
La «suezificazione» di Hormuz
Jacobin Italia - Wednesday, April 8, 2026
Persino per i suoi standard, l’ultimatum di Donald Trump della domenica di Pasqua, pubblicato sul social Truth, è stato scioccante quanto a sconsideratezza e per il panico che tradiva, per non parlare dei suoi presupposti islamofobi sullo scontro di civiltà. «Martedì sarà il giorno della centrale elettrica e il giorno del ponte, tutto in uno, in Iran – ha scritto il presidente – Non ci sarà niente di simile!!! Aprite il maledetto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno. Vedrete! Sia lode ad Allah. Presidente Donald J. Trump».
In un messaggio successivo pubblicato lo stesso giorno, Trump ha detto espressamente che l’Iran deve «Raggiungere un accordo o Aprire lo stretto di Hormuz. Il tempo stringe: 48 ore prima che si scateni l’inferno su di loro. Gloria a Dio!».
Lo Stretto di Hormuz, punto nevralgico attraverso il quale transita un quinto delle forniture globali di petrolio e gas, è di fatto bloccato dall’Iran da oltre cinque settimane. I prezzi del petrolio sono quasi raddoppiati e la chiusura ha provocato una carenza sui mercati globali di fertilizzanti ed elio – sottoprodotti della produzione di gas – preannunciando una crisi per i raccolti mondiali e la produzione di microchip. Vi è un ampio consenso tra gli analisti sul fatto che l’Iran possa mantenere lo stretto chiuso a tempo indeterminato semplicemente spaventando le compagnie di assicurazione marittima.
Una guerra di terra statunitense, presentata dai falchi come soluzione alla crisi, non farebbe altro che aggravare la situazione degli Stati uniti. Il calcolo alla base dell’ultimatum di Trump, ammesso che ne abbia formulato uno, sembra essere che Teheran rinuncerà alla sua influenza per timore di un’escalation. Ciò appare dubbio: finora, Teheran ha rapidamente risposto agli Stati uniti e a Israele sul piano dell’escalation, replicando attacchi, principalmente contro le monarchie del Golfo Persico, ma anche contro Israele.
Un attacco così sfacciato contro infrastrutture civili in Iran – inequivocabile crimine di guerra – provocherebbe probabilmente una rappresaglia contro infrastrutture simili negli stati costieri del Golfo. Un tempo considerate un deterrente contro gli attacchi, le basi americane nel Golfo sono state identificate da Teheran come un casus belli per una guerra contro le monarchie d’oltremare. I monarchi di Arabia Saudita, Emirati arabi uniti, Bahrein, Qatar e Kuwait ospitano basi statunitensi da decenni; pur avendo prospettive diverse, tutti nutrono una profonda ambivalenza riguardo all’utilizzo dei propri territori per condurre questa guerra. Se da un lato desiderano un indebolimento dell’Iran, dall’altro sono perfettamente consapevoli di pagarne il prezzo quando gli Stati uniti intensificano le ostilità. Nonostante siano dotati di armamenti avanzati, nessuno di loro ha mai lanciato neppure un drone nello spazio aereo iraniano.
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Trump è ben consapevole della difficile situazione dei suoi presunti alleati arabi. Di recente, rivolgendosi a una platea di luogotenenti del principe ereditario saudita, ha affermato che Mohammed bin Salman gli stava «baciando il culo», chiara dimostrazione di quanto, agli occhi di Trump, il Regno dipenda da lui. Riyadh non ha rilasciato alcuna dichiarazione pubblica in risposta. La volgarità di questi commenti lascia intendere che Trump potrebbe ignorare le pressioni esercitate dai leader del Golfo per evitare un’escalation. Sembra non avere scrupoli nel combattere l’Iran fino all’ultimo arabo.
Gli analisti iraniani concordano che Trump darà seguito alla sua minaccia a meno che l’Iran non rilasci una dichiarazione che possa essere presentata negli Stati uniti come una «vittoria» per il presidente. Tuttavia, a giudicare dalle azioni intraprese finora, è improbabile che l’Iran ceda; un portavoce del ministero degli esteri della Repubblica islamica ha osservato che «i negoziati sono del tutto incompatibili con ultimatum, crimini e minacce di crimini di guerra», affermando esplicitamente che Teheran non accetterà una scadenza imposta da Washington.
L’Iran, invece, mira a trasformare lo Stretto di Hormuz da via navigabile internazionale ad accesso libero in un corridoio marittimo da cui sia l’Iran che l’Oman (le cui acque territoriali comprendono lo stretto) possano ricavare introiti di guerra. Questo modello avrebbe molto in comune con l’accordo economico rappresentato dal Canale di Suez, uno stretto canale artificiale che collega il Mar Rosso al Mediterraneo attraverso l’Egitto.
Il Cairo estorce miliardi di dollari in pedaggi alle navi che cercano di evitare il passaggio intorno al continente africano. Questo sistema è stato anche la conseguenza imprevista di una guerra fallimentare condotta da Israele, Regno unito e Francia nel 1956 contro il nazionalista egiziano Gamal Abdel Nasser, che progettava di nazionalizzare il canale.
Alcuni commentatori iraniani hanno ipotizzato l’introduzione di una tassa di 1-2 milioni di dollari per ogni nave che transita, con esenzioni per le navi degli alleati. Equivarrebbe di fatto a una tassa sui paesi arabi del Golfo Persico, che Teheran considera cobelligeranti, nonché sugli Usa e sull’economia europea.
Ironicamente, questa «suezificazione» dello stretto non è necessariamente incompatibile con l’ultimatum di Trump. L’annuncio di un simile sistema equivarrebbe ad «aprire» lo stretto, e gli Stati uniti non pagherebbero, almeno direttamente, un solo centesimo di ciò che l’Iran definisce riparazioni. Trump potrebbe semplicemente ignorare i pedaggi e affermare di aver costretto quei «pazzi bastardi» ad aprire le acque.
Allo stato attuale, questo sembra essere l’esito più probabile del conflitto, lo sarebbe anche se Trump avesse attaccato alcune delle 150 centrali elettriche iraniane e l’Iran avesse risposto con un contrattacco nel Golfo Persico. Se per un attimo consideriamo questo scenario come un esito scontato, la guerra in Iran trasformerà diversi presupposti sia all’interno dei sistemi integrati della geopolitica che del capitalismo globale.
In primo luogo, le basi statunitensi in paesi come quelli europei, il Giappone e la Corea del Sud potrebbero non essere più percepite come un deterrente contro nazioni terze, ma come un rischio strategico. Sia la Cina che i suoi stati confinanti allineati con Washington guarderanno al fallimento della deterrenza militare statunitense nel Golfo Persico come a un presagio di un eventuale futuro conflitto tra Cina e Stati uniti.
In secondo luogo, il rapporto tra capitalismo e Israele potrebbe essere ripensato. Israele ha combattuto una guerra per il cambio di regime contro l’Iran, che avrebbe dovuto aprire i mercati iraniani al capitale occidentale, ma che potrebbe invece rafforzare l’Iran, spingendolo a tassare la fonte energetica del commercio stesso, almeno in Occidente.
*Arron Reza Merat era corrispondente da Teheran. Ora vive a Londra. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.
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