Tag - povertà

Sicurezza di regime – di Gianni Giovannelli
Riflessioni sul decreto legge 24.2.2026 n. 23   Tirannide indistintamente appellare di debbe ogni qualunque governo in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle; o anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. Vittorio Alfieri (Della tirannide, Capitolo secondo)   Il Consiglio dei Ministri, riunito d’urgenza, ha approvato, già fra [...]
March 5, 2026
Effimera
La diseguaglianza e la potenza – di Cristina Morini
Cristina Campo scrive che esistono due mondi, lei viene dall’altro. “Mondo celato al mondo”, ecco perché non a tutti e tutte è dato comprendere. “Compenetrato” ma allo steso tempo “ignoto” al mondo. Cosicché per arrivarci davvero bisogna avere il desiderio e il coraggio di farsi attraversare dalla resistenza incarnata da una materia altra[1]. In [...]
March 3, 2026
Effimera
Disagio mentale e povertà, un legame perverso
Reso noto giorni fa, il Rapporto delinea lo stato allarmante di salute psico-fisica della popolazione italiana e in particolare dei giovani e delle donne. Quello che emerge dalla ricerca è «un peggioramento strutturale della salute mentale, con effetti particolarmente evidenti sulle giovani generazioni, sulle donne, sulle persone con esperienza migratoria, e una critica al definanziamento della salute mentale, all’indebolimento dei servizi territoriali, alle crescenti disuguaglianze nell’accesso alle cure e ai servizi integrati». > Qualche dato: «In Italia la diffusione dei disturbi mentali è ampia e > tutt’altro che marginale. – si legge nel Rapporto – Gli studi clinici stimano > che la prevalenza di almeno un disturbo mentale nel corso della vita vari tra > il 18,6% e il 28,5%, mentre nell’arco degli ultimi dodici mesi oscilli tra il > 7,3% e il 15,6%. La depressione maggiore interessa tra il 10% e il 17% della > popolazione nel corso della vita e circa il 2,6–3% nell’ultimo anno; i > disturbi d’ansia colpiscono l’11–17% delle persone nel corso della vita e il > 3–5% su base annuale.In modo trasversale a tutti gli studi emerge un marcato > divario di genere, con una prevalenza di ansia e depressione nettamente più > elevata tra le donne». Quanto ai giovani, Unicef registra che l’indice di salute mentale «evidenzia un peggioramento nelle fasce più giovani della popolazione, mentre con l’aumentare dell’età la situazione tende generalmente a migliorare. In particolare, la fascia di età 14–19 anni registra lo scostamento più marcato nel confronto tra il 2016 e il 2024 di 1,6 punti (insieme alla fascia 25–34 anni). Peggioramento più accentuato tra le ragazze, con una riduzione di 2,3 punti rispetto al 2016». E se, dati Ocse, risulta che l’Italia si colloca all’ottavo  posto nel mondo per la salute mentale dei quindicenni, lo studio europeo ESPAD (School Survey Project on Alcohol and Other Drugs) mostra che solo il 59% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni presenta un buon livello di benessere mentale, con un divario di genere molto marcato (66% tra i ragazzi contro il 35% tra le ragazze). Lo studio di sorveglianza europeo Health behaviour in school children (HBSC) segnala un forte aumento dei sintomi di stress nella fascia 11–17 anni, che arrivano a coinvolgere fino all’80% delle ragazze. Giovani, donne e, naturalmente, migranti. La Caritas rileva come «una componente rilevante riguarda le persone con storie di migrazione: giovani mandati avanti senza un progetto migratorio definito, minori non accompagnati spesso vittime di maltrattamenti, figli ricongiunti che non hanno partecipato alla scelta migratoria dei genitori e vivono una doppia perdita affettiva. Gli operatori parlano di stress transculturale, inteso come frattura identitaria prodotta dallo scontro tra cultura di origine e di arrivo, e segnalano il rischio di diagnosi inappropriate in assenza di una mediazione linguistico-culturale stabile e di competenze transculturali nei servizi». In particolare,  nei giovani tra i 18 e i 25 anni si parla di ansia, attacchi di panico, depressioni ad alto funzionamento, autolesionismo e uso di crack. Dai dati emerge un netto peggioramento delle condizioni di salute mentale nel nostro paese in particolare tra i giovani e le donne. Per cercare di capire le cause di questo tracollo sociale, parliamo con Laura Storti, psicoanalista, presidente dell’Associazione Il Cortile e coordinatrice del Consultorio di Psicoanalisi Applicata, fa parte della Scuola lacaniana e dell’Associazione mondiale di psicoanalisi ed è docente dell’Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza. Perché siamo caduti in questo precipizio? La causa scatenante è stata la pandemia, nel senso che i problemi non sono nati in quella occasione ma quell’evento traumatico ha creato un buco nella trama del simbolico. Ci ha riportato al nostro stato di debolezza che era stato camuffato dallo scientismo che ci ha fatto credere che potevamo ricostruirci come volevamo. Nell’aspetto, nel pensiero, nell’agire. Si è mostrata la fragilità umana che ha rivelato come la scienza non sia e non possa essere la nuova religione. Il Covid, che ci ha colti “di sorpresa” ha rivelato l’ovvio e cioè che la ricerca non si fa in nome del bene dell’umanità ma per ragioni di convenienza. E i giovani hanno accusato più degli altri il colpo. Durante il lockdown c’erano miei giovani pazienti che cercavano un po’ di privacy per non interrompere le nostre sedute e andavano sul tetto… per scoprire che sul tetto c’erano altre dieci persone. Il Covid ha annullato i corpi e il corpo è molto importante nell’adolescenza. I giovani, come dice Lacan, sono quelli che soffrono di più in un mondo immondo dove il posto per la soggettività è sempre più ridotto. A tutto questo si è aggiunta la colpevolizzazione: erano degli incoscienti perché volevano uscire a divertirsi, erano loro gli “untori” dei loro nonni e dei loro padri. E, dopo il lockdown la situazione non è migliorata né è tornata a essere come “prima” perché molti di loro si erano rifugiati in quell’isolamento, strada che già avevano cominciato a seguire attraverso i cosiddetti “social” che ti illudono di avere duemila amici e ti lasciano solo davanti a un computer. Da qui quel che vedo dal mio punto di vista: ragazzi che si tagliano, aumenti vertiginosi di tentati suicidi, crisi esistenziali. Un quadro desolante che va ben oltre il Covid Esatto. Affonda le sue radici nella trasformazione della psichiatria che ha smesso di fare clinica e fa solo diagnosi dando a chi soffre e sta male una etichetta. Mi rifiuto di accettare che il malessere della civiltà si rovesci sui giovani e che, addirittura, la diagnosi che viene loro affibbiata diventi il loro nome. Ora sono gli stessi ragazzi alla ricerca di una diagnosi che li “assolva” da colpe che non hanno. È una domanda deresponsabilizzante. E, accanto alla diagnosi, le risposte, sempre le stesse: farmaci e ricoveri. Invece di? Faccio un esempio: ultimamente è esplosa la domanda sulla propria identità di genere. Nelle scuole e nelle università da qualche anno esiste un protocollo che ogni studente deve compilare se decide di voler cambiare la propria identità di genere. Può decidere di volersi chiamare Maria invece di Mario. Questa incertezza non è un “disturbo” come vorrebbe la psichiatria, ma il segno di una difficoltà a conoscersi così come anche, viceversa, rifiutare il sesso o fare sesso ma senza innamorarsi. Così anche il bullismo diventa un “disturbo” in una scuola che ha dismesso la sua missione pedagogica diventando sempre più normativa e coercitiva: metal detector, sequestro dei cellulari… Ma la scuola non può essere un carcere e a queste condizioni è evidente il distacco sempre più marcato dei giovani da quel luogo. Distacco fortemente legato alla crisi nel riconoscere l’autorevolezza, prima dei genitori, poi degli insegnanti. A questo come rispondono gli adulti? I genitori assecondando le tendenze a etichettare i cosiddetti “disturbi” dei figli per deresponsabilizzarsi e per paura che i figli si buttino dalla finestra. E i professori a irrigidire la loro relazione. Rientra in questa configurazione anche la questione della famosa educazione sessuale nelle scuole? In Francia è stato introdotto un modulo di “consenso” che va firmato prima che due ragazzi escano insieme: cosa si può fare, fino a che punto ci si può spingere, e via dicendo. Non so se sia la strada da seguire di certo il problema esiste ed è molto sentito altrimenti come spiegare l’incremento così rilevante della pornografia tra i giovani? Pornografia che vuol dire una distorta introduzione alla sessualità, spesso la sola. Il quadro è disperante, come si può invertire la rotta? È vero che vanno forti sentimenti terribili come l’odio o l’indifferenza o il cinismo ma esiste, come diceva qualcuno, «l’amore come antidoto giusto per curare la tentazione della violenza» e io colgo, soprattutto nei maschi giovani una sorte di fratellanza con gli amici che la scuola potrebbe favorire anche perché altri luoghi di una socialità autentica non ce ne sono. la copertina è di Paolo Monti da wikimediacommons SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Disagio mentale e povertà, un legame perverso proviene da DINAMOpress.
March 2, 2026
DINAMOpress
Senza casa: far qualcosa a Ulm e niente in Italia
articoli di Gianluca Cicinelli e Massimo Pasquini da “Diogene-lotta alla povertà” Dormire fuori al gelo: a Ulm, un riparo che funziona di Gianluca Cicinelli A Ulm, nel sud della Germania, da anni c’è un oggetto che dice una cosa semplice: la povertà estrema non si “risolve” con un’idea, ma si può evitare che uccida mentre aspettiamo soluzioni più grandi. Si
February 28, 2026
La Bottega del Barbieri
Povertà e salute mentale: i dati della rete Caritas
Un aumento del 154% dei disturbi depressivi tra le persone assistite dalla rete Caritas nell’ultimo decennio… Un disagio mentale che, nell’80% dei casi, si intreccia con condizioni di povertà materiale, relazionale e sociale… Forti disuguaglianze territoriali nell’accesso ai servizi di salute mentale, aggravate dal definanziamento e dall’indebolimento dei presìdi territoriali… Il Rapporto “Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati” elaborato da Caritas Italiana in collaborazione con la Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia restituisce l’immagine di una crisi strutturale, che colpisce in modo particolare giovani, donne e persone con esperienza migratoria, e che non può essere letta solo in chiave sanitaria. I dati mostrano come le condizioni di precarietà lavorativa, insicurezza abitativa, isolamento relazionale e fragilità economica aumentino il rischio di sofferenza mentale e, allo stesso tempo, come il disturbo psichico possa generare nuove forme di impoverimento, perdita di lavoro, di casa e di legami sociali. Nell’introduzione del Rapporto è posto all’attenzione che “le evidenze epidemiologiche disponibili indicano che in Italia la diffusione dei disturbi mentali è ampia e tutt’altro che marginale” In specifico, il Rapporto rileva: > Gli studi clinici stimano che la prevalenza di almeno un disturbo mentale nel > corso della vita vari tra il 18,6% e il 28,5%, mentre nell’arco degli ultimi > dodici mesi oscilli tra il 7,3% e il 15,6%. > > La depressione maggiore interessa tra il 10% e il 17% della popolazione nel > corso della vita e circa il 2,6–3% nell’ultimo anno; i disturbi d’ansia > colpiscono l’11–17% delle persone nel corso della vita e il 3–5% su base > annuale. > > I disturbi psicotici, come la schizofrenia, presentano una prevalenza più > contenuta ma stabile, pari a 3–6 casi ogni 1˙000 abitanti. > > In modo trasversale a tutti gli studi emerge un marcato divario di genere, con > una prevalenza di ansia e depressione nettamente più elevata tra le donne. L’aumento del disagio mentale trova riscontro anche nei dati amministrativi e di utilizzo dei servizi: tra il 2019 e il 2023 gli utenti adulti dei servizi psichiatrici sono aumentati, da 826˙000 a 854˙000, del 3%. Nello stesso periodo si registra un significativo incremento, pari a circa il 20%, delle richieste di assistenza da cittadini stranieri residenti in Italia: un fenomeno strettamente connesso all’acuirsi delle difficoltà economiche, sociali e abitative in un contesto di crisi prolungata. La correlazione tra povertà e salute mentale è bidirezionale. Da un lato, la povertà aumenta il rischio di disturbi psicologici attraverso stress cronico, esclusione sociale, stigma e difficoltà materiali (causalità sociale); dall’altro, il disagio mentale può compromettere lavoro, reddito e inserimento sociale, incrementando la povertà (selezione sociale). Questo circolo vizioso è rafforzato da barriere economiche, sociali e simboliche all’accesso alle cure e dalle disuguaglianze strutturali. Oltre a reddito e lavoro, altri determinanti sociali influenzano la salute mentale: reti di supporto, condizione abitativa, istruzione, status migratorio, età e vulnerabilità legata a genere, cittadinanza o altre forme di marginalizzazione. In sintesi: povertà e disuguaglianze sociali determinano e amplificano il disagio mentale, creando circoli di vulnerabilità e la relazione tra salute mentale e condizioni socio-economiche è bidirezionale e interconnessa con fattori strutturali, culturali e politici. È necessario quindi un approccio intersezionale e strutturale che integri cura individuale, politiche sociali e trasformazioni sistemiche per migliorare la salute mentale e ridurre le disuguaglianze. I dati che riferiscono della attività svolte dalla Caritas sono eloquenti. Nel 2024 la rete Caritas in Italia ha assistito 277˙775 persone, di cui il 14,6% presentava una vulnerabilità sanitaria. La sofferenza mentale interessa invece il 4,4% delle persone accolte nei centri Caritas, una quota probabilmente sottostimata a causa della difficoltà di intercettare il disagio psichico, dello stigma sociale e dei sentimenti di vergogna che lo circondano, nonché della natura spesso episodica dei colloqui. Complessivamente, le persone con sofferenza psicologica seguite nel corso del 2024 sono state 7˙742. Le problematiche psicologico-relazionali rappresentano la tipologia più diffusa (38,5%), seguite dai disturbi depressivi (28,9%) e dalle patologie psichiatriche (26,8%). La sofferenza mentale si intreccia quasi sempre con altri bisogni fondamentali, dando luogo a forme di “povertà cumulata”: quasi l’80% delle persone con disagio psicologico presenta tre o più ambiti di bisogno, una quota nettamente superiore rispetto ad altri profili. Le criticità riguardano soprattutto lavoro, casa, salute, relazioni familiari, ma anche istruzione, disabilità e dipendenze, configurando traiettorie di fragilità complesse e interdipendenti. Tra le persone con sofferenza mentale emerge una maggiore cronicizzazione dello stato di bisogno: circa il 40% è seguito dalla Caritas da cinque anni o più. Ribadendo la necessità che la salute mentale sia realmente riconosciuta come diritto fondamentale e bene comune, affermando che continuare a sottovalutarne il valore significa indebolire la coesione sociale del Paese, il direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello, ha dichiarato: «Negli ultimi anni abbiamo osservato da vicino un aumento significativo del disagio psicologico tra le persone in condizione di fragilità socioeconomica. Nell’80% dei casi, il disagio mentale si intreccia con povertà materiale, relazionale e sociale. È un fenomeno sistemico che non può essere affrontato con risposte frammentate». «La sofferenza mentale non può essere compresa né curata se isolata dalle condizioni materiali e relazionali in cui prende forma – ha commentato il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana intervenuto alla presentazione del rapporto – La persona è sempre legata a una comunità e trova sé stessa ricreando la relazione con questa».   Rapporto Caritas POVERTÀ E SALUTE MENTALE. RELAZIONE CIRCOLARE E DIRITTI NEGATI  Giovanni Caprio
February 17, 2026
Pressenza
Le povertà nascoste
In questi ultimi anni si è sempre più consolidata una diffusa condizione di insicurezza economica e della vita di relazione, di insufficienza di reddito, condivisa da un numero molto ampio di famiglie e persone “quasi povere”. Si tratta di famiglie e persone che hanno una spesa per consumi mensile appena superiore alla linea standard di povertà relativa (1.218,07 euro mensili per una famiglia di due componenti). Non sono di classe media e non sono considerate povere nelle statistiche ufficiali. In larga misura sono integrate nella vita sociale e lavorativa e possono avvalersi, prevalentemente, di una rete parentale e amicale di supporto emotivo ed economico che trattiene loro in una condizione sociale intermedia ed evita una condizione di deprivazione materiale più profonda. Insomma, non esiste una povertà: esistono piuttosto molteplici forme di vulnerabilità, situate in contesti diversi, che si sviluppano lungo traiettorie personali, familiari e territoriali. E’ quanto emerge (tra le tante altre cose) dall’interessante Rapporto “L’Italia delle povertà. Dinamiche sociali, risposte pubbliche e racconto dei media” dell’Alleanza contro la povertà in Italia, a cura di Chiara Agostini, Cecilia Ficcadenti, Rosangela Lodigiani, Franca Maino, Leonardo Piromalli, Antonio Russo, Remo Siza, Paola Villa, Gianfranco Zucca. Nel loro insieme, i capitoli del Rapporto propongono tre messaggi comuni: 1. La povertà è un processo, non uno stato. Si costruisce nel tempo e può coinvolgere, in forme diverse, ampie fasce della popolazione esposte a fragilità lavorative, abitative e relazionali. 2. Le misure statistiche e le politiche pubbliche selezionano ciò che è visibile. Ogni indicatore e ogni requisito istituzionale rende governabili alcuni aspetti della povertà, ma ne lascia in ombra altri: la dimensione biografica, il ruolo delle reti, l’importanza dei diritti effettivamente esigibili. 3. La narrazione della povertà è un elemento costitutivo del fenomeno stesso. Il modo in cui media, politica e istituzioni costruiscono la legittimità del bisogno influenza chi è riconosciuto come povero e chi, invece, rimane privo di voce pubblica. E’ alla povertà nascosta che il Rapporto dedica uno dei capitoli più interessanti dal titolo: “Le povertà che le famiglie possono nascondere“. L’Istat (2025a) rileva che nel 2024 le famiglie quasi povere erano l’8,2% delle famiglie italiane, famiglie che hanno una spesa per consumi superiore dal 10 al 20% alla linea di povertà relativa (erano 8,1%, nel 2023). Sono famiglie e persone costantemente in bilico fra povertà e condizioni di reddito un po’ più favorevoli, persone che vivono appena al di sopra della soglia di povertà e per le quali un susseguirsi di eventi negativi (una spesa imprevista, una riduzione del salario), o di eventi positivi, quali la nascita di un figlio, può determinare condizioni di vita economicamente non più sostenibili. In larga misura evidenziano gli esiti di una integrazione costantemente precaria, parziale, instabile, non soddisfacente che riguarda la vita pubblica e la vita privata, che riguarda il lavoro e le relazioni primarie. Ai quasi poveri si affianca un’altra parte di famiglie a basso reddito. Sono il 6% delle famiglie italiane che vivono appena al di sotto della soglia di povertà, sono appena povere in quanto hanno un livello di consumi inferiore del 10% o del 20% della linea standard di povertà. Nel loro insieme, famiglie quasi povere e famiglie appena povere costituiscono il 14,2% delle famiglie italiane. > “Sono famiglie e persone, si sottolinea nel Rapporto, con le quali interagiamo > quotidiana mente (anziani, giovani coppie, lavoratori scarsamente retribuiti, > precari o persone che lavorano poche ore alla settimana, famiglie con figli > minori o con giovani adulti privi di reddito) che hanno instabili posizioni > sociali spesso nel nostro stesso ambito di lavoro, che condividono le > aspettative, le consuetudini e i sistemi di valori, i progetti di vita dei > gruppi sociali con redditi più elevati. Queste forme di povertà entrano nella > normalità della vita quotidiana, seppure per le famiglie e le persone che si > trovano in questa condizione partecipare alla vita sociale comunemente > condivisa sia sempre più difficile. Non sono più considerate un’emergenza e > sono osservate con naturalità come parte delle differenze e delle > disuguaglianze inevitabili di una società. Queste forme di povertà si > consolidano nella prossimità delle nostre relazioni, negli stessi luoghi di > consumo: nei centri commerciali, nelle vie cittadine della vita notturna c’è > posto per tutti. Una condizione di deprivazione economica diventa parte > integrante della normalità delle nostre relazioni sociali, delle nostre reti > di amicizia e di vicinato. La normalità che emerge per molti aspetti comprende > scelte e stili di vita che pochi anni fa la maggioranza delle persone > marginalizzava”. Il contrasto alla povertà, come si sottolinea nel Rapporto, non riguarda solo chi ne è direttamente colpito: riguarda l’intera società. Una comunità che tollera livelli elevati di esclusione accetta implicitamente un modello di convivenza in cui alcuni vivono con diritti pieni e altri con diritti dimezzati. Questo indebolisce la coesione sociale, alimenta la sfiducia nelle istituzioni, riduce il potenziale umano ed economico del Paese, compromettendo il futuro di tutti. Contrastare la povertà significa fare determinate scelte politiche, investendo risorse, costruendo infrastrutture sociali, rafforzando i servizi, riconoscendo che la vulnerabilità non è un fallimento individuale, ma un rischio collettivo che deve essere condiviso. > “Oggi il Paese, si legge nel Rapporto, ha bisogno di una strategia nazionale > contro la povertà che sia stabile, verificabile, fondata sulle evidenze. Una > strategia non dipendente dai cicli politici, ma costruita su un consenso ampio > tra le forze sociali. Una strategia che riconosca che il benessere non si > produce soltanto distribuendo risorse, ma costruendo capacità, rafforzando i > territori, garantendo diritti”. Qui il Rapporto dell’Alleanza contro la povertà in Italia: https://alleanzacontrolapoverta.it/wp-content/uploads/2026/02/LItalia-delle-poverta_Report.pdf. Giovanni Caprio
February 9, 2026
Pressenza
Non c’è due senza tre: e il furto vien da sé – di Alessandro Villari
Stavolta, a quanto pare, non ce l’ha fatta neppure ad arrivare in Consiglio dei Ministri la norma che avrebbe impedito ai giudici di condannare le aziende che avessero applicato ai propri dipendenti retribuzioni inferiori al “minimo costituzionale“, e ai lavoratori sottopagati di ottenere gli arretrati. Il fatto stesso che per la terza volta in [...]
February 5, 2026
Effimera
Oxfam. Il mondo nelle mani dei super ricchi
L’1% più ricco continua ad allungare le distanze, mentre miliardi di persone scivolano o restano intrappolate nella precarietà. È il quadro che emerge dall’ultimo report di Oxfam, “Resistere al dominio dei ricchi”. Difendere la libertà dal potere dei miliardari, che fotografa una concentrazione di ricchezza senza precedenti e il suo impatto diretto sulla libertà e sulle condizioni materiali di vita di miliardi di persone. Secondo l’organizzazione, negli ultimi cinque anni i patrimoni dei miliardari sono cresciuti a una velocità tripla rispetto al periodo precedente. Il numero dei super-ricchi ha superato quota 3.000 e, per la prima volta nella storia recente, un singolo individuo ha accumulato una ricchezza superiore ai 500 miliardi di dollari. Nello stesso arco temporale, quasi una persona su quattro nel mondo affronta la fame o una grave insicurezza alimentare. Due curve che si muovono in direzioni opposte: in alto, l’accumulo estremo; in basso, l’erosione delle condizioni di vita. Ne abbiamo parlato con Andrea Fumagalli, economista Ascolta la diretta:
January 30, 2026
Radio Blackout - Info
La violenza giovanile si affronta contrastando le disuguaglianze e investendo su scuola e lavoro
I recenti episodi di violenza che hanno coinvolto minorenni e giovani richiamano con urgenza il tema della prevenzione della violenza tra pari e delle risposte che il Paese intende dare a un fenomeno complesso che coinvolge diversi ambiti, dalla famiglia alla scuola, al contesto sociale. La narrazione dei media passa con estrema semplificazione dall’identificare il caso delle violenze di gruppo a danni spesso di stessi coetanei con il fenomeno “baby gang” a quello impropriamente ormai noto come “maranza”. In questo fenomeno in realtà si celano i volti di ragazzi di seconde e terze generazioni nati in Italia, italiani, spesso in contrasto con la propria famiglia di origine (come accade durante l’adolescenza), ma che faticano a trovare spazio nella realtà che vivono.   In Italia il numero di minori in contatto con il sistema di giustizia perché sospettati o autori di reato ha conosciuto un lieve aumento negli ultimi dieci anni (329 ogni 100mila abitanti nel 2014 e 363 nel 2023), ma rimane comunque uno dei più bassi tra i Paesi europei (nel 2023, 2.237 ogni 100mila abitanti in Germania, 1.608 in Francia, 2.118 in Austria, 824 in Svizzera, addirittura 8.403 in Ungheria, con un aumento di più del 1.000% dal 2014). Tuttavia, l’attenzione deve rimanere alta: dall’anticipazione di un rapporto di ricerca di Save the Children, che verrà diffuso a marzo, emerge che dal 2019 al 2024 i minori segnalati per porto di armi improprie – dai coltelli alle noccoliere, dalle mazze alle catene, fino agli storditori elettrici – sono passati da 778 a 1.946 e nel primo semestre del 2025 sono già 1.096. E’ fondamentale però mettere in campo soluzioni che non rispondano solo a una logica punitiva, a partire da un maggiore investimento in educazione. Da più parti si esprime forte preoccupazione per alcune misure al vaglio del governo nell’ambito dei provvedimenti sulla sicurezza, in particolare quelle che introdurrebbero una gestione di pubblica sicurezza delle condotte minorili applicata su vasta scala e una stretta alle misure di inclusione a favore dei minori stranieri non accompagnati, che rischiano di incidere negativamente sui diritti di bambine, bambini e adolescenti. In Italia le risorse pubbliche destinate all’istruzione sono meno del 4% del PIL, quasi un punto in meno della media dell’Unione Europea e il livello più basso tra le principali economie dell’area dell’euro. Bisogna potenziare l’offerta educativa, soprattutto nelle aree più complesse e svantaggiate. Inoltre, è cruciale investire sull’educazione alle relazioni e sul sostegno psicologico per prevenire i comportamenti a rischio, così come contrastare la normalizzazione di comportamenti violenti, supportando anche le famiglie, e impegnarsi in modo strutturale per la prevenzione dell’abuso di sostanze psico-attive tra i giovanissimi. “Migliaia di bambini, bambine e adolescenti in Italia vivono nelle periferie urbane, dove spesso le disuguaglianze socio-economiche, la scarsità di servizi scolastici, come mense e tempo pieno e l’emergenza abitativa aumentano il rischio di fragilità sociale e  isolamento, ha sottolineato Daniela Fatarella, Direttrice Generale di Save the Children, aprendo i lavori di <<Periferie: dove cresce il futuro>>, confronto promosso qualche settimana fa a Roma  tra attori istituzionali, organizzazioni della società civile attive nelle periferie e rappresentanti del settore privato. Qui per approfondire: https://www.savethechildren.it/blog-notizie/violenza-giovanile-prevenzione-e-inclusione-al-centro-del-dibattito. Anche il nuovo rapporto dell’Osservatorio #conibambini, nell’ambito della campagna “Non sono emergenza” promossa da Con i bambini, con il supporto di Openpolis, che punta a promuovere un dibattito sulla condizione dei minori in Italia, a partire dalle opportunità educative, culturali e sociali offerte, analizza in modo sistematico e con dati granulari città per città, quartiere per quartiere, lo stato del disagio socio-educativo nelle aree urbane italiane. In città come Catania, Napoli e Palermo circa il 6% delle famiglie si trova in potenziale disagio economico, vale a dire nuclei con figli la cui persona di riferimento ha fino a 64 anni e dove nessun componente è occupato o percettore di pensione da lavoro. Si tratta di valori anche 4-5 volte superiori rispetto a quelli rilevabili in città del centro-nord. Dentro una stessa città, i divari possono risultare ancora più ampi. A Catania, ad esempio, a fronte di una media cittadina del 6,2%, si va dal 3,1% del Terzo municipio al 9,3% del Sesto. A Napoli, si va dal 3% di quartieri come Arenella e Vomero al 9,2% del quartiere di San Pietro a Patierno. Si tratta di una condizione di partenza che si riflette troppo spesso sugli esiti educativi: ha lasciato la scuola prima del diploma delle superiori o di una qualifica oltre il 25% dei giovani a Catania, il 19,8% a Palermo, il 17,6% a Napoli. Si tratta anche delle città in cui oltre uno studente su 5 arriva in terza media con competenze del tutto inadeguate in italiano. La dispersione implicita ed esplicita resta elevata soprattutto tra i ragazzi provenienti da famiglie svantaggiate. La quota di abbandoni precoci è infatti più elevata proprio tra i figli di chi non ha il diploma, con divari particolarmente ampi in città come Cagliari (16,3% le uscite precoci dal sistema di istruzione in media nel Comune, quota che sale al 31,9% tra i figli dei non diplomati). E anche in questo caso pesano i divari interni alla stessa realtà cittadina. Gli esiti educativi si riflettono poi inesorabilmente sul futuro dei più giovani: la quota di residenti tra 15 e 29 anni che non studiano e non lavorano è più alta nelle realtà dove la condizione sociale di partenza è più difficile e dove anche il percorso scolastico risulta più critico. I Comuni capoluogo di città metropolitana con più giovani Neet sono infatti Catania (35,4%), Palermo (32,4%) e Napoli (29,7%). A quota 20% circa, tra le altre, le due città italiane più popolose, Roma e Milano. La quota scende al 17,3% a Bologna. Qui l’indagine di Con i Bambini: https://www.conibambini.org/wp-content/uploads/2025/12/Report-2025-Giovani-e-periferie.pdf Giovanni Caprio
January 29, 2026
Pressenza
La povertà non fa notizia
La povertà resta ai margini dell’informazione italiana e quando entra nell’agenda dei media, lo fa spesso in modo episodico, legato a eventi eccezionali o a fatti di cronaca, con una rappresentazione riduttiva e talvolta stereotipata. È quanto emerge dal rapporto “Taglio basso. Come la povertà fa notizia”, promosso da Caritas Italiana e realizzato in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia. La ricerca nasce dall’esigenza di interrogare il modo in cui la povertà e l’esclusione sociale vengono raccontate nello spazio pubblico e di comprendere quanto e come questi fenomeni incidano sull’immaginario collettivo. L’analisi ha riguardato la copertura della povertà nei telegiornali di prima serata, nei talk show televisivi e nei contenuti social di giornalisti e influencer, nel periodo settembre 2024 – giugno 2025. I dati mostrano una presenza limitata del tema nei notiziari, un ricorso prevalente a cornici emergenziali o politico-economiche, un uso scarso di dati e fonti qualificate e una difficoltà diffusa nel restituire la complessità multidimensionale delle povertà, che non sono solo economiche ma anche relazionali, educative, abitative e culturali. In molti casi, inoltre, la narrazione tende ad associare la povertà a stereotipi e pregiudizi, contribuendo a rafforzare distanza sociale e stigmatizzazione. La povertà è un tema trascurato nei TG: compare in 708 notizie, pari al 2% dei servizi. Si tratta di una presenza episodica, legata soprattutto a eventi eccezionali, a ricorrenze e fatti di cronaca. La Rai ha prodotto oltre metà dei servizi (53,5%), seguita da Mediaset e La7, ma le differenze tra testate sono minime. L’attenzione cresce in quattro momenti: novembre e dicembre 2024 (elezioni USA, G20, legge di bilancio, crisi e iniziative natalizie), aprile 2025 (morte di papa Francesco e lavoro povero) e maggio 2025 (elezione del nuovo papa e dati Eurostat). Nel 73% dei casi la povertà resta un tema accessorio. Tre servizi su quattro si concentrano sulla dimensione materiale (74%). Il 62% delle notizie adotta una prospettiva unidimensionale. La maggior parte tratta la povertà “in generale”, mentre le forme abitativa, lavorativa, relazionale, alimentare ricevono attenzione più limitata. Il focus è soprattutto sulla povertà italiana (47%). Alcuni Paesi molto poveri non ricevono attenzione: Asia (4%), Africa (2%). L’Italia delle periferie e delle zone rurali restano poco rappresentate, con percentuali di copertura rispettivamente del 3% e dello 0,1%. Solo l’8% dei servizi sulla povertà si avvale di dati quantitativi o studi di istituti di ricerca, associazioni e organismi internazionali (tra cui Caritas). Nel 18% dei casi si rileva un’associazione con stereotipi o pregiudizi. Le principali associazioni negative riguardano l’accostamento con illegalità e criminalità (13,6%), con il background migratorio (10,5%), le dipendenze (3,7%) e i disturbi mentali (2,7%). Per quanto riguarda i talk show, in un campione di 78 puntate (pari al 6% del totale) il tema della povertà è stato trattato, anche marginalmente, da ospiti o conduttori. Nella stragrande maggioranza dei casi (94%), i talk show selezionati non hanno affrontato in maniera diretta o esplicita la questione delle povertà. Quando la povertà compare, è centrale nell’83 per cento dei casi. L’attenzione verso la povertà dei dodici influencer più attivi su Facebook è, invece, estremamente bassa: solo lo 0,8% dei quasi 19.000 post pubblicati tra settembre 2024 e giugno 2025 tratta, anche marginalmente, il tema. La presenza è discontinua, con picchi in occasioni legate ad eventi di spettacolo o alla morte di papa Francesco, ricordato per il suo impegno verso i più fragili. Nel 79% dei casi la povertà non è centrale, ma accessoria rispetto ad altri contenuti. “Tutti i generi informativi analizzati, si legge nel report, mostrano attenzione a più forme di povertà, sebbene con intensità diversa. Nei talk show, ad esempio, il dibattito tende a integrare aspetti materiali, relazionali e lavorativi, mentre nei TG la sfera religiosa valorizza solidarietà e beneficenza. Anche sui social, nei picchi di attenzione, emergono contenuti che richiamano valori etici e responsabilità morale. Nei talk show la povertà, quando è trattata, è al centro del dibattito (83% dei casi), nei TG alcuni servizi la pongono al fulcro del racconto, soprattutto in corrispondenza di eventi simbolici o figure autorevoli come Papa Francesco. Nei social, pur essendo rara, la povertà compare in momenti di grande rilevanza mediale, come il Festival di Sanremo e la morte del Papa, favorendo visibilità e consapevolezza. TG e social mostrano un’attenzione significativa alla dimensione solidaristica/caritatevole (TG 47%, social 39%), che contribuisce a restituire storie di vita e esperienze concrete, anche se spesso prive di dati empirici solidi”. “La stampa, la televisione, la radio, il web contribuiscono a formare le coscienze e a promuovere la libertà, perché una società ben informata diventa in grado di partecipare e, dunque, di scegliere, ha sottolineato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana. Proprio perché crediamo nel ruolo prezioso dell’informazione, siamo convinti che raccontare la povertà e farlo mantenendo fede alle dimensioni della verità e della giustizia, sia una responsabilità che interpella tutti. Ognuno nel proprio ambito è chiamato a fare la sua parte per far sì che chi vive nel bisogno non resti anche senza voce”. Qui il rapporto Caritas Giovanni Caprio
January 23, 2026
Pressenza