancanza di prospettive possono trasformarsi in un senso di disperazione. È proprio dentro questo vuoto che le gang riescono a trovare spazio, offrendo qualcosa che lo Stato e, in alcuni casi, la stessa famiglia non riescono a garantire, ovvero un senso di appartenenza, protezione, identità e sostegno economico. All’interno di un penale di alta sicurezza La storia delle “maras” affonda le sue radici lontano dall’Honduras. Le “maras” si svilupparono inizialmente tra giovani fuggiti dalle guerre civili dei loro Paesi d’origine che, arrivati negli Stati Uniti, si ispirarono alle gang di strada di Los Angeles e si organizzarono per proteggersi dai gruppi rivali. Nel corso degli anni, molti membri delle gang furono deportati nei loro Paesi d’origine, dove il fenomeno si consolidò principalmente attorno a due grandi organizzazioni: la MS-13, o Mara Salvatrucha e il Barrio 18. Con il tempo, le gang sono diventate parte della struttura sociale di alcune comunità.I loro membri sono ragazzi giovanissimi, tra i 12 e i 25 anni, e le attività criminali comprendono lo spaccio di droga al dettaglio e le estorsioni, spesso ai danni di piccoli commercianti e autisti. Ma dietro la dimensione criminale esiste una realtà sociale più complessa. Disoccupazione, povertà, violenza domestica, gravidanze precoci, famiglie monoparentali e una cultura fortemente patriarcale possono contribuire a creare condizioni nelle quali un ragazzo cresce senza strumenti e opportunità sufficienti per immaginare un futuro diverso. Per alcuni bambini e adolescenti, la gang finisce così per sostituire l’assenza della famiglia e diventare uno dei pochi luoghi in cui sentirsi riconosciuti. La violenza e l’abbandono diventano, in questo senso, due facce della stessa medaglia. Negli ultimi anni, questo sistema è stato condizionato da ciò che è accaduto nel vicino El Salvador. Il presidente Nayib Bukele ha imposto uno stato d’emergenza e lanciato una delle più dure campagne repressive mai condotte contro le gang dell’America Centrale. Decine di migliaia di persone sono state arrestate con l’accusa di appartenere alla MS-13 o al Barrio18. Operazioni militari nelle strade dell’Honduras Ma l’effetto della politica di Bukele non si è fermato ai confini salvadoregni, la sua strategia, infatti, ha mostrato alle organizzazioni criminali dei Paesi vicini che essere riconoscibili può diventare una condanna. Per anni, infatti, i tatuaggi, i simboli, l’abbigliamento e persino determinati comportamenti hanno rappresentato una forma di identità e di appartenenza alla gang. Con la repressione di Bukele, quegli stessi segni sono diventati potenziali strumenti di identificazione da parte delle forze di sicurezza, tanto che la loro visibilità è diventata un fattore di rischio. È qui che le gang dei Paesi vicini hanno dovuto iniziare a trasformarsi. In Honduras l’esperienza salvadoregna ha rappresentato un avvertimento: ciò che prima permetteva di mostrare apertamente l’appartenenza a una struttura criminale può oggi diventare una vulnerabilità. Le gang sono quindi spinte verso una maggiore discrezione, riducendo i segni di appartenenza.Non si tratta necessariamente di una scomparsa, ma della loro capacità di adattamento. Il cambiamento delle gang, però, non ha eliminato il problema, nonostante lo stato di emergenza dichiarato nel 2022 per contrastare la criminalità, l’Honduras continua a confrontarsi con livelli elevati di violenza, omicidi e criminalità legata alle armi da fuoco.A questo si aggiungono la corruzione e i rapporti tra politica e criminalità organizzata, che hanno contribuito a indebolire la fiducia nelle istituzioni. La vicenda dell’ex presidente Juan Orlando Hernández rappresenta uno degli esempi più controversi di questo intreccio. Condannato negli Stati Uniti per traffico di droga e successivamente graziato da Donald Trump, Hernández è tornato in Honduras nel 2026, riaccendendo il dibattito sull’influenza delle reti criminali all’interno delle istituzioni. Di fronte a questa realtà, la risposta dei governi è spesso stata quella della repressione. La sicurezza, però, non può essere considerata soltanto come una questione di arresti e controllo del territorio. Le politiche esclusivamente repressive rischiano di produrre abusi senza intervenire sulle condizioni che permettono alle gang di continuare a reclutare giovani. Il punto non è quindi contrapporre sicurezza e politiche sociali, come se fossero alternative. La sicurezza è necessaria per proteggere gli abitanti e permettere loro di vivere senza paura, ma può esistere una sicurezza duratura senza interrogarsi su ciò che accade prima che un ragazzo venga assorbito dalla criminalità? E non significa forse chiedersi quali luoghi, quali opportunità e quali figure di riferimento possano permettere a un ragazzo di studiare, praticare sport, imparare un mestiere e, soprattutto, immaginare un futuro che non dipenda dall’appartenenza a una gang? Perché un ragazzo può diventare autore di violenza dopo essere stato, a sua volta, vittima di abbandono, povertà o violenza. Questo non cancella la responsabilità delle sue azioni e non giustifica i crimini commessi ma permette però di comprenderne il percorso. La storia delle “maras” è, in fondo, anche una storia di giovani cresciuti troppo presto. Ragazzi che dovrebbero studiare, giocare e immaginare il futuro e che invece possono imparare a controllare un territorio, riscuotere un’estorsione o riconoscere una minaccia. Un’adolescenza che può essere sostituita da responsabilità e paure appartenenti al mondo degli adulti. Perché la violenza, per molti giovani, può diventare una lingua imparata fin dall’infanzia: una lingua fatta di paura, silenzio, appartenenza e sopravvivenza. La vera sfida, allora, non è soltanto impedire che quella lingua venga parlata ma è insegnare ai ragazzi che ne esiste un’altra. Ed è forse proprio da qui che dovrebbe iniziare ogni racconto sulle gang, ovvero non dalla domanda su quanti ragazzi siano diventati criminali, ma da quella, più difficile, su quanti avrebbero potuto diventare altro. Tutte le foto sono dell’autore Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Lacrime e pallottole – le gang hondureñe proviene da DINAMOpress.
September 23, 2026
DINAMOpress
Ravenna-CPR: la punta di un iceberg che…
… che ci chiama tutte/i in causa. Gli articoli di Gianluca Cicinelli e di Vito Totire. La povertà segregata: ordine e disciplina con… … con una domanda per le Primarie del centrosinistra: qualcuno parlerà di carceri, Cpr, minori detenuti, salute mentale, senzatetto e diritto alla cura? di Gianluca Cicinelli (*) La povertà non è un reato. Neppure il disagio, la
September 20, 2026
La Bottega del Barbieri
L’isola dei tesori
di Mauro Armanino Da Socrate, il cane nato in fabbrica, al mendicante di Piazza dell’Annunziata, fino alla piccola Natasha morta di fame: un viaggio tra le vite a cui attribuiamo …
September 19, 2026
Osservatorio Repressione
L’estrema povertà degli stranieri
In Italia un terzo delle famiglie composte soltanto da stranieri  vive in povertà assoluta.  E avere un lavoro spesso non basta: è infatti povero anche il 29,1% delle famiglie con almeno uno straniero in cui la persona di riferimento è occupata.  Mentre in Europa si moltiplicano trasferimenti, rimpatri ed esternalizzazione delle frontiere, Alleanza contro la povertà rilancia questi numeri e questo tema, chiedendo di riportare al centro persone, diritti e inclusione. E lo fa affrontando i principali nodi che caratterizzano il dibattito attuale.  Primo, i “dublinanti”, da alcuni giorni tornati al centro delle cronache: Germania, Austria, Svizzera, Finlandia, Svezia e Paesi Bassi hanno annunciato o avviato infatti trasferimenti verso l’Italia, considerata responsabile dell’esame delle loro domande.  “Come questo tema si intrecci con la povertà (o almeno con la marginalità), sottolinea Alleanza contro la povertà, è evidente dai numeri: nel 2024 in Italia sono state presentate 151.120 domande d’asilo, mentre le Commissioni territoriali hanno esaminato 78.565 prime istanze. Alla fine dell’anno risultavano circa 180mila richiedenti asilo in attesa di una decisione, quindi in condizioni di grave precarietà sociale ed economica. Dietro i numeri delle domande d’asilo, dei trasferimenti e dei rimpatri ci sono persone, titolari di diritti fondamentali che le politiche pubbliche hanno il dovere di rendere concretamente esigibili. Dati nazionali sull’incidenza della povertà tra i soli richiedenti asilo non esistono. Esistono però indicatori molto chiari della loro fragilità economica. Chi è ospitato nei centri governativi o nei CAS riceve 2,50 euro al giorno per le spese personali, circa 75 euro al mese. Per chi resta fuori dall’accoglienza la legge italiana non prevede alcun contributo economico. Inoltre, dal 12 giugno 2026 il richiedente deve aspettare 90 giorni dalla formalizzazione della domanda prima di poter lavorare, contro i 60 previsti in precedenza”. La povertà è estremamente diffusa anche tra i rifugiati già riconosciuti: una categoria diversa e, almeno in teoria, più tutelata grazie allo status ottenuto. Eppure, un’indagine UNHCR stima che il 43,5% viva di questi in povertà assoluta, il 67% sotto la soglia di povertà relativa e il 26% in grave deprivazione materiale e sociale. Se la povertà è così diffusa perfino dopo il riconoscimento della protezione, tanto più deve esserlo tra chi è ancora sospeso nell’attesa, con pochi euro in tasca e un accesso limitato al lavoro e ai percorsi d’integrazione. Ma questo possiamo solo ipotizzarlo, perché dati, appunto, non ce ne sono. C’è poi, caldissimo in questa caldissima estate, il tema della remigrazione, introdotta il 17 gennaio 2026 con la raccolta delle firme per la proposta di legge popolare “Remigrazione e riconquista”. Il testo definisce la remigrazione come il ritorno “volontario e assistito” nei Paesi d’origine degli stranieri regolarmente presenti in Italia da almeno 12 mesi, dei richiedenti asilo disposti a rinunciare alla domande e dei titolari di permessi temporanei in scadenza. La platea potenzialmente interessata è quindi molto ampia: alla fine del 2024 i cittadini non comunitari con regolare permesso di soggiorno erano oltre 3,8 milioni. Chi aderisce riceverebbe un incentivo, ma dovrebbe accettare il divieto di tornare stabilmente in Italia. La proposta prevede inoltre un Fondo per la remigrazione (1 miliardo di euro l’anno, incrementabile fino a 2 miliardi), una tassa del 3% sulle rimesse inviate all’estero, l’abolizione della programmazione annuale dei flussi di ingresso per lavoro, l’espulsione obbligatoria dello straniero regolare condannato in via definitiva per un delitto e la revoca della cittadinanza acquisita per naturalizzazione in caso di condanna per una serie molto ampia di reati. “I rischi sono evidenti, sottolinea Alleanza contro la povertà. Primo, sottrarre risorse all’integrazione aumenta povertà e marginalità. Secondo, tassare le rimesse colpisce il reddito di famiglie che spesso vivono in Paesi poveri. Terzo, incentivare la partenza dei regolari può inoltre aggravare la carenza di lavoratori: in Italia – lo ricordiamo – gli occupati stranieri sono 2 milioni e 514mila, ovvero il 10,5% del totale. Con punte del 30,9% nei servizi, del 20% in agricoltura, del 18,5% in alberghi e ristoranti e del 16,9% nell’edilizia”. C’è un intreccio evidente tra essere stranieri ed essere poveri nel nostro Paese: nel 2024 viveva in povertà assoluta il 35,2% delle famiglie composte soltanto da stranieri, contro il 6,2% delle famiglie di soli italiani, quasi sei volte tanto. Se poi si allarga l’analisi a tutte le famiglie con almeno uno straniero, l’incidenza sale al 30,4%, pari a circa 716mila famiglie. E il lavoro non basta: è povero il 29,1% delle famiglie con stranieri in cui la persona di riferimento è occupata, contro il 4,2% di quelle italiane. La ragione emerge anche dai dati del Ministero del Lavoro: la retribuzione media annua dei lavoratori non comunitari è inferiore del 30,4% rispetto a quella dell’insieme dei lavoratori. Pesano la concentrazione nelle qualifiche più basse, la discontinuità dei contratti e il minor numero di giornate retribuite. E anche l’accesso alle misure di contrasto è spesso sbarrato: per ottenere l’Assegno di inclusione un cittadino di un Paese terzo deve possedere uno specifico titolo di soggiorno e risiedere in Italia da almeno cinque anni, gli ultimi due continuativi. L’ultimo rapporto dell’Asylum Information Database (Country Report: Italy – 2024 Update), pubblicato nel luglio 2025 segnala che, nonostante l’incidenza della povertà sia quasi sei volte più alta, nel maggio 2024 soltanto il 9,5% delle famiglie beneficiarie dell’Adi era straniero. L’Alleanza contro la povertà chiede: 1. La revisione e il rafforzamento delle attuali misure di contrasto alla povertà, riducendo da cinque a due anni continuativi il requisito di residenza in Italia per accedere all’Assegno di inclusione; 2. il potenziamento dell’accoglienza diffusa nel SAI e percorsi immediati di lingua, formazione, lavoro e casa per richiedenti asilo e rifugiati; 3. il contrasto al lavoro povero, allo sfruttamento e al caporalato, con la garanzia di alloggi dignitosi (anche sulla base del recente decreto PA) e trasporti pubblici, il superamento dei ghetti, controlli, monitoraggi e piena applicazione dei contratti; 4. che le risorse pubbliche siano investite nell’inclusione, non sottratte ai servizi per finanziare l’allontanamento degli stranieri regolari; 5. che si rafforzino, con norme e risorse, il SAI, gli affidi e i tutori volontari e sia garantito, tutte le volte che è possibile e necessario, il prosieguo amministrativo fino a 21 anni. L’Alleanza contro la povertà durante questa estate ha mantenuto alta l’attenzione contro la povertà per i diritti e l’inclusione con la serie di approfondimenti “La povertà non ha ferie”. Questo è il terzo approfondimento. I primi due hanno avuto per tema gli “anziani” e la “disabilità e i caregiver”. Qui la prima puntata della serie “La povertà non ha ferie”, dedicata alle persone anziane: https://alleanzacontrolapoverta.it/news/la-poverta-non-ha-ferie-una-serie-estiva-a-puntate-per-conoscerla-meglio-primo-focus-anziani/;  Qui la seconda puntata dedicata a disabilità e caregiver: https://alleanzacontrolapoverta.it/news/estate-disabilita-e-caregiver-quasi-3-famiglie-su-10-a-rischio-poverta/.  Giovanni Caprio
September 10, 2026
Pressenza