Aiuto condizionato o aiuto radicale?

Jacobin Italia - Wednesday, February 4, 2026
Articolo di Angela Condello

Dal primo settembre 2025 il Department of Education della Gran Bretagna ha inaugurato un sistema di supporto gratuito alle famiglie con bambini di età compresa tra i 9 mesi e i 4 anni, mettendo a disposizione 30 ore di childcare completamente a spese dello Stato. 

Un’iniziativa lodevole – verrebbe da pensare di primo acchito. Tentando di accedere al servizio, tuttavia, si incontrano una serie di vincoli e strettoie: per essere beneficiari del supporto serve soddisfare alcune condizioni fondamentali, tra cui essere entrambi genitori lavoratori, avere un certo stipendio (misurato a seconda della fascia d’età, come se il nuovo mercato del lavoro riflettesse i sistemi di scatti e promozioni di vent’anni fa), lavorare per un numero minimo di ore, essere cittadini britannici o avere i documenti dell’immigrazione in regola (settled o pre-settled). In sostanza, è come se l’aiuto statale fosse un privilegio per pochi: in una famiglia in cui lavora soltanto uno dei due genitori mentre l’altro ha un lavoro a tempo parziale o è freelence o lavora su progetti – cosa molto frequente nelle generazioni di genitori più giovani – l’aiuto non spetta. Peccato che (non bisogna essere dei fini economisti o sociologi per capirlo) sono proprio le persone in cerca di un lavoro regolare e tutelato ad avere più bisogno di sostegno pubblico, perché proprio a loro serve tempo per mettersi in gioco, e perché spesso hanno dei crolli psicologici dovuti alle condizioni precarie (è il più classico dei circoli viziosi). 

È un po’ come se il governo dicesse che bisogna riuscire a superare alcune prove per poi godersi alcune meritate comodità, come se il supporto al lavoro di cura fosse una bella macchina o una casa più grande. Ancora una volta una fetta di lavoro di riproduzione sociale, la cura dei figli, viene considerato come un fardello di cui liberarsi attraverso sistemi che seguono la logica del contagocce, per di più condizionato: non è molto diverso il principio con cui sono distribuiti gli assegni per i figli a carico in Italia o le agevolazioni fiscali per le madri (sempre che siano assunte a tempo indeterminato e abbiano almeno due figli). Sembra di essere dentro a un grande paradosso sociale: si ha un diritto solo se si è arrivati al punto di avere un diritto.

Possiamo parlare davvero di aiuto se questo deve soddisfare condizioni che lasciano fuori chi ne ha più bisogno? In teoria, aiutare significherebbe letteralmente «andare incontro» a qualcuno per portare «giovamento» (ad e juvare); ma che modo è di andare incontro se si creano delle condizioni e quindi il soggetto destinatario dell’aiuto potrebbe anche non meritarselo? Uno stato sociale che punti ad andare incontro a ciascuna situazione, e non soltanto o soprattutto a quelle già inquadrate in un sistema, dovrebbe anticipare il proprio sostegno specialmente ai momenti più duri dell’esistenza, come quelli in cui si cerca un lavoro o si è precari, e non viceversa: è proprio mentre si lotta per arrivare a un lavoro che l’aiuto può rivelarsi necessario. Non stupisce che un tale sistema di supporto alle famiglie arrivi proprio oggi, nel tempo dell’ascesa del welfare aziendalistico fatto di assicurazioni private stellari e auto aziendali (altro che colonie Olivetti) e dell’implosione dei diritti sociali per tutti e tutte, anzitutto per i più vulnerabili e bisognosi.

Il programma inglese di supporto alle famiglie punta sulla monetizzazione dell’aiuto e su alcune condizioni di base per accedervi: siamo agli antipodi dello stato sociale. Proprio da uno sguardo critico nei confronti di questi modelli welfaristici «da contagocce» nascono due tra gli ultimi lavori di Hilary Cottam, imprenditrice sociale britannica e autrice di Radical Help (2019) e The Work We Need (2025), pubblicati da Virago, storica casa editrice femminista. Nel testo sull’aiuto radicale Cottam invita a ripensare interamente il sistema delle relazioni sociali: se non reintroduciamo la cura come principio guida dei rapporti con noi stessi, con l’ambiente e con gli altri non potremo realizzare il nostro potenziale, né individuale né collettivo. Se non ripartiamo dal carattere radicalmente rivoluzionario dello stato sociale, non usciremo dalla crisi permanente in cui versano i rapporti personali e lavorativi. In The Work We Need le tesi sull’aiuto radicale e la cura incondizionata vengono incrociate con una riflessione sull’attuale assetto economico e lavorativo: rivoluzione tecnologica, soft skills e autoimprenditorialità sembrano ormai tendenze inevitabili per cui non solo serve ripensare la cura ma vanno anche ripensati gli spazi del lavoro (oggi troppo spesso ancora estremamente privati, come la casa, o estremamente pubblici, come l’ufficio – luogo fuori tempo per la Gen Z), i tempi del lavoro, le condizioni contrattuali e le tutele del lavoro. 

La sua idea di fondo è che il lavoro sia una categoria dell’esistenza e il supporto alla cura debba funzionare in armonia con l’assetto logistico e contrattuale delle nuove generazioni, non (solo) in accordo con il modello di lavoro subordinato 9-17. Cottam invita, insomma, a prendere sul serio il significato dell’aiuto: andando verso l’altro, magari anticipandone i bisogni e non centellinandone l’erogazione secondo condizioni, vincoli e limiti. La cura del mondo può solo ripartire dalla capacità di rivolgerci agli altri non in quanto problemi o richieste o zavorre, ma anzitutto in quanto possibilità altra e altrettanto valida e meritevole di stare nel nostro stesso mondo, in un modo diverso. Questo vale per i bambini tra i 9 mesi e i 4 anni, i migranti, le lavoratrici precarie.

Qualche mese fa una scuola materna comunale torinese mi ha invitata a compiere un esercizio Insieme ad altri genitori ho partecipato all’inserimento non in maniera canonica, cioè monitorando dall’esterno che mia figlia riuscisse a integrarsi serenamente, ma per conto suo; il metodo che ci hanno proposto si chiama «svedese», e in Italia è considerato una piccola rivoluzione (e in effetti, lo è). Ogni genitore trascorre l’intera giornata scolastica seguendo il ritmo dei bambini, dal gioco alle pause di riflessione, dal pranzo con tutti i rituali alle regole da seguire prima di fare un disegno: in questo modo l’inserimento diventa partecipato fino in fondo e si entra in contatto reciproco (bambini genitori e istituzione). Questo alimenta una relazione diversa con la struttura scolastica,tradizionalmente destinata al disciplinamento. 

In questo ribaltamento di prospettiva c’è il seme della radicalità di cui parla Cottam: soltanto entrando nei panni altrui qualcosa potrà davvero modificarsi, perché il nostro sguardo accoglierà la possibilità di forme di vita che non sono la nostra. Senza condizioni.

*Angela Condello è professoressa associata di filosofia del diritto all’Università di Messina. Si occupa di femminismo giuridico e giustizia sociale. Collabora con il Forum Disuguaglianze e Diversità.

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