
Il capitalismo algoritmico. La guerra, il caos e noi
Comune-info - Friday, April 10, 2026Pubblicato sul blog dell’associazione Transglobal, questo articolo contribuisce alla discussione Società in movimento
Foto Collettivo Autonomo Lavoratori PortualiNon dovrebbero esserci dubbi sul fatto che un cambiamento epocale, iniziato in Occidente, stia sconvolgendo, passo dopo passo, l’intero pianeta. Il modello neoliberale di società, emerso cinquant’anni fa dalla dissoluzione dello stato sociale, è entrato in crisi. Ne hanno gravemente risentito tanto la rappresentanza e la funzione delle istituzioni pubbliche – a diversi livelli – quanto i modelli di produzione e riproduzione economica, sociale e culturale.
Stiamo assistendo a un cambiamento nel ceto dominante ai vertici del capitalismo, a cui si associa una nuova fase del suo ciclo vitale. Nella posizione apicale si trovano oggi gli oligarchi del capitale algoritmico, coloro che estraggono rendita controllando gli snodi chiave – reti sociali, motori di ricerca, servizi di pagamento – della digitalizzazione delle vite e della produzione di “informazione astratta”.
Tra i tanti nomi utilizzati per descriverlo, abbiamo scelto quello di capitalismo algoritmico, poiché ci sembra quello che meglio renda conto delle tensioni che lo attraversano. Una delle sue caratteristiche più evidenti è la concentrazione di capitali e potere sostanziale – così come della capacità di influenzare una quota elevatissima della popolazione mondiale – nelle mani di un numero esiguo di persone. Il contesto generale in cui ciò avviene è la continua sollecitazione del caos, con la conseguente caduta di qualsiasi regola che dia l’idea di limiti invalicabili.
È molto difficile trovare una situazione simile nelle fasi precedenti del capitalismo.
Nel modello oggi in opera, la soglia tra l’interesse privato delle grandi corporazioni e la funzione delle istituzioni pubbliche diventa quasi impercettibile; le sovrapposizioni e le intersezioni tra i due ambiti sono alla base della sua riproduzione.
A un livello “molecolare”, la nuova fase si traduce in un diverso rapporto tra il soggetto e le strutture (sociali, economiche, giuridico-amministrative, culturali) in cui il primo si definisce ed è, allo stesso tempo, definito e contenuto.
Il rapidissimo sviluppo e l’applicazione dell’IA rappresenta uno dei punti di maggiore forza di questo cambiamento.
Nascono nuove infrastrutture – formali e informali – insieme a discorsi, norme, leggi, ed enunciati che le rendono concrete e “vere”. Nasce, infine, un nuovo dispositivo, un concetto, questo, che sarà molto utile per lo sviluppo di quanto si intende discutere qui.
L’obiettivo di queste pagine non è, tuttavia, soltanto tentare una descrizione – per quanto molto parziale – del nuovo scenario.
Intendiamo invece abbozzare – in forma meramente interlocutoria – alcuni punti che ci sembrano cruciali per intravedere una via di fuga, una possibile rotta di collisione, un atto di pirateria, un respiro collettivo sincrono.
Vorremmo cominciare dal secondo livello, quello che è stato definito molecolare. L’IA sta assumendo sempre più una funzione indiscutibile nella costituzione del nuovo ente che – con i filosofi post-strutturalisti francesi – chiamiamo uomo-macchina. Si tratta di un ente connotato dalla “piena integrazione tra l’individuo in carne e ossa e le sue prolungazioni digitali, costituite dall’insieme non omogeneo di dati, condivisi nella dimensione online”, come scrive Davide Sisto nel suo saggio I confini dell’umano.
L’uomo-macchina trova nell’IA un orizzonte propizio per andare oltre le connessioni cyborg che lo collocano, già da tre decenni, in uno spazio senza confini fisici. In quell’orizzonte si creano le condizioni per un rapporto tra sé e l’ambiente, contraddistinto da nuove caratteristiche, che lo include.
L’esternalizzazione di organi, funzioni e memorie nelle prolungazioni digitali ha un impatto sul modo in cui ci percepiamo come soggetti – attivi e passivi – della conoscenza. Cambia, di conseguenza, il nostro coinvolgimento diretto nella definizione di ciò che è vero, giusto ed eticamente praticabile. In sintesi, se la rete ci ha offerto, a partire dagli anni Novanta, connessioni, dati e possibilità di intrusione in ambiti che fino al decennio precedente ci erano preclusi, l’IA non solo amplifica – verticalmente e orizzontalmente – questa possibilità in modo incommensurabile, ma “altera il locus del potere rappresentazionale, ossia il punto di vista che organizza tutte le prospettive”, come scrive Lucas Vilalta, nella presentazione di una conferenza di Kate Crawford.
Di altri strumenti entrati nelle nostre vite nei decenni passati sapevamo molto: le basi del loro funzionamento, i processi produttivi che li avevano portati nelle nostre mani, le lotte condotte dalla classe operaia che in quei prodotti entrava come “lavoro vivo”. Gli studiosi “operaisti” italiani degli anni Sessanta e Settanta ci hanno insegnato molto sulla necessità di avere questo tipo di conoscenza.
La natura dell’IA e la velocità brutale con cui sta permeando il nostro modo di vivere ostacola la possibilità di avviare un processo di comprensione – seppur basilare, superficiale e, se possibile, critica – di ciò che abbiamo di fronte.
Questo, però, non sembra rappresentare un problema: l’IA appare da subito come uno strumento che non è utilizzato solo per migliorare le prestazioni individuali, come il PC su cui questo testo viene digitato. Nasce come un ambiente di fiducia, dove è possibile e piacevole vivere. Il tono divertente e conciliante di qualsiasi strumento dell’IA ci fa sentire a nostro agio nel dialogare con un bot. Arriviamo persino a congratularci ogni volta che la risposta contenga un apprezzamento per ciò che stiamo digitando.
La capacità dei sistemi LLM (Large Language Model) di produrre creativamente e deduttivamente diversi tipi di opere, senza basarsi su processi di addestramento diretto e continuo da parte degli esseri umani, ha un impatto travolgente sulla nostra idea di uso tradizionale delle macchine. Lo stupore e la sorpresa ci rendono immuni dalla voglia di conoscere – più approfonditamente e criticamente – ciò che sta accadendo.
Chi è interessato a conoscere la quantità di energia e acqua di cui ha avuto bisogno la nostra domanda? O a sapere quanto sono stati pagati i lavoratori filippini e indiani che hanno inserito miliardi di dati e immagini per addestrare la macchina che ci risponde? O dove e come sono stati estratti i minerali di cui i data center hanno bisogno per funzionare? O, ancora, se esiste qualche relazione tra il trattamento dei nostri dati resi disponibili gratuitamente e quelli utilizzati nelle strategie delle corporazioni specializzate per addestrare le macchine nelle scelte letali dei bersagli militari?
Vi è un altro aspetto specifico che deve essere menzionato, poiché rappresenta simbolicamente un cambiamento che coinvolge direttamente la parte più emotiva e intima della vita. I siti di incontri erotici e sentimentali degli anni Novanta e del primo decennio del nuovo millennio rappresentano l’archeologia di ciò che le chatbot ci offrono oggi.
Nel 2013, Spike Jonze ha realizzato un bellissimo film, Her; la storia narrata sembrava – all’epoca – qualcosa di abbastanza lontano dalla realtà. Un uomo si innamorava di un bot, una donna virtuale di nome Samantha. Dodici anni dopo, nel dicembre del 2025, una donna giapponese ha sposato un bot, un uomo virtuale il cui profilo aveva creato lei stessa su ChatGPT. In questo secondo caso, non si tratta di un film.
Ciò che appare nell’immagine di quella donna in abito da sposa non rappresenta necessariamente il futuro del matrimonio; si tratta di un caso limite o, se vogliamo, di un esempio-sintomo. Non importa quante persone si sposeranno in questo modo nei prossimi anni; ciò che importa è mostrare che un limite è già stato raggiunto, è diventato, proprio per questo, superabile.
Tornando ad argomenti più generali, notiamo come tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima dei Novanta, due dei più importanti pensatori del XX secolo, Gilles Deleuze e Félix Guattari, avessero ben chiaro quale fosse la direzione già tracciata.
Nel nuovo ente – scrive Deleuze – che nasce dopo la “morte dell’uomo”, le forze interiori dell’individuo si relazionano con altre forze del Fuori. Sono quelle del silicio, dei componenti genetici, degli agrammaticali. Queste forze producono una certa letteratura, la biologia molecolare, le macchine di terza generazione, cibernetiche e informatiche.
Qui sembra risiedere la grande visione di Deleuze riguardo a qualcosa che non aveva sperimentato direttamente. L’IA fa getta i tre “essere” – del linguaggio, della vita e del lavoro – nella dimensione del finito-illimitato a cui fa riferimento il nuovo soggetto, quello che Deleuze, nel suo saggio dedicato a Foucault, chiama “superuomo”.
Nella seconda metà degli anni Ottanta, Guattari scrisse la sceneggiatura di quello che doveva essere un film di fantascienza cyberpunk, ma che non arrivò mai a esserlo: Un amour d’UIQ (Universo Infra-Quark), molto ben analizzato recentemente da Felice Cimatti.
Da un lato, abbiamo una forma iperintelligente, l’UIQ, che trascende le vite carnali degli esseri umani e, dall’altro, i corpi di questi, che con lei interagiscono. Il risultato è una combinazione macchinica tra i due enti, in cui si costituisce una soggettività che “non possiede né delimitazioni corporee fisse, né personalità costante, né orientamento sessuale predefinito”.
Il filosofo psicanalista francese presenta qui una “lettera d’amore al corpo”. Recuperare il corpo con i suoi limiti, le sue euforie e disforie, significa sottrarlo, almeno parzialmente, al delirio del concatenamento macchinico innestato nella nuova “cosmotecnica” – usando qui in modo non ortodosso la definizione utilizzata da Yuk Hui nell’omonimo saggio – che sta plasmando le nostre vite.
È un argomento che tornerà nelle ultime pagine di questo testo, poiché ha molto a che fare con le forme di resistenza al quadro apocalittico che il capitalismo algoritmico sta definendo con crescente chiarezza e drammaticità.
Riprendiamo il concetto di dispositivo che è stato enunciato più sopra e, con esso, il livello più ampio che, con Deleuze, chiamiamo “molare”. Per spiegare chiaramente l’importanza di questo concetto nell’economia di queste provvisorie riflessioni, presentiamo la definizione data da Foucault in un saggio incluso in Dits et Écrits. Il dispositivo è “un insieme decisamente eterogeneo, che comprende discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni norme, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, filosofici, morali, proposte filantropiche […]. Il dispositivo stesso è la rete che si può stabilire tra questi elementi”.
Ci sembra che, con l’inizio del secondo decennio del secolo, questi elementi abbiano cominciato a presentare caratteristiche che si vanno allontanando dai dettami del neoliberismo, quelli che hanno segnato la vita politica ed economica a partire dalla svolta avvenuta cinquant’anni fa. Oggi, dopo quindici anni, possiamo affermare che un nuovo dispositivo definisce le relazioni di potere in opera a tutti i livelli.
L’insieme degli elementi che costituiscono il dispositivo attivo oggi va associato a due sostantivi che, a nostro avviso, si adattano alla situazione che stiamo vivendo: caos e guerra.
Il capitalismo algoritmico propone uno schema di operatività sempre più definito da linee circolari che uniscono i due termini, producendo scenari che non sembra esagerato definire apocalittici.
Lo sviluppo dell’IA rafforza quell’intreccio, che diventa sempre più evidente, attraverso strategie dichiarate e il compimento di azioni in cui non è necessario mascherare nulla. Tutto trova una spiegazione negli enunciati scientifici – o pseudoscientifici – che uniscono fiducia assoluta nella tecnologia, credenze religiose e differenze tra esseri umani basate sul quoziente d’intelligenza. I principali esponenti della classe vettorialista non si lasciano scappare nessuna opportunità per ribadire questi principi, come ricorda Quinn Slobodan.
Christian Marazzi, uno degli studiosi più lucidi e prolifici delle trasformazioni del capitalismo, è arrivato a definire il coinvolgimento dello Stato nelle strategie di sviluppo del capitalismo algoritmico come una rinascita e un aggiornamento del “capitalismo di Stato”. Una lettura pienamente condivisibile, che lascia però aperta una questione. Qual è il futuro dello Stato?
Le istituzioni statali con cui siamo abituati a confrontarci sembrano essere messe in discussione dai pensatori più radicali della nuova estrema destra a livello mondiale, con ancora una volta gli Stati Uniti in prima linea. Quinn Slobodan, nel Capitalismo della Frammentazione, identifica questa tendenza con la frammentazione delle entità statali e la creazione di zone dove il modello di sviluppo e gestione delle risorse, nonché di produzione della ricchezza – persino della vita degli abitanti – si sottrae alle regole che, in forme diverse, rappresentano le fondamenta della forma-Stato uscita dall’Illuminismo.
È in queste zone che i vettorialisti pianificano un’esistenza che – come se non bastasse la ferocia del loro protettore – sia libera dalla minaccia, sempre presente, dell'”Anticristo”, come è stato definito da Peter Thiel.
Il fondatore di Palantir vede questa minaccia in coloro che lottano contro le disuguaglianze e propongono misure sociali a vantaggio delle vittime del vorace sistema economico che egli promuove e vuole spingere ancora più avanti. L’Anticristo di Thiel ha anche i tratti di chi propone ostacoli ecologisti ai disegni tracciati dalla vocazione che anima lui e gli altri vettorialisti.
Il dispositivo che emerge oggi come rete degli elementi sopra elencati è diretta espressione del “regime di guerra e caos” che gestisce le relazioni su scala globale. Questo ci sembra il cambiamento che stiamo affrontando oggi e che spiega tutto ciò che di abominevole stiamo vivendo.
Quando parliamo di caos intendiamo la scelta di strategie basate su una modalità di produzione e divulgazione continua e stordente di enunciati e immagini, il cui risultato viene valutato nei primi minuti successivi alla dichiarazione. In questa strategia, tutto può essere affermato e allo stesso tempo negato. Non importa se ciò che è stato detto ha una correlazione con i fatti o meno, perché dopo pochissimi minuti arriva un’altra dichiarazione che distoglie l’attenzione dalla prima. Le conseguenze di questa strategia si diffondono verticalmente e orizzontalmente in qualsiasi ambito, dai nostri luoghi di lavoro alle relazioni tra Stati.
L’IA favorisce questa modalità di produzione comunicativa. Le correlazioni statistiche sostituiscono la comprensione logica e graduale; definiscono percorsi cognitivi che presentano le decisioni come obiettive, e proprio per questo incontestabili. Attraverso l’IA si trovano spiegazioni, chiavi di lettura, che offrono una giustificazione a tutto ciò che viene portato avanti come oggettivamente vero, o falso.
Valga solo come esempio la narrazione sulla sostituzione etnica, il più grande terrore per un’ampia parte della popolazione europea, invecchiata, rancorosa e razzista. Che sia o meno realistica, basta presentarla, supportandola con una ricerca su un chatbot qualsiasi, e i risultati sono lì.
Per guerra non intendiamo soltanto gli eventi bellici, in qualsiasi forma siano essi dichiarati. Questi conflitti sono drammatici, criminali, genocidi (molti dimenticati o ignorati), ma non sono gli unici. Ci sono guerre implicite contro l’ambiente o contro i popoli che rivendicano forme di vita sottratte alle logiche del capitalismo algoritmico. Ci sono guerre implicite contro le nazioni che scelgono una direzione diversa, rivendicando forme autonome di sovranità. Ci sono guerre contro quegli strati di popolazione che difendono spazi sociali e forme produttive di reddito autogestite e collettive, o che difendono il diritto a un lavoro dignitoso. C’è guerra contro le strutture del welfare, contro la cultura, contro i poveri, i marginali, le “vite infami”.
In altre parole, dove non c’è guerra dichiarata, vi è una politica che non è altro che “guerra condotta con altri mezzi”. Elon Musk, rispondendo a una domanda sui numerosi senzatetto negli USA, non ha perso tempo in giri di parole, definendoli drogati, violenti, affetti da gravi malattie mentali: non sono altro che spazzatura e come tale devono essere trattati.
Anche di fronte alle molte perplessità sollevate da studi specializzati sulla scarsa applicabilità nei conflitti bellici dei parametri utilizzati in tempo di pace per addestrare l’IA, come nel caso di Sérgio Amadeu da Silveira, il suo utilizzo è massiccio. L’IA offre descrizioni di nemici, strategie per colpirli, quantificazione dei “danni collaterali” e accelerazione della “kill-chain”, ossia il tempo necessario per prendere una decisione.
Le conseguenze a Gaza sono sotto gli occhi di tutti.
I programmi Lavender e Gospel offrono esempi chiari e inquietanti sull’uso dell’IA nel massacro dei palestinesi da parte dell’esercito israeliano. Lavender sceglie i bersagli sulla base delle informazioni acquisite nell’addestramento. La rapidità è la sua caratteristica principale, lo sterminio di massa la conseguenza più visibile. “Durante le fasi iniziali della guerra, l’esercito ha dato approvazione generale affinché gli ufficiali adottassero le liste di obiettivi da eliminare di Lavender, senza richiedere una verifica minuziosa”. “L’esercito israeliano ha attaccato sistematicamente gli individui presi di mira mentre si trovavano nelle loro case – generalmente di notte, quando tutta la famiglia era presente […]. Secondo le fonti, ciò avveniva perché, dal punto di vista di quella che consideravano l’intelligence, era più facile localizzare gli individui nelle loro residenze private”. Questi brani sono contenuti nel rapporto di Yval Abraham sull’uso e gli effetti di Lavender e di altri strumenti di IA da parte dell’esercito israeliano a Gaza.
In questo senso, Gaza ha segnato la soglia tra un prima e un dopo. Con Gaza, è diventato chiaro che qualsiasi azione, anche la più brutale e sconvolgente, non ha bisogno di spiegazioni o scuse. Con Gaza, è finita definitivamente la distinzione storicamente accettata tra obiettivi militari e popolazione civile, e con essa è finito qualsiasi riferimento al diritto internazionale.
La guerra non ha né contorni né inizio né fine, perché – come sta diventando sempre più evidente –ha smesso di essere una condizione di eccezione. Prima ancora, assume una posizione centrale nelle relazioni internazionali e nazionali, così come nella definizione dei programmi economici dei principali paesi dell’Occidente, e non solo.
L’uso della forza – materiale o immateriale –, della ritorsione, del ricatto, della minaccia in qualsiasi situazione ritenuta utile, non ha nemmeno bisogno di essere mascherato. La sua accettazione interseca e unisce paesi in apparenza distanti per orientamento politico, così come diversi settori delle società civili.
Ma, per fortuna, c’è sempre chi resiste.
“Dove c’è potere, c’è resistenza”. La resistenza “non si trova mai in posizione di esteriorità rispetto al potere”. Le resistenze devono essere considerate al plurale: esse sono “possibili, necessarie, improbabili, spontanee, selvagge, solitarie, concertate, striscianti, violente, irriconciliabili, pronte al compromesso, interessate o destinate al sacrificio”.
Ammettiamo che lo scenario delle relazioni di potere in cui siamo coinvolti sia composto dai punti che abbiamo finora presentato. Ognuno di noi potrebbe fare un elenco – chi più lungo, chi meno – di situazioni che ritiene presentino una o più delle caratteristiche di resistenza descritte da Foucault in “La Volontà di sapere“.
La questione principale rimane la stessa che attraversa i dibattiti della sinistra da decenni. Quanto elevato è l’impatto di ciascuna delle resistenze elencate, non solo rispetto al proprio specifico ambito di riferimento, ma anche nella costruzione e rappresentazione simbolica di altri mondi possibili.
In ogni atto di resistenza vi è un processo di soggettivazione, con caratteristiche che cambiano da una resistenza all’altra, e su scale diverse. Quali articolazioni, risonanze si possano cogliere, favorire, sviluppare tra soggettività diverse è una questione affrontata da vari approcci. Alimenta una discussione che esiste da quando è diventato chiaro che non vi è più un soggetto unico, attorno al quale costruire il processo che ci condurrà a un futuro radioso.
Resistenze e conflitti attraversano le società senza avere una direzione unica. Assumono, piuttosto, forme, tempi e direzioni variabili, in accordo con le emergenze che sorgono nei vari ambiti in cui appare una minaccia, un’ingiustizia, un valore da difendere o da conquistare.
Tenendo conto della frammentazione su scala globale dei processi di valorizzazione del capitale, la prima cosa che ci sembra evidente è che il concatenamento delle resistenze – attuate da soggetti diversi – produce effetti maggiori nella misura in cui si articola su quella scala.
Questo ci conduce ad argomenti importanti.
In primo luogo, la visibilità delle azioni e la capacità di intervenire nei punti sensibili dell’organizzazione del sistema che abbiamo chiamato capitalismo algoritmico. I portuali di Genova e i popoli indigeni dell’Amazzonia agiscono con mezzi, modalità e obiettivi diversi, che a loro volta lo sono rispetto a quelli utilizzati da un hacker che lavora su una qualsiasi piattaforma o dai magazzinieri di Amazon.
Questi quattro esempi di soggetto producono atti di resistenza, la cui visibilità e rilevanza strategica sono dettate da molteplici fattori. La loro collocazione lungo le catene di produzione del valore, fa delle resistenze e dei conflitti altrettante emergenze di elementi di rottura politica. Quegli atti problematizzano dall’interno l’ordine globale che li include, a partire dalle sue fratture e contraddizioni.
Le condizioni per trasformare il potere espresso dalla polifonia di voci e azioni resistenti in potenza sovversiva si fondano su questioni essenziali e complesse. Due, in particolare, sono brevemente argomentate nella parte finale di questo testo.
La prima ha a che fare con una definizione delle azioni in sé, che ci aiuti ad abbracciare la loro molteplicità di cui siamo – direttamente o indirettamente – testimoni.
Riprendiamo i quattro esempi di prima, ai quali potremmo aggiungerne altri che sono quotidianamente davanti ai nostri occhi, come i comitati di cittadini contro lo sfratto degli inquilini o per la difesa di spazi sociali comuni.
Se vediamo quelle lotte come punti – implicitamente o esplicitamente – interconnessi, non sarà sufficiente definirle spontanee, collettive, auto-organizzate. Come suggerisce Rodrigo Nunes in Nem Horizontal nem Vertical, (2023) il termine migliore per descriverle è quello di azioni distribuite, poiché c’è qualcosa che, in ogni caso, le unisce. Distribuita non è sinonimo di sciolta.
Un semplice concetto di statistica ci aiuta a rappresentare la distribuzione delle azioni. Le azioni distribuite sono tali in funzione di una linea, rispetto alla quale i punti (le azioni) risultano dispersi, a maggiore o minore distanza. La loro rappresentazione grafica è un diagramma di dispersione, con i “punti di resistenza” che si distribuiscono attorno a quella linea, che, in questo caso, potremmo definire come la tendenza – in un momento e in uno spazio specifico – delle azioni contro il biopotere del capitalismo algoritmico.
I punti variano, sia nella posizione nel diagramma, sia nel numero. Così facendo cambiano l’inclinazione della linea e definiscono un divenire che non è costante e prevedibile – contrariamente a quanto credono ancora oggi i seguaci dell’ortodossia marxista circa l’unico soggetto rivoluzionario.
Volendo usare la terminologia di Laclau, potremmo chiamare quella linea “significante vuoto”: non appartiene direttamente ed esclusivamente a nessuno dei punti, ma ciascuno di essi mantiene un rapporto, più o meno stretto, con essa. Maggiore il numero dei punti di resistenza e la loro prossimità alla linea, altrettanta sarà l’intensità e la potenza in sé della linea stessa.
Il secondo elemento – correlato al primo – ha a che fare con la questione dell’organizzazione. I punti di quella dispersione possono produrre effetti locali, circoscritti, preziosi e ben relazionati con altri. Il problema, annoso, è come avviare processi di consolidamento e moltiplicazione che rendano quegli effetti un punto di svolta, da cui non si torni indietro. Le esperienze nella maggior parte dei paesi del mondo mostrano come quella prospettiva sia tutt’altro che facilmente raggiungibile.
Essendo la scala globale l’unica di cui abbia senso parlare oggi, il modello organizzativo deve anch’esso corrispondere a quella scala. Ciò significa che non esiste il modello ideale, esportabile o importabile, come accadeva decenni fa con la forma-partito. Ogni azione contestualizzata localmente deve trovare la propria collocazione in una “rete di lavori” (worknet), più che in un lavoro di rete (network), secondo la felice distinzione di Bruno Latour. Ciò che è centrale non è la struttura della rete in sé, ma la capacità dei lavori di produrre connessioni di rete, che vadano oltre l’immediata identificazione di ciò che è contiguo.
A questo proposito, il suggerimento di Nunes nel saggio sopra citato è abbastanza chiaro. Non ha senso pensare in termini di organizzazioni individuali, ma piuttosto concepire l’organizzazione “come un’ecologia distribuita di relazioni che attraversano e riuniscono diverse forme di azione”. O, in termini ancora più chiari, “una rete non totalizzabile, composta di innumerevoli reti, un’ecologia di rete in costante evoluzione” (205).
Azioni distribuite ed ecologia dell’organizzazione producono una tensione, basata sulla valorizzazione di specificità e diversità, nel segno di una logica di funzionamento rizomatica. Una tensione che amplia il numero dei nodi, salendo e scendendo lungo le catene di approvvigionamento. Una tensione, infine, che definisce nuovi obiettivi, ogni volta che se ne creano le condizioni, ridisegnando e favorendo le connessioni tra nuovi e vecchi soggetti resistenti.
L’esperienza della lotta dei portuali contro la guerra e la movimentazione di qualsiasi tipo di merce ad essa correlata ci insegna molto.
Avviata a Genova nel 2019, è arrivata, nel 2026, ad assumere una dimensione internazionale e internazionalista. Nel corso di questi sette anni, la “linea” – come è stata definita sopra – aveva una direzione abbastanza chiara e ha favorito l’estendersi delle iniziative all’intero tessuto sociale della città.
Nel 2025 quelle mobilitazioni sono arrivate, con la solidarietà alla Palestina, ad avere una dimensione inusitata. Ci sono state molte occupazioni di scuole e dell’università, mente i centri sociali organizzavano dibattiti sul significato del “regime di guerra”; alcuni partiti politici minori della sinistra e il sindacato di base USB hanno ampliato ulteriormente la lettura della fase attuale, coinvolgendo altri soggetti, soprattutto nella logistica. Persino il consiglio comunale della città di Genova ha preso una posizione chiara contro il traffico di armi nel porto. Molti artisti si sono offerti di sostenere la lotta con le loro opere. Un’organizzazione di volontariato ha raccolto circa 400 tonnellate di prodotti da inviare in Palestina, in concomitanza con la missione della “Global Sumud Flotilla”.
L’eco internazionale è stata enorme: allo sciopero generale proclamato dai portuali nel novembre del 2025, erano presenti a Genova Greta Thunberg, Yanis Varoufakis, Chris Hedges e i rabbini newyorkesi oppositori all’occupazione della Palestina.
Il passo successivo è stato a febbraio del 2026, con la proclamazione di uno sciopero internazionale. Hanno aderito i lavoratori di più di venti città europee e mediterranee. La manifestazione a Genova è stata per un tratto di percorso guidata da Chris Smalls, il lavoratore di Amazon di Staten Island che ha organizzato il primo sindacato all’interno di una delle unità statunitensi di quella azienda.
Ogni scuola, università, centro sociale, fino ad arrivare alle organizzazioni di lavoratori di altre città, ha scelto autonomamente il modo di unirsi a quella lotta, o, per meglio dire, di farla propria. Ci sono state discussioni collettive – in sale stracolme di gente – dove ogni rappresentante di uno dei “punti” spiegava il modo di portare avanti la propria resistenza.
In sintesi, azioni distribuite che mostrano un’attitudine a fare i conti con leadership ugualmente distribuite. Come sedimentare, ampliare e rafforzare queste worknet di esperienze di lotta è una questione lontana dall’essere sufficientemente analizzata. Ciononostante, ci sembra che quella logica di azione e organizzazione rappresenti oggi l’unica direzione praticabile.
Questo ci riporta, in modo interlocutorio, all’argomento con cui è cominciato questo testo.
Se accettiamo che il nostro presente sia segnato dall’emergenza di un nuovo ordine mondiale che chiamiamo capitalismo algoritmico – con le sue declinazioni in guerra e caos e le sue fondamenta nella logica del connettivismo tra uomo e macchina – quali sfide abbiamo di fronte, in termini di azioni di lotta e della loro organizzazione?
O, detto altrimenti, come costruire le connessioni con quei segmenti della catena indispensabili affinché il conflitto sia portato là dove il capitale acquista maggiore forza, ossia dove produce informazione astratta, attraverso l’appropriazione della cooperazione sociale su scala globale?
Queste questioni, che non sono altro che dubbi, su cui il dibattito è, per fortuna, vivo e aperto, sono state già presentate in un altro articolo. Lì, sono state anche discusse le possibilità di promuovere l’uso e la funzione di internet in chiave democratica, come è descritta da molti studiosi.
Ciò non toglie nulla all’urgenza di produrre noi stessi le connessioni di cui abbiamo bisogno, tra lotte fisicamente visibili e lotte digitalmente vivibili. Senza queste connessioni, i nostri atti di pirateria non ci condurranno al tesoro più importante, quello per cui vale ancora la pena vivere.
Stefano Rota è ricercatore indipendente. Gestisce il blog “Transglobal”. Le sue più recenti pubblicazioni collettive sono La fabbrica del soggetto. Ilva 1958-Amazon 2021 (Sensibili alle foglie, 2023) e in G. Ferraro (a cura di), Altraparola. La figura di sé (Efesto Edizioni, 2023). Collabora occasionalmente con riviste online italiane e lusofone.
Marco Codebò, già ordinario di lingua e letteratura italiana a Long Island University, Marco Codebò è autore di Narrating from the Archive (2010), un’analisi dei rapporti fra romanzo, archivio e burocrazia, e di Novels of Displacement (2020), uno studio delle relazioni fra soggettività e territorio nella contemporaneità. Come narratore ha pubblicato tre romanzi, Via dei Serragli (2003), Appuntamento (2009) e La bomba e la Gina (2012), e una raccolta di racconti, École Normale Supérieure (2006).
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