Il valore dell’antifascismo: una parola ancora viva

Comune-info - Wednesday, April 29, 2026
Milano, 25 Aprile 2026

Il 25 Aprile di quest’anno è stato diverso, e chi era in piazza lo ha sentito. Non la solita commemorazione affidata alle grandi città, ai cortei prevedibili, ai discorsi già scritti. Questa volta le piazze si sono moltiplicate: borghi, quartieri, centri piccoli che hanno scelto di esserci. Una partecipazione che non si concentrava, si diffondeva — come fanno le cose quando nascono davvero dal basso. E c’erano tutti. I vecchi che quella storia la portano ancora nel corpo, i giovani che l’hanno incontrata nei libri e l’hanno fatta propria. Insieme, senza che nessuno dovesse spiegare all’altro perché era lì. Le parole d’ordine erano contro la guerra, per la pace, contro chi usa la forza come unica lingua.

La parola “antifascista” oggi non indica soltanto una posizione storica contro un regime del passato: richiama un criterio di giudizio sul presente. Ed è proprio questo che la rende scomoda. Quando una parola smette di essere soltanto commemorativa e torna a essere viva, entra nel campo della politica nel senso più profondo.

Antifascismo non significa solo ricordare il ventennio come un evento concluso; significa esercitare una responsabilità attiva contro ogni forma di autoritarismo, di culto del capo, di manipolazione della paura. In questo senso è una parola-specchio: ci obbliga a guardare quanto di quel passato sopravviva oggi sotto altre forme nei linguaggi, nelle istituzioni, nelle nostre reazioni verso l’altro e nell’indifferenza verso i diritti altrui.

Lo vediamo nelle piazze che si oppongono alla guerra, nelle reti di solidarietà verso chi fugge dai conflitti, nelle voci che rifiutano la normalizzazione della violenza. Qui l’antifascismo torna a parlare il linguaggio della pace e della responsabilità collettiva. Si manifesta nel rifiuto della logica delle armi: una pratica politica che si oppone alla forza bruta e riconosce nella militarizzazione del pensiero la premessa di ogni deriva autoritaria.

C’è un’eredità profonda in tutto questo: l’antifascismo delle origini non fu un atto di obbedienza, ma una scelta di libertà. Migliaia di giovani decisero di rischiare la vita non perché costretti da una divisa o da un ordine superiore, ma per una decisione intima e radicale. Non combattevano per conquistare territori o per affermare la superiorità di una nazione, ma per rendere possibile una comunità di uomini e donne liberi. Il loro orizzonte non era il confine, ma il genere umano. Per questo la loro lotta si distingueva dalla guerra di conquista e dalla violenza esercitata come dominio: nasceva dalla responsabilità di costruire una storia diversa.

Eppure oggi quella parola viene talvolta percepita come “sovversiva”. Non perché invochi la violenza, ma perché agisce come un contropotere critico rispetto a narrazioni che vorrebbero neutralizzare il confine tra democrazia e autoritarismo.

Se tutto viene ridotto a opinione, se il dissenso contro la violenza del potere viene bollato come tradimento, allora l’antifascismo perde il suo statuto di fondamento civile e viene degradato a semplice etichetta ideologica.

Non è un caso che persino nelle celebrazioni del 25 Aprile emergano tensioni e contestazioni. Gli episodi di disturbo o insofferenza verso richiami espliciti all’antifascismo mostrano che la memoria non è mai neutrale: resta un terreno vivo, attraversato da conflitti sul significato del presente.

Anche le discussioni attorno alla presenza della Brigata Ebraica nei cortei ricordano quanto sia necessario distinguere tra memoria storica e uso politico della memoria. Difendere il ruolo della Brigata nella Liberazione è doveroso; altra cosa è piegare quella storia a schieramenti contemporanei. Quando la memoria smette di interrogare il presente e diventa giustificazione, tradisce sé stessa.

L’antifascismo è il passaggio dal solipsismo del potere assoluto alla pluralità del “noi”.

È la scelta di chi non accetta che la dignità umana venga sacrificata sull’altare del realismo politico o della forza militare. Difendere il pluralismo e la pace non è un esercizio retorico, ma la manutenzione quotidiana di un artificio delicato chiamato democrazia.

In tempi di crisi, le società cercano spesso rifugio in linguaggi semplificatori: identità rigide, nemici interni, richiami all’ordine. L’antifascismo, al contrario, ricorda che la democrazia è complessità e conflitto regolato. È meno seducente di una risposta facile, ma è l’unica garanzia contro chi vorrebbe trasformare il cittadino in un soldato o in un suddito silenzioso.

Una democrazia non dovrebbe temere la parola antifascista; dovrebbe riconoscerla come la propria linfa vitale. Se oggi appare sovversiva, è perché ricorda che la libertà non è un bene acquisito una volta per tutte, ma un pensiero in cammino: ogni generazione deve decidere se custodirlo o lasciarlo consumare fino all’oblio.

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