
Il capitale amorale delle èlite
Jacobin Italia - Wednesday, February 25, 2026
Articolo di Enrico FravegaNella vicenda degli Epstein files vi è qualcosa di strutturalmente incommensurabile. Non solo, o non tanto, per la quantità dei materiali, talmente vasta da risultare, nella sua interezza, sostanzialmente inconoscibile, ma per la loro qualità: un’eterogenea panoplia di orrori ed esempi di abiezione morale. Una costellazione eterogenea e disturbante di pratiche che mettono radicalmente in crisi le categorie morali ordinarie. In quell’archivio convivono, infatti, una intrecciata all’altra, molteplici pratiche, che rendono insufficiente e quasi retorica la distinzione tra devianza e criminalità, e rivelano l’esistenza di un’élite sostanzialmente «anomica» che unisce pedofilia e mondanità, violenza, pettegolezzo e corruzione; ma anche una forma di promiscuità che non è meramente sessuale ma strutturale: una prossimità ambigua e opaca tra segmenti del jet-set economico, politico e culturale globale, fondata su pratiche indicibili.
Il quadro che emerge è così pervasivo e trasversale da rendere quasi irrilevante l’asse destra-sinistra, che normalmente innerva la questione morale in politica. Il punto, infatti, è che non siamo di fronte a un fenomeno isolato, o circoscritto alla persona che ha dato il nome alla vicenda (o al suo stretto entourage), né a un semplice scandalo a sfondo sessuale o criminale. Ciò che sta emergendo, infatti, è una trama di relazioni criminali che attraversa confini nazionali, ideologici e istituzionali, mettendo in discussione le stesse categorie con cui siamo abituati a pensare la responsabilità pubblica.
Ricostruire la catena di reati (pedofilia, violenza, corruzione, ecc.) alla base di questa storia sarebbe importantissimo, ma non è facile. Perché gli elementi che possono portare a responsabilità individuali sono spesso occultati grazie a decisioni opinabili di rendere noti solo alcuni nomi (tra cui molte vittime) e tacerne altri (soprattutto quelli dei responsabili). Tuttavia, anche se si riuscisse in questo enorme lavoro di indagine, ciò non sarebbe sufficiente. Se, infatti, la responsabilità individuale resta un nodo imprescindibile, limitarsi a questo livello di analisi significherebbe non cogliere la dimensione sistemica che sembra affiorare; ovvero ignorare uno dei tratti più inquietanti di questa vicenda.
In altre parole, non si tratta solo di individuare colpevoli e innocenti, bensì di comprendere quale struttura di relazioni abbia reso possibili, protetto e normalizzato tali pratiche. Gli Epstein files, infatti, rivelano l’esistenza di una rete trasversale di potere, informale ma straordinariamente capillare ed efficace, capace di connettere finanza, politica, accademia, industria culturale e apparati istituzionali in uno spazio di reciproca protezione e ricattabilità.
È come se, al di sopra delle arene politiche formali, nazionali e sovranazionali, la rivelazione dell’esistenza degli Epstein files avesse reso visibile un ulteriore, inaccessibile, livello nella governance globale; non una cospirazione nel senso classico del termine, ma una sorta di rete basata sulla prossimità sociale, sulla complicità e sul senso di immunità. Questa dinamica non nasce nel vuoto. La tendenza delle élite globali a svincolarsi dai legami sociali e territoriali non è un fenomeno nuovo. Già Christopher Lasch, ne La ribellione delle élite (1995), descriveva il progressivo distacco delle classi dirigenti dai contesti di appartenenza. Mentre Zygmunt Bauman, in Modernità liquida (2000), metteva in evidenza che «i principi strategici preferiti da chi detiene il potere sono la fuga, l’evasione e il ritiro, e il loro stato ideale è l’invisibilità». Quello cui assistiamo oggi è dunque il prodotto di tendenze operanti da tempo che, nel loro succedersi e nel loro sedimentarsi, hanno dato luogo a una contemporaneità sempre più organizzata in spazi selettivi: «zone rosse», gated community, circuiti finanziari e culturali ad accesso ultra-limitato. Uno spazio «striato», in cui il potere ricombina classe, genere e razza, producendo «inclusioni esclusive» che legittimano e generano forme politiche (es. Maga), orientamenti culturali (es. il contrasto al #metoo) e business.
In questo contesto, l’isola privata di Jeffrey Epstein non si configura come un mero luogo fisico, bensì come una potente metafora. Rappresenta l’esistenza di un «altrove» sottratto alla normatività ordinaria e ci ricorda la (necessaria) materialità di un luogo fisico in cui la sospensione delle regole non è eccezione, ma condizione strutturale. Una sorta di Abu Ghraib domestica in cui i carcerieri sono i potenti del mondo. Uno spazio fisico in cui la sospensione del diritto assume una forma privata e selettiva.
In questa chiave, però, sarebbe un errore leggere l’esistenza di questo altrove come una semplice degenerazione morale. Più radicalmente, esso appare come il punto di arrivo di un processo di progressiva auto-separazione delle élite dal mondo comune.
All’interno di questo altrove si produce infatti una forma peculiare di capitale sociale. Non si tratta soltanto di relazioni utili o prestigiose, ma di un capitale fondato sulla complicità e sull’interdipendenza nella trasgressione. Un capitale sociale che potremmo definire amorale, nel quadro del quale la forza del legame non deriva dalla fiducia reciproca, ma dalla condivisione di pratiche occulte che rendono tutti coloro che le praticano vulnerabili e ricattabili, generando così una condizione di interdipendenza strategica. La violenza di queste pratiche diventa così un dispositivo di coesione. Non un semplice eccesso individuale, ma una tecnologia di consolidamento di un gruppo che si ritiene al di sopra e al di fuori di qualunque regola di convivenza civile.
Ma c’è dell’altro. In questa prospettiva, le vittime non sono tali soltanto in virtù della loro età o del loro genere (elementi che pure hanno un peso decisivo) ma perché collocate in una posizione di radicale asimmetria rispetto a un potere che si percepisce come illimitato. Questa configurazione, tuttavia, non può essere compresa fino in fondo se non si esplicita la sua dimensione di genere. La violenza che attraversa il caso Epstein non è neutra: colpisce in modo sistematico i corpi femminili, spesso giovanissimi, inscrivendosi in una lunga deriva di dominio patriarcale in cui il potere maschile si esercita attraverso l’appropriazione e la disponibilità del corpo dell’altra. In questo senso, ciò che emerge può essere letto anche come una forma iperconcentrata di violenza di genere, in cui l’asimmetria economica e simbolica si intreccia con quella sessuale. Le vittime non sono semplicemente soggetti deboli rispetto a un potere illimitato: sono collocate in una struttura in cui genere, età e classe sociale si combinano, producendo una vulnerabilità sistemica. La disponibilità del corpo femminile diventa così parte integrante del dispositivo di coesione: non un effetto collaterale, ma un elemento strutturale del suo funzionamento. Ciò che emerge è, dunque, una configurazione in cui l’altro non è più riconosciuto come soggetto, ma come materiale disponibile. Nelle 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini (testo ispirato al lavoro di de Sade) il potere si manifesta come eccedenza assoluta, rivelandosi anarchico, cioè volontà che non riconosce limiti esterni a sé. Non è semplicemente violenza: è la negazione del limite, il rigetto di qualsiasi vincolo simbolico o normativo.
In questo senso, i mondi sociali descritti negli Epstein files si configurano come ambienti in cui il diritto perde il suo carattere assoluto e mostra la sua dimensione convenzionale, favorendo l’emergere del dominio. Non perché le norme non esistano o perché non se ne conosca l’esistenza, ma perché, in quel mostruoso archivio di mail, si mostra l’esistenza quotidiana di chi non si sente toccato da esse e, al tempo stesso, dispone delle risorse per sospenderle, aggirarle o neutralizzarle.
È poi interessante osservare che la diffusione pubblica di questi materiali ha avuto l’effetto dell’apertura del vaso di Pandora. Non tanto perché riveli l’esistenza del male, cosa che la storia umana conosce bene, quanto perché, nella sua enormità, sembra indicare l’irrilevanza delle categorie attraverso cui pensavamo di contenerlo. O di dargli un nome.
Se, infatti, una (gran) parte delle élite globali può abitare stabilmente un altrove sottratto ad ogni responsabilità, allora la crisi che abbiamo di fronte non riguarda solo singoli individui, per quanto potenti, ma l’architettura stessa del patto sociale globale. La questione, in ultima analisi, non è meramente giudiziaria o morale; è politica e antropologica, perché riguarda i limiti del potere, la credibilità del diritto e la finitezza dell’esperienza umana. Ed è, forse, proprio quest’ultima dimensione a rendere la vicenda così profondamente perturbante.
Il coinvolgimento di figure-simbolo come Bill Gates, Elon Musk, Donald Trump, solo per citare alcuni nomi ricorrenti negli Epstein files, sembra indicare che la questione eccede la dimensione dello scandalo individuale. Ma questa eccedenza funziona come un indicatore della contraddizione tra l’infinitezza del potere che queste figure concentrano e la finitezza della condizione umana a cui queste figure, loro malgrado, devono sottostare. Non è decisivo il dettaglio biografico, quanto ciò che queste figure incarnano: un conglomerato di potere – economico, tecnologico, politico e simbolico – quasi assoluto. Una quantità di risorse materiali e immateriali completamente fuori scala tale da rendere accessibile virtualmente ogni luogo del pianeta, acquistabile ogni bene esistente al mondo, finanziabile qualunque progetto e replicabile indefinitamente l’esperienza del privilegio, per sé e per generazioni e generazioni di eredi e successori. In questo quadro, paradossalmente, il denaro perde il suo valore e riporta alla luce la finitezza dell’esperienza umana. Nessuna accumulazione può infatti abolire questa condizione. Ed è esattamente su questa soglia, su questa condizione limite, che le norme sociali perdono quasi completamente significato. Non perché scompaiano formalmente, ma perché si configurano come ultima barriera a una condizione di onnipotenza. Ed è qui che la questione oltrepassa la politica e investe i fondamenti della condizione umana: quando il potere si avvicina all’illimitato, la misura che rende possibile la convivenza si indebolisce, e ciò che emerge non è una libertà più ampia, ma la tentazione di un ritorno a una forma primordiale di dominio.
C’è poi un ulteriore elemento da considerare, che riguarda gli effetti pubblici della condizione di immunità che circonda questi soggetti. Al di là della dimensione penale, infatti, il dato rilevante è la sensazione diffusa che quasi nessun segmento significativo delle élite abbia finora pagato un prezzo proporzionato alla gravità delle pratiche emerse. Una percezione che mina alla radice la credibilità delle istituzioni democratiche, perché rafforza l’idea di una giustizia differenziale e doppiopesista: inflessibile verso i deboli e morbida con i potenti. Il quadro democratico, tuttavia, non si esaurisce in procedure formali e meccanismi di contrappeso istituzionale, ma richiede(rebbe) la pratica di un principio di eguaglianza sostanziale. Un principio che questa vicenda pone tra parentesi contribuendo significativamente all’erosione della fiducia nelle istituzioni pubbliche e al propagarsi di cinismo, disaffezione e (ulteriore) disponibilità a soluzioni autoritarie o populiste.
La presenza, poi, nei circuiti relazionali di Epstein di figure percepite come simboli della critica al potere, o della «responsabilità degli intellettuali» introduce, poi, un’ulteriore linea di faglia. Anche se non si riscontrano condotte penalmente rilevanti, la condizione di prossimità rispetto a circoli di così grande ricchezza, potere e privilegio produce uno iato incolmabile tra il discorso pubblico e le consuetudini private. Una sorta di dissonanza che indebolisce la complessiva attendibilità del discorso critico. In questo senso, il caso Epstein produce una sorta di effetto boomerang: per un verso mette in crisi la fiducia nelle istituzioni democratiche; per un altro, sgretola la credibilità della critica alle stesse, contribuendo al vuoto di legittimazione della democrazia.
Il quadro che emerge ci pone di fronte a diversi elementi che abbiamo il compito di mettere in relazione tra loro. Abbiamo, infatti, riscontrato la dimensione sistemica delle relazioni che tengono insieme le élite globali, la produzione di complicità attraverso la violazione di ogni tipo di norma (sociale e legale), la sospensione selettiva del diritto (che viene negato alle vittime e invocato per i responsabili), una concentrazione fuori scala di potere e la messa in discussione di qualunque principio di convivenza civile. In questo senso, ciò che gli Epstein files portano alla luce non è soltanto un «circuito di devianza», ma una vera e propria «infrastruttura amorale» del potere globale. Perché non si tratta di episodi contingenti o di condivisione occasionale di pratiche illegali, bensì di un dispositivo stabile di connessioni, protezioni e interdipendenze che precede e sopravvive ai singoli individui. «Amorale», perché questa infrastruttura opera in una zona di indifferenza rispetto a ogni criterio morale, mostrando chiaramente «l’anarchia del potere». Ed è proprio questa dimensione anarchica a segnare la frattura più profonda: questo, infatti, non è uno scandalo tra i tanti, ma il disvelamento della forma del potere contemporaneo che gerarchizza e rende esposti/vulnerabili alcuni corpi. Il potere, infatti, quando si libera da ogni limite e dalla necessità di forme di legittimazione simbolica e giuridica, non si esercita in modo indifferenziato, ma colpisce secondo linee di colore, genere, età, classe sociale, ecc. Ed è proprio questa distribuzione arbitraria e asimmetrica della vulnerabilità a rivelare che non siamo di fronte soltanto a un episodio scandalistico, ma a una crisi della misura stessa che fonda il riconoscimento reciproco e il legame sociale.
* Enrico Fravega è sociologo e ricercatore in Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Genova.
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