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Coppie di fatto e iscrizione anagrafica: è un diritto anche per il cittadino straniero senza PdS
Il Tribunale di Roma conferma l’orientamento prevalente della giurisprudenza riconoscendo il diritto all’iscrizione anagrafica al cittadino straniero privo del titolo di soggiorno che convive con un cittadino italiano o UE (con cui costituisce una coppia di fatto) e ha stipulato con questo un contratto di convivenza. I Giudici hanno ritenuto che, in ragione della documentata sigla da parte dei ricorrenti del contratto di convivenza ai sensi dell’art.1 comma 50 e ss. della l.76/2016, il diniego comunicato dal Municipio IX di Roma Capitale non è coerente con gli obiettivi della Direttiva 38/2004/CE e, in particolare, con l’art 3, comma 2, della medesima direttiva, recepita dall’Italia con il D.Lgs.30/2007 il quale, agli art. 3, comma 2, lett. b ed art. 9, comma 5, lett. c bis, espressamente prevede ai fini dell’iscrizione anagrafica per i familiari del cittadino dell’Unione europea, che non hanno un autonomo diritto di soggiorno, la necessità di presentare “documentazione attestante l’esistenza di una stabile relazione con il cittadino dell’Unione”. Tribunale di Roma, decreto del 17 aprile 2025 Si ringrazia l’Avv. Loredana Leo per la segnalazione.
Clima e salute mentale, nuovo studio su Ecoansia: “Nel 44% dei giovani italiani la crisi climatica ha un impatto sul benessere psicologico”
ROMA, 16.12.25 – L’emergenza climatica ha un impatto anche sulla salute mentale e sul benessere psicologico, in particolare su quello dei giovani italiani, alimentando sentimenti di ansia, sfiducia e rabbia nei confronti del futuro. È quanto emerge dalla prima indagine sull’ecoansia condotta su un ampio campione di giovani italiani tra i 18 e i 35 anni, realizzata dall’Istituto Europeo di Psicotraumatologia e Stress Management (IEP) per conto di Greenpeace Italia e ReCommon, con la collaborazione di Unione degli universitari (UDU) e Rete degli studenti (RdS), e pubblicata sul Journal of Health and Environmental Research. I dati sono stati raccolti tra giugno e novembre 2024 con un questionario diffuso dalle associazioni studentesche in scuole e università italiane e online, compilato da 3.607 persone. Dalle risposte, emerge che il 41% dei giovani intervistati associa il tema del cambiamento climatico a sentimenti di ansia per il futuro, il 19% a una sensazione di rabbia e frustrazione, il 16% ad impotenza e rassegnazione. Solo l’1% ha risposto affermando di sentirsi responsabile o di avere dei doveri nei confronti del Pianeta. Infine, per il 44% l’ansia generata dal cambiamento climatico ha un effetto negativo sul benessere psicologico nella vita di tutti i giorni.   «Il cambiamento climatico non è solo un problema ambientale ma è diventato a tutti gli effetti una crisi emotiva e valoriale che interessa profondamente i giovani italiani, incidendo sul modo in cui immaginano il futuro, sulle decisioni quotidiane e persino sulle relazioni sociali», spiega Rita Erica Fioravanzo, presidente dello IEP. «Per tutelare i giovani, dobbiamo riconoscere la gravità del loro disagio e affrontarlo insieme alle cause strutturali del cambiamento climatico». foto ©Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon L’analisi evidenzia forti collegamenti tra l’ecoansia e un maggiore disagio psicologico generale, evidente non solo tra i giovani che sono stati colpiti direttamente da eventi climatici estremi, come alluvioni e ondate di calore, ma anche tra coloro che possiedono semplicemente una consapevolezza della minaccia climatica. Particolarmente colpiti risultano i giovani che vivono al Sud e nelle Isole, i quali presentano in media sia più preoccupazione per gli effetti della crisi climatica, sia in alcuni casi sintomi psicologici più intensi, come ad esempio insoddisfazione, ruminazione e ansia. Dall’analisi emerge che l’impatto del cambiamento climatico sul disagio psicologico è prevalentemente indiretto ed è mediato da tre fattori psicologici: l’ecoansia, il pessimismo nei confronti del futuro e, soprattutto, la mancanza di scopo nella vita. L’analisi meticolosa delle risposte conferma la presenza diffusa di forte sfiducia, rabbia e frustrazione, sentimenti che sembrano prevalere nettamente sulla percezione della propria capacità individuale di poter contrastare le conseguenze dei cambiamenti climatici. «L’emergenza climatica incide drasticamente sulla nostra vita, con impatti ambientali già molto visibili. Questa indagine mostra che è anche una questione di salute mentale, che non possiamo continuare a ignorare», dichiara Simona Abbate della campagna Clima di Greenpeace Italia. «Chiediamo al governo di riaccendere la speranza nel futuro agendo contro le cause della crisi climatica e facendo pagare ai suoi principali responsabili, le aziende del gas e del petrolio, i danni che stanno causando con le loro emissioni, oltre a garantire un supporto concreto alla salute delle persone, inclusa quella mentale, minacciata dagli effetti diretti e indiretti dei cambiamenti climatici».
“Paesi sicuri” e rimpatri: la nuova stretta dell’UE
Il Consiglio europeo ha dato il via libera l’8 dicembre a un accordo che definisce i criteri per i cosiddetti “Paesi sicuri”, con l’intento di aprire la strada a procedure di rimpatrio più rapide per le persone migranti. Insieme al nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, è un segnale di profonda trasformazione verso un sistema che si baserà su detenzione, deportazioni e sorveglianza. L’accordo è stato raggiunto venendo incontro alle richieste italiane, però, non è passato all’unanimità: Spagna, Grecia, Francia e Portogallo hanno votato contro, ma la maggioranza qualificata ha permesso comunque l’approvazione. Ora il testo dovrà essere negoziato con il Parlamento europeo prima dell’approvazione definitiva. Il nuovo Regolamento introduce un primo elenco comune dei “Paesi di origine sicuri”, insieme alla possibilità di designare “Paesi terzi sicuri” dove le persone migranti potrebbero essere deportate e dove le loro domande di asilo potrebbero essere esaminate. Tra le novità principali, che attaccano ulteriormente il diritto di asilo, spiccano le procedure di esame accelerate (come già avviene in Italia con la cd. procedura accelerata), la possibilità di respingere le domande ritenute “inammissibili” e la creazione di centri di rimpatrio fuori dall’Ue, i cosiddetti “return hub”, di fatto in continuità con il “modello Italia- Albania” prima della bocciatura imposta dalla sentenza della CGUE. Comunicati stampa e appelli/Giurisprudenza europea LA CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UE BOCCIA IL “MODELLO ALBANIA” Tavolo Asilo e Immigrazione: «Decisione che smentisce in modo radicale la linea del governo italiano» 1 Agosto 2025 Gli Stati membri potranno applicare il concetto di “Paese terzo sicuro” in tre modi: se esiste un legame con il richiedente, se la persona ha transitato per quel Paese, o se esiste un accordo con il “Paese terzo” che garantisca l’esame della domanda. L’applicazione di questo concetto non dovrebbe essere possibile per i minori non accompagnati, sempre che le procedure sommarie di identificazione dell’età, come spesso avviene, non li considerino già maggiorenni. Le nuove procedure permettono inoltre di ridurre la permanenza negli Stati UE durante i ricorsi contro le decisioni di inammissibilità, pur mantenendo la possibilità di rivolgersi a un tribunale. Un regolamento che ha quindi il chiaro intento di ridurre drasticamente le tutele delle persone migranti, in particolare dei e delle richiedenti asilo, e che replica l’atteggiamento muscolare e violento delle politiche trumpiane.  Molte sono le critiche che si sono levate contro, anche rispetto alla narrazione trionfante del governo italiano che per bocca di Piantedosi ha definito i «centri in Albania come il primo esempio» e che, da ora, potranno ripartire con gli obiettivi iniziali.  Infatti, osserva il giurista Fulvio Vassallo Paleologo su ADIF che «la decisione del Consiglio sui Paesi terzi sicuri, senza il voto del Parlamento europeo, non è un atto legislativo immediatamente esecutivo, e non legittima i centri di detenzione esternalizzati in Albania, che restano privi di base legale», sottolineando come la misura continui ad essere in contrasto con la sentenza della Corte di Giustizia UE dell’1 agosto 2025. Anche per Paleologo, la proposta del Consiglio europeo «va a svuotare la portata effettiva del diritto d’asilo. Non solo cancella il diritto alla protezione, ma accelera le espulsioni e prevede l’esternalizzazione delle procedure forzate in paesi terzi, anche se questi non hanno sottoscritto o applicano solo parzialmente la Convenzione di Ginevra». Il giurista evidenzia inoltre che «i criteri di collegamento tra migrante e paese terzo, previsti dal regolamento originario, sono considerati troppo vincolanti dai governi dell’Ue, che li vogliono superare per rendere più agevoli i rimpatri forzati». Chiara Favilli, docente di diritto europeo, aggiunge sulla newsletter Frontiere di Internazionale che «non è ancora chiaro quali siano le fonti su cui si basa l’elenco dei paesi sicuri. La lista compilata dagli Stati europei non elimina la necessità di controllare le condizioni reali nei paesi considerati sicuri. Per le persone provenienti da questi stati sarà possibile essere trasferite in paesi non europei, come Albania o Uganda. Ma non basta che l’Europa dichiari un paese sicuro: questo deve essere verificato». Ugualmente sottolinea i rischi concreti: «È plausibile che l’Albania venga usata per i rimpatri più che per i richiedenti asilo, perché il regolamento sui rimpatri è più vago. Se la riforma andrà avanti, l’Unione europea dovrà affrontare una serie di contenziosi e ricorsi giudiziari. Le persone trasferite in Albania faranno ricorso, contestando la violazione dei loro diritti alla difesa, alla salute e altre garanzie fondamentali. Questo è un tradimento dell’identità giuridica e culturale dell’UE». La nuova lista dei paesi di origine definiti “sicuri” dall’UE è una forzatura alla quale ha contribuito l’Italia: almeno tre dei Paesi rispondono a richieste esplicite del governo italiano. Come osserva Alessandra Sciurba, docente di diritto internazionale e dei diritti umani, «attribuire a questi paesi la qualifica di sicuri è una contraddizione evidente rispetto alle evidenze documentate. Significa ignorare i rischi concreti a cui i migranti sono esposti e rende più vulnerabili persone già fuggite da persecuzioni, conflitti e discriminazioni». L’esperta sottolinea poi le violazioni documentate da Amnesty International tra il 2024 e il 2025: in Colombia si registrano violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario nei conflitti armati, sparizioni forzate e violenze contro difensori dei diritti umani, giornalisti, donne, ragazze e persone LGBTQI+; in Bangladesh sono documentate la repressione della libertà di espressione e di associazione, violenze della polizia e delle forze armate contro le proteste, sparizioni forzate e violenze su minoranze religiose e popolazioni indigene. Situazioni simili si riscontrano in Marocco, dove persistono la repressione del dissenso, gli attacchi a giornalisti, attivisti e critici del governo, oltre a discriminazioni di genere e verso le persone LGBTQI+. In Tunisia si segnalano detenzioni arbitrarie di oppositori politici, giornalisti, sindacalisti e avvocati, nuove misure contro l’indipendenza della magistratura e procedimenti giudiziari contro persone LGBTQI+. Infine, in Egitto la repressione del dissenso è totale: arresti di massa, sparizioni forzate, condanne a morte anche per reati minori, processi iniqui, discriminazioni e persecuzioni giudiziarie, tortura e maltrattamenti abituali. Anche diverse realtà antirazziste e Ong sono intervenute dopo la notizia dell’approvazione: la rete Mai più Lager – No ai CPR aderente al Network Against Migrant Detention, nato per contrastare l’accordo Italia-Albania, fa notare l’incostituzionalità del «modello dei centri di detenzione, anche esternalizzati in paesi terzi» e che questo «prende il sopravvento sul modello di accoglienza. La criminalizzazione del migrante economico si estende ora anche ai richiedenti asilo, in violazione dell’art. 10 della Costituzione italiana. Le persone vengono trattate come numeri, private della libertà e dei diritti fondamentali». Mediterranea Saving Humans denuncia con forza la narrativa che presenta detenzione e rimpatri come soluzioni semplici a questioni complesse. L’associazione rivolge un appello a tutta la società civile, laica e religiosa «per resistere a questo attacco disumano e per praticare concretamente i diritti umani e il diritto d’asilo nei confronti delle persone migranti e in movimento. Come accade negli Stati Uniti con le deportazioni sotto Trump, organizzeremo forme di disobbedienza e sabotaggio contro queste leggi ingiuste e pericolose per la democrazia». Ora si apre la fase di negoziati con il Parlamento europeo. Le divisioni tra gli Stati membri potrebbero rallentare l’entrata in vigore dei nuovi regolamenti. Tuttavia, è probabile che il Parlamento europeo approvi il piano proposto dalla Commissione e modificato dal Consiglio, poiché è evidente uno spostamento sempre più marcato a destra del gruppo dei Popolari e una convergenza con le forze di estrema destra. Rimane l’urgenza, di trovare modi e forme per contrastare questo terribile scenario.
Autorizzato l’ingresso dei nonni in Italia per accudire la minore e garantire il benessere dell’intero nucleo familiare
L’importante decisione della Corte d’Appello di Trento offre una lettura ampia e coerente dell’art. 31, comma 3, del Testo Unico Immigrazione, correggendo l’impostazione restrittiva adottata dal Tribunale per i Minorenni di Trento. Quest’ultimo aveva purtroppo concluso che non emergessero “elementi sufficienti a giustificare adeguatamente la necessità dell’ingresso” dei nonni della minore e che la bambina fosse “già adeguatamente accudita dai genitori”, negando quindi il carattere indispensabile della presenza dei nonni – anche per sostenere i genitori nell’accudimento – e la sussistenza di un grave pregiudizio derivante dalla loro lontananza. La Corte d’Appello riforma totalmente però questo approccio, chiarendo che il Tribunale non aveva correttamente applicato i principi consolidati in materia, né svolto il necessario giudizio prognostico richiesto dalla norma. Nel richiamare la cornice normativa e giurisprudenziale, il Collegio sottolinea come i “gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico” debbano essere interpretati alla luce sia delle disposizioni interne sia degli obblighi derivanti dal diritto internazionale ed europeo, con particolare riguardo al superiore interesse del minore. La Corte ricorda che tali motivi ricorrono quando il mancato ingresso del familiare comporti “una seria compromissione dell’equilibrio psicofisico del minore, non altrimenti evitabile”, e ribadisce che, pur non essendo un criterio assoluto, l’interesse del minore si trova “in una posizione di preminenza tale da imporre al giudice di considerare, in ogni singolo caso, quale delle soluzioni possibili sia ad esso più favorevole”. È in questa prospettiva che deve essere condotto anche il giudizio di proporzionalità richiesto dalla Corte EDU, volto a verificare se il diniego costituisca una misura necessaria e non eccessiva rispetto allo scopo perseguito. In appello emerge invece un quadro familiare e sanitario che il Tribunale non aveva valutato adeguatamente. La minore, nata in Italia e affetta da una gravissima e rara patologia congenita, “non è in grado di compiere alcuna attività della vita quotidiana e necessita di continua assistenza”, presenta disabilità fisiche, cognitive e sensoriali. Il nucleo familiare, proveniente da un paese dell’Asia meridionale e privo in Italia di qualunque rete parentale, sostiene da anni un carico assistenziale totalizzante. La madre, che non può lavorare per l’impegno giornaliero, è “particolarmente affaticata”, mentre il padre, impegnato in attività accademica spesso anche all’estero, presenta sintomi riconducibili a “stress da sovraccarico”. Le relazioni dei servizi territoriali confermano che i genitori stanno adempiendo con grande dedizione ai loro compiti, ma che le loro energie sono messe a dura prova dalla condizione della bambina. In questo contesto, la Corte riconosce che i nonni, residenti nel paese d’origine, costituirebbero un supporto essenziale, non sostituibile mediante altre soluzioni. Il Collegio sottolinea che il loro aiuto rappresenterebbe “un indispensabile ausilio alla gestione del ménage familiare, a vantaggio del benessere della nipote e a garanzia della sua sicurezza”, e valorizza anche la dimensione affettiva e culturale, evidenziando come la comunanza linguistica e culturale possa favorire ulteriormente il rapporto con la minore, soprattutto considerato il suo gravissimo deficit comunicativo. Per la Corte è dunque “evidente che la vicinanza fisica e psicologica dei nonni” apporterebbe un contributo determinante all’equilibrio del nucleo e, in via diretta, al benessere della minore. Alla luce di questi elementi, il Collegio ritiene che il diniego del Tribunale costituisca una misura “ingiustificata e sproporzionata” e che questa possa incidere negativamente sul diritto della bambina alla vita familiare, intesa come rete di affetti, relazioni e solidarietà. Il ragionamento della Corte si sviluppa in modo strettamente aderente al dettato dell’art. 31 TUI, ricordando che la tutela accordata dal legislatore è posta esclusivamente nell’interesse del minore, mentre l’interesse del familiare è solo riflesso e strumentale. Con queste motivazioni, l’appello è accolto e viene disposta un’autorizzazione alla permanenza dei nonni per due anni, prorogabile previa verifica dei requisiti: una soluzione che, nel rispetto del carattere temporaneo dell’istituto, consente tuttavia di dare piena tutela alla situazione eccezionalmente delicata emersa nel caso concreto. La Corte ribadisce così che, in presenza di una condizione di vulnerabilità estrema, l’intervento della rete familiare allargata può diventare elemento decisivo per la protezione complessiva del bambino, e che tale esigenza merita pieno riconoscimento anche attraverso l’uso della norma derogatoria prevista dal Testo Unico. Corte d’Appello di Trento, decreto del 25 settembre 2025 Il ricorso è stato patrocinato dall’avv. Giovanni Barbariol nell’ambito del progetto “Annick. Per il diritto all’unità familiare” a cura di Melting Pot ODV, in collaborazione con Circolo Arci Pietralata e il supporto dei legali dell’Associazione Spazi Circolari, dedicato ad Annick Mireille Blandine. Il progetto è stato finanziato nel 2024 da ActionAid International Italia E.T.S e Fondazione Realizza il Cambiamento nell’ambito del progetto “THE CARE – Civil Actors for Rights and Empowerment” cofinanziato dall’Unione Europea. Il contenuto di questo articolo rappresenta l’opinione degli autori che ne sono esclusivamente responsabili. Né L’Unione europea né l’EACEA possono ritenersi responsabili per le informazioni che contiene né per l’uso che ne venga fatto. Analogamente non possono ritenersi responsabili ActionAid International Italia E.T.S. e Fondazione Realizza il Cambiamento.
“The Book of Shame” irrompe a Ginevra
Davanti alle sedi delle agenzie delle Nazioni Unite, il 12 e 13 settembre, rifugiatə e attivistə si sono dati appuntamento per denunciare quello che definiscono «il tradimento del mandato di protezione» da parte di UNHCR e IOM. Due giorni di protesta organizzati dal collettivo Refugees in Libya sotto le sedi “umanitarie” dove è stato anche presentato The Book of Shame, ossia “Il libro della vergogna”. Il 12 settembre, in Rue de Montbrillant 94, davanti al quartier generale dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR), si è svolta la conferenza stampa con la presentazione del volume. Il giorno successivo, la manifestazione si è spostata alla sede dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), in Route des Morillons 17, proseguendo poi per le strade di Ginevra con slogan e testimonianze. > We have a new song and slogan for IOM the @UNmigration . > > Sing 🎶: > > IOM 🎵, IOM 🎵, WHY ARE YOU NASTY? 💩 > 🎶🎶 🎶🎶 🎵🎵🎵🎵🎵🎵🎵🎵 pic.twitter.com/oTpcRI2AwQ > > — Refugees In Libya (@RefugeesinLibya) September 17, 2025 «Abbiamo fatto ciò che i rifugiati non dovrebbero mai fare: abbiamo scritto un libro che nomina e critica le agenzie umanitarie che dovrebbero essere i nostri “salvatori”», ha dichiarato David Yambio, portavoce di Refugees in Libya. «Per anni hanno scritto su di noi: rapporti, statistiche, progetti. Ora siamo noi ad aver scritto di loro: di UNHCR, di IOM e dell’Unione europea. Lo abbiamo chiamato Book of Shame». Il Book of Shame – ha precisato – non è un rapporto accademico né una raccolta di dati. È, come scrivono gli autori nell’introduzione, «un libro nato dalla rabbia, dal lutto e dal rifiuto di rimanere in silenzio (…). E’ più di un catalogo di fallimenti, è un atto collettivo di resistenza, un intervento politico di difensori dei diritti umani rifugiati che rifiutano di essere messi a tacere». All’interno ci sono le testimonianze dirette da Libia, Tunisia e Niger, raccolte tramite hotline e reti di solidarietà dall’inizio del 2024 all’estate del 2025. Il testo denuncia il fallimento strutturale dell’UNHCR nel garantire protezione: dalle difficoltà di registrazione e rinnovo dei documenti, all’assenza di assistenza medica, fino alle accuse di corruzione e complicità con le milizie libiche. Scarica – clicca qui Una parte importante è dedicata anche all’IOM e alle pratiche camuffate da “ritorno volontario”, descritte come «ricatti» rivolti a persone detenute e tenute in condizioni insopportabili. «Da anni conosciamo il loro concetto di ricatto. A chi è detenuto e torturato in Libia viene proposta una sola alternativa: tornare indietro, verso il Paese che ha cercato di fuggire», sottolinea il collettivo di rifugiati. Il libro si apre con un capitolo scritto da Yambio, dal titolo emblematico The Witness Must Speak. Qui, il portavoce ripercorre la sua esperienza: l’infanzia segnata dalla guerra in Sudan, la fuga attraverso mezza Africa e infine l’incubo libico, fatto di torture, estorsioni e detenzione. «UNHCR era presente nei centri di detenzione, ma la loro cura non era mai libertà. Portavano coperte, sapendo che eravamo ridotti in schiavitù. Vedevano le donne stuprate, ma dicevano che non era nelle loro mani liberarci», scrive Yambio. > Questo non è un libro neutrale. Non è scritto nel linguaggio della diplomazia. > È ciò che deve essere detto da chi è stato ignorato troppo a lungo. > > Refugees in Libya Durante la protesta, il gruppo di attivistə ha ribadito a più riprese le accuse contenute nel volume: «UNHCR protegge le frontiere europee, non i rifugiati». In Niger, raccontano, «ogni atto di repressione contro i rifugiati nel campo di Agadez è avvenuto con l’accordo di UNHCR»; in Tunisia, i rifugiati denunciano sgomberi e attacchi contro insediamenti informali, con la complicità delle agenzie internazionali. Secondo Yambio, la radice del problema è politica: «Il sistema dell’aiuto umanitario cammina mano nella mano con quello del contenimento. Ti danno da mangiare, ma la porta resta chiusa. Ti curano le ferite, ma ti lasciano in gabbia. È un sistema costruito non per salvare, ma per contenere». L’obiettivo di Refugees in Libya è chiaro: far conoscere a giornalisti, politici, società civile quanto avviene quotidianamento dove operano le organizzazioni “umanitarie” che dovrebbero difendere i diritti fondamentali delle persone migranti e costringere queste istituzioni internazionali a guardarsi allo specchio. «Chi sorveglia chi dovrebbe sorvegliare la nostra vita? Chi chiede conto a chi trae profitto dal nostro esilio?», domanda il portavoce nelle ultime pagine del libro. «Non scriviamo come vittime in attesa di essere salvate», conclude Yambio. «Scriviamo come persone che hanno osato nominare la macchina dell’abbandono, e che continueranno a farlo. Questo libro è la nostra arma, la nostra testimonianza, il nostro fuoco». La mobilitazione di Ginevra si è inserita nella Chain of Action 2025, una serie di iniziative transnazionali che segnano i dieci anni dalla crisi del 2015 e dalla morte del piccolo Alan Kurdi, immagine che allora riuscì a scuotere le coscienze europee ma che oggi appare sbiadita.  Il prossimo appuntamento promosso da Refugees in Libya saranno le giornate di azione del 15-18 ottobre “Stop Memorandum Italia – Libia”. «Nessun accordo con chi è responsabile di crimini contro l’umanità. Cancelliamo il memorandum d’intesa italo-libico», annuncia il collettivo che insieme a numerose organizzazioni per la difesa dei diritti umani, la flotta civile, avvocatə, ricercatori e attivistə sta costruendo le giornate di mobilitazione per fermare il rinnovo del famigerato accordo.
Il programma del Festival delle Migrazioni 2025: «Il cuore oltre l’ostacolo»
A Torino torna il Festival delle Migrazioni, che da mercoledì 10 a domenica 14 settembre 2025 proporrà oltre trenta eventi in cinque giorni di incontri, spettacoli, concerti, cinema, laboratori e momenti conviviali, a ingresso gratuito. Tra i tanti ospiti di questa edizione ci saranno Moni Ovadia, Anna Zafesova, Samira Fall, Omar Giorgio Makhloufi, Lam Magok, Monica Perosino, Boban Pesov, Rosanna Paradiso, Parnian Javanmard. Il festival, ideato e organizzato dalle compagnie teatrali Almateatro e A.M.A. Factory 1, è giunto alla settima edizione. Il cuore oltre l’ostacolo è un invito a mettere il cuore dove l’orizzonte si restringe, dove la realtà ferisce, dove sembrerebbe più semplice voltarsi. «Viviamo un tempo attraversato da guerre, crisi sistemiche e disuguaglianze profonde – spiegano gli organizzatori -. I confini si moltiplicano, intere popolazioni vengono spinte ai margini della storia. In questo paesaggio frantumato, vogliamo rilanciare un’idea di umanità che si muove, resiste, immagina. “Il cuore oltre l’ostacolo” è un gesto politico e poetico: coltivare visioni anche quando il presente sembra cieco. È una chiamata collettiva all’impegno, alla responsabilità, alla solidarietà concreta. A stare dentro le contraddizioni del nostro tempo, senza smettere di cercare nuove strade per abitare il mondo insieme». GLI SPAZI DEL FESTIVAL La rassegna sarà diffusa tra l’ex cimitero di San Pietro in Vincoli, la Scuola Holden, il Giardino Pellegrino, St’Orto Urbano, il Polo del ‘900, la Biblioteca Civica Italo Calvino e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, trasformando Torino in un grande palcoscenico. INCONTRI E TESTIMONIANZE Molti appuntamenti saranno dedicati al confronto su temi di attualità. In Rimpatri e ritorni: un altro approccio alla mobilità è possibile?, curato da Fieri, verranno presentati i risultati del progetto NADIHO, con una ricerca sui ritorni migratori, forzati e volontari. Un altro focus importante sarà il Nuovo Patto sulla Migrazione europeo: cosa cambia in materia di accoglienza, detenzione, rimpatri e responsabilità degli Stati membri, e quali effetti concreti ci sono sulle vite delle persone in movimento. Spazio anche al racconto delle frontiere: dal confine Messico-Stati Uniti, il più attraversato e militarizzato al mondo, fino all’incontro Il cuore oltre ogni frontiera, terza edizione di un appuntamento dedicato a storie di sofferenza e speranza. Tra i relatori, anche Lam Magok, vittima e testimone delle atrocità in Libia. La Palestina sarà al centro del dialogo con Moni Ovadia, l’artista palestinese Noor Abo Alrob e Paolo Ferrara (Terre des Hommes), coordinati da Barbara Schiavulli. L’incontro è organizzato con Articolo 21 Piemonte e Giosef Torino, che proporrà anche il workshop Perché Palestina?. Non mancherà uno sguardo sul conflitto Ucraina-Russia con le giornaliste Monica Perosino e Anna Zafesova, mentre un dibattito promosso dall’Osservatorio Carta di Roma rifletterà sul linguaggio del giornalismo nelle migrazioni, con Nello Scavo, Paola Barretta, Tana Anglana e Stefano Tallia. Il fumettista Boban Pesov presenterà invece C’era una volta l’est, la storia di un viaggio verso la Macedonia del Nord intrecciata a ricordi familiari e alla guerra in Jugoslavia. DONNE E MIGRAZIONI Alle voci femminili sono dedicati quattro appuntamenti. Il progetto Afro Women Poetry presenterà le poetesse Samira Fall e Sarah Lubala, con la giornalista Antonella Sinopoli, che porterà anche il suo libro Black sisters. Rosanna Paradiso, esperta di Programmi Anti-Tratta, parlerà del mercato dello sfruttamento sessuale a partire dal suo saggio Sotto gli occhi di tutti. Torna inoltre il Concorso letterario nazionale Lingua Madre, giunto alla ventesima edizione, arricchito da una sezione fotografica curata dalla Fondazione Sandretto. TORINO AL CENTRO Non mancheranno momenti dedicati alla città ospitante. Fin dal primo giorno si discuterà delle politiche di accoglienza a Torino, con l’assessore Jacopo Rosatelli, il consigliere Abdullahi Ahmed, Sara Belleni (Prefettura) e Massimo Gnone (UNHCR). Giovedì sarà la volta di Stupefacenti, performance nata da laboratori nei quartieri Aurora e Barriera di Milano, dedicata al rapporto tra uso di sostanze, appartenenze culturali e spiritualità. Più tardi l’Audiowalk Borgo Dora accompagnerà il pubblico in un racconto sonoro attraverso le voci degli abitanti, mentre Migrantour proporrà un itinerario tra i sapori di Porta Palazzo. SPETTACOLI E MUSICA Tra i protagonisti sul palco torna, dopo il debutto dello scorso anno, il Palestinian Circus, che per la prima volta porta a Torino Sarab – Un miraggio, spettacolo di circo-teatro che chiuderà il festival domenica 14. Sarab racconta le difficoltà dei rifugiati nel mondo, trasformandole in un atto creativo di resistenza e libertà, unendo danza, musica, teatro e acrobatica. Omar Giorgio Makhloufi porterà l’anteprima assoluta di Ceci n’est pas Omar, viaggio mancato in Algeria raccontato attraverso cartoline, lettere e videointerviste. In Lo spirito del ghetto Matteo Saltalamacchia, invitato nel 2017 da Radio Ghetto, restituisce un affresco della Pista di Borgo Mezzanone (Foggia), il più grande ghetto italiano. Ogni luogo è un dove, con Massimo Germini, Eleni Malos e Marco Aime, sarà invece un viaggio tra parole e musica lungo le rotte migratorie. La musica avrà un ruolo centrale con i concerti dei Bantukemistry, che mescolano afro, jazz ed elettronica, e dei The Brothers’ Keepers, che porteranno il reggae roots, intriso di messaggi di pace e spiritualità. LABORATORI E CINEMA Tra le attività pratiche, il workshop teatrale Cartografie di Paola Di Mitri, che intreccia arti teatrali e tecniche cinematografiche, e Nelle mani, laboratorio di costruzione di tamburi a cura di Kassamba Lamoussa. La rassegna cinematografica al Polo del ‘900, realizzata con l’Associazione Museo Nazionale del Cinema, proporrà Eldorado di Markus Imhoof e i cortometraggi Mawtini di Fateema Al-Hamaydeh Miller e The Steak di Kiaresh Dadgar, entrambi parte del progetto Decolonizing Frames. MOSTRE Tre mostre saranno visibili a San Pietro in Vincoli: i quadri di Ebrima Danso, che ha trasformato in arte la memoria della propria traversata; i Lenzuoli della Memoria Migrante di Daniela Gioda e del Collettivo Carovane Migranti; la presentazione delle opere vincitrici del concorso Ai miei sogni non rinuncio, con la partecipazione di Parnian Javanmard, artista iraniana. Alla Fondazione Sandretto sarà inoltre possibile visitare gratuitamente I Saw A Dark Cloud Rise di Alessandra Ferrini, Bird Dream Machine di *Teresa Solar Abboud e Evenfall di *Jem Perucchini. CONVIVIALITÀ Sabato 13 settembre torna la Cena delle Cittadinanze, un grande momento di convivialità collettiva con una lunga tavolata nel cortile di San Pietro in Vincoli: un’occasione per condividere i cibi portati da casa e i piatti delle cucine dal mondo. Durante tutta la manifestazione, lo stesso cortile ospiterà una postazione con materiali di approfondimento sulle migrazioni e sul mondo LGBTQI+. -------------------------------------------------------------------------------- Per partecipare agli eventi è consigliata la prenotazione tramite Eventbrite. Tutti i dettagli sono disponibili sul sito festivaldellemigrazioni.it e sui canali social (facebook – instragram). 1. Il Festival delle Migrazioni 2025 è un evento organizzato da Almateatro e A.M.A Factory; con il patrocinio di Città di Torino, Città Metropolitana, Circoscrizione 7, Ordine dei Giornalisti; con la partecipazione di Riforma, Scuola Holden, Polo del ‘900, Associazione Stampa Subalpina, Ufficio Pastorale Migranti, Fondazione Comunità di Palazzo, Fuori di Palazzo, St’Orto Urbano, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Coldiretti e con la collaborazione di Tedacà, Melting Pot, Giosef Torino, Associazione Museo Nazionale del Cinema, Voci Globali, Carovane Migranti, Lingua Madre, Lab Perm di Castaldo, Fertili Terreni Teatro, Articolo 21, Fieri, Magazzino Resistente, Polski Kot, ⁠On Borders, Decolonizing Frames, ⁠QuFooma, ⁠Amnesty International, ⁠CIAC – UNHCR, Cooperativa Didaxé, ⁠GiovaniXTorino, RBE – Radio Beckwith Evangelica, SuiGeneris, Shamss Collective, Shaining Food, Mosaico-Associazione per i Rifugiati, C.OH, Migrantour, Lezioni Africane, Concorso Letterario Nazionale Lingua Madre, Terre des Hommes, Jigeenyi. E’ sostenuto da Fondazione Compagnia di San Paolo (main partner), Ministero della Cultura – Direzione Generale Spettacolo, Città di Torino, Legacoop Piemonte e Iren, con il patrocinio di Città di Torino e Circoscrizione 7. ↩︎
Storica vittoria per il clima, le Sezioni Unite della Cassazione danno ragione a Greenpeace Italia, ReCommon e dodici cittadini contro ENI: «Da oggi in Italia è finalmente possibile ottenere giustizia climatica»
ROMA, 22.07.25 – Con una fondamentale decisione pubblicata nel pomeriggio di ieri, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, riunitesi lo scorso 18 febbraio, hanno dato ragione a Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini che nei mesi scorsi avevano fatto ricorso alla Suprema Corte, chiedendo se in Italia fosse possibile o meno avere giustizia climatica. Download Ordinanza della Cassazione REPORT PDF | 207.47 KB Scarica il verdetto «Questa sentenza storica dice chiaramente che anche in Italia si può avere giustizia climatica», commentano Greenpeace Italia e ReCommon. «Nessuno, nemmeno un colosso come ENI, può più sottrarsi alle proprie responsabilità. I giudici potranno finalmente esaminare il merito della nostra causa: chi inquina e contribuisce alla crisi climatica deve rispondere delle proprie azioni». L’importantissimo verdetto avrà infatti impatto su tutte le cause climatiche in corso o future in Italia, rafforzando la protezione dei diritti umani legati alla crisi climatica, già riconosciuti dalla Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU). Non solo potrà essere decisa nel merito la causa contro ENI, Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. (CDP) e Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), avviata da Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini davanti al Tribunale di Roma perché sia imposto alla società di rispettare l’Accordo di Parigi, ma la decisione indica la strada per tutte le future azioni giudiziarie nel nostro Paese. Questa pronuncia si inserisce nel quadro delle più importanti decisioni giudiziarie europee ed internazionali di climate change litigation. Nel maggio 2023, Greenpeace Italia, ReCommon e i 12 cittadine e cittadini italiani avevano presentato una causa civile nei confronti di ENI, di CDP e del MEF – questi ultimi due enti in qualità di azionisti che esercitano un’influenza dominante su ENI – per i danni subiti e futuri, in sede patrimoniale e non, derivanti dai cambiamenti climatici a cui il colosso italiano del gas e del petrolio ha significativamente contribuito con la sua condotta negli ultimi decenni, pur essendone pienamente consapevole. ENI, CDP e MEF avevano eccepito “il difetto assoluto di giurisdizione del giudice ordinario adito”, ritenendo che nel nostro Paese una causa climatica non fosse procedibile. Greenpeace Italia, ReCommon e le cittadine e cittadini che hanno promosso la “Giusta Causa” hanno dunque fatto ricorso per regolamento di giurisdizione alla Suprema Corte, a cui hanno chiesto un pronunciamento in via definitiva. Il verdetto delle Sezioni Unite della Cassazione, pubblicato nel pomeriggio di ieri, ha infine dato ragione a cittadine, cittadini e organizzazioni. Il responso della Suprema Corte sancisce senza ombra di dubbio che i giudici italiani si possono pronunciare sui danni derivanti dal cambiamento climatico sulla scorta tanto della normativa nazionale, quanto delle normative sovranazionali e che, dunque, le cause climatiche nel nostro Paese sono lecite e ammissibili anche in termini di condanna delle aziende fossili a limitare i volumi delle emissioni climalteranti in atmosfera. La Cassazione ribadisce anche che un contenzioso climatico come quello intentato da Greenpeace Italia e ReCommon non è affatto un’invasione nelle competenze politiche del legislatore o delle aziende, quali Eni. La tutela dei diritti umani fondamentali di cittadine e cittadini minacciati dall’emergenza climatica è superiore a ogni altra prerogativa e da oggi sarà possibile avere giustizia climatica anche nei tribunali italiani. Inoltre le Sezioni Unite chiariscono che i giudici italiani sono competenti anche in relazione alle emissioni climalteranti emesse dalle società di ENI presenti in Stati esteri, sia perché i danni sono stati provocati in Italia, sia perché le decisioni strategiche sono state assunte dalla società capogruppo che ha sede in Italia. A questo punto il giudice a cui è stato assegnato il contenzioso climatico lanciato nel 2023 da Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini italiani dovrà entrare nel merito dei danni che ENI ha contribuito ad arrecare agli attori ricorrenti, ma non c’è più alcun dubbio sul diritto ad agire per la tutela dei loro diritti di fronte a un giudice italiano quando gli effetti del cambiamento climatico si verifichino in Italia e quando le decisioni che hanno contribuito al cambiamento climatico siano state prese in Italia. Grazie alla presente azione e alla decisione della Suprema Corte a Sezioni Unite l’Italia si allinea agli altri paesi più evoluti in cui il clima e i diritti umani trovano una tutela giurisdizionale. Greenpeace Italia e ReCommon attendono ora che il giudice ordinario a cui spetta tornare a decidere su “La Giusta Causa”  superi ogni altra eccezione preliminare ed entri finalmente nel merito, come già avvenuto nei tribunali dei più importanti paesi europei. Le due organizzazioni e i 12 cittadine e cittadini chiedono che la giustizia faccia il suo corso, come già avviene nei più avanzati ordinamenti giuridici europei.