
Quando sono le donne a fare il lavoro sporco del patriarcato
Comune-info - Monday, February 16, 2026
Napoli. Carnevale del Gridas di Scampia: su questo tema c’è poco da scherzare. Foto di Ferdinando KaiserTrent’anni sono passati da quel 1996 in cui pensavamo di aver finalmente spostato lo stupro dal fango della “morale pubblica” alla dignità della persona, ma oggi il vento è cambiato. Il 15 febbraio, in 44 città italiane, migliaia di corpi e di voci si sono alzati non per celebrare un anniversario, ma per alzare un argine contro una retromarcia che ha il sapore amaro del tradimento.
È una rabbia lucida quella che attraversa le piazze, alimentata dalla consapevolezza che il patriarcato non ha più bisogno di indossare i pantaloni per colpire: oggi usa il volto e la voce di donne come Giorgia Meloni e Giulia Bongiorno per fare il suo lavoro più sporco.
Non è un caso isolato, quello italiano. Nel momento in cui scriviamo, la destra più reazionaria lavora ovunque — dall’America di Trump all’Europa dei sovranismi — per rimettere al proprio posto l’autodeterminazione femminile. È un progetto culturale prima ancora che politico: riportare il corpo delle donne sotto il controllo maschile, un passo alla volta, con la gradualità di chi sa che i cambiamenti bruschi fanno rumore.
Il caso Epstein non è un’eccezione mostruosa: è la punta di un iceberg fatto di culture che vedono il silenzio come assenso e il potere come licenza. Quella stessa cultura bussa oggi alle porte del Parlamento italiano.
Hanno preso il concetto di “consenso” — quel sì libero e attuale che è l’unica linea di confine tra un atto d’amore e una violenza — e lo hanno cancellato con un tratto di penna, sostituendolo con la parola “dissenso”. Una sola parola che capovolge il mondo: non sei più libera per principio, ma sei preda per default finché non riesci a dimostrare di aver lottato, gridato, resistito. È la stessa cultura che ha permesso a uomini potenti di abusare per anni nel silenzio, sapendo che senza una “prova di resistenza” il loro crimine sarebbe scivolato in una zona grigia di impunità.
Ed è la stessa logica che rende invisibili le vittime come Gisèle Pelicot — drogata dal marito per anni e messa a disposizione di decine di uomini mentre era incosciente — perché chi non può esprimere dissenso, nella cultura patriarcale, non esiste come vittima.
Meloni e Bongiorno prestano il loro nome a questa operazione, agendo come scudi umani per un sistema che vuole normalizzare il silenzio come assenso.
Ma la piazza ha risposto con un calore che è incendio: meglio nessuna legge, meglio restare con le vecchie norme integrate dalla Convenzione di Istanbul, piuttosto che accettare un arretramento che ci vuole di nuovo silenziose e sottomesse. Dare un segnale forte oggi non è più un’opzione, è un dovere di sopravvivenza. Non permetteremo che il cammino di trent’anni venga cancellato da chi ha scelto di farsi ancella di un potere che ci vuole senza voce, dicono quelle piazze. Perché senza un sì esplicito, oggi e sempre, resta solo lo stupro.
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