
Pensare il futuro mentre il presente crolla
Comune-info - Tuesday, April 21, 2026
Iftar, il pasto che rompe il digiuno durante il Ramadan, preparato a Casa Acmos, Torino, un luogo che da oltre vent’anni apre le porte a giovani che vogliono condividere la sobrietà nei consumi, l’accoglienza, l’approccio nonviolento ai conflitti e la formazione permanenteEra il 1942 e il 1943 quando Simone Weil, nel pieno della tragedia della guerra e poco prima di perdere la vita, dedicava tutte le sue energie a pensare una costituente per l’Europa. Un anno prima Altiero Spinelli e gli altri antifascisti confinati a Ventotene immaginavano il loro Manifesto, a cui ancora oggi continuiamo a guardare.
Perché tornare a questi esempi, così noti? Perché in entrambi c’è qualcosa che oggi sembra smarrito: la capacità di pensare il futuro mentre il presente crolla. Non dopo, non quando tutto sarà finito. Ma dentro la crisi, dentro la ferita della storia. È una lucidità che non consola. Non promette ritorni. Sa, piuttosto, che nulla di ciò che verrà potrà essere semplicemente una restaurazione di ciò che è stato.
Eppure oggi, anche quando arrivano segnali che sembrano incrinare equilibri dati per intoccabili, la tentazione è quella di accontentarsi. Di leggere ogni cambiamento come un possibile ritorno alla normalità. Come se bastasse che qualcosa finisca perché tutto possa ricominciare come prima. È questa, forse, la forma più sottile di rinuncia: la nostalgia. Affidarsi al passato per difendersi dall’inquietudine del presente. Immaginare che la storia possa riavvolgersi, che le democrazie possano semplicemente essere ripristinate, che le categorie di ieri bastino ancora a leggere il mondo. Ma ciò che Weil e Spinelli avevano compreso è esattamente il contrario: il “dopo” non esiste se non viene pensato a partire da ciò che accade. Non si esce indenni da una frattura storica. La si attraversa, e da lì si prova a immaginare.
Per questo oggi il problema non è solo politico, nel senso più ristretto del termine. È più profondo: riguarda la nostra incapacità di sottrarci a un presente che si impone come unico orizzonte possibile.
Una sorta di presentismo che soffoca l’immaginazione e riduce la politica a gestione dell’esistente.
E tuttavia, proprio qui si apre una domanda decisiva: chi è chiamato a pensare — e a costruire — il futuro? Se restiamo dentro l’idea che la politica sia solo ciò che accade nelle istituzioni, nei partiti, nelle leadership, allora la risposta sarà sempre delegata. Qualcuno dovrà farlo al posto nostro. Ma forse è proprio questo il limite da superare. Perché il futuro non nasce prima nei programmi, ma nelle pratiche. Non prende forma solo nelle decisioni ufficiali, ma nei modi in cui viviamo, lavoriamo, insegniamo, costruiamo relazioni. Lo si intravede ogni volta che la partecipazione rompe la passività. Non come gesto improvviso, ma come esito di un lavoro lento, spesso invisibile.
Anche i referendum, quando accadono davvero, non nascono all’improvviso.
Sono lo sbocco di una trama di rifiuti disseminati nel tempo e nello spazio: tanti “no” che prendono forma nei territori, nelle esperienze quotidiane, nei conflitti locali, nelle parole che circolano e resistono. È lì che qualcosa comincia a muoversi. Quando ciò che sembrava frammentato trova un punto di convergenza. Quando una somma di voci isolate diventa, per un momento, voce collettiva. Ma proprio per questo il referendum non è un punto di arrivo. È un passaggio. Perché senza quel lavoro diffuso, la politica ufficiale resta vuota. Resta forma senza vita, linguaggio senza esperienza, promessa senza radicamento. Al contrario, quando nei territori si moltiplicano pratiche democratiche partecipate, quando le persone tornano a esercitare una responsabilità condivisa, allora anche ciò che sembra impensabile può accadere. È in questi momenti che un “No King” può emergere — non come esplosione improvvisa, ma come rivelazione di qualcosa che era già in atto. Un rifiuto che si è costruito nel tempo, fino a diventare visibile, fino a trovare la forza di nominarsi.
E forse è proprio qui che possiamo tornare a Weil, a Spinelli, a Zambrano. Perché ciò che li accomuna non è solo la capacità di immaginare il futuro dentro la crisi, ma il modo in cui questo immaginare non è mai separato dalla vita. In Weil è attenzione radicale al reale, fino a farsi responsabilità. In Spinelli è progetto che nasce anche nelle condizioni più estreme e non rinuncia a incidere nella storia. In Zambrano è una ragione che non si chiude nella tecnica o nel calcolo, ma si lascia attraversare dall’esperienza, diventando capace di generare senso. Tre modi diversi di dire la stessa cosa: il futuro non si attende, non si delega, non si eredita. Si pensa, certo. Ma soprattutto si comincia a vivere. E comincia sempre da qui.
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