Il governo di Taiwan scommette su Israele

Jacobin Italia - Wednesday, April 22, 2026

Il 24 marzo 2026, Li Ya-ping, la rappresentante di Taiwan in Israele, viene ripresa mentre si aggira tra le macerie di Petah Tikva, città gemellata con la taiwanese Taichung e appena colpita dai missili iraniani. Incontra le famiglie delle vittime e il vicesindaco, rende omaggio ai sopravvissuti all’Olocausto. Poi dichiara alla stampa che lo «spirito di difesa» israeliano, ormai «un riflesso istintivo radicato nel tessuto della società», dovrebbe essere d’esempio per Taiwan.

Pochi giorni prima, dopo l’uccisione della guida suprema iraniana Khamenei da parte degli Stati uniti, il portavoce del ministero degli Esteri taiwanese Hsiao Kuang-wei aveva dichiarato: «Condanniamo gli attacchi militari indiscriminati dell’Iran. Taiwan è al fianco della comunità internazionale nel sostenere la ricerca di libertà e democrazia del popolo iraniano».

Dichiarazioni simili sono arrivate anche dalle democrazie occidentali. Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, aveva definito la morte di Khamenei un’occasione per costruire «un Iran diverso», mentre Ursula von der Leyen aveva evocato una «nuova speranza». Entrambe avevano condannato la rappresaglia iraniana. Ma nessuna istituzione europea si è accodata all’attacco americano con la stessa rapidità di Taiwan, senza nemmeno un cenno formale al rispetto del diritto internazionale o della Carta Onu. 

La posizione taiwanese riflette una svolta in atto da oltre due anni. Dal 7 ottobre 2023, Taipei si schiera senza riserve con Israele. In oltre diciotto mesi di genocidio a Gaza, il Partito progressista democratico (Dpp) al governo non ha mai criticato le scelte di Tel Aviv. Anzi, rivendica con orgoglio l’idea che «Taiwan sia il paese meno antisemita al mondo» e che israeliani e taiwanesi condividano la stessa lotta per un’indipendenza che il mondo si rifiuta di riconoscere.

La guerra in Iran ha reso il paradosso impossibile da ignorare: Taiwan, una democrazia autogovernata sulla quale Pechino rivendica sovranità, non ha risposto alla politica estera di Trump e ai conflitti nella regione con lo scetticismo e la cautela che ci si aspetterebbe da chi vive da decenni sotto la minaccia concreta di un’aggressione. Al contrario, il governo taiwanese ha scelto l’allineamento totale – ideologico, diplomatico e istituzionale – con l’asse Washington-Tel Aviv, proprio mentre buona parte del mondo democratico prende (timidamente) le distanze e si chiede perché Russia e Cina non dovrebbero perseguire le loro mire espansioniste, se questo è l’esempio offerto dall’egemone democratico. 

Si potrebbe anzi sostenere che il paragone giovi più a Israele che a Taiwan, considerando chi, nelle due storie, è la vittima e chi l’aggressore. 

Per capire come si sia arrivati a questo punto, bisogna affrontare una questione strutturale che riguarda Taiwan e, potenzialmente, tutti i territori dove esistono condizioni di sovranità parziale. Cosa succede quando il discorso dominante fa della salvaguardia dell’autonomia e dell’identità nazionale una priorità assoluta, finendo per soffocare ogni considerazione morale alternativa?

La svolta nazionalista di Taiwan

Dal 1949, quando il governo della Repubblica di Cina sconfitto nella guerra civile si ritirò a Taiwan, l’isola esiste in un limbo politico. Oggi è una nazione indipendente de facto, ma priva di riconoscimento internazionale. I due principali partiti taiwanesi costruiscono buona parte dei loro programmi politici sulla questione dell’identità nazionale e dei rapporti con la Repubblica popolare cinese (Rpc): il Kuomintang (Kmt) favorisce legami economici più stretti e il dialogo con Pechino, mentre il Partito democratico progressista (Dpp) propende per l’indipendenza taiwanese e una politica di confronto con la Rpc. Il Dpp governa dal 2016. 

Tra il 2016 e il 2024, la cifra distintiva dell’amministrazione Tsai Ing-wen è stata una moderazione deliberata. Di fronte alla crescente pressione militare cinese, la risposta di Tsai è stata mantenere lo status quo: né provocare Pechino né cedere alle sue pressioni. Sul piano interno, il suo governo ha promosso riforme di orientamento liberale che hanno conferito a Taiwan notevole visibilità internazionale: la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso nel 2019 (primo paese in Asia), una riforma del welfare e l’avvio di un processo di giustizia riparativa per le vittime del passato autoritario.

Lai Ching-te, eletto alle presidenziali del 2024, proviene dallo stesso partito di Tsai Ing-wen, ma dalla sua ala più nazionalista, da tempo insofferente verso quella che considerava un’eccessiva prudenza. Laddove Tsai aveva accuratamente evitato di pronunciare la parola «indipendenza», Lai, nel giorno del suo insediamento, ha invitato la Cina a «prendere atto della realtà della Repubblica di Cina (Taiwan)». Con lui, l’era dell’ambiguità strategica, almeno sul piano retorico, sembra essersi conclusa.

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La svolta sul piano interno è stata altrettanto marcata. Se l’amministrazione di Tsai Ing-wen aveva privilegiato riforme sociali di orientamento liberale, quella di Lai Ching-te si è progressivamente orientata verso una politica identitaria nazionalista, in cui la «sicurezza nazionale» è il principio ordinatore dell’azione politica. Le risorse statali sono state così mobilitate a sostegno dell’«industria culturale locale», in contrapposizione all’«influenza dei cittadini cinesi». Parallelamente, la lealtà dei cittadini naturalizzati provenienti dalla Cina, da Hong Kong e da Macao è sempre più spesso messa in discussione da esponenti politici e commentatori vicini al governo. 

Nel 2025, alcuni gruppi di attivisti pro-indipendenza, poi sostenuti dal Dpp che governa senza maggioranza parlamentare, hanno tentato di destituire 24 parlamentari dell’opposizione tramite referendum di revoca, uno strumento costituzionale che permette di votare la rimozione degli eletti dopo un anno di mandato. La mobilitazione è stata presentata come necessaria per «contrastare l’influenza della Cina». In un comizio, lo stesso Lai ha invitato i sostenitori «a eliminare tutte le impurità, finché all’interno delle istituzioni non resterà altro che la ferrea volontà di difendere la nostra sovranità e proteggere la nostra democrazia».

Nel marzo 2025, l’amministrazione ha invocato «ragioni di sicurezza nazionale» per espellere alcuni influencer cinesi che avevano sostenuto la «riunificazione armata». Ad agosto è toccato a due influencer giapponesi, ritenuti simpatetici verso Pechino. Politici del Dpp e commentatori vicini al governo passano al setaccio le biografie dei coniugi cinesi di cittadini taiwanesi, alimentando timori su una presunta «campagna demografica» di infiltrazione, e sono state avviate indagini sui cittadini naturalizzati di origine cinese. Il magnate della tecnologia Robert Tsao, uno dei promotori della campagna di revoca, ha perfino fatto appello per introdurre controlli sulla libertà di parola: «I taiwanesi dovrebbero riconoscere che l’idea dell’unificazione è un residuo barbarico dell’età della pietra e andrebbe eradicata, proprio come i paesi europei hanno vietato l’ideologia nazista».

È in questo contesto politico – un governo che ha ridefinito la propria identità democratica attorno al militantismo nazionalista anziché al pluralismo – che va compresa la sempre più stretta adesione di Taiwan all’asse Usa-Israele.

La visita dell’Aipac

L’identificazione di Taiwan con Israele precede l’attuale amministrazione e affonda le radici più in profondità di qualsiasi calcolo diplomatico. Nei circoli nazionalisti pro-indipendenza, il progetto sionista ha a lungo funzionato da specchio: una piccola democrazia circondata da paesi ostili e illberali, capace di sopravvivere grazie alla determinazione militare e alla protezione americana, animata dalla convinzione della necessità morale della propria esistenza. L’immagine di «Davide contro Golia» ha trovato terreno fertile in una corrente del pensiero politico taiwanese che ha sempre interpretato la propria condizione in termini analoghi.

Ma sotto l’affinità ideologica c’è anche un calcolo pragmatico: Israele ha dimostrato come un piccolo Stato possa costruirsi un sostegno solido e trasversale a Washington. Per Taipei, la cui sopravvivenza dipende dall’impegno americano, è un modello che vale la pena studiare.

Quest’affinità è stata attivamente coltivata da figure centrali dell’establishment taiwanese. Huang Wen-ju, fondatore del think-tank pro-indipendenza Global Taiwan Institute e mentore politico dell’attuale vicepresidente Hsiao Bi-khim e del ministro degli Esteri Lin Chia-lung, l’emblema di questa corrente. In un editoriale del gennaio 2024 sull’offensiva israeliana su Gaza, Huang ha scritto: «Un comportamento così fanatico da parte degli israeliani è certamente inaccettabile. Ma la loro disponibilità a sacrificare tutto, compresa la vita, per la gloria di Israele è commovente e degna di essere emulata dal popolo taiwanese». 

Tra il 24 e il 28 ottobre 2025, l’American Israel Public Affairs Committee (Aipac), potente lobby israeliana con sede a Washington, ha inviato a Taipei una delegazione di 200 persone, la più grande mai registrata nella storia dell’organizzazione. L’incontro non è stato annunciato al pubblico prima della sua conclusione ed è rimasto chiuso alla stampa. Il Ministero degli Esteri taiwanese ha definito l’accoglienza dell’Aipac a porte chiuse una «prassi standard». L’Aipac non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche sulla visita.

L’incontro era stato preparato per quasi due anni, il risultato di una strategia dell’amministrazione Lai per coltivare l’attenzione dell’Aipac come canale d’accesso privilegiato a Washington. La tempistica è stata eloquente. Poche ore prima che Netanyahu annunciasse l’ennesimo attacco a Gaza il 28 ottobre 2025, che ha causato 104 vittime, Lai si è presentato davanti alla delegazione dell’Aipac elogiando il cessate il fuoco che lo aveva preceduto come «lo sviluppo più significativo degli ultimi due anni» e «un importante risultato diplomatico del presidente Trump». Ha poi aggiunto: «Credo che la cooperazione trilaterale Taiwan-Usa-Israele possa contribuire a conseguire pace, stabilità e prosperità nella regione».

Nei due anni precedenti, Israele aveva attaccato sei paesi, violato tre accordi di cessate il fuoco, sequestrato due flottiglie umanitarie in acque internazionali, usato gli aiuti umanitari come strumento di guerra e distrutto sistematicamente le infrastrutture civili a Gaza. Lai, nel suo discorso all’Aipac, ha espresso la propria ammirazione per «la determinazione e la capacità di Israele di difendere il proprio territorio».

Tenersi stretta Washington

Per capire perché il governo taiwanese continui a scommettere su Israele, bisogna capire quali timori animano l’amministrazione Lai nel rapporto con Washington. 

Il rapporto Usa-Taiwan attraversa una fase di insolita turbolenza da quando Trump è tornato alla presidenza. Laura Rosenberger, presidente dell’American Institute in Taiwan, l’ambasciata de facto degli Stati uniti, ha lasciato il suo incarico nel gennaio 2025 senza essere sostituita. L’annuncio a sorpresa sul piano di investimenti di Tsmc negli Stati uniti, le trattative sui dazi e il rifiuto di concedere a Lai uno scalo sul suolo americano hanno alimentato a Taipei un’atmosfera di incertezza. 

A complicare le cose, Taiwan è finita dalla parte sbagliata delle guerre culturali del movimento Maga. Quando, durante la campagna elettorale, Trump accusò falsamente la campionessa olimpica Lin Yu-Ting di essere un uomo, il presidente Lai la difese pubblicamente come «figlia di Taiwan», una mossa che a Washington non è passata inosservata. Per un governo che dipende dall’impegno americano per sopravvivere, apparire allineati col fronte perdente delle culture wars può rivelarsi fatale, specie quando la Casa Bianca sceglie gli alleati in modo sempre più arbitrario. A questo si aggiunge la pressione perché Taiwan investa di più nella difesa e riduca la dipendenza dall’ombrello americano.

La corrente che Lai cerca di conquistare è rappresentata da figure come Christian Whiton, ex Senior Advisor del Dipartimento di Stato, secondo cui Taiwan dovrebbe «seguire il modello di Israele e dichiarare che un presidente taiwanese non chiederà mai a un presidente americano di sacrificare vite per Taiwan». Peter Thiel, fondatore di Palantir e stretto collaboratore del vicepresidente JD Vance, ha espresso il calcolo in maniera ancora più brutale: «[Taiwan] non vale la terza guerra mondiale, e lo dico pur pensando che sarebbe una catastrofe se venisse presa dai comunisti».

Thiel e Whiton rappresentano una nuova dottrina Maga su Taiwan, secondo cui l’isola dovrebbe assumere un ruolo più autonomo e assertivo nel contenimento della Cina, alleggerendo l’onere americano. Il modello israeliano – uno Stato vassallo armato che porta avanti le proprie guerre godendo del supporto incondizionato di Washington – è, in questa logica, ciò a cui Taiwan dovrebbe aspirare.

Eeling Chiu, direttrice di Amnesty International per Taiwan, osserva con preoccupazione questo riposizionamento. «Taiwan rivendica il proprio incrollabile impegno per la libertà e i diritti umani. Non è solo la nostra identità nazionale: i cittadini sono orgogliosi di essere l’unico paese in Asia ad aver legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Se continuiamo a ignorare i legami con Israele, metteremo seriamente in discussione questo impegno».

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Il prezzo della solidarietà

Il riallineamento diplomatico ha prodotto effetti anche sulla repressione interna. Il primo scontro aperto è avvenuto il 18 maggio 2024, durante una protesta contro il genocidio a Gaza in occasione del concerto «Amici di Israele a Taiwan». La polizia è rimasta a guardare mentre il responsabile della sicurezza dell’ambasciata israeliana scaraventava a terra la manifestante Temir Saqau. Un partecipante al concerto ha rivolto minacce di stupro all’attivista Aurora Chang mentre gli agenti rimanevano impassibili.

Da allora, l’amministrazione Lai ha orientato le sue «preoccupazioni per la sicurezza nazionale» contro gli attivisti pro-Palestina. La logica del nazionalismo taiwanese, secondo cui ogni critica al Dpp è un potenziale servizio a Pechino, ha reso la solidarietà politicamente pericolosa. Andres Chang, cittadino statunitense di origine taiwanese, ha organizzato una protesta contro il genocidio l’11 marzo 2024 in una stazione della metropolitana di Taipei. Il 10 luglio 2025, al rientro dal Giappone, si è visto negare l’ingresso a Taiwan per «questioni di interesse nazionale» e «ordine pubblico». 

Il doxing è stato particolarmente feroce contro chi, per la propria biografia, si presta a essere additato come agente straniero. Lala Pika Lau, originaria di Hong Kong, è diventata il bersaglio di un articolo di Chu Yu-hsun, ex direttore della Central News Agency: «Se non fosse per Israele, non avrebbe avuto nemmeno l’opportunità di fuggire da Hong Kong». Il sottotesto è che Lau debba la propria incolumità alle società democratiche come Israele, verso le quali dovrebbe essere grata anziché critica. Lau descrive la trappola ideologica: «è un modo di pensare da guerra fredda, in cui i campi sono divisi tra il blocco americano e quello cinese. Quando critico il governo taiwanese, viene sempre interpretato come un attacco proveniente dal campo avversario».

Un altro punto di vista

Aurora Chang è una delle voci pro-Palestina più riconoscibili a Taiwan, e non ha mai smesso di rivendicare l’indipendenza taiwanese. Per lei, solidarietà internazionalista con la Palestina e indipendenza di Taiwan non sono in contraddizione, sono due facce della stessa lotta anti-imperialista. «Se sostieni l’autodeterminazione di Taiwan – dice – allora devi sostenere la liberazione della Palestina».

È una formula che l’intera strategia diplomatica dell’amministrazione Lai cerca di rendere impronunciabile. Il governo ha investito pesantemente in una versione dell’identità democratica taiwanese inseparabile dall’alleanza con Washington e Tel Aviv. Una versione in cui «democrazia» è una categoria geopolitica definita non da principi universali, ma dal lato dello scontro Usa-Cina dal quale ci si schiera. In questa versione, condannare i missili iraniani e non quelli israeliani non è ipocrisia, ma difesa di Taiwan. 

Il governo taiwanese offre a Washington una Taiwan che ha interiorizzato il modello Israele: armata, allineata, e pronta a combattere le proprie battaglie senza fare troppe domande su quelle combattute in suo nome altrove. Se la società civile taiwanese, cresciuta con un’identità democratica fondata sulla memoria dell’autoritarismo, accetterà questo patto faustiano è un’altra questione.

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