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La povertà dei trasporti: un fenomeno di vulnerabilità che interessa 7 milioni di italiani
In Italia oltre 7 milioni di persone vivono in condizioni di “povertà dei trasporti”, una forma di vulnerabilità sociale ancora poco conosciuta che si declina nell’incapacità di sostenere i costi del trasporto pubblico o privato e nella mancanza o l’accesso limitato ai trasporti necessari per accedere ai servizi essenziali, al lavoro e alle opportunità economiche e sociali. Il dato emerge dal primo Green Paper sulla povertà dei trasporti in Italia, messo a punto dal Transport Poverty Lab promosso dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, con il supporto di Tper e Nordcom, il patrocinio della Commissione Europea, del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, e la collaborazione tecnica dell’Osservatorio Sharing Mobility e della Fondazione Transform Transport ETS. Secondo lo studio, circa 1,2 milioni di famiglie si trovano contemporaneamente in una condizione di rischio povertà e sostengono costi di mobilità particolarmente elevati. Al tempo stesso, 7,3 milioni di cittadini risiedono in aree caratterizzate da un’offerta di trasporto pubblico insufficiente. Il divario territoriale è marcato: nel Sud la disponibilità di trasporto pubblico locale scende sotto i 200 posti-km per abitante in alcune aree di Sardegna e Sicilia, contro una media nazionale di 4.623 e oltre 16.000 posti-km registrati a Milano. A livello regionale, la quota più elevata di famiglie vulnerabili si registra in Calabria, dove supera il 10%, mentre il dato scende sotto il 2% in Trentino-Alto Adige. Il Green Paper ha elaborato una prima matrice della povertà dei trasporti che identifica 4 macro-tipologie di cittadini come chiave interpretativa del fenomeno, che vede spesso sovrapporsi le due componenti principali, la difficoltà di sostenere i costi della mobilità e la difficoltà di accedere ai trasporti necessari per raggiungere opportunità e servizi essenziali: i cittadini soggetti alla forma più acuta di esclusione, dove il basso reddito si somma all’assenza di opzioni disponibili di trasporto nel territorio (vulnerabilità assoluta); i cittadini con risorse personali adeguate, ma penalizzati da un contesto territoriale povero di servizi di mobilità. Spesso compensano questi limiti facendo ricorso massiccio all’auto privata (vulnerabilità territoriale); i cittadini inseriti in un territorio ben servito, ma con capacità personali limitate. Barriere economiche, fisiche o sociali riducono la fruibilità dei servizi (vulnerabilità personale); i cittadini che dispongono di capacità personali adeguate, in un territorio che offre molteplici opzioni di mobilità efficienti (disponibilità e accessibilità). Il Regolamento Europeo che istituisce il Fondo Sociale per il Clima aggiunge a questa vulnerabilità “strutturale”, una “vulnerabilità indotta” che si verifica quando una misura europea ideata per promuovere la mobilità sostenibile impatta economicamente su cittadini e microimprese. Per contrastarla, il Fondo mobilizza circa 85 miliardi di euro, da utilizzare nel periodo 2026-2032, destinandone 9 all’Italia. Ma cosa fare per contrastare la povertà dei trasporti? In Europa più di 25 milioni di residenti non sono in grado di acquistare un’automobile, più di 10 milioni non possono permettersi il trasporto pubblico e quasi 90 milioni non dispongono di un’offerta di trasporto pubblico accessibile. Il Regolamento Europeo propone un vero e proprio Decalogo di misure per il contrasto alla povertà dei trasporti: 1. Sostegno finanziario e incentivi fiscali per l’acquisto diretto di veicoli a basse e zero emissioni. 2. Schemi per il noleggio o leasing di veicoli a zero emissioni per i gruppi vulnerabili in base a fattori come il reddito, l’accessibilità dei trasporti pubblici, e i tempi e le distanze tra casa e luogo di lavoro per evitare effetti regressivi. 3. Investimenti in infrastrutture di ricarica pubbliche intelligenti e bidirezionali a prezzi competitivi, in aree con utenti vulnerabili e in povertà da trasporto. 4. Sussidi per l’acquisto o il leasing di veicoli a zero emissioni destinati alle microimprese (ad esempio taxi, furgoni, camion, veicoli a uso speciale o cargo-bike). 5. Bonus aggiuntivi per la rottamazione di veicoli diesel e benzina, con la garanzia che non vengano acquistati veicoli sostitutivi inquinanti. 6. Promozione dell’uso di biciclette, e-bike, cargo-bike e soluzioni di micromobilità, favorendo sia la creazione di infrastrutture ciclabili sicure che colleghino aree a basso reddito con destinazioni chiave, oltre a sussidi per acquisto, noleggio a lungo termine o leasing di biciclette, e-bike o cargo-bike. 7. Incentivi all’uso di trasporti pubblici economici e accessibili, supportando enti pubblici e privati, comprese le cooperative, nello sviluppo di mobilità sostenibile su richiesta, mobilità condivisa e opzioni di mobilità attiva. 8. Sostegno pubblico a servizi on-demand, “mobilità come servizio (MaaS)” e sharing mobility, per coprire l’intera catena di percorsi, inclusi il primo e ultimo miglio, tenendo conto delle esigenze dei gruppi vulnerabili nelle aree remote e svantaggiate, anche attraverso voucher sovvenzionati. 9. Estensione dell’offerta di trasporto pubblico e di infrastrutture correlate, soprattutto in aree rurali e urbane poco servite, beneficiando gli utenti vulnerabili dei trasporti. 10. Investimenti in hub di mobilità, per facilitare lo scambio e le connessioni tra trasporto pubblico, mobilità condivisa, ciclismo e camminata nelle aree suburbane, periurbane e rurali. Qui il Green Paper sulla povertà dei trasporti in Italia: https://www.fondazionesvilupposostenibile.org/wp-content/uploads/dlm_uploads/Green-Paper-poverta-trasporti.pdf. Giovanni Caprio
April 9, 2026
Pressenza
Il Proletariato ha le Piume
di Paperino. Monologo raccolto da Fabrizio Melodia (*). A seguire un percorso – molto serio – di letture. Prendetela come una «scor-data» per i 90 anni di Donald Duck.   Mi chiamo Paperino. Sono un lavoratore. Forse mi conoscete. Forse avete riso delle mie disavventure, delle mie esplosioni di rabbia, dei miei fallimenti continui. Forse pensate che io sia semplicemente
Il cibo recuperato non è per pochi. È per tutti
DA QUASI DIECI ANNI L’ASSOCIAZIONE REFOODGEES ROMA SI È MESSA IN TESTA L’IDEA CHE IL CIBO RECUPERATO NON SIA DI SECONDA QUALITÀ E MENO ANCORA QUALCOSA DESTINATO A PERSONE DI “SERIE B”. IL RECUPERO DELLE ECCEDENZE ALIMENTARI, DICONO CONVINTI, È OVVIAMENTE UNA PRATICA VIRTUOSA PERCHÉ RIDUCE LO SPRECO, TUTTAVIA È PRIMA DI TUTTO UNA MERAVIGLIOSA OCCASIONE PER COSTRUIRE RELAZIONI SOCIALI, PER RIBELLARSI FACENDO. ABBIAMO INCONTRATO VIOLA DE ANDRADE PIROLI DI REFOODGEES La povertà alimentare è al centro del progetto Solidarietà Circolare. Quali soluzioni sono emerse per affrontare il fenomeno in modo strutturale? ReFoodGees nasce nel 2017 come associazione impegnata nel contrasto all’esclusione sociale. Il tema della povertà alimentare è emerso progressivamente nel corso delle nostre attività, perché il principio che guida il nostro lavoro è innanzitutto la lotta allo spreco alimentare. Recuperiamo cibo che altrimenti verrebbe buttato e lo redistribuiamo gratuitamente. Tra le persone che lo ritirano ci sono anche molte famiglie in difficoltà economica, ma il nostro approccio si distingue da quello dell’assistenza alimentare tradizionale: fin dall’inizio abbiamo cercato di uscire dalla logica del “cibo per poveri”. Il cibo recuperato è cibo per tutti: lo mangiamo noi volontari, lo mangiano le nostre famiglie e lo mangiano le persone che vengono a ritirarlo. È un’idea di circolarità: chi oggi usufruisce del servizio domani può diventare volontario, e chi recupera il cibo spesso è anche tra coloro che lo consumano. Questo approccio contribuisce anche a superare uno stigma ancora molto diffuso: l’idea che il cibo recuperato sia di seconda qualità e destinato a persone di “seconda categoria”. In realtà si tratta di cibo buono, che mangiamo tutti. In alcuni progetti, come Alimenta la solidarietà, abbiamo lavorato insieme a organizzazioni che si occupano direttamente di povertà alimentare, come Nonna Roma. In quel caso i beneficiari erano persone già seguite da queste realtà, mentre ReFoodGees si è concentrata soprattutto sul recupero del cibo e sulla costruzione di reti solidali. Affrontare la povertà alimentare significa confrontarsi con una sfida multidimensionale. Dal vostro osservatorio, quali sono i nodi cruciali che istituzioni e società civile non possono trascurare? Uno degli aspetti più trascurati riguarda la qualità dell’alimentazione. Molti interventi contro la povertà alimentare si basano sulla distribuzione di pacchi con prodotti a lunga conservazione. È comprensibile, perché sono più facili da gestire. Tuttavia questo modello rischia di trascurare un punto fondamentale: quando le famiglie hanno meno risorse economiche, la prima cosa che smettono di comprare sono frutta e verdura. Di conseguenza l’alimentazione diventa progressivamente più povera dal punto di vista nutrizionale e più ricca di prodotti ultraprocessati. Per questo, nel nostro lavoro abbiamo scelto di puntare molto sul recupero e sulla redistribuzione di prodotti freschi, in particolare frutta e verdura. È un elemento che rappresenta un valore aggiunto rispetto a molte forme tradizionali di distribuzione alimentare. Lo abbiamo visto anche concretamente: all’Emporio di via Togliatti, per esempio, quando le persone hanno capito che il mercoledì arrivava il fresco recuperato da ReFoodGees, l’afflusso è aumentato sensibilmente. Molti si mettevano in fila proprio quel giorno, perché sapevano che avrebbero trovato frutta e verdura. Questo dimostra quanto sia forte il bisogno di accesso a cibo sano e di qualità. Il caso di Roma si inserisce in un quadro più ampio. Quali esperienze virtuose, in Italia o all’estero, possono essere di ispirazione? Più che a un singolo modello, guardiamo a un cambio di prospettiva: passare dall’assistenza alla circolarità del cibo. Il recupero delle eccedenze alimentari è già di per sé una pratica virtuosa: riduce lo spreco e allo stesso tempo produce un beneficio sociale. Ma il vero salto di qualità avviene quando questa pratica diventa occasione per costruire relazioni e comunità. Quando il cibo recuperato non viene percepito come uno scarto o come “cibo per poveri”, ma come una risorsa condivisa, cambia anche il modo in cui le persone si avvicinano a queste iniziative. Si supera la logica dell’assistenza e si costruisce un sistema più inclusivo e partecipato. Accanto alla distribuzione di generi alimentari avete promosso anche iniziative di sostegno scolastico. In cosa è consistita questa esperienza? Nel tempo ci siamo accorti che le situazioni di vulnerabilità che incontravamo non riguardavano soltanto il cibo. Durante alcune attività abbiamo iniziato a distribuire anche materiale scolastico, cioè zaini, quaderni, penne e altri strumenti, alle famiglie con bambini che vivevano difficoltà economiche. L’idea è nata ascoltando direttamente i bisogni delle persone che incontravamo: per molte famiglie l’inizio dell’anno scolastico rappresenta una spesa significativa. Questa esperienza ci ha ricordato che la povertà è sempre multidimensionale: alimentazione, istruzione, accesso ai servizi e opportunità sociali sono aspetti strettamente collegati. Per questo gli interventi più efficaci sono quelli capaci di tenere insieme queste diverse dimensioni. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO DOSSIER: > Rosolare con solidarietà. Dossier [progetto Solidarietà circolare] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il cibo recuperato non è per pochi. È per tutti proviene da Comune-info.
March 13, 2026
Comune-info
Sicurezza di regime – di Gianni Giovannelli
Riflessioni sul decreto legge 24.2.2026 n. 23   Tirannide indistintamente appellare di debbe ogni qualunque governo in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle; o anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. Vittorio Alfieri (Della tirannide, Capitolo secondo)   Il Consiglio dei Ministri, riunito d’urgenza, ha approvato, già fra [...]
March 5, 2026
Effimera
La diseguaglianza e la potenza – di Cristina Morini
Cristina Campo scrive che esistono due mondi, lei viene dall’altro. “Mondo celato al mondo”, ecco perché non a tutti e tutte è dato comprendere. “Compenetrato” ma allo steso tempo “ignoto” al mondo. Cosicché per arrivarci davvero bisogna avere il desiderio e il coraggio di farsi attraversare dalla resistenza incarnata da una materia altra[1]. In [...]
March 3, 2026
Effimera
Disagio mentale e povertà, un legame perverso
Reso noto giorni fa, il Rapporto delinea lo stato allarmante di salute psico-fisica della popolazione italiana e in particolare dei giovani e delle donne. Quello che emerge dalla ricerca è «un peggioramento strutturale della salute mentale, con effetti particolarmente evidenti sulle giovani generazioni, sulle donne, sulle persone con esperienza migratoria, e una critica al definanziamento della salute mentale, all’indebolimento dei servizi territoriali, alle crescenti disuguaglianze nell’accesso alle cure e ai servizi integrati». > Qualche dato: «In Italia la diffusione dei disturbi mentali è ampia e > tutt’altro che marginale. – si legge nel Rapporto – Gli studi clinici stimano > che la prevalenza di almeno un disturbo mentale nel corso della vita vari tra > il 18,6% e il 28,5%, mentre nell’arco degli ultimi dodici mesi oscilli tra il > 7,3% e il 15,6%. La depressione maggiore interessa tra il 10% e il 17% della > popolazione nel corso della vita e circa il 2,6–3% nell’ultimo anno; i > disturbi d’ansia colpiscono l’11–17% delle persone nel corso della vita e il > 3–5% su base annuale.In modo trasversale a tutti gli studi emerge un marcato > divario di genere, con una prevalenza di ansia e depressione nettamente più > elevata tra le donne». Quanto ai giovani, Unicef registra che l’indice di salute mentale «evidenzia un peggioramento nelle fasce più giovani della popolazione, mentre con l’aumentare dell’età la situazione tende generalmente a migliorare. In particolare, la fascia di età 14–19 anni registra lo scostamento più marcato nel confronto tra il 2016 e il 2024 di 1,6 punti (insieme alla fascia 25–34 anni). Peggioramento più accentuato tra le ragazze, con una riduzione di 2,3 punti rispetto al 2016». E se, dati Ocse, risulta che l’Italia si colloca all’ottavo  posto nel mondo per la salute mentale dei quindicenni, lo studio europeo ESPAD (School Survey Project on Alcohol and Other Drugs) mostra che solo il 59% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni presenta un buon livello di benessere mentale, con un divario di genere molto marcato (66% tra i ragazzi contro il 35% tra le ragazze). Lo studio di sorveglianza europeo Health behaviour in school children (HBSC) segnala un forte aumento dei sintomi di stress nella fascia 11–17 anni, che arrivano a coinvolgere fino all’80% delle ragazze. Giovani, donne e, naturalmente, migranti. La Caritas rileva come «una componente rilevante riguarda le persone con storie di migrazione: giovani mandati avanti senza un progetto migratorio definito, minori non accompagnati spesso vittime di maltrattamenti, figli ricongiunti che non hanno partecipato alla scelta migratoria dei genitori e vivono una doppia perdita affettiva. Gli operatori parlano di stress transculturale, inteso come frattura identitaria prodotta dallo scontro tra cultura di origine e di arrivo, e segnalano il rischio di diagnosi inappropriate in assenza di una mediazione linguistico-culturale stabile e di competenze transculturali nei servizi». In particolare,  nei giovani tra i 18 e i 25 anni si parla di ansia, attacchi di panico, depressioni ad alto funzionamento, autolesionismo e uso di crack. Dai dati emerge un netto peggioramento delle condizioni di salute mentale nel nostro paese in particolare tra i giovani e le donne. Per cercare di capire le cause di questo tracollo sociale, parliamo con Laura Storti, psicoanalista, presidente dell’Associazione Il Cortile e coordinatrice del Consultorio di Psicoanalisi Applicata, fa parte della Scuola lacaniana e dell’Associazione mondiale di psicoanalisi ed è docente dell’Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza. Perché siamo caduti in questo precipizio? La causa scatenante è stata la pandemia, nel senso che i problemi non sono nati in quella occasione ma quell’evento traumatico ha creato un buco nella trama del simbolico. Ci ha riportato al nostro stato di debolezza che era stato camuffato dallo scientismo che ci ha fatto credere che potevamo ricostruirci come volevamo. Nell’aspetto, nel pensiero, nell’agire. Si è mostrata la fragilità umana che ha rivelato come la scienza non sia e non possa essere la nuova religione. Il Covid, che ci ha colti “di sorpresa” ha rivelato l’ovvio e cioè che la ricerca non si fa in nome del bene dell’umanità ma per ragioni di convenienza. E i giovani hanno accusato più degli altri il colpo. Durante il lockdown c’erano miei giovani pazienti che cercavano un po’ di privacy per non interrompere le nostre sedute e andavano sul tetto… per scoprire che sul tetto c’erano altre dieci persone. Il Covid ha annullato i corpi e il corpo è molto importante nell’adolescenza. I giovani, come dice Lacan, sono quelli che soffrono di più in un mondo immondo dove il posto per la soggettività è sempre più ridotto. A tutto questo si è aggiunta la colpevolizzazione: erano degli incoscienti perché volevano uscire a divertirsi, erano loro gli “untori” dei loro nonni e dei loro padri. E, dopo il lockdown la situazione non è migliorata né è tornata a essere come “prima” perché molti di loro si erano rifugiati in quell’isolamento, strada che già avevano cominciato a seguire attraverso i cosiddetti “social” che ti illudono di avere duemila amici e ti lasciano solo davanti a un computer. Da qui quel che vedo dal mio punto di vista: ragazzi che si tagliano, aumenti vertiginosi di tentati suicidi, crisi esistenziali. Un quadro desolante che va ben oltre il Covid Esatto. Affonda le sue radici nella trasformazione della psichiatria che ha smesso di fare clinica e fa solo diagnosi dando a chi soffre e sta male una etichetta. Mi rifiuto di accettare che il malessere della civiltà si rovesci sui giovani e che, addirittura, la diagnosi che viene loro affibbiata diventi il loro nome. Ora sono gli stessi ragazzi alla ricerca di una diagnosi che li “assolva” da colpe che non hanno. È una domanda deresponsabilizzante. E, accanto alla diagnosi, le risposte, sempre le stesse: farmaci e ricoveri. Invece di? Faccio un esempio: ultimamente è esplosa la domanda sulla propria identità di genere. Nelle scuole e nelle università da qualche anno esiste un protocollo che ogni studente deve compilare se decide di voler cambiare la propria identità di genere. Può decidere di volersi chiamare Maria invece di Mario. Questa incertezza non è un “disturbo” come vorrebbe la psichiatria, ma il segno di una difficoltà a conoscersi così come anche, viceversa, rifiutare il sesso o fare sesso ma senza innamorarsi. Così anche il bullismo diventa un “disturbo” in una scuola che ha dismesso la sua missione pedagogica diventando sempre più normativa e coercitiva: metal detector, sequestro dei cellulari… Ma la scuola non può essere un carcere e a queste condizioni è evidente il distacco sempre più marcato dei giovani da quel luogo. Distacco fortemente legato alla crisi nel riconoscere l’autorevolezza, prima dei genitori, poi degli insegnanti. A questo come rispondono gli adulti? I genitori assecondando le tendenze a etichettare i cosiddetti “disturbi” dei figli per deresponsabilizzarsi e per paura che i figli si buttino dalla finestra. E i professori a irrigidire la loro relazione. Rientra in questa configurazione anche la questione della famosa educazione sessuale nelle scuole? In Francia è stato introdotto un modulo di “consenso” che va firmato prima che due ragazzi escano insieme: cosa si può fare, fino a che punto ci si può spingere, e via dicendo. Non so se sia la strada da seguire di certo il problema esiste ed è molto sentito altrimenti come spiegare l’incremento così rilevante della pornografia tra i giovani? Pornografia che vuol dire una distorta introduzione alla sessualità, spesso la sola. Il quadro è disperante, come si può invertire la rotta? È vero che vanno forti sentimenti terribili come l’odio o l’indifferenza o il cinismo ma esiste, come diceva qualcuno, «l’amore come antidoto giusto per curare la tentazione della violenza» e io colgo, soprattutto nei maschi giovani una sorte di fratellanza con gli amici che la scuola potrebbe favorire anche perché altri luoghi di una socialità autentica non ce ne sono. la copertina è di Paolo Monti da wikimediacommons SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Disagio mentale e povertà, un legame perverso proviene da DINAMOpress.
March 2, 2026
DINAMOpress
Senza casa: far qualcosa a Ulm e niente in Italia
articoli di Gianluca Cicinelli e Massimo Pasquini da “Diogene-lotta alla povertà” Dormire fuori al gelo: a Ulm, un riparo che funziona di Gianluca Cicinelli A Ulm, nel sud della Germania, da anni c’è un oggetto che dice una cosa semplice: la povertà estrema non si “risolve” con un’idea, ma si può evitare che uccida mentre aspettiamo soluzioni più grandi. Si
February 28, 2026
La Bottega del Barbieri
Povertà e salute mentale: i dati della rete Caritas
Un aumento del 154% dei disturbi depressivi tra le persone assistite dalla rete Caritas nell’ultimo decennio… Un disagio mentale che, nell’80% dei casi, si intreccia con condizioni di povertà materiale, relazionale e sociale… Forti disuguaglianze territoriali nell’accesso ai servizi di salute mentale, aggravate dal definanziamento e dall’indebolimento dei presìdi territoriali… Il Rapporto “Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati” elaborato da Caritas Italiana in collaborazione con la Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia restituisce l’immagine di una crisi strutturale, che colpisce in modo particolare giovani, donne e persone con esperienza migratoria, e che non può essere letta solo in chiave sanitaria. I dati mostrano come le condizioni di precarietà lavorativa, insicurezza abitativa, isolamento relazionale e fragilità economica aumentino il rischio di sofferenza mentale e, allo stesso tempo, come il disturbo psichico possa generare nuove forme di impoverimento, perdita di lavoro, di casa e di legami sociali. Nell’introduzione del Rapporto è posto all’attenzione che “le evidenze epidemiologiche disponibili indicano che in Italia la diffusione dei disturbi mentali è ampia e tutt’altro che marginale” In specifico, il Rapporto rileva: > Gli studi clinici stimano che la prevalenza di almeno un disturbo mentale nel > corso della vita vari tra il 18,6% e il 28,5%, mentre nell’arco degli ultimi > dodici mesi oscilli tra il 7,3% e il 15,6%. > > La depressione maggiore interessa tra il 10% e il 17% della popolazione nel > corso della vita e circa il 2,6–3% nell’ultimo anno; i disturbi d’ansia > colpiscono l’11–17% delle persone nel corso della vita e il 3–5% su base > annuale. > > I disturbi psicotici, come la schizofrenia, presentano una prevalenza più > contenuta ma stabile, pari a 3–6 casi ogni 1˙000 abitanti. > > In modo trasversale a tutti gli studi emerge un marcato divario di genere, con > una prevalenza di ansia e depressione nettamente più elevata tra le donne. L’aumento del disagio mentale trova riscontro anche nei dati amministrativi e di utilizzo dei servizi: tra il 2019 e il 2023 gli utenti adulti dei servizi psichiatrici sono aumentati, da 826˙000 a 854˙000, del 3%. Nello stesso periodo si registra un significativo incremento, pari a circa il 20%, delle richieste di assistenza da cittadini stranieri residenti in Italia: un fenomeno strettamente connesso all’acuirsi delle difficoltà economiche, sociali e abitative in un contesto di crisi prolungata. La correlazione tra povertà e salute mentale è bidirezionale. Da un lato, la povertà aumenta il rischio di disturbi psicologici attraverso stress cronico, esclusione sociale, stigma e difficoltà materiali (causalità sociale); dall’altro, il disagio mentale può compromettere lavoro, reddito e inserimento sociale, incrementando la povertà (selezione sociale). Questo circolo vizioso è rafforzato da barriere economiche, sociali e simboliche all’accesso alle cure e dalle disuguaglianze strutturali. Oltre a reddito e lavoro, altri determinanti sociali influenzano la salute mentale: reti di supporto, condizione abitativa, istruzione, status migratorio, età e vulnerabilità legata a genere, cittadinanza o altre forme di marginalizzazione. In sintesi: povertà e disuguaglianze sociali determinano e amplificano il disagio mentale, creando circoli di vulnerabilità e la relazione tra salute mentale e condizioni socio-economiche è bidirezionale e interconnessa con fattori strutturali, culturali e politici. È necessario quindi un approccio intersezionale e strutturale che integri cura individuale, politiche sociali e trasformazioni sistemiche per migliorare la salute mentale e ridurre le disuguaglianze. I dati che riferiscono della attività svolte dalla Caritas sono eloquenti. Nel 2024 la rete Caritas in Italia ha assistito 277˙775 persone, di cui il 14,6% presentava una vulnerabilità sanitaria. La sofferenza mentale interessa invece il 4,4% delle persone accolte nei centri Caritas, una quota probabilmente sottostimata a causa della difficoltà di intercettare il disagio psichico, dello stigma sociale e dei sentimenti di vergogna che lo circondano, nonché della natura spesso episodica dei colloqui. Complessivamente, le persone con sofferenza psicologica seguite nel corso del 2024 sono state 7˙742. Le problematiche psicologico-relazionali rappresentano la tipologia più diffusa (38,5%), seguite dai disturbi depressivi (28,9%) e dalle patologie psichiatriche (26,8%). La sofferenza mentale si intreccia quasi sempre con altri bisogni fondamentali, dando luogo a forme di “povertà cumulata”: quasi l’80% delle persone con disagio psicologico presenta tre o più ambiti di bisogno, una quota nettamente superiore rispetto ad altri profili. Le criticità riguardano soprattutto lavoro, casa, salute, relazioni familiari, ma anche istruzione, disabilità e dipendenze, configurando traiettorie di fragilità complesse e interdipendenti. Tra le persone con sofferenza mentale emerge una maggiore cronicizzazione dello stato di bisogno: circa il 40% è seguito dalla Caritas da cinque anni o più. Ribadendo la necessità che la salute mentale sia realmente riconosciuta come diritto fondamentale e bene comune, affermando che continuare a sottovalutarne il valore significa indebolire la coesione sociale del Paese, il direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello, ha dichiarato: «Negli ultimi anni abbiamo osservato da vicino un aumento significativo del disagio psicologico tra le persone in condizione di fragilità socioeconomica. Nell’80% dei casi, il disagio mentale si intreccia con povertà materiale, relazionale e sociale. È un fenomeno sistemico che non può essere affrontato con risposte frammentate». «La sofferenza mentale non può essere compresa né curata se isolata dalle condizioni materiali e relazionali in cui prende forma – ha commentato il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana intervenuto alla presentazione del rapporto – La persona è sempre legata a una comunità e trova sé stessa ricreando la relazione con questa».   Rapporto Caritas POVERTÀ E SALUTE MENTALE. RELAZIONE CIRCOLARE E DIRITTI NEGATI  Giovanni Caprio
February 17, 2026
Pressenza
Le povertà nascoste
In questi ultimi anni si è sempre più consolidata una diffusa condizione di insicurezza economica e della vita di relazione, di insufficienza di reddito, condivisa da un numero molto ampio di famiglie e persone “quasi povere”. Si tratta di famiglie e persone che hanno una spesa per consumi mensile appena superiore alla linea standard di povertà relativa (1.218,07 euro mensili per una famiglia di due componenti). Non sono di classe media e non sono considerate povere nelle statistiche ufficiali. In larga misura sono integrate nella vita sociale e lavorativa e possono avvalersi, prevalentemente, di una rete parentale e amicale di supporto emotivo ed economico che trattiene loro in una condizione sociale intermedia ed evita una condizione di deprivazione materiale più profonda. Insomma, non esiste una povertà: esistono piuttosto molteplici forme di vulnerabilità, situate in contesti diversi, che si sviluppano lungo traiettorie personali, familiari e territoriali. E’ quanto emerge (tra le tante altre cose) dall’interessante Rapporto “L’Italia delle povertà. Dinamiche sociali, risposte pubbliche e racconto dei media” dell’Alleanza contro la povertà in Italia, a cura di Chiara Agostini, Cecilia Ficcadenti, Rosangela Lodigiani, Franca Maino, Leonardo Piromalli, Antonio Russo, Remo Siza, Paola Villa, Gianfranco Zucca. Nel loro insieme, i capitoli del Rapporto propongono tre messaggi comuni: 1. La povertà è un processo, non uno stato. Si costruisce nel tempo e può coinvolgere, in forme diverse, ampie fasce della popolazione esposte a fragilità lavorative, abitative e relazionali. 2. Le misure statistiche e le politiche pubbliche selezionano ciò che è visibile. Ogni indicatore e ogni requisito istituzionale rende governabili alcuni aspetti della povertà, ma ne lascia in ombra altri: la dimensione biografica, il ruolo delle reti, l’importanza dei diritti effettivamente esigibili. 3. La narrazione della povertà è un elemento costitutivo del fenomeno stesso. Il modo in cui media, politica e istituzioni costruiscono la legittimità del bisogno influenza chi è riconosciuto come povero e chi, invece, rimane privo di voce pubblica. E’ alla povertà nascosta che il Rapporto dedica uno dei capitoli più interessanti dal titolo: “Le povertà che le famiglie possono nascondere“. L’Istat (2025a) rileva che nel 2024 le famiglie quasi povere erano l’8,2% delle famiglie italiane, famiglie che hanno una spesa per consumi superiore dal 10 al 20% alla linea di povertà relativa (erano 8,1%, nel 2023). Sono famiglie e persone costantemente in bilico fra povertà e condizioni di reddito un po’ più favorevoli, persone che vivono appena al di sopra della soglia di povertà e per le quali un susseguirsi di eventi negativi (una spesa imprevista, una riduzione del salario), o di eventi positivi, quali la nascita di un figlio, può determinare condizioni di vita economicamente non più sostenibili. In larga misura evidenziano gli esiti di una integrazione costantemente precaria, parziale, instabile, non soddisfacente che riguarda la vita pubblica e la vita privata, che riguarda il lavoro e le relazioni primarie. Ai quasi poveri si affianca un’altra parte di famiglie a basso reddito. Sono il 6% delle famiglie italiane che vivono appena al di sotto della soglia di povertà, sono appena povere in quanto hanno un livello di consumi inferiore del 10% o del 20% della linea standard di povertà. Nel loro insieme, famiglie quasi povere e famiglie appena povere costituiscono il 14,2% delle famiglie italiane. > “Sono famiglie e persone, si sottolinea nel Rapporto, con le quali interagiamo > quotidiana mente (anziani, giovani coppie, lavoratori scarsamente retribuiti, > precari o persone che lavorano poche ore alla settimana, famiglie con figli > minori o con giovani adulti privi di reddito) che hanno instabili posizioni > sociali spesso nel nostro stesso ambito di lavoro, che condividono le > aspettative, le consuetudini e i sistemi di valori, i progetti di vita dei > gruppi sociali con redditi più elevati. Queste forme di povertà entrano nella > normalità della vita quotidiana, seppure per le famiglie e le persone che si > trovano in questa condizione partecipare alla vita sociale comunemente > condivisa sia sempre più difficile. Non sono più considerate un’emergenza e > sono osservate con naturalità come parte delle differenze e delle > disuguaglianze inevitabili di una società. Queste forme di povertà si > consolidano nella prossimità delle nostre relazioni, negli stessi luoghi di > consumo: nei centri commerciali, nelle vie cittadine della vita notturna c’è > posto per tutti. Una condizione di deprivazione economica diventa parte > integrante della normalità delle nostre relazioni sociali, delle nostre reti > di amicizia e di vicinato. La normalità che emerge per molti aspetti comprende > scelte e stili di vita che pochi anni fa la maggioranza delle persone > marginalizzava”. Il contrasto alla povertà, come si sottolinea nel Rapporto, non riguarda solo chi ne è direttamente colpito: riguarda l’intera società. Una comunità che tollera livelli elevati di esclusione accetta implicitamente un modello di convivenza in cui alcuni vivono con diritti pieni e altri con diritti dimezzati. Questo indebolisce la coesione sociale, alimenta la sfiducia nelle istituzioni, riduce il potenziale umano ed economico del Paese, compromettendo il futuro di tutti. Contrastare la povertà significa fare determinate scelte politiche, investendo risorse, costruendo infrastrutture sociali, rafforzando i servizi, riconoscendo che la vulnerabilità non è un fallimento individuale, ma un rischio collettivo che deve essere condiviso. > “Oggi il Paese, si legge nel Rapporto, ha bisogno di una strategia nazionale > contro la povertà che sia stabile, verificabile, fondata sulle evidenze. Una > strategia non dipendente dai cicli politici, ma costruita su un consenso ampio > tra le forze sociali. Una strategia che riconosca che il benessere non si > produce soltanto distribuendo risorse, ma costruendo capacità, rafforzando i > territori, garantendo diritti”. Qui il Rapporto dell’Alleanza contro la povertà in Italia: https://alleanzacontrolapoverta.it/wp-content/uploads/2026/02/LItalia-delle-poverta_Report.pdf. Giovanni Caprio
February 9, 2026
Pressenza
Non c’è due senza tre: e il furto vien da sé – di Alessandro Villari
Stavolta, a quanto pare, non ce l’ha fatta neppure ad arrivare in Consiglio dei Ministri la norma che avrebbe impedito ai giudici di condannare le aziende che avessero applicato ai propri dipendenti retribuzioni inferiori al “minimo costituzionale“, e ai lavoratori sottopagati di ottenere gli arretrati. Il fatto stesso che per la terza volta in [...]
February 5, 2026
Effimera