In Tunisia, Gabès scende in piazza anche contro l’idrogeno verde

ReCommon - Wednesday, January 28, 2026

Per i corridoi di Bruxelles, transizione energetica fa rima con idrogeno verde. Il Green Deal europeo individua nella variante “verde” – prodotta con elettricità da fonti rinnovabili e priva di emissioni dirette di CO₂ – uno dei pilastri della decarbonizzazione dell’ industria pesante, trasporti e produzione elettrica prevista entro il 2050. Con il piano REPowerEU, lanciato nel marzo 2022 in risposta alla crisi energetica e alla dipendenza dai combustibili fossili russi, l’idrogeno verde è stato elevato a leva strategica per sicurezza energetica e transizione ecologica dell’UE.

Nonostante l’enfasi sull’autonomia europea, il piano guarda però ben oltre i confini di Schengen: Bruxelles punta a sfruttare siti produttivi costruiti lungo la sponda sud del Mediterraneo, in Nord Africa. In questo scenario, la Tunisia emerge come partner cruciale. Già collegata all’Europa dal gasdotto Transmed, che collega Algeria e Italia, il paese è oggi al centro delle ambizioni europee di creare un hub per la produzione e l’esportazione di idrogeno verde. Negli anni della presidenza Kais Saied, che segna il ritorno all’autoritarismo e alla centralizzazione del potere, gli incontri a porte chiuse e i forum industriali sull’idrogeno verde si sono moltiplicati a Tunisi.

A maggio 2024, un governo nominato direttamente dal presidente, senza l’inclusione di un parlamento ormai svuotato del proprio ruolo di rappresentanza, ha presentato la strategia tunisina per l’idrogeno verde. L’obiettivo è produrre 8,3 milioni di tonnellate entro il 2050, di cui quasi 6 milioni destinate all’esportazione e poco più di 2 milioni per il mercato interno e derivati. Per raggiungerlo, la Tunisia dovrà sviluppare circa 100 GW di capacità da fonti rinnovabili, superando di gran lunga l’attuale capacità installata.

Al centro della strategia si trova il SouthH2 Corridor, un mega gasdotto di 3.300 km promosso dall’italiana Snam divenuto Progetto di Interesse Comune a livello europeo, che mira a collegare il Nord Africa alla Germania e al mercato UE. Secondo un accordo tra Italia, Germania e Austria, il corridoio dovrebbe diventare uno dei cinque principali assi per importare 10 milioni di tonnellate di idrogeno rinnovabile entro il 2030. I piani tunisini fissano però gli obiettivi principali al 2050.

Nonostante le rassicurazioni di Belhassen Chiboub, Direttore Generale dell’Elettricità e della Transizione Energetica presso il Ministero dell’Industria, secondo cui la transizione energetica rappresenta per la Tunisia una «necessità climatica e un’opportunità economica», la maggior parte della produzione prevista non contribuirà al fabbisogno interno di energia verde. Eppure, il mix energetico nazionale tunisino resta fortemente dipendente dai combustibili fossili: l’88% dell’energia primaria e il 97% dell’elettricità provengono ancora in gran parte dal gas naturale algerino.

La strategia europea alimenta crescenti preoccupazioni tra la società civile e i movimenti ambientalisti, che temono che i bisogni europei vengano anteposti a quelli locali. Nonostante un clima di repressione sempre più rigido, le rivendicazioni per una reale sovranità energetica continuano a moltiplicarsi. A Gabès, città portuale del sud-est destinata a ospitare la futura “valle dell’idrogeno verde”, la popolazione si mobilita contro un progetto percepito come estrattivista e ingiusto.

Da oltre mezzo secolo, la città vive soffocata dalle emissioni del Groupe Chimique Tunisien (GCT), gruppo pubblico produttore di fertilizzanti a base di fosfati. Nell’ottobre scorso, Gabès è stata teatro di alcune delle più imponenti mobilitazioni ambientali mai registrate nel paese, in seguito a una crisi sanitaria provocata dalle esalazioni tossiche degli impianti del gruppo. Paradossalmente, proprio il GCT è stato scelto dal governo come sito pilota per la prima produzione di idrogeno verde in Tunisia.

Gabès, futuro crocevia dell’idrogeno verde?

A lungo rimasta a livello progettuale, la nuova strategia tunisina per l’idrogeno verde — spesso indicata come la futura “H2 Valley” — ha preso slancio nel 2024 con la firma di sette memorandum d’intesa tra il governo tunisino e diverse compagnie straniere. Tra i firmatari figurano: HDF Energy (Francia), Savannah Energy (Regno Unito), DEME Hyport (Belgio), ABO Energy (Germania), un partenariato tra Amarenco (Franco-Irlanda) e H2 Global Energy (Zurigo),  un consorzio formato da Verbund (Austria), Aker Horizons (Norvegia) e TuNur (Regno Unito/Malta) e H2Noto, il più grande di tutti i progetti proposti in Tunisia guidato dalla francese Total Energies, assieme a Verbund (Austria) e EREN Groupe (Lussemburgo).

«Questi accordi non costituiscono ancora contratti vincolanti: servono soprattutto a posizionare la Tunisia e a creare un quadro di fiducia. Le aziende possono così avviare gli studi preliminari, sapendo che il paese sostiene il progetto e ne prepara l’attuazione futura», spiega un membro del Comitato direttivo sull’idrogeno verde presso il Ministero dell’Energia a Tunisi. A seguito di questi annunci, numerose altre compagnie hanno manifestato interesse a investire nella filiera tunisina, tra cui CMMZE (Monaco), che ha annunciato l’avvio di progetti di produzione di idrogeno verde nel sud-est della Tunisia, e le italiane Eni ed Enel.

Incontro del Presidente Meloni con il Presidente della Repubblica tunisina, Kais Saied, Tunisi, 17/04/2024, foto governo.it, CC-BY-NC-SA 3.0 IT

Lo sviluppo di progetti di idrogeno verde è in effetti menzionato nella Relazione sullo stato di attuazione del Piano Mattei per l’Africa, redatta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri italiano. Nel luglio 2024, una delegazione composta da Enel ed Eni ha incontrato a Tunisi il Ministero dell’Energia per discutere la creazione di un progetto pilota di idrogeno verde nel Cap Bon. Un mese più tardi, l’iniziativa si è concretizzata nella formazione di un gruppo di lavoro tecnico con rappresentanti italiani e tunisini. Il sito potenziale individuato dal partenariato Roma–Tunisi si troverebbe accanto alla stazione di compressione SERGAZ di El-Hawariya, nel punto in cui il gasdotto Transmed si immerge nel Mediterraneo in direzione della Sicilia.

Mentre le proposte e gli incontri si moltiplicano, un solo progetto sembra però avanzare rapidamente: la creazione di una prima unità commerciale per la produzione di ammoniaca verde a Gabès, prevista tra il 2025 e il 2030. L’ammoniaca è fondamentale per trasformare le rocce fosfatiche estratte nel bacino minerario di Gafsa in fosfato di ammonio (DAP), fosfato bi-calcico (DCP) e fosfato monoammonico (MAP), tutti fertilizzanti usati in agricoltura industriale, prodotti dal Gruppo Chimico Tunisino (GCT) di Gabès.

Attualmente, l’ammoniaca “grigia” prodotta in Tunisia deriva dall’azoto dell’aria e dall’idrogeno ottenuto da combustibili fossili. Nel progetto pilota di Gabès, l’idrogeno sarà sostituito dalla versione “verde”, prodotta da energie rinnovabili, e il processo sarà integrato direttamente nell’impianto pubblico di fertilizzanti del GCT, situato nel porto industriale di Ghannouch, a ovest di Gabès. Secondo la roadmap governativa, il progetto produrrà annualmente circa 220 tonnellate di H2V e 630 tonnellate di ammoniaca verde.

Per alimentare l’impianto, il GCT prevede di costruire un parco fotovoltaico da 8 MW collegato alla rete nazionale (STEG), nelle campagne attorno a Gabès, in particolare a Oudhref, a 18 km dalla compagnia. Tutti gli altri componenti saranno installati nel complesso industriale di Ghannouch. Il progetto comprende anche un impianto di desalinizzazione, un elettrolizzatore, un’unità di sintesi Haber-Bosch, un sistema di stoccaggio dell’idrogeno e una cella a combustibile che utilizzerà il 30% dell’H2V per garantire un’alimentazione continua.

Pur non essendo ancora destinato all’export, il sito rappresenta un primo passo verso la produzione commerciale. Gabès riveste un ruolo strategico anche nelle opzioni di tracciato della Tunisia per un nuovo gasdotto d’idrogeno: la città è inclusa nel percorso del progetto SouthH2Corridor, sostenuto da Tunisia, Italia, Germania, Austria e Algeria. Il gasdotto per il trasporto dell’idrogeno verde promosso da Snam, si conferma infrastruttura energetica di punta del Piano Mattei e del piano infrastrutturale europeo EU Global Gateway, e collegherebbe il Nord Africa alla Germania, seguendo la costa di Gabès fino al Cap Bon e proseguendo poi verso l’Italia e l’Austria.

Oltre al gasdotto, anche la nuova interconnessione elettrica tra Tunisia e Italia passerà per Gabès con il corridoio “Eleni” o Italy–Tunisia Interconnector, che collegherà la città a Mazara del Vallo in Sicilia, lungo 200 km. I lavori saranno realizzati dal gruppo italiano Prysmian, con un contratto da 460 milioni di euro, e cofinanziati dall’UE come progetto prioritario per l’integrazione dei mercati energetici. I lavori dovrebbero partire nel 2026, con messa in servizio prevista tra 2028 e 2029, realizzati dalla STEG tunisina e dall’operatore italiano Terna.

Il progetto pilota per la produzione di idrogeno verde del GCT ha riportato Gabès al centro degli interessi delle compagnie energetiche e minerarie. Da alcuni anni, la città ospita il salone Petrogaz-Ener, che riunisce decisori politici e imprese del settore energetico di tutto il mondo, dal petrolio e gas alle rinnovabili. Ma l’identificazione di Gabès come futuro hub dell’idrogeno verde è tutt’altro che neutrale: per molti abitanti, riapre la memoria di un passato industriale percepito come una forma di occupazione interna.

Negli anni ’70, sotto la presidenza di Habib Bourguiba e nel pieno della politica di industrializzazione avviata dopo l’indipendenza, Gabès è stata scelta come sede del Groupe Chimique Tunisien (GCT), grande complesso pubblico dedicato alla trasformazione dei fosfati estratti dal bacino minerario di Gafsa. Nel tempo, attorno al GCT si sono installate numerose altre industrie chimiche e parachimiche — impianti di produzione di acido fosforico, ammoniaca, acido solforico e cementifici — fino a formare una delle aree industriali più dense e inquinate del Mediterraneo. Oggi, l’arrivo annunciato dell’idrogeno verde si somma a un territorio già al collasso ambientale.

Un ecosistema in via di desertificazione

Prima di essere trasformata in polo dell’industria chimica, Gabès era soprattutto un centro abitato di poco più di 100.000 abitanti caratterizzato da un ecosistema unico: situato tra deserto e mare, ospita l’unica oasi costiera del Mediterraneo. Qui convivono biodiversità, agricoltura oasiana  – basata su palme da dattero e altre specie fruttifere – e tradizioni millenarie, come la gestione comunitaria dell’irrigazione. Negli anni ’70, il polo industriale di Ghannouch, dove è situato il GCT, è stato accolto con entusiasmo: «pensavamo ci avrebbe portato lavoro», ricordano oggi molti abitanti. Ma l’industria, poco a poco, ha violato e trasformato un ecosistema fragile.

Foto dal gruppo facebook Stop Pollution Gabes

«Faccio parte di chi ha conosciuto il paradiso che era Gabès, prima degli anni ’70», racconta Mabrouk Jebri, insegnante in pensione e cofondatore dell’Associazione per la Salvaguardia dell’Oasi di Chenini. «L’acqua scorreva ovunque nell’oasi. Ci si poteva bagnare in tutte le stagioni e avevamo frutti in abbondanza». Oggi, le foto appese ai muri dei caffè o conservate negli album di famiglia sono gli unici testimoni di quel tempo passato.  «Gabès vive una siccità profonda che peggiora ogni anno. Da oltre quarant’anni, l’acqua è stata deviata verso il GCT e i cementifici», prosegue Jebri.

«L’acqua scorreva ovunque nell’oasi. Ci si poteva bagnare in tutte le stagioni e avevamo frutti in abbondanza». 

Nell’oasi di Chenini, alle spalle di Gabès, i melograni cadono a terra e si accumulano di fronte alla parcella di Salah Béchir, agricoltore e riferimento nella protezione dell’oasi: «due terzi dei miei frutti marciscono prima di maturare a causa della siccità». Organizzati in turni di gestione collettiva dell’acqua, prima gli agricoltori la ricevevano ogni due settimane. Oggi, nei terreni secchi e crepati la si attende anche fino a tre mesi. «Sono trentatré giorni che non ricevo una sola goccia», lamenta Béchir. Mentre sono sempre di più gli agricoltori che abbandonano la loro parcella, chi rimane si ritrova spesso a comprare l’acqua a prezzi maggiorati per poter continuare le proprie attività agricole.

Secondo l’annuario sull’utilizzo delle falde profonde tunisine del 2019, lo sfruttamento delle acque sotterranee da parte del settore industriale nel governatorato di Gabès è stato di 4,58 milioni di m³ provenienti dalla falda, circa tre volte e mezzo il volume di acqua potabile dichiarato dalla compagnia pubblica delle acque, la SONEDE, stimato nel 2020 in 1,346 milioni di m³.

Con l’esaurirsi dell’acqua dolce, il territorio subisce progressivamente l’intrusione di acqua salata, dovuta all’infiltrazione del mare nelle falde che si abbassano. «Specie di alberi un tempo comuni, come i peschi e i meli, stanno scomparendo», denuncia Jebri. Il governatorato dipende già dal vicino impianto di desalinizzazione di Zarat, che opera però solo a metà capacità, con frequenti interruzioni dovute ai picchi di domanda che mettono sotto pressione la rete idrica locale.

Oltre alla scarsità d’acqua, un altro fattore alimenta rabbia e malessere tra gli abitanti: il complesso industriale di Ghannouch, affacciato sul lungomare e adiacente alla città, ospita tre stabilimenti del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Il primo produce acido fosforico, il secondo fosfato diammonico (DAP) e il terzo ammonitrato. Insieme costituiscono il cuore industriale della regione, con diverse migliaia di lavoratori. Ogni giorno, queste fabbriche scaricano in mare 14.000 tonnellate di fosfogesso, residuo della trasformazione del fosfato in acido fosforico. Sulle spiagge vicine, il materiale forma una schiuma nera e tossica, contenente fluoro, zinco e numerosi metalli pesanti.

foto dal gruppo facebook Stop pollution Gabes

Le concentrazioni di cadmio in questo fango superano di quasi 1.000 volte i limiti previsti dalle normative di riferimento, senza considerare gli altri metalli pesanti misurati. In quattro decenni, quasi il 93% della biodiversità marina della zona è scomparso, trasformando il fondale del golfo di Gabès, uno dei principali siti di riproduzione per diverse specie del Mediterraneo, in un deserto.

«I pesci sono più intelligenti di noi: se ne sono andati tutti»

«I pesci sono più intelligenti di noi: se ne sono andati tutti», commenta Jebri. Se il mare è diventato un enorme scarico, neanche l’aria della città è risparmiata. La qualità dell’aria a Gabès presenta livelli preoccupanti di inquinanti atmosferici, ma i dati sono confusi e insufficienti a causa dei mancati controlli. Secondo l’ANPE (Agenzia Nazionale per l’Ambiente), nel 2017-2018, la concentrazione di idrogeno solforato (H₂S) ha superato regolarmente il limite di 200 µg/m³. Nello stesso anno, la concentrazione media di PM10 nella stazione fissa di Gabès era di 77 µg/m³, superiore alle linee guida dell’OMS (40–60 µg/m³). Già nel 2008, le stazioni del Rete Nazionale di Controllo della Qualità dell’Aria (RNSOA) avevano registrato 7 superamenti del limite per PM10, con una media annua di 139,5 µg/m³, e altri superamenti del limite per l’anidride solforosa (SO₂). Questi dati evidenziano una violazione sistematica delle norme internazionali sulle emissioni gassose degli stabilimenti industriali, con gravi danni per l’ambiente e la salute umana.

I medici e la popolazione confermano un aumento di malattie respiratorie, tumori e infertilità tra gli abitanti di Gabès.

Le attività altamente inquinanti del GCT sono note e denunciate da decenni. In città, la compagnia è soprannominata El-Ghoul (“il mostro”), un epiteto che riflette l’ampiezza del suo impatto ambientale e sanitario. Mabrouk Jebri figura tra i primi militanti ad aver osato denunciare la situazione durante la dittatura di Ben Ali: all’inizio degli anni ’90 ha creato i primi spazi di discussione sulla questione ambientale nel cuore dell’oasi di Chenini, oggi punto di riferimento per il dibattito ecologico e sede di numerose attività culturali e di sensibilizzazione.

Con l’apertura di nuovi spazi di parola, dopo la rivoluzione del 2011 le mobilitazioni si sono intensificate. Gli abitanti di Gabès si sono organizzati in movimenti e collettivi di base, tra cui il noto Stop Pollution. «Siamo un gruppo di cittadini e cittadine che lotta contro il GCT fin dalla rivoluzione», spiega Khayreddine Debaya, militante. «Abbiamo scelto una struttura orizzontale, senza costituirci formalmente in associazione, per restare indipendenti da fondi esterni e liberi da ogni strumentalizzazione. Rappresentiamo la cittadinanza». Una scelta che ha permesso al movimento di non essere coinvolto nell’ondata di inchieste giudiziarie del 2025 sui finanziamenti esteri alle associazioni della società civile.

Nel 2017, prima del colpo di Stato di Kais Saied del 2021, le forti mobilitazioni hanno spinto le autorità a promettere lo smantellamento degli impianti più inquinanti e la fine dello scarico in mare del fosfogesso. La decisione ministeriale del 29 giugno 2017 prevedeva l’adeguamento agli standard ambientali internazionali e la delocalizzazione del sito produttivo. Tuttavia, gli impegni sono rimasti lettera morta e le strutture si sono ulteriormente deteriorate. Da allora, il GCT continua a lavorare giorno e notte e gli incidenti si sono moltiplicati. A gennaio 2019, per esempio, diversi video mostravano fumo arancione e bicarbonati fuoriuscire da una ciminiera, seguiti da malori dei residenti.

Una nuova mobilitazione con radici storiche

Dall’inizio di ottobre 2025, una storica ondata di proteste scuote nuovamente Gabès. La causa: l’ospedalizzazione, questa volta, di oltre 310 persone per intossicazione da gas del GCT. Sui social network, video di bambini colti da vertigini e malori in ospedali sovraffollati sono diventati virali, spingendo migliaia di cittadini in strada. Il 21 ottobre, la sezione regionale dell’Unione Generale Tunisina del Lavoro e le associazioni locali hanno indetto uno sciopero generale. L’intera città si è fermata: più di 100.000 persone sono scese in piazza, secondo Stop Pollution, in quella che potrebbe essere la più grande mobilitazione ambientalista della storia del paese.

«Il popolo vuole lo smantellamento delle fabbriche!», «Respirare è un diritto», «Non siamo Chernobyl» e altri slogan scandiscono le manifestazioni, represse dalle forze di polizia. La Lega tunisina per la difesa dei diritti umani (LTDH) ha denunciato il 20 ottobre il «ricorso alla repressione della sicurezza per soffocare i movimenti di protesta», registrando 89 arresti, di cui 20 minori.

Parallelamente, negli ultimi anni si sono sviluppate azioni locali contro i progetti di idrogeno verde in Tunisia. «Fermate chiunque per strada a Gabès, vi parlerà di idrogeno verde», afferma Khaireddine Debaya. «Installare il progetto pilota a Gabès ha un forte valore simbolico ed è un grave errore. Qui siamo già organizzati, formati e consapevoli delle conseguenze di nuovi progetti distruttivi». Dai militanti agli abitanti comuni, la questione idrogeno verde ha raggiunto persino le tribune degli ultras dell’Avenir Sportif de Gabès (ASG), ormai coinvolti nelle manifestazioni ambientali.

Ad aprile 2024, un gruppo di militanti si è radunato davanti alla sede della cooperazione tedesca a Tunisi, in occasione della Giornata mondiale contro il colonialismo, rispondendo all’appello di associazioni locali, sindacati, partiti e attivisti pro-palestinesi. La GIZ, principale partner straniero del Ministero delle Miniere e dell’Energia, è stata criticata per il suo programma definito “neo-coloniale”, accusata di guidare la strategia sull’idrogeno verde in Tunisia.

«l’idrogeno verde si aggiunge alla montagna di problemi che abbiamo a Gabès, perché aumentare il carico?»

Un anno dopo, a maggio 2025, una manifestazione locale ha riunito diverse centinaia di persone a Gabès contro «neocolonialismo e saccheggio energetico». Diverse fasce della popolazione – giovani, pensionati, operai, ultras – hanno espresso la loro preoccupazione: «l’idrogeno verde si aggiunge alla montagna di problemi che abbiamo a Gabès, perché aumentare il carico?».

Oltre a servire principalmente i bisogni europei, la “valle dell’idrogeno verde” potrebbe avere gravi conseguenze sull’ambiente, soprattutto per l’acqua necessaria in grandi quantità. I sostenitori assicurano che sarà usata solo acqua desalinizzata e reflui trattati grazie a un impianto giapponese da 6.000 m³ al giorno, ma l’impatto ecologico solleva dubbi. Studi internazionali evidenziano che desalinizzare è più inquinante e dispendioso di quanto previsto: per produrre un litro servono due litri di acqua di mare. La salamoia risultante, spesso trattata chimicamente, diventa tossica, peggiorando l’inquinamento marino e aumentando la temperatura dell’acqua, già elevata a Gabès per la contaminazione del GCT.

Un video della presidenza tunisina del 1 ottobre 2025, dopo la prima ondata di ospedalizzazioni, interroga sulle posizioni ufficiali. Kais Saied ha accusato l’assenza di manutenzione del GCT e ricordato di aver incontrato prima delle elezioni del 2019 i movimenti di Gabès che propongono soluzioni locali e «rifiutano l’idrogeno verde». A fine settembre, il presidente denunciava «l’assassinio» dell’ambiente a Gabès, definendo «crimine» la politica industriale di mezzo secolo, pur difendendo il rilancio della produzione di fosfati come pilastro economico del Paese. Solo qualche mese prima, infatti, il governo annunciava l’obiettivo di quintuplicare la produzione entro il 2030.

Di fronte alle proteste di ottobre 2025, il governo ha riportato la questione GCT sul tavolo. La Tunisia sarebbe pronta a far affidamento sulla Cina per modernizzare le unità del GCT, filtrare le emissioni e ridurre l’inquinamento. Wan Li, ambasciatore cinese in Tunisia, ha recentemente confermato questa informazione ai media tunisini. La modernizzazione di impianti vetusti, però, non risponde alla principale rivendicazione del movimento, che chiede di “smantellare le unità produttive” della GCT. Dopo anni di promesse mancate, i manifestanti rifiutano ormai ogni compromesso. La loro richiesta di smantellamento ha un precedente in Tunisia: nel 2019, il governo chiuse definitivamente la SIAPE, la compagnia tunisina produttrice di TSP (un fertilizzante fosfatico concentrato) dopo vent’anni di mobilitazioni nella città di Sfax. L’impianto emetteva fumi acidi simili a quelli di Gabès e produceva fosfogesso.

Oggi, la definizione di “transizione verde” promossa dalla retorica governativa e industriale — che punta a finanziare il progetto pilota di idrogeno verde e a implementare l’export prima ancora di affrontare la crisi sanitaria e ambientale locale — appare sempre più distante dalle aspettative di una cittadinanza unanime e contraria. A Gabès, persino la questione del lavoro ha ceduto il passo alle rivendicazioni ecologiche: per le strade, l’obiettivo è uno solo, la salvaguardia e l’abitabilità di un territorio sacrificato.