Desiderare mondi nuovi

Comune-info - Thursday, April 2, 2026

È nei piani bassi della società e nei movimenti delle donne, nelle Global Sumud Flotilla che occorre calarsi per immaginare un percorso di cambiamento sociale, che dev’essere però, prima di tutto, desiderato. Lorenzo Guadagnucci interviene sulla discussione cominciata con gli articoli di Lea Melandri, Una maggioranza rumorosa finora inascoltata, e Andrea Segre, Nuove comunità democratiche e antifasciste. Altri interventi sono leggibili qui

Disegno di Gianluca Costantini

La drammatica fase storica che stiamo vivendo può essere descritta come un tradimento, attuato dalle attuali classi dirigenti, della missione storica delle democrazie europee nate dopo la seconda guerra mondiale. È la missione scritta nelle Costituzioni democratiche e progressiste, aperte perfino al socialismo, e in quelle che andrebbero chiamate “istituzioni del pacifismo”: le Nazioni Unite, la Dichiarazione universale del diritti umani, la Corte di giustizia internazionale, la Convenzione contro il genocidio, il diritto internazionale, tutte istituzioni concepite in un’Europa in macerie con il preciso fine di prevenire le guerre e svuotare le menti dal veleno ideologico del Novento: il nazionalismo, origine ultima delle tragedie del secolo.

Negli ultimi mesi, con la vorticosa opera di distruzione compiuta attraverso le guerre, il genocidio del popolo palestinese, lo sgretolamento delle regole internazionali, le politiche di riarmo, abbiamo assistito all’accelerazione di un processo in corso ormai da tempo e che vede coinvolte, con diversi gradi di responsabilità ma senza una reale opposizione, tutte o quasi tutte le élite politiche europee, incluse le forze politiche solitamente definite di sinistra o comunque progressiste.

Negli stessi mesi, come ha osservato Lea Melandri, nella società civile europea si è manifestata viceversa una fortissima contestazione dello status quo, una forte ribellione alle scelte compiute nei palazzi del potere: la solidarietà con il popolo palestinese, l’invio della Flotilla verso Gaza, le manifestazioni pacifiste e contro l’economia di guerra, da ultimo anche il No intergenerazionale (inclusa una bella fetta di giovani normalmente astensionisti) al referendum meloniano sulla giustizia hanno dimostrato che esiste un fortissimo contrasto – un vero e proprio distacco politico e perfino esistenziale – fra associazioni, movimenti e singoli non rassegnati e non pacificati e gli apparati politici tradizionali, che faticano, anche nelle componenti meno integrate nel “sistema”, a trovare canali di dialogo con “quelli che stanno in basso”. Il tradimento, del resto, crea barriere; la lontananza etica ed esistenziale non favorisce la comunicazione.

La lunga storia della dialettica fra partiti e movimenti, insomma, sembra essersi fermata, e non da ora. Melandri, parlando di Non una di meno, fa notare quanto poco i partiti abbiano prestato ascolto a ciò che si muoveva nella società, se non per cooptazioni di piccolo cabotaggio, ma potremmo anche ricordare l’esperienza del movimento per la giustizia globale, a cavallo del millennio, fra Porto Alegre, Genova e oltre, la fase storica nella quale le sinistre europee hanno pensato di poter gonfiare le loro vele col vento del neoliberismo, ciò che le ha condannate all’irrilevanza e alla perdita di senso del loro stesso agire. Si discute oggi se il no al referendum possa essere il preludio al riscatto elettorale del centrosinistra italiano, ma forse dovremmo soprattutto immaginare quali passi compiere per favorire ciò di cui abbiamo più bisogno: un riscatto ideologico, prima ancora che elettorale, di forze politiche rimaste senza idee e prospettive se non “vincere le elezioni”, e invece bisognose di strumenti aggiornati di comprensione del mondo.

Oggi è nei movimenti delle donne, nelle Global Sumud Flotilla, nel nuovo ecologismo dei movimenti indigeni, nelle mobilitazioni giovanili per la giustizia climatica, nelle convergenze fra operai in lotta e cittadini anche loro in lotta che si sta forgiando un pensiero all’altezza dei tempi, ed è in questi ambienti che occorre calarsi per immaginare un percorso di cambiamento, che dev’essere però, prima di tutto, desiderato, e non sappiamo quanto gli attuali partiti siano davvero coscienti del tradimento di cui dicevamo e del radicale mutamento di rotta necessario.

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