Elon Musk, modernista reazionario

Jacobin Italia - Thursday, March 26, 2026

Elon Musk è molte cose: imprenditore, provocatore di estrema destra, rappresenta un monito sugli effetti negativi della totale mancanza di senso dell’umorismo. Questa figura volubile è il soggetto principale di Muskism : A Guide for the Perplexed (HarperCollins, 2026) di Quinn Slobodian e Ben Tarnoff. Entrambi sono attrezzati per compiere un’immersione profonda nella vita e nel pensiero dell’imprenditore tecnologico. Slobodian è professore di storia internazionale alla Boston University e autore di numerosi libri di successo sulle origini intellettuali del capitalismo neoliberista. Tarnoff ha scritto molto sulla politica del settore tecnologico e sulle personalità che compongono la Silicon Valley.

Quell’esperienza traspare chiaramente nel loro nuovo libro, che si distingue per uno stile sicuro e incisivo, senza mai risultare frettoloso. In parte biografia critica, in parte analisi politico-economica dell’era neoliberista, è un libro ben scritto e acuto che svela con formidabile precisione la terrificante visione del mondo del suo “protagonista”.

Nonostante i suoi pregi, la ricostruzione dell’ascesa e dell’influenza del protagonista di Musk offerta da Muskism è incentrata esclusivamente sull’ideologia, in modo da nascondere le più ampie forze politiche ed economiche che agiscono dietro le quinte. Il che rende il libro illuminante, ma in definitiva limitato nella sua capacità di comprendere le patologie del presente. Trarrebbe beneficio da un’analisi che collochi Musk nel più ampio contesto di istituzioni e pratiche che gli hanno permesso di prosperare e che discuta del suo rapporto con la destra in senso lato. Detto questo, ho trovato Muskism più suggestivo che rivelatore, e ho la sensazione che la critica definitiva da sinistra su questo tema debba ancora essere scritta.

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La figura di Musk si presta al tipo di analisi prediletta da Slobodian e Tarnoff, che si colloca in uno spazio liminale tra biografia e polemica. Ha un bisogno patologico di attenzione e una capacità illimitata di auto-narrazione. Questi tratti erano apparentemente presenti fin dall’inizio della sua carriera. Descrivendo l’ascesa del miliardario durante la bolla delle dot-com degli anni Novanta, Slobodian e Tarnoff sostengono che ciò che «ha distinto Musk non è stata l’abilità ingegneristica o l’acume negli affari, ma la sua incrollabile fede nel futuro e il suo talento nel far credere anche agli altri in esso». Musk è, in fondo, un «narratore di favole»: «mescola fantasia e realismo» per raccontare storie sulle «straordinarie trasformazioni» che verrano prodotte dalle sue aziende e dalla loro tecnologia, stando attendo a tacere sul supporto tra investitori privati e governi che rende possibile questo successo.

Slobodian e Tarnoff osservano che lo stile comunicativo di Musk è sempre stato «prolettico» e promissorio. Le sue speculazioni utopiche e la sua fede nel potere dei miracoli tecnologici sono il complemento necessario alle sue cupe e apocalittiche profezie sul virus della mentalità woke, la sostituzione etnica, il socialismo strisciante e qualsiasi altra cosa il magnate si trovi a twittare alle cinque del mattino. Queste cupe fantasticherie sono, secondo Slobodian e Tarnoff, l’ostacolo alla realizzazione di un «sublime tecnologico che sembra sempre a un solo decennio di distanza». Questo conferisce a Musk un senso di importanza quasi religioso. La facciata che si è creato, tuttavia, è fragile e piena di insicurezze, tanto da essersi sentito persino costretto a mentire sulla sua bravura nei videogiochi.

Slobodian e Tarnoff deducono, a mio avviso correttamente, che questo fabulismo sia parte integrante della politica di destra di Musk. Si possono fare interessanti paragoni con il suo amico occasionale Donald Trump. Lo stesso Trump ha iniziato con una politica relativamente ambigua, ma tutt’altro che convenzionalmente conservatrice. In un passaggio insolitamente autocosciente de L’arte di fare affari (in Italia uscito per Sperling & Kupfer nel 1989), il futuro presidente descriveva il modo in cui giocava con le fantasie delle persone attraverso l’«iperbole veritiera». Affermava che, mentre la gente comune potrebbe non pensare «in grande», ammirava coloro che «credono che una determinata cosa sia la più grande, la più grandiosa e la più spettacolare». Sia per Musk che per Trump, il fabulista può diventare un grande uomo giocando sulle fantasie delle masse altrimenti docili: una visione del mondo che spiega la propensione di entrambi per la gerarchia e l’autoesaltazione. È la teoria del grande uomo di Thomas Carlyle applicata all’era neoliberista.

Allo stesso modo, Musk potrebbe aver iniziato la sua carriera assecondando il desiderio dei liberali californiani della classe medio-alta di salvare il mondo acquistando auto da 100.000 dollari, ma questo aveva meno a che fare con un profondo amore per l’umanità che con il bisogno di essere amato dall’umanità. Slobodian e Tarnoff spiegano la deriva di Musk verso la destra complottista in diversi modi. Alcune delle «ragioni materiali sono facili da intuire», scrivono:

Come altri miliardari che proiettavano un’immagine pubblica di stampo progressista, soprattutto quelli della Silicon Valley, Musk si sentiva alienato dalla crescente influenza della sinistra statunitense. Disprezzava la proposta del presidente Biden di una tassa patrimoniale sui super-ricchi, così come il sostegno dell’amministrazione ai sindacati e la spinta regolamentare e antitrust della presidente della Ftc, Lina Khan.

Ma le ragioni più profonde dell’attrazione di Musk per la destra risiedono nell’ambito ideologico piuttosto che nell’economia politica. Musk invoca regolarmente il concetto di «empatia suicida» dell’influente esponente di destra Gad Saad per descrivere la compassione per i deboli e i sofferenti come un flagello che frena la civiltà occidentale. Questo flagello concentra un’attenzione eccessiva sui bisogni e sull’emancipazione delle classi inferiori, minando a sua volta la capacità di figure come Musk di costruire il futuro a propria immagine. Il muskismo, scrivono Slobodian e Tarnoff, «è sempre stato impegnato in una strenua difesa della gerarchia. Alcuni esseri umani nascono per governare; altri per essere governati».

Forse non sorprende che questa ideologia abbia portato i suoi sostenitori ad abbracciare un profondo antiumanesimo. L’umanità «dovrebbe fondersi con la macchina, purché rimanga segmentata per genere, razza e classe. Chiamiamolo conservatorismo cyborg». Ad esempio, Musk non ha problemi con le persone che si impiantano microchip per «collegarli a Neuralink» con i suoi computer, perché ne trae profitto e ottiene un certo controllo sulle loro vite. Ma le persone transgender che tentano di cambiare genere mettono in discussione l’amore del Ceo per una gerarchia di genere presumibilmente naturale che deve rimanere sostanzialmente immutata.

L’analisi di Slobodian e Tarnoff sulla visione del mondo di Musk è affascinante e ricca di informazioni, ma il libro rappresenta un’occasione persa per dire qualcosa di più incisivo dal punto di vista storico su come la prospettiva del magnate della tecnologia si colleghi a quella della destra in generale.

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Il libro di Slobodian e Tarnoff è focalizzato in modo quasi maniacale sul suo soggetto principale. Il «muskismo» ruota attorno alla visione del mondo di Musk, fino all’inquietante epilogo in cui gli autori descrivono i potenziali futuri distopici che il miliardario della tecnologia vorrebbe imporci. Tutto ciò è interessante, ma la focalizzazione su una singola figura finisce per oscurare tanto quanto rivela. Quali strutture sociali hanno permesso a Musk e ai suoi simili di acquisire tanto potere, al punto che il loro futurismo messianico e tecnoreazionario rappresenta una vera minaccia, anziché semplice materiale per la fantascienza di serie B? Come e dove si colloca Musk nella più ampia storia della destra politica?

Stranamente, nonostante Slobodian abbia scritto ampiamente sulla storia del pensiero neoliberista, si nota uno scarso impegno nell’inserire Musk in questo filone, e ancor meno nel descrivere come le politiche e le pratiche neoliberiste abbiano contribuito alla sua ascesa. All’inizio del libro, si accenna a come Musk abbia tratto profitto dagli sforzi dell’amministrazione di George W. Bush per privatizzare le funzioni governative, fino all’esercito, in nome di una più snella e spietata integrazione tra Stato e capitale. Questo potrebbe spiegare perché i deboli tentativi di Joe Biden di arginare il potere degli oligarchi si siano rivelati inefficaci. Adottare una prospettiva più strutturale e di lungo termine stimolerebbe inoltre una serie di intuizioni meno personali su come rispondere al muskismo e ad altre volgarità prodotte dalle fasi finali del capitalismo neoliberista.

Slobodian e Tarnoff sono molto convincenti nel dimostrare che l’eredità di Musk sarà, in larga misura, tragica. Ma impedire a Musk, e ai suoi successori, di causare danni in futuro richiederà ben più che una semplice analisi e contestazione della sua ideologia. Dobbiamo indagare le forze materiali che hanno reso possibili queste concentrazioni di potere di classe. Come hanno fatto persone così profondamente prive di etica, così contrarie ai principi umani fondamentali da considerare l’empatia un male sociale e l’introspezione una perdita di tempo, ad arrivare a esercitare potere e influenza sulla società?

Un’altra possibile pista di indagine sarebbe stata quella di collegare Musk e il muskismo alla storia più ampia della destra politica globale. Ho già menzionato il neoliberismo, ma mentre leggevo il libro avevo ben chiara la tradizione fascista del «modernismo reazionario». Come teorizzato nel classico di Jeffrey Herf che porta questo stesso titolo, il modernismo reazionario si riferisce al modo in cui pensatori e artisti fascisti abbandonarono la tecnofobia che aveva a lungo permeato la destra, giungendo a feticizzare il potere della tecnologia.

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Personaggi come Ernst Jünger e Oswald Spengler ritenevano che la sconfitta della Germania nella Prima Guerra Mondiale fosse in gran parte dovuta alla sua incapacità di superare gli Alleati nella produzione bellica. La soluzione, a loro avviso, consisteva nel far risorgere e potenziare un grande popolo razziale attraverso nuove tecnologie distruttive, che i nazionalisti reazionari, diffidenti nei confronti dell’associazione tra scienza e l’Illuminismo egualitario, avrebbero dovuto abbracciare. Per questi pensatori di estrema destra, tecnologie come i razzi V-2 e gli aerei moderni erano armi per grandi uomini e guerrieri, destinate a conquistare i cieli, e potevano servire a rafforzare le gerarchie sociali, aiutando la Germania a ridurre in schiavitù vaste fasce di popolazione razzialmente inferiore nella sua nuova impresa imperiale.

La destra tech-bro contemporanea è ovviamente molto diversa dalla sua controparte tra le due guerre. Musk e soci sono molto più individualisti, motivati ​​dal guadagno finanziario, ossessionati dalla cultura dei videogiochi e profondamente influenzati dall’ecosistema mediatico del ventunesimo secolo. Eppure molte delle loro ansie – riguardo al declino della razza bianca e all’ascesa di presunti inferiori razziali, alle potenziali rivendicazioni militanti della classe operaia per la democrazia, alla decadenza culturale e alla diffusione del libertinismo progressista – riecheggiano quelle dei modernisti reazionari del secolo scorso. E c’è molto da dire su come sia il modernismo reazionario fascista che la filosofia tech-bro moderna vedano nella tecnologia un mezzo per conservare le gerarchie sociali e persino crearne di nuove, piuttosto che un mezzo per dare potere alla gente comune e distruggere l’elitarismo. Per loro è più facile immaginarci vivere come cyborg su Marte che la fine del capitalismo.

Muskism è una lettura stimolante, la sua brevità i temi che tocca dovrebbero garantirgli di raggiungere un pubblico vasto. Sarebbe un bene, dato che, come dimostrano Slobodian e Tarnoff, la sua filosofia e il suo impatto sono corrosivi. Ma in fin dei conti, Musk è solo una persona. Enfatizzare eccessivamente la sua importanza rischia di trasformarlo in un cattivo della storia mondiale, il riflesso oscuro del ruolo di salvatore che si è auto-attribuito. Il problema non è Musk o il muskismo, ma un mondo in cui la sinistra è tenuta a prendere sul serio entrambi. Il nostro obiettivo non dovrebbe essere solo quello di sbarazzarci di Musk come sintomo, ma anche dell’ordine sociale che lo ha generato.

*Matt McManus è professore assistente allo Spelman College. Ha scritto, tra gli altri, The Political Right and Equality (Routledge, 2023) e The Political Theory of Liberal Socialism (Routledge, 2025). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

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