
Il grido, l’azione e l’immaginazione
Comune-info - Wednesday, March 25, 2026
La testimonianza che ci ha lasciato Marco Calabria, pur disseminata in scritti eterogenei per oggetto e forma (inchieste, prefazioni di libri, interviste ecc.), risulta di una solidità e di una coerenza tali da rivelare un filo rosso continuo: si tratta della sua considerazione per il Sud del mondo, per chi, messo ai margini, tenta di costruire un cosmo governato da logiche che si discostano da quelle del potere costituito. È questa sensibilità a sprigionare la sua rabbia, il suo attivismo e il suo lavoro intellettuale, che messi insieme non sono altro se non i tre momenti di un solo atto di ribellione. Non a caso la raccolta, curata da Gianluca Carmosino, dei più rappresentativi tra gli scritti di Marco si intitola Gridare, fare, pensare mondi nuovi (eléuthera). Il libro, sulla falsariga del portale di comunicazione indipendente «Comune-info», si articola in tre sezioni, ciascuna intitolata a uno dei momenti enunciati nel titolo: il grido, l’azione e l’immaginazione costituiscono i tre anelli indissolubili di una catena potente, tanto forte da poter battere quelle strutturali che ci avvincono quotidianamente.
Gli scritti raccolti in Gridare, fare, pensare mondi nuovi partono dal 1994, anno in cui Marco scriveva per «il manifesto», quotidiano di cui è stato caporedattore e per cui ha lavorato tra il 1981 e il 1999, e attraversano l’esperienza del settimanale «Carta», di cui è stato tra i fondatori nel 1998, fino al portale «Comune-info», nato nel 2012 al termine dell’esperienza editoriale di «Carta».
Alla fine degli anni Ottanta Marco è stato anche tra i promotori della Rete antirazzista italiana: in questa sua veste ha intervistato René Gallissot, storico tra i più eminenti studiosi del dominio coloniale francese in Maghreb che nel 1996 ha preso parte all’assemblea nazionale della Rete, e secondo cui occorre “far uscire la cittadinanza dalla concezione locale dei diritti e farla divenire globale, distinguendo finalmente la cittadinanza dalla nazionalità…” (p. 76).
Marco era profondamente convinto che l’identità costituisse l’ossessione contemporanea. Laddove la si voglia ostinatamente far entrare in gioco, ignorando la sua straordinaria capacità di fungere da maschera alla discriminazione e al razzismo, occorrerebbe comunque definirla in relazione agli altri: si è in sostanza quello che gli altri non sono (p. 82).
Se i migranti sono vittime delle politiche securitarie, allora noi che restiamo a guardare, pur volendo scansare il ruolo di carnefici, siamo quantomeno complici: ciò perché l’accoglienza “non investe solo chi la cerca o la mette in pratica, l’accoglienza o la sua negazione riguardano tutti”. Occorre dunque disseminarne i semi in un periodo non circoscritto e su tutto il territorio: solo così si può cambiare la società, anziché limitarsi alla predisposizione di strutture di accoglienza, di servizi calibrati sull’emergenza. Marco credeva pure che dovremmo prendere ispirazione dai migranti, spinti dalle ingiustizie ad attraversare mari e oceani, valicare montagne e foreste e scavalcare muri ostili e confini spinati. I migranti si mettono in movimento, producono perciò un movimento che ridetermina le relazioni sociali, sono essi stessi un esempio di comunità in movimento che mette alla prova la relazione consolidata tra Stato e capitale entro l’ordine globale e i suoi capisaldi: privilegio nazionale, deterritorializzazionale delle imprese, estrattivismo dal Sud del mondo, creazione di spazi economici presidiati da confini rassicuranti per il ceto medio di ciascuno di questi spazi.
Lungo tutti gli anni del suo impegno le posizioni di Marco non vanno mai incontro a compromessi, rinunce o ritrattazioni: si avverte sì una crescente amarezza per l’accentuarsi della coercizione imposta dall’ordine dominante, culminante nelle “necropolitiche di espropriazione della vita” e “nei dispositivi di dissoluzione del sociale” (p. 18) tramite cui è stata gestita la pandemia da Covid-19; tuttavia, a questo serpeggiante sentimento ribatte il rinnovato entusiasmo per tutte le persone che si ribellano facendo: si tratta di coloro che, dopo aver gridato “No!”, si auto-organizzano spontaneamente senza aspettare un rinnovamento della società dall’alto come manna dal cielo. Tramite le loro iniziative lasciano intravedere la fattibilità di mondi nuovi.
Prendere tra le mani e aprire Gridare, fare, pensare mondi nuovi ci permette di udire questo grido, del quale Marco si fa megafono. La sua voce umile e tenace e la sua ostinata curiosità per le forme di resistenza degli ultimi e di auto-organizzazione dal basso ci trascinano nei mondi nuovi in cui si addentra, cosmi tanto utopici quanto reali, scaturiti all’interno di una conflittuale “relazione tra potere, politica e vita quotidiana” (p. 147), negli spazi in cui la violenza del capitale e l’indifferenza dello Stato non giungono a spegnere l’empatia e la solidarietà delle comunità. Questi luoghi rappresentano altrettante “crepe” nel capitalismo: “[s]i tratta di spazi e momenti di un «fare» che si sottrae alla logica del dominio, quindi alla logica del capitale, e crea altre, diverse, relazioni sociali” (p. 24).
Il “fare” di cui parla Marco è quello concettualizzato da John Holloway, docente alla Benemérita Universidad Autónoma de Puebla, in Messico, il cui pensiero critico proprio Marco ha contribuito a far conoscere in Italia. Secondo Holloway (Cambiare il mondo senza prendere il potere, Intra Moenia, 2002, pp. 5-61), il fare dell’essere umano presuppone un “poter-fare” ed è espressione della nostra capacità di “progettare-oltre-e-fare”; inoltre, anche quando appaia come un atto individuale, è intrinsecamente sociale, cioè si inscrive in un flusso, il “flusso sociale del fare”: il nostro fare fornisce ad altri i mezzi del fare e a sua volta presuppone un’attività precedente (per esempio, apriamo un centro di aggregazione giovanile permettendo ai ragazzi del quartiere di coltivare i propri interessi e nuove amicizie e intanto questo centro si trova in un locale che è stato costruito da altri anni fa…). Nel capitalismo il fare umano viene espropriato del proprio carattere progettuale, in quanto comandato e così ridotto a lavoro alienato, all’automatismo privo di alternative con cui le api costruiscono l’alveare. In altre parole, alcune persone si appropriano della “proiezione-oltre del fare”, cioè della concezione, della progettualità, e comandano ad altre affinché eseguano quello che hanno concepito e progettato. Il “poter-fare” si trasforma così in “potere-su”. Il fare si frammenta in quanto il “potente” concepisce ma non esegue, mentre i dominati eseguono ma non concepiscono. Viene frammentato pure lo stesso flusso sociale del fare, in quanto il capitale, appropriandosi di “ciò-che-viene-fatto”, occulta il vicendevole legame tra il fare nostro e quello altrui: per esempio, tra l’uso che io faccio del computer da cui scrivo e il fare di chi lo ha costruito o anche tra i risultati che ottengo nello studio e il lavoro complessivo del personale docente e amministrativo impiegato nella scuola che frequento, così come tra la navigazione di Cristoforo Colombo e il duro lavoro di chi mise in piedi, anzi in mare, le tre caravelle. Simile connessione è tanto stretta che “ciò-che-viene-fatto” assurge a condizione preliminare del fare: il fare degli altri mi fornisce i mezzi del mio fare. La loro libertà, dando vita a “ciò-che-viene-fatto”, permette la mia libertà, che a sua volta darà vita a un ulteriore “ciò-che-viene-fatto”, e così via.
Holloway scrive che di fronte alla dominazione del capitalismo noi gridiamo perché desideriamo liberare il “poter-fare” dal “potere-su” e di conseguenza lottiamo per riaffermare il “flusso sociale del fare”, per costituire una “noità”, cioè una comunità in cui coscientemente e in maniera pianificata intrecciamo progetti, azioni e pratiche per il bene comune. Ma questa lotta è fattibile?
Marco ritiene che dobbiamo però evitare di pensare al dominio come a un gigantesco e invincibile Moloch. Sarà utile tenere presente che, per riprodursi tra le persone, il dominio ha bisogno del concorso dei dominati. Il dominio, che al nostro tempo è il dominio del capitalismo, non è indipendente, dipende da noi. Siamo noi a crearlo ogni giorno, possiamo dunque smettere di farlo. (p. 24)
Altro studioso che Marco si è speso per far conoscere in Italia è il suo amico fraterno Raúl Zibechi, autore della prefazione al libro. Zibechi, che si occupa di zapatismo e altre resistenze popolari, parla di “società in movimento” e “popoli in movimento” e li distingue dai movimenti sociali: mentre questi ultimi si pongono in relazione con il potere statale per rivendicare diritti negati, tra i primi sono da ricomprendere “quelli che si collocano in territori dissidenti e in resistenza, quelli che hanno autorità proprie, quelli che costruiscono poteri non statali e un’intera rete di relazioni sociali non mercantili per l’educazione, la sanità e la soluzione dei conflitti” (Mondi e altri popoli in movimento, Hermatena, 2023, p. 29).
All’universo di società e popoli in movimenti appartengono anche quelle esperienze proprie del Sud del mondo in cui Marco si è immerso per poi raccontarcele e che parlano “di un mondo che cambia in senso anticapitalista ma in profondità, (…) di molti e diversi mondi che vivono ogni giorno mille contraddizioni e hanno mille e un sogno da realizzare adesso e qui” (p. 96).
Così, siamo a fianco di Marco nella Moskitia, denominata la piccola Amazzonia dell’America Centrale, abitata principalmente da miskitos e ricompresa nella poverissima provincia di Gracias a Dios, nel nord-est dell’Honduras lambito dall’Oceano Atlantico. Il suo centro più popoloso è Puerto Lempira, dove “le opportunità di lavoro sono quasi solo due: la pesca delle aragoste e quella della droga. Il traffico che dalla Colombia sale verso nord ha sempre trovato nelle isolate insenature della costa atlantica honduregna un rifugio ideale” (p. 122). Per contrastare il narcotraffico in quell’area gli Stati Uniti cercano basi militari in Centroamerica e il fidato governo honduregno, nei cui equilibri l’esercito gioca la parte del leone, ben si presta: decide così la requisizione dei terreni in cui si trovano installazioni militari e tra questi spicca proprio la provincia di Gracias a Dios. Tuttavia, le terre che governo ed esercito intendono acquisire comprendono moltissimi villaggi abitati. Ecco che i Miskitos, abbandonati dal loro rappresentante etnico, il quale avrebbe dovuto interloquire con il governo nel procedimento, arrivano a Puerto Lempira con le canoe, le lance, a piedi e su camion stracarichi. Sono più di mille, millecinquecento, la più grande protesta della Moskitia honduregna, diranno alcuni di loro (p. 124). Gridano “No!” e ottengono così che la loro terra venga risparmiata dal procedimento di requisizione finché non si raggiungerà il consenso della popolazione.
E sempre nella Moskitia honduregna lo sguardo di Marco indugia tra i pescatori subacquei di gamberi e aragoste, reclutati a cottimo dai grandi pescherecci. Sono ridotti all’invalidità, a essere – come si definiscono loro stessi – “mezzi uomini” a causa della mancanza di strumenti adeguati: “c’è chi cammina aiutandosi con la stampella e chi muove le ruote della sedia” (p. 126). Ma è la mancanza di assicurazioni a ridurli alla povertà estrema: hanno sì ottenuto il riconoscimento giuridico della propria associazione, ma difficilmente intravedono indennizzi per gli incidenti subiti ed è quasi impossibile che riescano a ottenerli.
Ci spostiamo in Argentina, nei pressi di Malvinas Argentinas, un piccolo centro non lontano da Còrdoba: qui gli acampados – ma per la maggior parte si tratta di acampadas – impediscono l’accesso ai cantieri dove Monsanto, il gigante del mais transgenico, progetta di installare duecentoquaranta faraonici silos per lo stoccaggio di semi di mais transgenico. Nel corso del bloqueo gli acampados vengono aggrediti e feriti, ma le madri del villaggio persistono, non tollerando che “l’80% dei bambini del quartiere nasc[a] con sostanze agrochimiche nel sangue” (p. 104): alla fine ottengono una sentenza che ordina la sospensione dei lavori in attesa di una valutazione sull’impatto ambientale da parte del governo. La battaglia condotta coi soli mezzi di cui dispongono – i loro corpi, che inermi occupano i cantieri – riesce a trovare ascolto.
Sempre sulla prossimità dei corpi e sulla resistenza non violenta si fonda la Comunidad de Paz, fondata nel 1997 nella Colombia nord-occidentale, a San José de Apartadó, un paese diventato fantasma in seguito ai massacri perpetrati dai paramilitari finanziati da Chiquita, interessata a far fuggire i campesinos per impossessarsi delle terre. I comuneros si sono poi spostati in una terra limitrofa, che hanno ribattezzato San Josecito e dove hanno costruito nuove case e seminato la terra. Non cessa però l’assedio di paramilitari ed esercito, che accusano i comuneros di avere legami con la guerriglia delle FARC, le forze armate colombiane per la rivoluzione comunista; eppure la guerriglia ha spesso aggredito proprio i membri della comunità. L’escalation di violenza è stata tale che la Comunidad de Paz dapprima ha fatto ricorso alla Corte Interamericana de Derechos Humanos e poi si è affidata al sostegno quotidiano dei volontari della solidarietà internazionale, dediti alla protezione delle attività di routine dei comuneros. Nella Comunidad viene messa in pratica un’idea solidale di economia alternativa, che pone “al primo posto il benessere comune” (p. 133): i saperi dei comuneros sono “al servizio della resistenza e non genera[no] esclusione, va[nno] condivisi” per la migliore riproduzione possibile della vita della comunità. La semina e il raccolto vengono gestiti in modo collettivo, e non mancano né gli allevamenti di pesci e maiali né la scuola. L’obiettivo di sopravvivere di quel che si produce è stato ampiamente superato: per esempio, con il cacao coltivato dai comuneros una cooperativa siciliana ha prodotto una barretta di cioccolato per il commercio solidale. La Comunidad è diventata così il simbolo di una esperienza di aggregazione capace di cambiare il mondo senza prendere il potere e forse proprio per questo tanto invisa alle parti che lottano per mantenerlo o impossessarsene: rispettivamente, l’esercito e i paramilitari, da un lato, e la guerriglia comunista, dall’altro.
La medesima idea di economia solidale alla base della Comunidad de Paz alimenta le esperienze di gestione comunitaria dell’acqua nella zona sud di Cochabamba, città della Bolivia di circa settecentomila abitanti. L’area, abitata dalle fasce più povere e poco appetibile per il business edilizio, è di fatto esclusa dal servizio pubblico. La sola via per portare l’acqua nelle case, a meno che non si voglia acquistare quella costosa e insalubre trasportata dai camion dei venditori privati, è auto-organizzarsi: Marco ci racconta della costruzione collettiva, realizzata in un solo mese, di due immense cisterne per la raccolta dell’acqua da destinare a una scuola. Raccogliere e gestire l’acqua piovana significa riconoscere la provenienza dell’acqua dalla natura, il suo essere un bene comune: “[a] Napoli o a Los Angeles, difficilmente si darebbe un qualche rilievo al fatto di sapere da dove arriva l’acqua. Va da sé che la tentazione di considerarla una merce rara trova terreno fertile e meno resistenza” (p. 142).
Come scrive Marco, viviamo in un’epoca in cui “non abbiamo particolare bisogno di unità, ma di risonanze planetarie” (p. 32): tutte le lotte contro il potere costituito delle comunità del Sud del mondo si alimentano delle eco che riescono a generare. Non solo presso gli organismi internazionali di giustizia e di protezione della vita, ma anche nelle esistenze addomesticate che conduciamo entro la nostra progredita civiltà occidentale.
Nella stessa voce di Marco risuona l’eco di tutte queste ingiustizie e resistenze, tribolazioni e speranze: la sua esperienza giornalistica fa da amplificatore a quelle “vite di scarto destinate a soccombere” e “condannat[e] all’irrilevanza e all’invisibilità nello spettacolo del mondo reale” e al contempo contribuisce a liberarci “dall’idea del Moloch gigantesco – e in apparenza invincibile – del cambiamento solo a scala globale” (p. 152). Il libro di Marco riesce a risignificare le nostre vite perché mostra come la loro dignità stia nel cercare forme di vita comunitarie e solidali in spazi che si situano al di là del territorio del potere: la sola ricerca in questo senso produce nelle nostre esistenze un equilibrio capace di alleggerirle. Gridare, fare, pensare mondi nuovi ci indica, tramite i racconti, gli incontri e le riflessioni di Marco, cosa fare concretamente: non la costruzione di un contropotere che mostri i muscoli contro il gigante Stato-capitale, ma la creazione di un anti-potere, di una forma di vita comune che si discosti completamente dalle logiche di prevaricazione ed esclusione proprie del potere. Non è necessario fondare o aggregarsi a un partito, sedere in un parlamento o in un consiglio di ministri, né produrre un corpo di istituzioni. Bisogna mettersi in movimento assieme alle altre e agli altri “senza pretendere di spingerlo verso una destinazione nota”, reprimendo l’istinto di dominarlo: ci toccherà “fare come i bambini quando cominciano a giocare senza sapere di farlo” (p. 34).
Insomma, la lotta per altri modi di vivere assieme si prospetta di per sé felice e gioiosa: il libro di Marco Calabria contiene una promessa di felicità che non possiamo lasciarci sfuggire. Leggendolo, ci parrà di commuovervi insieme a Marco e agli altri lettori, in qualsiasi accezione: anche e soprattutto in quella di metterci in movimento tutti assieme, per spostarci dal luogo in cui l’ordine dominante ci ha collocati e trovare mondi nuovi in cui riprodurre la vita, divenendo così una vera e propria società in movimento.
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