
Dai no la via oltre l’esistente
Comune-info - Tuesday, April 14, 2026Questo articolo fa parte della discussione: “Società in movimento“
Roma, 28 marzo: corteo No Kins. Foto di Riccardo TroisiLa vittoria del No al referendum del 22-23 marzo si collega idealmente alle imponenti mobilitazioni per la Palestina del 22 settembre e del 3 ottobre, così come al grande corteo della rete No Kings del 28 marzo, e al corteo di Torino in difesa degli spazi sociali del 31 gennaio: un prendere la voce, stare da una parte, un’irruzione di partecipazione.
È un No che trascende la questione specifica, la riforma della giustizia; racconta di una rivolta contro l’arroganza e la violenza del potere, di voglia di principi, di politica come visione del mondo, di desiderio di un altro futuro. Ed è tanto più rilevante in quanto, come risulta dai dati disaggregati, proviene dai giovani, dalle donne, dal Sud; da chi più di altri sente il disagio e il peso dell’esistente e ha colto nel referendum la possibilità di far sentire la propria voce.
È una vittoria della società, di cittadine e cittadini, che hanno organizzato incontri, discusso, distribuito volantini. Sono le forze sociali e politiche vive che attraversano i territori ad aver innervato la campagna referendaria, ad aver contrastato con una informazione consapevole una cappa mediatica asfissiante di falsità, menzogne, strumentalizzazioni. É stato un voto contro la riforma, contro il governo Meloni, contro la costruzione di un regime autoritario, contro la guerra e contro il genocidio che continua in Palestina: è stato un voto contro l’esistente. Un “ora basta”, invertiamo la rotta. Usciamo dalla tormenta che ci avvolge.
È stato un voto per la Costituzione, per i suoi contenuti, perché è una Costituzione partigiana, dalla parte dell’antifascismo, dei diritti, della partecipazione, della pace, dell’emancipazione, del riconoscimento del dissenso e del conflitto. È l’antitesi del neoliberismo autoritario, del tecno-fascismo, della plutocrazia, della normalizzazione della guerra e del clima bellico.
Il voto al referendum come le mobilitazioni nelle piazze mostrano il desiderio di un’altra politica, quella che è praticata nel basso e che dal basso apre crepe nell’orizzonte autoritario, bellico, dominato dalla logica del profitto, che ci avvolge. È una voce contro l’esistente. E la Costituzione è – ancora – spazio di immaginazione e costruzione contro e oltre l’esistente; non esprime conservazione ma il suo orizzonte sociale, conflittuale e pluralista – inattuato –, con il progetto per una emancipazione personale e collettiva, è terreno di trasformazione, crea le condizioni, attraverso i presupposti sociali, economici, culturali, politici, anche per immaginare forme diverse.
E veniamo ai partiti. I partiti dell’opposizione si sono attivati tardi, per poi ribaltare subito l’esito referendario sul voto alle prossime elezioni politiche: certo è auspicabile un fronte ampio per battere le destre, ma mobilitazione e partecipazione non sono state per loro (né grazie a loro né in loro favore). E certamente la soluzione non sono le primarie, la scelta del capo, ma, al contrario, la via non può che essere un ascolto attento ed effettivo del corpo vivo della società, di quanto si muove nel “basso”; e non una recezione finalizzata al voto, ma la capacità di costruire una alternativa credibile e reale. Per le opposizioni, che sono state governo, una semplice domanda: sapranno essere alternativa allo stato di cose o ne veicoleranno, come in passato, solo una versione più soft? L’auspicio è che sappiano cogliere la tensione al cambiamento che c’è nel “no”, nel “no” della società civile. E non suoni populista: è il tessuto vivo della società, dell’associazionismo, del mondo del lavoro, dei movimenti che si è mosso; in modo trasversale, con le proprie differenze, ma insieme convergente. Come nelle dirompenti piazze per la Palestina. Gli anticorpi sociali.
L’alta partecipazione, non solo al voto, ma come mobilitazione, è un segnale di vitalità della democrazia, ma non ha un riflesso scontato sulla crisi della rappresentanza. E chi sta cercando di leggere il voto in chiave autoreferenziale, di appropriarsene, dovrebbe rifletterci.
I partiti potrebbero trovare “nel basso” nuova linfa programmatica e connessioni con i territori, ma resta che i movimenti, le mille luci della democrazia dal basso, sono altro; la loro esistenza, in quanto autorganizzati e indipendenti, è una componente essenziale della democrazia. Le istituzioni – sintetizzo – sono uno strumento non il fine; necessitano, certo, di una relazione viva con il corpo sociale, e questo è il compito dei partiti, mentre i movimenti, che veicolano conflittualità “nuova”, si situano lungo le faglie che si aprono nel terreno del conflitto sociale, costituiscono la cartina di tornasole delle trasformazioni e delle tensioni che attraversano la società, molto spesso sono la prima voce a rivendicare diritti in fieri, evidenziare contraddizioni, esprimere bisogni, immaginare, e praticare, cambiamento. Ciascuno ha il suo compito.
La democrazia è un fenomeno complesso, movimenti autorganizzati vitali ne sono una componente essenziale. A loro il compito di continuare a immaginare e praticare trasformazione sociale oltre la rappresentanza; l’azione in prima persona, la creazione di legami, sociali e politici, sono un antidoto alla verticalizzazione del potere e alla passività, un modo di partecipare e di rendere vitale la democrazia; ricordando che anche quest’ultima non è un fine ma una forma che, quando è sociale e conflittuale, si fonda sull’espressione dei conflitti, la partecipazione e l’emancipazione.
Essenziali sono il radicamento nei territori, l’azione pratica e concreta, uniti alla capacità di creare connessioni e di proporre una lettura complessa, che colga il filo nero dell’oppressione che collega la necropolitica nei confronti dei migranti, le guerre coloniali, il genocidio in Palestina, l’estrattivismo che devasta la natura, le politiche che criminalizzano il dissenso.
Almeno due sono i passi su cui insistere: far crescere la convergenza, unità nel rispetto delle differenze, e tramutare la partecipazione episodica, esplosiva (del voto referendario e dei cortei) in forza permanente per trasformare l’esistente.
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