Una minaccia all’equilibrio tra esecutivo e giudici

Jacobin Italia - Thursday, March 5, 2026
Articolo di Francesco Pallante, Tomaso Montanari

Per cogliere il senso politico della riforma costituzionale della magistratura, il dato da cui occorre partire è l’estraneità della presidente del Consiglio, e del suo partito, dalla tradizione costituzionale della Repubblica democratica italiana. Un’estraneità che non è imputata in forza di una congettura di chi scrive ma, al contrario, risulta apertamente rivendicata dalla stessa Giorgia Meloni proprio nel momento più solenne della sua lunga carriera politica: il discorso con cui il 25 ottobre 2022 chiese la fiducia alla Camera dei Deputati. Queste le sue esatte parole: «Provengo da un’area culturale che è stata spesso confinata ai margini della Repubblica». È la sola ricorrenza della parola «Repubblica» nell’intero discorso (mentre «nazione» compare ben undici volte): ed è una ricorrenza in negativo, volta a esprimere una presa di distanza, un disconoscimento della Repubblica nata dalla Resistenza e, per questo, fondata sull’antifascismo.

Il significato è chiaro. Per chi proviene dall’«area culturale» fascista, l’Italia non è – non può essere – la Repubblica democratica e costituzionale; l’Italia è la nazione, vale a dire la comunità di sangue e di destino che si esprime attraverso l’identità e la tradizione (altri concetti-feticcio che, recuperati dalla visione politica fascista, ricorrono ossessivamente nel lessico della destra meloniana).

Ma cos’è, dal punto di vista del diritto pubblico, ciò che più di tutto segna la discontinuità tra lo Stato fascista e lo Stato democratico? La risposta è semplice: la negazione dell’assolutezza della sovranità dello Stato, e quindi dei poteri del decisore politico che esprime la volontà dello Stato. Nello Stato costituzionale, chi governa non può tutto, deve rispettare la Costituzione, come emblematicamente risulta da due disposizioni costituzionali cruciali.

La più nota è contenuta nell’articolo 11 della Costituzione, che limita il potere per eccellenza dello Stato, quello di fare la guerra, circoscrivendolo alle esigenze difensive e prevedendo «limitazioni di sovranità» volte a dar vita a un ordinamento internazionale incentrato non sulla violenza, ma sulla pace e sulla giustizia.

Meno nota, ma ancor più rilevante, è la disposizione che, nell’articolo 1 della Costituzione, segue l’affermazione in base alla quale «la sovranità appartiene al popolo», aggiungendo che il popolo è tenuto a esercitare la sovranità «nelle forme e nei limiti della Costituzione»: dovendo, quindi, rispettare vincoli di procedura (le forme) e di contenuto (i limiti). Significa – come anticipato – che il decisore politico, scelto dal popolo, non può decidere quel che vuole, ma è vincolato a esercitare la propria discrezionalità decisionale nel rispetto della Costituzione. Alcune cose sono costituzionalmente vietate (per esempio, le discriminazioni), altre imposte (per esempio, la cura dei malati): ed è solo nello spazio che residua tra ciò che è proibito e ciò che è dovuto che si colloca il campo d’azione della discrezionalità politica. L’esatto contrario della dottrina dello Stato fascista, che assegnava, invece, al capo del Governo l’ultima parola su tutto ciò che avesse rilevanza collettiva.

E se la politica decide di agire al di fuori delle forme e dei limiti? In tal caso, è dovere costituzionale dei giudici intervenire, al fine di far prevalere quanto previsto dalla Carta fondamentale sulle decisioni politiche aventi contenuto o procedura d’approvazione difforme. Il fulcro del contrasto tra la destra e la magistratura, in ultima istanza, si colloca qui. La destra non si riconosce politicamente nella Costituzione democratica antifascista e vuole forzarne le norme per privatizzare i servizi pubblici (sanità, scuola, previdenza), sfruttare il lavoro dipendente, imporre orientamenti morali (su inizio e fine-vita, oltre che sulla sessualità), violare il principio di laicità, reprimere il dissenso politico, soffocare il disagio sociale, cementificare le città e il paesaggio, costruire grandi opere senza controlli, discriminare i migranti, negare il diritto d’asilo, ecc. Quando ciò accade, i giudici intervengono per ripristinare il rispetto della Costituzione e delle norme dell’ordinamento giuridico nazionale e internazionale. È per questo che la destra è in conflitto con le corti giudiziarie a tutti i livelli: con la Corte di Cassazione, con la Corte dei conti, con la Corte costituzionale, con la Corte di giustizia dell’Unione europea; persino con la Corte penale internazionale. Ovunque ci sia una regola ispirata ai valori democratici del secondo dopoguerra, lì la destra – a quei valori estranea – va in sofferenza.

Ecco allora il senso politico della riforma costituzionale della magistratura, anche in questo caso apertamente rivendicato dal Governo: trasformare il potere giudiziario da potere di controllo in potere di supporto. Quale altro potrebbe, in effetti, essere il significato delle parole pronunciate dalla presidente del Consiglio nella conferenza stampa di inizio anno, secondo cui «se vogliamo garantire sicurezza occorre lavorare tutti nella stessa direzione: Governo, forze di polizia e magistratura»? Basta con la magistratura che controlla l’operato della polizia – e, cioè, del ministero degli interni – facendo valere i diritti dei cittadini in caso di loro violazione; quel che occorre è una magistratura che collabori con il Governo, dando corso nei tribunali alle decisioni politiche, con tanti saluti allo Stato di diritto. Esattamente com’era al tempo del fascismo… 

Non meno esplicito il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, stupito «che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo» (3 novembre 2025), così come il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, per il quale «c’è un’invasione di campo [dei magistrati] che deve essere ricondotta» (4 novembre 2025). Ricondurre i giudici alla collaborazione con un Governo che disconosce i fondamenti costituzionali della Repubblica, affinché non ne sia compromessa la pienezza dei poteri decisionali e la completa libertà d’azione: ecco, nelle parole stesse della destra, l’obiettivo della riforma (non certo la – peraltro già esistente – separazione delle carriere di giudici e pm).

Un obiettivo costituzionalmente eversivo, per conseguire il quale occorre demolire l’accorto sistema di garanzie posto dalla Costituzione a protezione dell’indipendenza dei magistrati. Il rischio, in proposito, non è tanto quello dello smaccato condizionamento diretto della magistratura (l’alto esponente del Governo che intima al giudice di decidere in un certo modo), quanto piuttosto quello, più insidioso, del condizionamento indiretto. Perché minacciare un magistrato quando si può più comodamente intervenire sulle assunzioni per concorso, sull’affidamento degli incarichi, sulle richieste di trasferimento, sugli avanzamenti di carriera, sulle sanzioni disciplinari? Tutti compiti che la Costituzione ha, non a caso, sottratto al ministro della Giustizia e affidato a un apposito organo costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), composto da esperti di diritto, in maggioranza magistrati, e presieduto, data la delicatezza estrema delle sue funzioni, dal Presidente della Repubblica. Esattamente l’organo che la riforma governativa va a colpire, suddividendolo in tre organi minori (un Csm per i giudici, un Csm per i pubblici ministeri, un’Alta Corte disciplinare), e quindi meno idonei a svolgere il proprio ruolo a tutela della magistratura, e rivedendone i criteri di composizione in modo tale che i membri che non provengono dalla magistratura (avvocati e professori universitari) siano, di fatto, eletti dal Parlamento e i membri che provengono dalla magistratura siano invece estratti a sorte, così da assicurare ai primi una compattezza di visione e di azione che i secondi non potranno avere. 

Un doppio indebolimento, insomma – dell’organo in sé e, al suo interno, della componente proveniente dalla magistratura – che non potrà che riverberarsi negativamente sulla sua capacità d’intervenire a tutela dell’indipendenza dei magistrati contro coloro che mireranno a «ricondurli» ad atteggiamenti collaborativi.

Ecco la vera posta in gioco nel referendum di primavera: l’equilibrio dei rapporti tra il Governo – un Governo, peraltro, che già si è appropriato dei poteri del Parlamento, riducendolo a servile consesso di ratifica delle sue decisioni – e la magistratura: un equilibrio che la destra mira ad alterare definitivamente a proprio beneficio.

 *Tomaso Montanari è rettore dell’Università per Stranieri di Siena. Francesco Pallante è professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino. Ha pubblicato Spezzare l’Italia. Le regioni come minaccia all’unità del Paese (Einaudi, 2024).

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