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Meloni e il “blocco navale”: in arrivo una dichiarazione di guerra a chi sfida il sistema delle frontiere
L’11 febbraio scorso, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha pubblicato un comunicato stampa 1 con cui annuncia l’approvazione di un disegno di legge che introduce nuove disposizioni in materia di immigrazione e protezione internazionale e per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo del 14 maggio 2024 2. Congiuntamente, Meloni ha annunciato il Ddl con un videomessaggio su YouTube, dove ha fatto sapere che “niente è impossibile per chi è determinato a fare qualcosa” e, in questo caso, qualcosa sembrerebbe essere l’ennesimo atto di criminalizzazione delle persone migranti camuffato da tutela della tanto amata sicurezza nazionale. Sebbene il Ddl non sia ancora stato reso pubblico, il comunicato ne annuncia i contenuti, rendendo evidente fin dalle prime righe che l’intenzione del Governo è la sola e unica di reprimere ulteriormente le persone migranti. Espellere chi c’è e respingere chi arriva. Questa volta con metodi più “rigorosi”, come recitato nel comunicato stesso. Secondo la nota diffusa, il ddl consiste in una serie di misure di contrasto all’accesso alle frontiere, che, secondo il Governo, ridurranno drasticamente le partenze irregolari. In primis annuncia l’attuazione del famoso “blocco navale”, elemento di punta della propaganda di Meloni dal 2018. Premesso che il termine “blocco navale”, nel diritto internazionale, appartiene al gergo bellico del conflitto tra stati sovrani, e traslato al contrasto di imbarcazioni di civili in cerca di salvezza, appare quantomeno fuorviante, ciò consisterebbe fondamentalmente nell’attuazione dell’art. 25 3 della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, secondo il quale uno Stato può interdire il passaggio di navi straniere in zone specifiche delle sue acque territoriali se ciò è indispensabile per la protezione della sicurezza dello Stato stesso. Nello specifico, secondo ANSA, tale interdizione di attraversamento del limite delle acque territoriali potrà essere mantenuta per 30 giorni prorogabili fino a sei mesi. Nel caso di violazione del blocco potrà essere applicata una sanzione da 10.000 a 50.000 euro e la confisca della nave. La vaghezza delle disposizioni che definiscono la “sicurezza nazionale” nell’ordinamento italiano inevitabilmente ne permette la strumentalizzazione, per ostacolare ancora una volta l’ingresso alle navi soccorso delle ONG, associando chi chiede salvezza a pericolosi terroristi. Inoltre, in materia di rimpatri, questo Ddl amplierà le ipotesi in cui il giudice potrà predisporre l’espulsione penale e introdurrà una procedura accelerata da svolgersi nelle zone di transito e frontiera, che permetterà l’allontanamento immediato dei soggetti provenienti dai cosiddetti “paesi sicuri” o con domande ritenute “manifestamente infondate” 4. Ciò che è più allarmante è che le persone espulse potranno essere deportate in Paesi terzi diversi da quelli di appartenenza o provenienza, anche in assenza di legami con il territorio, con i quali l’Italia abbia stipulato appositi accordi. Inoltre, Ddl prevede il restringimento dei requisiti per poter ottenere il permesso di soggiorno tramite la protezione complementare e il ricongiungimento familiare. Per la protezione complementare vengono ristrette le condizioni che attestano l’effettiva esistenza di legami familiari e di integrazione sociale: l’accertamento dovrà basarsi sulla concretezza e stabilità dei vincoli, sulla durata del soggiorno in Italia e sull’eventuale presenza di legami familiari, sociali o culturali nel Paese d’origine. Sarà inoltre escluso il rilascio del titolo a persone condannate per reati che ne dimostrino la pericolosità sociale. Quanto ai ricongiungimenti familiari, il Governo restringerà i criteri per l’identificazione dei familiari aventi diritto. Infine, a quanto annunciato, il Ddl interverrà sul Testo unico immigrazione e protezione internazionale, in particolare ampliando le possibilità di revoca dell’accoglienza, e inasprendo le sanzioni per chi non ottempera agli ordini di allontanamento. In un comunicato congiunto, Mediterranea Saving Humans , Alarm Phone, EMERGENCY, Medici Senza Frontiere, Open Arms, ResQ People, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS Mediterranee hanno denunciato come il nuovo disegno di legge rappresenti un ulteriore irrigidimento delle politiche migratorie e un rinnovato attacco ai diritti delle persone in movimento e di chi le soccorre. Comunicati stampa e appelli PAESI SICURI E BLOCCO NAVALE: IL GOVERNO ATTACCA LE ONG E I DIRITTI DELLE PERSONE IN MOVIMENTO «La strategia del Governo per estrometterci dal Mediterraneo si arricchisce di un nuovo capitolo» 13 Febbraio 2026 Secondo le organizzazioni, le misure – tra cui ampliamento della lista dei cosiddetti “Paesi sicuri”, procedure accelerate di frontiera e rimpatrio, trasferimenti verso Stati terzi e interdizione fino a sei mesi dalle acque territoriali per le navi – non servono a gestire i flussi ma a ostacolare il soccorso civile, aumentando il rischio di morti in mare e comprimendo il diritto d’asilo. Le organizzazioni sostengono che il provvedimento, collegato all’attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo, criminalizza il salvataggio e rafforza l’idea della Fortezza Europa, pur ribadendo che continueranno a operare nel rispetto del diritto internazionale per salvare vite umane. Giorgia Meloni ha concluso il suo videomessaggio auspicando che il Parlamento aiuti il Governo a garantire la sicurezza approvando il Ddl. Anche noi vorremmo che Governo e Parlamento iniziassero davvero a occuparsi di sicurezza, ma partendo da ciò che mette quotidianamente a rischio la vita delle persone: i luoghi di lavoro, lo sfruttamento, la precarietà, l’assenza di canali legali e sicuri di ingresso. Secondo le stime dell’INAIL, dall’inizio di questo Governo le morti sul lavoro sono nell’ordine di migliaia; e tra le vittime, i lavoratori stranieri risultano colpiti in misura sproporzionata. È questa l’insicurezza reale che attraversa il Paese. Rendere le frontiere più impermeabili e i diritti più fragili non produce maggiore tutela collettiva, ma solo maggiore esposizione alla violenza e allo sfruttamento. La sicurezza non si costruisce dichiarando guerra a chi migra, né comprimendo il diritto d’asilo: si costruisce ampliando diritti, rafforzando le garanzie, contrastando le disuguaglianze. Senza giustizia sociale non può esserci sicurezza. 1. Leggi il comunicato stampa ↩︎ 2. Il ddl per l’attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo è composto da 17 articoli. Il testo conferisce al Governo una delega per recepire la nuova direttiva Accoglienza e adeguare l’ordinamento italiano ai regolamenti Ue su qualifiche, procedure di asilo, gestione della migrazione, rimpatri alla frontiera, crisi e forza maggiore, accertamenti alle frontiere esterne ed Eurodac Fonte RaiNews24 (11 febbraio 2026) ↩︎ 3. L’art. 25 della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), al suo punto 3, recita: 3. Lo Stato costiero può, senza stabilire una discriminazione di diritto o di fatto tra le navi straniere, sospendere temporaneamente il passaggio inoffensivo di navi straniere in zone specifiche del suo mare territoriale quando tale sospensione sia indispensabile per la protezione della propria sicurezza, ivi comprese le esercitazioni con armi. Tale sospensione ha effetto solo dopo essere stata debitamente pubblicizzata ↩︎ 4. Una domanda ritenuta “manifestamente infondata” implica l’attivazione di una procedura accelerata, nella quale la Commissione Territoriale ne valuta rapidamente l’inammissibilità o l’evidente carenza dei presupposti, senza un esame dei meriti. Questa impostazione determina una significativa compressione delle garanzie procedurali – in termini di tempi, possibilità istruttorie e difensive – e accresce il rischio che persone effettivamente bisognose di protezione non vedano adeguatamente valutata la propria situazione. ↩︎
Diffida con richiesta di rettifica di Eni e chiarimenti di ReCommon in merito alle dichiarazioni rilasciate a Report e all’articolo del 18 dicembre 2025
In data 22 gennaio 2026 presso la casella di posta certificata di ReCommon è pervenuta una “diffida per responsabilità civile da diffamazione e incitamento all’odio” da parte dell’Avvocato Claudio Luca Migliorisi, in nome e per conto di ENI S.P.A., relativamente alle dichiarazioni di Eva Pastorelli, campaigner di ReCommon, rilasciate durante la trasmissione “Report” andata in onda su Rai 3 in data 14 dicembre 2025, e riprese nell’articolo comparso sul sito di ReCommon in data 18 dicembre 2025 che – secondo ENI – “hanno causato ingiusto danno alla reputazione della scrivente e, ancor più gravemente, hanno alimentato sentimenti di odio e ostilità verso Eni e i suoi dipendenti, mettendo in serio pericolo l’incolumità dei lavoratori operanti in Italia e all’estero e delle loro famiglie”. In relazione alle accuse formulate da ENI, ReCommon ed Eva Pastorelli qui di seguito precisano e chiariscono la propria posizione, in primis sottolineando che le affermazioni rese da Eva Pastorelli alla trasmissione Report del 14 dicembre 2025 sono le seguenti: “Attualmente Eni ha all’attivo due partnership con società o istituzioni israeliane: la prima con il ministero dell’energia israeliano, che il 29 ottobre 2023 ha assegnato licenze di esplorazione al largo delle coste di Gaza a due consorzi di compagnie energetiche nazionali. La seconda partnership Eni l’ha stabilita con una società israeliana di nome Delek Group che si trova nella lista nera delle Nazioni Unite perché opera nei Territori Palestinesi occupati e opera illegalmente in questi.”. L’articolo a cui si fa riferimento nella diffida è, come detto, quello pubblicato su questo sito, datato 18 dicembre 2025, a firma di Eva Pastorelli, dal titolo “ENI non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro”: la multinazionale italiana rinuncia alle licenze di esplorazione in acque palestinesi?”, a cui si rinvia. Dunque, ReCommon e la signora Pastorelli sono evidentemente chiamati a rispondere alla diffida di ENI solamente in relazione alle affermazioni rese nella trasmissione e a quelle contenute nell’articolo. Seguono i precisi contenuti della diffida di ENI e le risposte di ReCommon (cliccare sul + per leggere il testo integrale): 1. FALSITÀ E MANIPOLAZIONE STRUMENTALE DELLE NOTIZIE+ [ENI] Le affermazioni di Eva Pastorelli sono palesemente false e prive di fondamento fattuale, come risulta dalla documentazione ufficiale in possesso di Eni e dalle comunicazioni già inviate alle autorità competenti, in quanto: a) Una rapida verifica su fonti aperte avrebbe consentito di appurare che le licenze per la Zona G non sono state assegnate (mentre quelle per la zona I, annunciate nella stessa occasione, sono state assegnate ad altro consorzio ben più tardi rispetto all’annuncio dell’ottobre 2023 – fonte https://www.reuters.com/business/energy/israel-awards-natural-gas-exploration-licences-bp-socar-newmed-2025-03-17/); -------------------------------------------------------------------------------- RISPOSTA DI RECOMMON SULLA PRESUNTA FALSITÀ E MANIPOLAZIONE STRUMENTALE DELLE NOTIZIE – ASSEGNAZIONE DELLE LICENZE DI ESPLORAZIONE AL LARGO DELLE COSTE DI GAZA. Le affermazioni di Eva Pastorelli, definite da ENI “palesemente false e prive di fondamento fattuale”, sono in realtà basate sull’annuncio pubblicato sulla pagina web del Ministero dell’Energia israeliano in cui il 29 ottobre 2023 si riportava la già avvenuta assegnazione di un totale di 12 licenze di esplorazione a sei compagnie, inclusa ENI (“The Ministry of Energy and Infrastructure Announces Results for Two Zones in the 4th Offshore Bid Round.12 Licenses Awarded to Six Companies,Including Four New to Israel and Two Major IOCs.”). Il Ministero, sulla medesima pagina, specificava l’aggiudicazione di 6 licenze in Zona G al consorzio composto da Eni (operatore), Dana Petroleum e Ratio Energies. La medesima notizia veniva ripresa da Reuters e Times of Israel. Si aggiunga che in una risposta ad una interrogazione parlamentare il Ministro Tajani il 12 settembre 2024 riferiva: “Sull’assegnazione di blocchi esplorativi offshore ad ENI da parte di Israele, confermo che si tratta di una gara internazionale a cui ENI ha preso parte con altri due operatori, nel rispetto delle regole. Da quanto riferisce ENI il contratto è ancora in via di finalizzazione e il consorzio non ha titolarità sull’area, né sono in corso operazioni che avrebbero comunque natura esplorativa. Non è al momento in corso alcuno sfruttamento di risorse”. Con questa risposta, il Ministro italiano degli esteri risulta confermare che, a seguito della gara internazionale vinta da ENI, c’era già stata l’“assegnazione dei blocchi esplorativi offshore ad ENI da parte di Israele”, anche se il contratto non risultava ancora concluso e l’estrazione non era stata avviata. Dunque, la signora Pastorelli, con la sua affermazione resa a Report, ha riportato un dato oggettivo, basato su fonti autorevoli puntualmente verificate. Nell’articolo del 18 dicembre 2025 è stata poi esattamente riportata la posizione di ENI sulle licenze per la zona G, tramite le esatte parole del Ministro degli esteri Tajani. Sempre nello stesso articolo è stata data ampia diffusione della notizia relativa al fatto che “Eni non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro” (riportata anche nel titolo!). La risposta di ENI alle domande scritte di Report fa proprio riferimento alla domanda: “Quale è la posizione ufficiale di ENI rispetto alla possibilità di attività di esplorazione o sfruttamento di giacimenti nelle acque contese al largo di Gaza?”; dunque è ragionevole desumere che ENI non sarà coinvolta in attività di esplorazione e di sfruttamento di giacimenti nelle acque contese al largo di Gaza che sono proprio quelle relative al 62% della Zona G, quindi rinuncerà alle licenze assegnate dal Ministero dell’energia israeliano per dar seguito alle proprie dichiarazioni. -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] b) quando si parla della “partnership con Delek“, si afferma falsamente che Delek è inclusa in una “lista nera ONU”, laddove detta lista non è un documento che certifica uno status particolare dei soggetti ivi inclusi, tanto più che non è collegata in nessun modo all’applicazione di alcuna sanzione o misura restrittiva nei confronti di detti soggetti, omettendo altresì di dire che Ithaca, di cui a seguito della transazione Eni è diventata azionista, è una società quotata con una base azionaria diffusa, che non ha riportato vantaggi economici per Delek, altro azionista della stessa società. In ogni caso, riteniamo utile segnalare la recente decisione dell’autorità norvegese garante dei consumatori nel procedimento instaurato da Greenpeace Nordic contro Equinor per la partnership Ithaca nel progetto petrolifero Rosebank. L’autorità norvegese ha rigettato le istanze di Greenpeace precisando che gli obblighi di due diligence si applicano solo in presenza di un collegamento diretto tra le attività di impresa e gli eventuali impatti negativi, escludendo che possano derivare indirettamente da legami societari o rapporti di investimento.”; -------------------------------------------------------------------------------- RISPOSTA DI RECOMMON SULLA PRESUNTA FALSITÀ E MANIPOLAZIONE STRUMENTALE DELLE NOTIZIE – PARTNERSHIP CON DELEK Come già ampiamente argomentato in precedenti occasioni, si ribadisce che la locuzione “lista nera”, traduzione dall’inglese blacklisted, è una definizione giornalistica di cui ReCommon non è primo utilizzatore. Il termine, riferito al medesimo tema, è stato infatti riportato da: NBC News (“U.N. blacklists 68 more companies for alleged complicity in Israeli rights violations in West Bank”), Middle East Eye (“UN blacklist of firms complicit in Israeli settlement activity jumps by 70 percent”), Associated Press (“UN adds 68 companies to blacklist for alleged complicity in rights violations in Israeli settlements”), solo per citare alcuni autorevoli organi di stampa a diverse latitudini.  L’elenco in esame (che secondo ENI non sarebbe una “lista nera” e non sarebbe “un documento che certifica uno status particolare dei soggetti ivi inclusi”) è un documento prodotto dall’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, che stila un elenco di tutte le imprese commerciali coinvolte nelle attività descritte nel paragrafo 96 della relazione della missione internazionale indipendente incaricata di indagare le implicazioni degli insediamenti israeliani sui diritti civili, politici, economici, sociali e culturali del popolo palestinese. Se si legge il documento, salta immediatamente all’occhio che la lista di attività non è un esercizio di stile, bensì definisce quelle attività “che hanno sollevato particolari preoccupazioni in materia di diritti umani” (that raised particular human rights concerns).  Ricordiamo che la società Delek Group, azionista di maggioranza di Ithaca Energy, società di cui ENI UK detiene il 36,06% e di cui può nominare il CEO, figura in questa lista perché coinvolta nelle seguenti attività: (e) La fornitura di beni e servizi che sostengono la manutenzione e l’esistenza degli insediamenti, compresi i trasporti (The provision of services and utilities supporting the maintenance and existence of settlements, including transport); (g) L’uso delle risorse naturali, in particolare dell’acqua e della terra, per scopi commerciali (The use of natural resources, in particular water and land, for business purposes). Rispetto all’accusa di aver omesso “(…) di dire che Ithaca, di cui a seguito della transazione Eni è diventata azionista, è una società quotata con una base azionaria diffusa, che non ha riportato vantaggi economici per Delek, altro azionista della stessa società”,si precisa di non comprendere la rilevanza di tale obiezione in relazione alle dichiarazioni di Eva Pastorelli nell’intervista a Report e nell’articolo oggetto di contestazione. Inoltre non è dato comprendere neppure quale sia il significato di tale affermazione, dal momento che a ciascun azionista spetta il diritto alla partecipazione agli utili attraverso i dividendi, i quali costituiscono evidenti “vantaggi economici”. Quanto alla decisione dell’autorità norvegese garante dei consumatori nel procedimento instaurato da Greenpeace Nordic contro Equinor per la partnership Ithaca nel progetto petrolifero Rosebank (menzionata da ENI nella sua diffida), da un lato, non se ne vede la rilevanza con la vicenda in esame; dall’altro, non è chiaro se la citazione di questo precedente straniero sia funzionale ad escludere l’esistenza di obblighi di due diligence in capo alla società a giustificazione del fatto che tale valutazione non sarebbe stata condotta nel caso in esame. In proposito, restano ancora prive di risposta le domande pubblicamente rivolte ad ENI nell’articolo contestato sull’avvenuto svolgimento o meno del processo di due diligence sui diritti umani prima di concludere l’accordo di aggregazione con Ithaca Energy, e sulle risultanze di questa valutazione. Sulla presunta falsità, strumentalità e pericolosità di assimilare Delek a Ithaca Energy, si segnala che nella propria comunicazione istituzionale, Ithaca Energy fa un punto di forza della partnership allineata tra ENI e Delek, tanto da riportare a pagina 7 del suo report annuale del 2024 che “(…) Mentre il Gruppo entra nella sua prossima era di crescita, è sostenuto da azionisti impegnati a lungo termine e da una partnership allineata tra Delek ed Eni a sostegno della strategia di crescita di Ithaca Energy” (“As the Group enters its Next Era of growth, it is supported by committed long-term shareholders and an aligned partnership between Delek and Eni in support of Ithaca Energy’s growth strategy”).  -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] c) l’aspetto più avvilente è la confusione artatamente deliberata tra Zona G, Gaza Marine e produzione/esportazione di gas da Israele in quanto: * la Zona G è un’area offshore nella quale non sono mai state individuate risorse di idrocarburi e quindi ovviamente non produce nulla (il 62% rivendicato dalla Palestina si riferisce a questa zona nella quale non è mai stata accertata la presenza di riserve di gas); * Gaza Marine è un giacimento noto da decenni, molto più vicino alla costa della Striscia di Gaza, su cui Eni non ha mai mostrato interesse alcuno né tantomeno avanzato alcuna pretesa o diritto; * nella narrazione si parla delle due aree come se si trattasse della stessa zona, ma si tratta di due asset completamente diversi sotto tutti i profili possibili (nelle mappe mostrate nel menzionato servizio televisivo e pubblicate sul sito di ReCommon ETS con il citato articolo, si fa sempre attenzione a non mostrare la collocazione di Gaza Marine rispetto alla Zona G, presumibilmente al fine di alimentare ulteriormente la confusione tra le due aree); * infine, quando si parla di produzione di gas israeliana esistente, questa proviene da aree (prevalentemente i campi di Tamar e Leviathan in cui Eni non vanta alcun coinvolgimento) in acque al 100% israeliane, al di fuori dell’area rivendicata dalla Palestina. Pertanto fare riferimento a gas esportato da Israele come “gas sottratto alla Palestina” è inesatto e fuorviante. -------------------------------------------------------------------------------- RISPOSTA DI RECOMMON SULLA PRESUNTA FALSITÀ E MANIPOLAZIONE STRUMENTALE DELLE NOTIZIE – SULLA PRESUNTA “CONFUSIONE ARTATAMENTE DELIBERATA TRA ZONA G, GAZA MARINE E PRODUZIONE/ESPORTAZIONE DI GAS DA ISRAELE” Nell’intervento di Pastorelli durante Report non è stata fatta alcuna menzione del giacimento noto come Gaza Marine; tanto meno ciò è avvenuto nell’articolo pubblicato sul sito di ReCommon in data 18 dicembre 2025. La pretesa confusione di cui ENI accusa Pastorelli e ReCommon non è dunque sostanziata dai fatti. -------------------------------------------------------------------------------- 2. INCITAMENTO ALL’ODIO E PERICOLO PER L’INCOLUMITÀ DEI LAVORATORI 3. CONFIGURAZIONE DELL’ILLECITO CIVILE E RESPONSABILITÀ AGGRAVATA 4. DANNO ALL’IMMAGINE, ALLA REPUTAZIONE E ALLA SICUREZZA+ 2. Incitamento all’odio e pericolo per l’incolumità dei lavoratori Le modalità con cui la Signora Pastorelli di ReCommon ETS si è espressa sia durante l’intervista in data 14 dicembre 2025 che nell’articolo pubblicato sul sito dell’Associazione in data 18 dicembre 2025, hanno contribuito ad alimentare un clima di odio e ostilità che ha già prodotto le sotto descritte conseguenze concrete e pericolose: a) supporto a manifestazioni di protesta presso la sede aziendale: in data 27 novembre 2025, presso la sede ENI di San Donato Milanese si sono già verificate manifestazioni di movimenti Pro Palestina, è ovvio che la campagna diffamatoria e menzognera, di cui le dichiarazioni della Signora Eva Pastorelli e di ReCommon ETS sono parte, non può che peggiorare il clima ed alimentare nuove proteste; b) pericolo concreto per l’incolumità dei dipendenti: le false accuse diffuse hanno alimentato sentimenti di odio che mettono in serio pericolo la sicurezza dei lavoratori Eni operanti sia in Italia che all’estero, nonché delle loro famiglie; c) violazione degli obblighi di tutela della sicurezza: la diffusione di contenuti che alimentano l’odio verso l’azienda e i suoi lavoratori ha compromesso l’obbligo del datore di lavoro di garantire la sicurezza dei propri dipendenti ai sensi D.lgs. 81/2008. 3. Configurazione dell’illecito civile e responsabilità aggravata Le condotte poste in essere da ReCommon ETS integrano gli estremi dell’illecito di cui all’art. 2043 del Codice Civile, configurando un fatto doloso che ha cagionato ad Eni un danno ingiusto, aggravato dalla circostanza che le false informazioni diffuse hanno alimentato sentimenti di odio e ostilità. 4. Danno all’immagine, alla reputazione e alla sicurezza Le false affermazioni diffuse anche da ReCommon ETS hanno causato e continuano a causare: a) grave danno all’immagine e alla reputazione di Eni, società quotata sui mercati nazionali ed internazionali la cui credibilità costituisce asset fondamentale; b) danno alla sicurezza dei lavoratori: le manifestazioni di protesta già verificatesi presso la sede di San Donato Milanese dimostrano il concreto pericolo per l’incolumità del personale in Italia come all’estero; c) danno alle relazioni commerciali e istituzionali: il clima di ostilità alimentato compromette i rapporti con partner e istituzioni; d) danno alle famiglie dei dipendenti: l’odio generato, fomentato e alimentato verso ENI si riflette inevitabilmente sui familiari dei lavoratori anche in paesi lontani dove, ancora negli ultimi giorni, hanno, per motivi legati alla vicenda irresponsabilmente strumentalizzata anche dalla signora Eva Pastorelli, perso la vita molti innocenti in attentati fomentati dallo stesso clima d’odio scatenato da dichiarazioni come quelle rese nel corso della citata trasmissione RAI e pubblicate sul sito di ReCommon ETS. Come evidenziato dalla Cassazione Civile Sezione III, sentenza n. 19036 del 6 Luglio 2021, “il danno all’onore e alla reputazione non è in re ipsa, identificandosi il danno risarcibile con le conseguenze della lesione, (…) assumendo rilevanza la diffusione dello scritto e la gravità dell’offesa (…)”. -------------------------------------------------------------------------------- RISPOSTA DI RECOMMON SUL PRESUNTO INCITAMENTO ALL’ODIO E PERICOLO PER L’INCOLUMITÀ DEI LAVORATORI E SUGLI ULTERIORI PROFILI DI PRESUNTA RESPONSABILITÀ Oltre ai contenuti delle dichiarazioni, fondati su fonti autorevoli, anche le modalità con cui la signora Pastorelli si è espressa durante l’intervista e nell’articolo pubblicato il 18 dicembre 2025 sul sito di ReCommon sono rispettose e professionali, in alcun momento scomposte ovvero incitanti all’odio nei confronti dell’azienda e tantomeno dei suoi dipendenti. Sorprende che un’azienda della caratura internazionale di ENI si lanci – senza alcun elemento a supporto – in pesanti accuse nei confronti di una ONG e di una sua esponente, preannunciando azioni risarcitorie, per avere reso note circostanze sull’attività di ENI tutte puntualmente documentate. In particolare, si respinge con fermezza l’accusa di contribuire ad alimentare un clima di odio ed ostilità che avrebbe già prodotto una serie di “conseguenze concrete e pericolose” per l’incolumità dei dipendenti e per la violazione degli obblighi di sicurezza sul lavoro (punti b e c) della diffida sopra riportati), la cui infondatezza risulta talmente evidente da non richiedere ulteriori precisazioni. Quanto poi al preteso “supporto” di una manifestazione di protestadi movimenti Pro Palestinapresso la sede aziendale di San Donato Milanese (punto a della diffida), a cui in realtà la Signora Eva Pastorelli e ReCommon ETS sono totalmente estranei, si consideri se non altro l’obiettivo dato cronologico: la segnalata manifestazione si è svolta il 27 novembre 2025 e, dunque, prima sia della trasmissione di Report (14 dicembre) sia dell’articolo “incriminato” (18 dicembre), che pertanto non possono certo aver “prodotto” questa “conseguenza pericolosa”, come si sostiene invece nella diffida. Nessun illecito civile, tantomeno da responsabilità aggravata può essere dunque imputato all’associazione e alla sua esponente, né in termini di danno all’immagine, che alla reputazione e alla sicurezza dei lavoratori (paragrafi 3 e 4 della diffida). Si ritiene infatti che le informazioni contenute nelle dichiarazioni di Eva Pastorelli rilasciate durante la trasmissione “Report” andata in onda su Rai 3 in data 14 dicembre 2025 e le informazioni contenute nell’articolo comparso sul sito di ReCommon in data 18 dicembre 2025 siano veritiere e sostanziate da evidenza. -------------------------------------------------------------------------------- DIFFIDA+ L’Associazione ReCommon ETS e la Sua rappresentante Eva Pastorelli a: 1. cessare immediatamente ogni ulteriore diffusione delle affermazioni diffamatorie contenute nel servizio del 14 dicembre 2025, e nel successivo articolo comparso sul sito di ReCommon ETS in data 18 dicembre 2025 e tuttora ivi presente; 2. pubblicare una rettifica integrale delle false affermazioni diffuse, sul sito di ReCommon ETS, chiarendo pubblicamente: che nessuna licenza è mai stata concretamente assegnata a Eni per la Zona G; * che Eni non ha mai avviato attività di esplorazione o estrazione nell’area; * che Eni non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro; * che Eni ha correttamente svolto la due diligence sui diritti umani; * che Ithaca, di cui a seguito della transazione Eni è diventata azionista, è una società quotata con una base azionaria diffusa, che non ha riportato vantaggi economici per Delek, altro azionista della stessa società; * che quindi è falso, pericoloso e strumentale assimilare Delek Group ad Ithaca invitando ENI a rivedere i suoi accordi con aziende che continuano “a supportare Israele con il genocidio ancora in corso”; * che ReCommon ETS non ha ottenuto la “rinuncia alle attività esplorative di ENI” (celebrata dalla Signora Eva Pastorelli come una “vittoria collettiva”) poiché come sopra spiegato e provato nessuna attività esplorativa è mai stata posta in essere. 3. pubblicare le scuse per il grave danno arrecato alla reputazione di Eni e per aver alimentato sentimenti di odio e ostilità che mettono a rischio l’incolumità dei lavoratori e delle loro famiglie; 4. astenersi in futuro dal diffondere contenuti che possano alimentare odio, ostilità o sentimenti di vendetta verso Eni, i suoi dipendenti e le loro famiglie, nel rispetto dei principi deontologici del giornalismo”. -------------------------------------------------------------------------------- Nell’osservare conclusivamente che ReCommon ha già risposto in modo puntuale ad una precedente diffida trasmessa dalla Direzione Affari legali di ENI del 27 ottobre 2025, relativa ai medesimi argomenti, con il comunicato del 31 ottobre 2025 diffuso tramite newsletter, per tutti i motivi sopra esposti si respingono le accuse formulate e, nel contempo, ci si rende disponibili a pubblicare l’eventuale documentazione che ENI riterrà di trasmettere sul tema, allo scopo di fornire la più ampia informazione ai propri lettori.
February 5, 2026
ReCommon
Autorizzazione alla permanenza regolare dello zio per il supremo interesse del minore
Il Tribunale per i Minorenni di Roma autorizza la permanenza in Italia, ai sensi dell’art. 31 D.Lgs. 286/1998, dello zio di un minore. Il decreto valorizza il ruolo dello zio come figura familiare di riferimento affettivo e di cura, ampliando l’applicazione dell’art. 31 T.U. Immigrazione anche oltre il nucleo genitoriale, in coerenza con il principio del superiore interesse del minore sancito dalle Sezioni Unite della Cassazione (nn. 21799 e 21803 del 25.10.2010). “Nel caso in esame la compiuta istruttoria ha evidenziato che il minore ha sviluppato un significativo radicamento nel territorio nazionale e lo zio rappresenta risorsa familiare funzionale all’accudimento del minore“. La decisione rappresenta un precedente significativo nel panorama giurisprudenziale, poiché riconosce la possibilità di una deroga alla disciplina ordinaria sul soggiorno anche in favore di parenti diversi dai genitori, quando ciò sia necessario a garantire la stabilità affettiva e lo sviluppo psicofisico del minore. Tribunale per i Minorenni di Roma, decreto del 3 novembre 2025 Si ringrazia l’Avv. Francesca Testini del Foro di Roma per la segnalazione e il commento.
Le cicatrici del petrolio
A Verona una mostra fotografica e una conferenza per far luce sulla devastazione ambientale lasciata dai giganti dell’’oro nero” nel sud della Nigeria. E per raccontare chi lotta per la giustizia e affinché la propria terra torni a essere una fonte di vita Mostra fotografica dal 31/1 al 31/3  Evento speciale con gli autori: Mercoledì 11/2 dalle 18:30 alle 20 Museo africano – Verona Dopo decenni segnati da violazioni dei diritti umani e disastri di ogni genere, le ferite lasciate dallo sfruttamento petrolifero sono ovunque nella regione del Delta del Niger, nel sud della Nigeria: nel gas bruciato nell’aria, nelle terre e acque contaminate, nei conflitti e le divisioni, nell’aspettativa di vita sempre più bassa e nella povertà rimasta lì dove doveva esserci sviluppo. È il lascito di oltre 60 anni di operazioni di alcune delle più grandi multinazionali degli idrocarburi al mondo, su tutte l’italiana Eni (e l’Agip prima di lei) e la britannica Shell. Recentemente queste oil major hanno venduto i propri impianti nel Delta del Niger, per poi spostarsi a sfruttare le più fruttuose licenze in mare aperte. Di fatto hanno lasciato alle imprese locali e al governo nigeriano la responsabilità per le bonifiche e le riparazioni per le comunità impattate dai continui sversamenti. La storia di questa parte di Nigeria e delle comunità che vi abitano e vi continuano a resistere è al centro della mostra fotografica LE CICATRICI DEL PETROLIO, in programma dal 31 gennaio al 31 marzo al Museo africano di Verona, in Vicolo Pozzo,1. L’esposizione parte dal reportage d’inchiesta realizzato l’anno scorso nell’Ogoniland dai giornalisti Marco Simoncelli, Davide Lemmi e Lorenzo Bagnoli. L’iniziativa, realizzata da Fada Collective e IrpiMedia con il sostegno di ReCommon, è tornata a far luce sulla situazione nel delta del fiume Niger a 30 anni dalla morte del noto poeta e scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa, ucciso dal regime militare nigeriano nel novembre del 1995 insieme ad altri otto attivisti proprio a causa della sua lotta in difesa delle terre dell’Ogoniland e della comunità ogoni che vi abita. La battaglia per la giustizia degli ogoni è anche il tema di un evento speciale, una  conferenza organizzata nell’ambito della mostra dalla rivista Nigrizia. L’appuntamento è per mercoledì 11 febbraio al Museo africano, dalle ore 18:30 alle 20:00. Interverranno: Lorenzo Bagnoli di IrpiMedia e Antonio Tricarico di ReCommon, moderatore Roberto Valussi di Nigrizia. LA STORIA È dagli anni Cinquanta che in Nigeria si estrae petrolio. Tra le prime a investire nel paese c’è la britannica Shell. Meno di un decennio dopo anche l’ENI è arrivata nel Paese africano per trivellare le terre del Delta del Niger. I proventi della ricchezza derivante dello sfruttamento dell’oro nero, però, non sono mai stati distribuiti equamente: sono rimasti nelle mani di pochi gruppi di potere. Nel frattempo, le popolazioni che vivono negli Stati più ricchi di risorse pagano il costo ambientale dello sfruttamento petrolifero, senza benefici diretti. È questo il contesto in cui negli anni Novanta nasce la protesta che porterà poi alla fine delle trivellazioni di Shell, nel 1993. Tra le figure simbolo di quella mobilitazione c’è sicuramente Ken Saro-Wiwa, leader del Movimento per la sopravvivenza del popolo ogoni (Mosop). L’attivista e scrittore è stato giustiziato il 10 novembre 1995 a Port Harcourt dal regime del generale Sani Abacha. Wiwa venne ritenuto “colpevole” di essere l’autore di pamphlet incendiari che denunciavano le devastazioni inferte alla sua terra in nome del petrolio, ma soprattutto di essere il portavoce delle rivendicazioni della propria etnia ogoni, maggioritaria nella regione, vessata dal governo e da Shell. INFORMAZIONI  Ingresso Mostra e visita al Museo africano biglietto unico intero 5.00€ Ampio parcheggio interno ORARI DI APERTURA  Da Martedì a Venerdì: 8.30-14.30 (ultimo ingresso ore 14) Sabato e domenica: 15-18 Giorno di chiusura: lunedì   Museo africano – Fondazione Nigrizia onlus, vicolo Pozzo 1, 37129 Verona tel. +39 045 8092199   info@museoafricano.org www.museoafricano.org
January 28, 2026
ReCommon
In Tunisia, Gabès scende in piazza anche contro l’idrogeno verde
Per i corridoi di Bruxelles, transizione energetica fa rima con idrogeno verde. Il Green Deal europeo individua nella variante “verde” – prodotta con elettricità da fonti rinnovabili e priva di emissioni dirette di CO₂ – uno dei pilastri della decarbonizzazione dell’ industria pesante, trasporti e produzione elettrica prevista entro il 2050. Con il piano REPowerEU, lanciato nel marzo 2022 in risposta alla crisi energetica e alla dipendenza dai combustibili fossili russi, l’idrogeno verde è stato elevato a leva strategica per sicurezza energetica e transizione ecologica dell’UE. Nonostante l’enfasi sull’autonomia europea, il piano guarda però ben oltre i confini di Schengen: Bruxelles punta a sfruttare siti produttivi costruiti lungo la sponda sud del Mediterraneo, in Nord Africa. In questo scenario, la Tunisia emerge come partner cruciale. Già collegata all’Europa dal gasdotto Transmed, che collega Algeria e Italia, il paese è oggi al centro delle ambizioni europee di creare un hub per la produzione e l’esportazione di idrogeno verde. Negli anni della presidenza Kais Saied, che segna il ritorno all’autoritarismo e alla centralizzazione del potere, gli incontri a porte chiuse e i forum industriali sull’idrogeno verde si sono moltiplicati a Tunisi. A maggio 2024, un governo nominato direttamente dal presidente, senza l’inclusione di un parlamento ormai svuotato del proprio ruolo di rappresentanza, ha presentato la strategia tunisina per l’idrogeno verde. L’obiettivo è produrre 8,3 milioni di tonnellate entro il 2050, di cui quasi 6 milioni destinate all’esportazione e poco più di 2 milioni per il mercato interno e derivati. Per raggiungerlo, la Tunisia dovrà sviluppare circa 100 GW di capacità da fonti rinnovabili, superando di gran lunga l’attuale capacità installata. Al centro della strategia si trova il SouthH2 Corridor, un mega gasdotto di 3.300 km promosso dall’italiana Snam divenuto Progetto di Interesse Comune a livello europeo, che mira a collegare il Nord Africa alla Germania e al mercato UE. Secondo un accordo tra Italia, Germania e Austria, il corridoio dovrebbe diventare uno dei cinque principali assi per importare 10 milioni di tonnellate di idrogeno rinnovabile entro il 2030. I piani tunisini fissano però gli obiettivi principali al 2050. Nonostante le rassicurazioni di Belhassen Chiboub, Direttore Generale dell’Elettricità e della Transizione Energetica presso il Ministero dell’Industria, secondo cui la transizione energetica rappresenta per la Tunisia una «necessità climatica e un’opportunità economica», la maggior parte della produzione prevista non contribuirà al fabbisogno interno di energia verde. Eppure, il mix energetico nazionale tunisino resta fortemente dipendente dai combustibili fossili: l’88% dell’energia primaria e il 97% dell’elettricità provengono ancora in gran parte dal gas naturale algerino. La strategia europea alimenta crescenti preoccupazioni tra la società civile e i movimenti ambientalisti, che temono che i bisogni europei vengano anteposti a quelli locali. Nonostante un clima di repressione sempre più rigido, le rivendicazioni per una reale sovranità energetica continuano a moltiplicarsi. A Gabès, città portuale del sud-est destinata a ospitare la futura “valle dell’idrogeno verde”, la popolazione si mobilita contro un progetto percepito come estrattivista e ingiusto. Da oltre mezzo secolo, la città vive soffocata dalle emissioni del Groupe Chimique Tunisien (GCT), gruppo pubblico produttore di fertilizzanti a base di fosfati. Nell’ottobre scorso, Gabès è stata teatro di alcune delle più imponenti mobilitazioni ambientali mai registrate nel paese, in seguito a una crisi sanitaria provocata dalle esalazioni tossiche degli impianti del gruppo. Paradossalmente, proprio il GCT è stato scelto dal governo come sito pilota per la prima produzione di idrogeno verde in Tunisia. GABÈS, FUTURO CROCEVIA DELL’IDROGENO VERDE? A lungo rimasta a livello progettuale, la nuova strategia tunisina per l’idrogeno verde — spesso indicata come la futura “H2 Valley” — ha preso slancio nel 2024 con la firma di sette memorandum d’intesa tra il governo tunisino e diverse compagnie straniere. Tra i firmatari figurano: HDF Energy (Francia), Savannah Energy (Regno Unito), DEME Hyport (Belgio), ABO Energy (Germania), un partenariato tra Amarenco (Franco-Irlanda) e H2 Global Energy (Zurigo),  un consorzio formato da Verbund (Austria), Aker Horizons (Norvegia) e TuNur (Regno Unito/Malta) e H2Noto, il più grande di tutti i progetti proposti in Tunisia guidato dalla francese Total Energies, assieme a Verbund (Austria) e EREN Groupe (Lussemburgo). «Questi accordi non costituiscono ancora contratti vincolanti: servono soprattutto a posizionare la Tunisia e a creare un quadro di fiducia. Le aziende possono così avviare gli studi preliminari, sapendo che il paese sostiene il progetto e ne prepara l’attuazione futura», spiega un membro del Comitato direttivo sull’idrogeno verde presso il Ministero dell’Energia a Tunisi. A seguito di questi annunci, numerose altre compagnie hanno manifestato interesse a investire nella filiera tunisina, tra cui CMMZE (Monaco), che ha annunciato l’avvio di progetti di produzione di idrogeno verde nel sud-est della Tunisia, e le italiane Eni ed Enel. Incontro del Presidente Meloni con il Presidente della Repubblica tunisina, Kais Saied, Tunisi, 17/04/2024, foto governo.it, CC-BY-NC-SA 3.0 IT Lo sviluppo di progetti di idrogeno verde è in effetti menzionato nella Relazione sullo stato di attuazione del Piano Mattei per l’Africa, redatta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri italiano. Nel luglio 2024, una delegazione composta da Enel ed Eni ha incontrato a Tunisi il Ministero dell’Energia per discutere la creazione di un progetto pilota di idrogeno verde nel Cap Bon. Un mese più tardi, l’iniziativa si è concretizzata nella formazione di un gruppo di lavoro tecnico con rappresentanti italiani e tunisini. Il sito potenziale individuato dal partenariato Roma–Tunisi si troverebbe accanto alla stazione di compressione SERGAZ di El-Hawariya, nel punto in cui il gasdotto Transmed si immerge nel Mediterraneo in direzione della Sicilia. Mentre le proposte e gli incontri si moltiplicano, un solo progetto sembra però avanzare rapidamente: la creazione di una prima unità commerciale per la produzione di ammoniaca verde a Gabès, prevista tra il 2025 e il 2030. L’ammoniaca è fondamentale per trasformare le rocce fosfatiche estratte nel bacino minerario di Gafsa in fosfato di ammonio (DAP), fosfato bi-calcico (DCP) e fosfato monoammonico (MAP), tutti fertilizzanti usati in agricoltura industriale, prodotti dal Gruppo Chimico Tunisino (GCT) di Gabès. Attualmente, l’ammoniaca “grigia” prodotta in Tunisia deriva dall’azoto dell’aria e dall’idrogeno ottenuto da combustibili fossili. Nel progetto pilota di Gabès, l’idrogeno sarà sostituito dalla versione “verde”, prodotta da energie rinnovabili, e il processo sarà integrato direttamente nell’impianto pubblico di fertilizzanti del GCT, situato nel porto industriale di Ghannouch, a ovest di Gabès. Secondo la roadmap governativa, il progetto produrrà annualmente circa 220 tonnellate di H2V e 630 tonnellate di ammoniaca verde. Per alimentare l’impianto, il GCT prevede di costruire un parco fotovoltaico da 8 MW collegato alla rete nazionale (STEG), nelle campagne attorno a Gabès, in particolare a Oudhref, a 18 km dalla compagnia. Tutti gli altri componenti saranno installati nel complesso industriale di Ghannouch. Il progetto comprende anche un impianto di desalinizzazione, un elettrolizzatore, un’unità di sintesi Haber-Bosch, un sistema di stoccaggio dell’idrogeno e una cella a combustibile che utilizzerà il 30% dell’H2V per garantire un’alimentazione continua. Pur non essendo ancora destinato all’export, il sito rappresenta un primo passo verso la produzione commerciale. Gabès riveste un ruolo strategico anche nelle opzioni di tracciato della Tunisia per un nuovo gasdotto d’idrogeno: la città è inclusa nel percorso del progetto SouthH2Corridor, sostenuto da Tunisia, Italia, Germania, Austria e Algeria. Il gasdotto per il trasporto dell’idrogeno verde promosso da Snam, si conferma infrastruttura energetica di punta del Piano Mattei e del piano infrastrutturale europeo EU Global Gateway, e collegherebbe il Nord Africa alla Germania, seguendo la costa di Gabès fino al Cap Bon e proseguendo poi verso l’Italia e l’Austria. Oltre al gasdotto, anche la nuova interconnessione elettrica tra Tunisia e Italia passerà per Gabès con il corridoio “Eleni” o Italy–Tunisia Interconnector, che collegherà la città a Mazara del Vallo in Sicilia, lungo 200 km. I lavori saranno realizzati dal gruppo italiano Prysmian, con un contratto da 460 milioni di euro, e cofinanziati dall’UE come progetto prioritario per l’integrazione dei mercati energetici. I lavori dovrebbero partire nel 2026, con messa in servizio prevista tra 2028 e 2029, realizzati dalla STEG tunisina e dall’operatore italiano Terna. Il progetto pilota per la produzione di idrogeno verde del GCT ha riportato Gabès al centro degli interessi delle compagnie energetiche e minerarie. Da alcuni anni, la città ospita il salone Petrogaz-Ener, che riunisce decisori politici e imprese del settore energetico di tutto il mondo, dal petrolio e gas alle rinnovabili. Ma l’identificazione di Gabès come futuro hub dell’idrogeno verde è tutt’altro che neutrale: per molti abitanti, riapre la memoria di un passato industriale percepito come una forma di occupazione interna. Negli anni ’70, sotto la presidenza di Habib Bourguiba e nel pieno della politica di industrializzazione avviata dopo l’indipendenza, Gabès è stata scelta come sede del Groupe Chimique Tunisien (GCT), grande complesso pubblico dedicato alla trasformazione dei fosfati estratti dal bacino minerario di Gafsa. Nel tempo, attorno al GCT si sono installate numerose altre industrie chimiche e parachimiche — impianti di produzione di acido fosforico, ammoniaca, acido solforico e cementifici — fino a formare una delle aree industriali più dense e inquinate del Mediterraneo. Oggi, l’arrivo annunciato dell’idrogeno verde si somma a un territorio già al collasso ambientale. UN ECOSISTEMA IN VIA DI DESERTIFICAZIONE Prima di essere trasformata in polo dell’industria chimica, Gabès era soprattutto un centro abitato di poco più di 100.000 abitanti caratterizzato da un ecosistema unico: situato tra deserto e mare, ospita l’unica oasi costiera del Mediterraneo. Qui convivono biodiversità, agricoltura oasiana  – basata su palme da dattero e altre specie fruttifere – e tradizioni millenarie, come la gestione comunitaria dell’irrigazione. Negli anni ’70, il polo industriale di Ghannouch, dove è situato il GCT, è stato accolto con entusiasmo: «pensavamo ci avrebbe portato lavoro», ricordano oggi molti abitanti. Ma l’industria, poco a poco, ha violato e trasformato un ecosistema fragile. Foto dal gruppo facebook Stop Pollution Gabes «Faccio parte di chi ha conosciuto il paradiso che era Gabès, prima degli anni ’70», racconta Mabrouk Jebri, insegnante in pensione e cofondatore dell’Associazione per la Salvaguardia dell’Oasi di Chenini. «L’acqua scorreva ovunque nell’oasi. Ci si poteva bagnare in tutte le stagioni e avevamo frutti in abbondanza». Oggi, le foto appese ai muri dei caffè o conservate negli album di famiglia sono gli unici testimoni di quel tempo passato.  «Gabès vive una siccità profonda che peggiora ogni anno. Da oltre quarant’anni, l’acqua è stata deviata verso il GCT e i cementifici», prosegue Jebri. > «L’acqua scorreva ovunque nell’oasi. Ci si poteva bagnare in tutte le stagioni > e avevamo frutti in abbondanza».  Nell’oasi di Chenini, alle spalle di Gabès, i melograni cadono a terra e si accumulano di fronte alla parcella di Salah Béchir, agricoltore e riferimento nella protezione dell’oasi: «due terzi dei miei frutti marciscono prima di maturare a causa della siccità». Organizzati in turni di gestione collettiva dell’acqua, prima gli agricoltori la ricevevano ogni due settimane. Oggi, nei terreni secchi e crepati la si attende anche fino a tre mesi. «Sono trentatré giorni che non ricevo una sola goccia», lamenta Béchir. Mentre sono sempre di più gli agricoltori che abbandonano la loro parcella, chi rimane si ritrova spesso a comprare l’acqua a prezzi maggiorati per poter continuare le proprie attività agricole. Secondo l’annuario sull’utilizzo delle falde profonde tunisine del 2019, lo sfruttamento delle acque sotterranee da parte del settore industriale nel governatorato di Gabès è stato di 4,58 milioni di m³ provenienti dalla falda, circa tre volte e mezzo il volume di acqua potabile dichiarato dalla compagnia pubblica delle acque, la SONEDE, stimato nel 2020 in 1,346 milioni di m³. Con l’esaurirsi dell’acqua dolce, il territorio subisce progressivamente l’intrusione di acqua salata, dovuta all’infiltrazione del mare nelle falde che si abbassano. «Specie di alberi un tempo comuni, come i peschi e i meli, stanno scomparendo», denuncia Jebri. Il governatorato dipende già dal vicino impianto di desalinizzazione di Zarat, che opera però solo a metà capacità, con frequenti interruzioni dovute ai picchi di domanda che mettono sotto pressione la rete idrica locale. Oltre alla scarsità d’acqua, un altro fattore alimenta rabbia e malessere tra gli abitanti: il complesso industriale di Ghannouch, affacciato sul lungomare e adiacente alla città, ospita tre stabilimenti del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Il primo produce acido fosforico, il secondo fosfato diammonico (DAP) e il terzo ammonitrato. Insieme costituiscono il cuore industriale della regione, con diverse migliaia di lavoratori. Ogni giorno, queste fabbriche scaricano in mare 14.000 tonnellate di fosfogesso, residuo della trasformazione del fosfato in acido fosforico. Sulle spiagge vicine, il materiale forma una schiuma nera e tossica, contenente fluoro, zinco e numerosi metalli pesanti. foto dal gruppo facebook Stop pollution Gabes Le concentrazioni di cadmio in questo fango superano di quasi 1.000 volte i limiti previsti dalle normative di riferimento, senza considerare gli altri metalli pesanti misurati. In quattro decenni, quasi il 93% della biodiversità marina della zona è scomparso, trasformando il fondale del golfo di Gabès, uno dei principali siti di riproduzione per diverse specie del Mediterraneo, in un deserto. > «I pesci sono più intelligenti di noi: se ne sono andati tutti» «I pesci sono più intelligenti di noi: se ne sono andati tutti», commenta Jebri. Se il mare è diventato un enorme scarico, neanche l’aria della città è risparmiata. La qualità dell’aria a Gabès presenta livelli preoccupanti di inquinanti atmosferici, ma i dati sono confusi e insufficienti a causa dei mancati controlli. Secondo l’ANPE (Agenzia Nazionale per l’Ambiente), nel 2017-2018, la concentrazione di idrogeno solforato (H₂S) ha superato regolarmente il limite di 200 µg/m³. Nello stesso anno, la concentrazione media di PM10 nella stazione fissa di Gabès era di 77 µg/m³, superiore alle linee guida dell’OMS (40–60 µg/m³). Già nel 2008, le stazioni del Rete Nazionale di Controllo della Qualità dell’Aria (RNSOA) avevano registrato 7 superamenti del limite per PM10, con una media annua di 139,5 µg/m³, e altri superamenti del limite per l’anidride solforosa (SO₂). Questi dati evidenziano una violazione sistematica delle norme internazionali sulle emissioni gassose degli stabilimenti industriali, con gravi danni per l’ambiente e la salute umana. I medici e la popolazione confermano un aumento di malattie respiratorie, tumori e infertilità tra gli abitanti di Gabès. Le attività altamente inquinanti del GCT sono note e denunciate da decenni. In città, la compagnia è soprannominata El-Ghoul (“il mostro”), un epiteto che riflette l’ampiezza del suo impatto ambientale e sanitario. Mabrouk Jebri figura tra i primi militanti ad aver osato denunciare la situazione durante la dittatura di Ben Ali: all’inizio degli anni ’90 ha creato i primi spazi di discussione sulla questione ambientale nel cuore dell’oasi di Chenini, oggi punto di riferimento per il dibattito ecologico e sede di numerose attività culturali e di sensibilizzazione. Con l’apertura di nuovi spazi di parola, dopo la rivoluzione del 2011 le mobilitazioni si sono intensificate. Gli abitanti di Gabès si sono organizzati in movimenti e collettivi di base, tra cui il noto Stop Pollution. «Siamo un gruppo di cittadini e cittadine che lotta contro il GCT fin dalla rivoluzione», spiega Khayreddine Debaya, militante. «Abbiamo scelto una struttura orizzontale, senza costituirci formalmente in associazione, per restare indipendenti da fondi esterni e liberi da ogni strumentalizzazione. Rappresentiamo la cittadinanza». Una scelta che ha permesso al movimento di non essere coinvolto nell’ondata di inchieste giudiziarie del 2025 sui finanziamenti esteri alle associazioni della società civile. Nel 2017, prima del colpo di Stato di Kais Saied del 2021, le forti mobilitazioni hanno spinto le autorità a promettere lo smantellamento degli impianti più inquinanti e la fine dello scarico in mare del fosfogesso. La decisione ministeriale del 29 giugno 2017 prevedeva l’adeguamento agli standard ambientali internazionali e la delocalizzazione del sito produttivo. Tuttavia, gli impegni sono rimasti lettera morta e le strutture si sono ulteriormente deteriorate. Da allora, il GCT continua a lavorare giorno e notte e gli incidenti si sono moltiplicati. A gennaio 2019, per esempio, diversi video mostravano fumo arancione e bicarbonati fuoriuscire da una ciminiera, seguiti da malori dei residenti. UNA NUOVA MOBILITAZIONE CON RADICI STORICHE Dall’inizio di ottobre 2025, una storica ondata di proteste scuote nuovamente Gabès. La causa: l’ospedalizzazione, questa volta, di oltre 310 persone per intossicazione da gas del GCT. Sui social network, video di bambini colti da vertigini e malori in ospedali sovraffollati sono diventati virali, spingendo migliaia di cittadini in strada. Il 21 ottobre, la sezione regionale dell’Unione Generale Tunisina del Lavoro e le associazioni locali hanno indetto uno sciopero generale. L’intera città si è fermata: più di 100.000 persone sono scese in piazza, secondo Stop Pollution, in quella che potrebbe essere la più grande mobilitazione ambientalista della storia del paese. «Il popolo vuole lo smantellamento delle fabbriche!», «Respirare è un diritto», «Non siamo Chernobyl» e altri slogan scandiscono le manifestazioni, represse dalle forze di polizia. La Lega tunisina per la difesa dei diritti umani (LTDH) ha denunciato il 20 ottobre il «ricorso alla repressione della sicurezza per soffocare i movimenti di protesta», registrando 89 arresti, di cui 20 minori. Parallelamente, negli ultimi anni si sono sviluppate azioni locali contro i progetti di idrogeno verde in Tunisia. «Fermate chiunque per strada a Gabès, vi parlerà di idrogeno verde», afferma Khaireddine Debaya. «Installare il progetto pilota a Gabès ha un forte valore simbolico ed è un grave errore. Qui siamo già organizzati, formati e consapevoli delle conseguenze di nuovi progetti distruttivi». Dai militanti agli abitanti comuni, la questione idrogeno verde ha raggiunto persino le tribune degli ultras dell’Avenir Sportif de Gabès (ASG), ormai coinvolti nelle manifestazioni ambientali. Ad aprile 2024, un gruppo di militanti si è radunato davanti alla sede della cooperazione tedesca a Tunisi, in occasione della Giornata mondiale contro il colonialismo, rispondendo all’appello di associazioni locali, sindacati, partiti e attivisti pro-palestinesi. La GIZ, principale partner straniero del Ministero delle Miniere e dell’Energia, è stata criticata per il suo programma definito “neo-coloniale”, accusata di guidare la strategia sull’idrogeno verde in Tunisia. > «l’idrogeno verde si aggiunge alla montagna di problemi che abbiamo a Gabès, > perché aumentare il carico?» Un anno dopo, a maggio 2025, una manifestazione locale ha riunito diverse centinaia di persone a Gabès contro «neocolonialismo e saccheggio energetico». Diverse fasce della popolazione – giovani, pensionati, operai, ultras – hanno espresso la loro preoccupazione: «l’idrogeno verde si aggiunge alla montagna di problemi che abbiamo a Gabès, perché aumentare il carico?». Oltre a servire principalmente i bisogni europei, la “valle dell’idrogeno verde” potrebbe avere gravi conseguenze sull’ambiente, soprattutto per l’acqua necessaria in grandi quantità. I sostenitori assicurano che sarà usata solo acqua desalinizzata e reflui trattati grazie a un impianto giapponese da 6.000 m³ al giorno, ma l’impatto ecologico solleva dubbi. Studi internazionali evidenziano che desalinizzare è più inquinante e dispendioso di quanto previsto: per produrre un litro servono due litri di acqua di mare. La salamoia risultante, spesso trattata chimicamente, diventa tossica, peggiorando l’inquinamento marino e aumentando la temperatura dell’acqua, già elevata a Gabès per la contaminazione del GCT. Un video della presidenza tunisina del 1 ottobre 2025, dopo la prima ondata di ospedalizzazioni, interroga sulle posizioni ufficiali. Kais Saied ha accusato l’assenza di manutenzione del GCT e ricordato di aver incontrato prima delle elezioni del 2019 i movimenti di Gabès che propongono soluzioni locali e «rifiutano l’idrogeno verde». A fine settembre, il presidente denunciava «l’assassinio» dell’ambiente a Gabès, definendo «crimine» la politica industriale di mezzo secolo, pur difendendo il rilancio della produzione di fosfati come pilastro economico del Paese. Solo qualche mese prima, infatti, il governo annunciava l’obiettivo di quintuplicare la produzione entro il 2030. Di fronte alle proteste di ottobre 2025, il governo ha riportato la questione GCT sul tavolo. La Tunisia sarebbe pronta a far affidamento sulla Cina per modernizzare le unità del GCT, filtrare le emissioni e ridurre l’inquinamento. Wan Li, ambasciatore cinese in Tunisia, ha recentemente confermato questa informazione ai media tunisini. La modernizzazione di impianti vetusti, però, non risponde alla principale rivendicazione del movimento, che chiede di “smantellare le unità produttive” della GCT. Dopo anni di promesse mancate, i manifestanti rifiutano ormai ogni compromesso. La loro richiesta di smantellamento ha un precedente in Tunisia: nel 2019, il governo chiuse definitivamente la SIAPE, la compagnia tunisina produttrice di TSP (un fertilizzante fosfatico concentrato) dopo vent’anni di mobilitazioni nella città di Sfax. L’impianto emetteva fumi acidi simili a quelli di Gabès e produceva fosfogesso. Oggi, la definizione di “transizione verde” promossa dalla retorica governativa e industriale — che punta a finanziare il progetto pilota di idrogeno verde e a implementare l’export prima ancora di affrontare la crisi sanitaria e ambientale locale — appare sempre più distante dalle aspettative di una cittadinanza unanime e contraria. A Gabès, persino la questione del lavoro ha ceduto il passo alle rivendicazioni ecologiche: per le strade, l’obiettivo è uno solo, la salvaguardia e l’abitabilità di un territorio sacrificato.
January 28, 2026
ReCommon
Coppie di fatto e iscrizione anagrafica: è un diritto anche per il cittadino straniero senza PdS
Il Tribunale di Roma conferma l’orientamento prevalente della giurisprudenza riconoscendo il diritto all’iscrizione anagrafica al cittadino straniero privo del titolo di soggiorno che convive con un cittadino italiano o UE (con cui costituisce una coppia di fatto) e ha stipulato con questo un contratto di convivenza. I Giudici hanno ritenuto che, in ragione della documentata sigla da parte dei ricorrenti del contratto di convivenza ai sensi dell’art.1 comma 50 e ss. della l.76/2016, il diniego comunicato dal Municipio IX di Roma Capitale non è coerente con gli obiettivi della Direttiva 38/2004/CE e, in particolare, con l’art 3, comma 2, della medesima direttiva, recepita dall’Italia con il D.Lgs.30/2007 il quale, agli art. 3, comma 2, lett. b ed art. 9, comma 5, lett. c bis, espressamente prevede ai fini dell’iscrizione anagrafica per i familiari del cittadino dell’Unione europea, che non hanno un autonomo diritto di soggiorno, la necessità di presentare “documentazione attestante l’esistenza di una stabile relazione con il cittadino dell’Unione”. Tribunale di Roma, decreto del 17 aprile 2025 Si ringrazia l’Avv. Loredana Leo per la segnalazione.
Clima e salute mentale, nuovo studio su Ecoansia: “Nel 44% dei giovani italiani la crisi climatica ha un impatto sul benessere psicologico”
ROMA, 16.12.25 – L’emergenza climatica ha un impatto anche sulla salute mentale e sul benessere psicologico, in particolare su quello dei giovani italiani, alimentando sentimenti di ansia, sfiducia e rabbia nei confronti del futuro. È quanto emerge dalla prima indagine sull’ecoansia condotta su un ampio campione di giovani italiani tra i 18 e i 35 anni, realizzata dall’Istituto Europeo di Psicotraumatologia e Stress Management (IEP) per conto di Greenpeace Italia e ReCommon, con la collaborazione di Unione degli universitari (UDU) e Rete degli studenti (RdS), e pubblicata sul Journal of Health and Environmental Research. I dati sono stati raccolti tra giugno e novembre 2024 con un questionario diffuso dalle associazioni studentesche in scuole e università italiane e online, compilato da 3.607 persone. Dalle risposte, emerge che il 41% dei giovani intervistati associa il tema del cambiamento climatico a sentimenti di ansia per il futuro, il 19% a una sensazione di rabbia e frustrazione, il 16% ad impotenza e rassegnazione. Solo l’1% ha risposto affermando di sentirsi responsabile o di avere dei doveri nei confronti del Pianeta. Infine, per il 44% l’ansia generata dal cambiamento climatico ha un effetto negativo sul benessere psicologico nella vita di tutti i giorni.   «Il cambiamento climatico non è solo un problema ambientale ma è diventato a tutti gli effetti una crisi emotiva e valoriale che interessa profondamente i giovani italiani, incidendo sul modo in cui immaginano il futuro, sulle decisioni quotidiane e persino sulle relazioni sociali», spiega Rita Erica Fioravanzo, presidente dello IEP. «Per tutelare i giovani, dobbiamo riconoscere la gravità del loro disagio e affrontarlo insieme alle cause strutturali del cambiamento climatico». foto ©Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon L’analisi evidenzia forti collegamenti tra l’ecoansia e un maggiore disagio psicologico generale, evidente non solo tra i giovani che sono stati colpiti direttamente da eventi climatici estremi, come alluvioni e ondate di calore, ma anche tra coloro che possiedono semplicemente una consapevolezza della minaccia climatica. Particolarmente colpiti risultano i giovani che vivono al Sud e nelle Isole, i quali presentano in media sia più preoccupazione per gli effetti della crisi climatica, sia in alcuni casi sintomi psicologici più intensi, come ad esempio insoddisfazione, ruminazione e ansia. Dall’analisi emerge che l’impatto del cambiamento climatico sul disagio psicologico è prevalentemente indiretto ed è mediato da tre fattori psicologici: l’ecoansia, il pessimismo nei confronti del futuro e, soprattutto, la mancanza di scopo nella vita. L’analisi meticolosa delle risposte conferma la presenza diffusa di forte sfiducia, rabbia e frustrazione, sentimenti che sembrano prevalere nettamente sulla percezione della propria capacità individuale di poter contrastare le conseguenze dei cambiamenti climatici. «L’emergenza climatica incide drasticamente sulla nostra vita, con impatti ambientali già molto visibili. Questa indagine mostra che è anche una questione di salute mentale, che non possiamo continuare a ignorare», dichiara Simona Abbate della campagna Clima di Greenpeace Italia. «Chiediamo al governo di riaccendere la speranza nel futuro agendo contro le cause della crisi climatica e facendo pagare ai suoi principali responsabili, le aziende del gas e del petrolio, i danni che stanno causando con le loro emissioni, oltre a garantire un supporto concreto alla salute delle persone, inclusa quella mentale, minacciata dagli effetti diretti e indiretti dei cambiamenti climatici».
December 19, 2025
ReCommon
“Paesi sicuri” e rimpatri: la nuova stretta dell’UE
Il Consiglio europeo ha dato il via libera l’8 dicembre a un accordo che definisce i criteri per i cosiddetti “Paesi sicuri”, con l’intento di aprire la strada a procedure di rimpatrio più rapide per le persone migranti. Insieme al nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, è un segnale di profonda trasformazione verso un sistema che si baserà su detenzione, deportazioni e sorveglianza. L’accordo è stato raggiunto venendo incontro alle richieste italiane, però, non è passato all’unanimità: Spagna, Grecia, Francia e Portogallo hanno votato contro, ma la maggioranza qualificata ha permesso comunque l’approvazione. Ora il testo dovrà essere negoziato con il Parlamento europeo prima dell’approvazione definitiva. Il nuovo Regolamento introduce un primo elenco comune dei “Paesi di origine sicuri”, insieme alla possibilità di designare “Paesi terzi sicuri” dove le persone migranti potrebbero essere deportate e dove le loro domande di asilo potrebbero essere esaminate. Tra le novità principali, che attaccano ulteriormente il diritto di asilo, spiccano le procedure di esame accelerate (come già avviene in Italia con la cd. procedura accelerata), la possibilità di respingere le domande ritenute “inammissibili” e la creazione di centri di rimpatrio fuori dall’Ue, i cosiddetti “return hub”, di fatto in continuità con il “modello Italia- Albania” prima della bocciatura imposta dalla sentenza della CGUE. Comunicati stampa e appelli/Giurisprudenza europea LA CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UE BOCCIA IL “MODELLO ALBANIA” Tavolo Asilo e Immigrazione: «Decisione che smentisce in modo radicale la linea del governo italiano» 1 Agosto 2025 Gli Stati membri potranno applicare il concetto di “Paese terzo sicuro” in tre modi: se esiste un legame con il richiedente, se la persona ha transitato per quel Paese, o se esiste un accordo con il “Paese terzo” che garantisca l’esame della domanda. L’applicazione di questo concetto non dovrebbe essere possibile per i minori non accompagnati, sempre che le procedure sommarie di identificazione dell’età, come spesso avviene, non li considerino già maggiorenni. Le nuove procedure permettono inoltre di ridurre la permanenza negli Stati UE durante i ricorsi contro le decisioni di inammissibilità, pur mantenendo la possibilità di rivolgersi a un tribunale. Un regolamento che ha quindi il chiaro intento di ridurre drasticamente le tutele delle persone migranti, in particolare dei e delle richiedenti asilo, e che replica l’atteggiamento muscolare e violento delle politiche trumpiane.  Molte sono le critiche che si sono levate contro, anche rispetto alla narrazione trionfante del governo italiano che per bocca di Piantedosi ha definito i «centri in Albania come il primo esempio» e che, da ora, potranno ripartire con gli obiettivi iniziali.  Infatti, osserva il giurista Fulvio Vassallo Paleologo su ADIF che «la decisione del Consiglio sui Paesi terzi sicuri, senza il voto del Parlamento europeo, non è un atto legislativo immediatamente esecutivo, e non legittima i centri di detenzione esternalizzati in Albania, che restano privi di base legale», sottolineando come la misura continui ad essere in contrasto con la sentenza della Corte di Giustizia UE dell’1 agosto 2025. Anche per Paleologo, la proposta del Consiglio europeo «va a svuotare la portata effettiva del diritto d’asilo. Non solo cancella il diritto alla protezione, ma accelera le espulsioni e prevede l’esternalizzazione delle procedure forzate in paesi terzi, anche se questi non hanno sottoscritto o applicano solo parzialmente la Convenzione di Ginevra». Il giurista evidenzia inoltre che «i criteri di collegamento tra migrante e paese terzo, previsti dal regolamento originario, sono considerati troppo vincolanti dai governi dell’Ue, che li vogliono superare per rendere più agevoli i rimpatri forzati». Chiara Favilli, docente di diritto europeo, aggiunge sulla newsletter Frontiere di Internazionale che «non è ancora chiaro quali siano le fonti su cui si basa l’elenco dei paesi sicuri. La lista compilata dagli Stati europei non elimina la necessità di controllare le condizioni reali nei paesi considerati sicuri. Per le persone provenienti da questi stati sarà possibile essere trasferite in paesi non europei, come Albania o Uganda. Ma non basta che l’Europa dichiari un paese sicuro: questo deve essere verificato». Ugualmente sottolinea i rischi concreti: «È plausibile che l’Albania venga usata per i rimpatri più che per i richiedenti asilo, perché il regolamento sui rimpatri è più vago. Se la riforma andrà avanti, l’Unione europea dovrà affrontare una serie di contenziosi e ricorsi giudiziari. Le persone trasferite in Albania faranno ricorso, contestando la violazione dei loro diritti alla difesa, alla salute e altre garanzie fondamentali. Questo è un tradimento dell’identità giuridica e culturale dell’UE». La nuova lista dei paesi di origine definiti “sicuri” dall’UE è una forzatura alla quale ha contribuito l’Italia: almeno tre dei Paesi rispondono a richieste esplicite del governo italiano. Come osserva Alessandra Sciurba, docente di diritto internazionale e dei diritti umani, «attribuire a questi paesi la qualifica di sicuri è una contraddizione evidente rispetto alle evidenze documentate. Significa ignorare i rischi concreti a cui i migranti sono esposti e rende più vulnerabili persone già fuggite da persecuzioni, conflitti e discriminazioni». L’esperta sottolinea poi le violazioni documentate da Amnesty International tra il 2024 e il 2025: in Colombia si registrano violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario nei conflitti armati, sparizioni forzate e violenze contro difensori dei diritti umani, giornalisti, donne, ragazze e persone LGBTQI+; in Bangladesh sono documentate la repressione della libertà di espressione e di associazione, violenze della polizia e delle forze armate contro le proteste, sparizioni forzate e violenze su minoranze religiose e popolazioni indigene. Situazioni simili si riscontrano in Marocco, dove persistono la repressione del dissenso, gli attacchi a giornalisti, attivisti e critici del governo, oltre a discriminazioni di genere e verso le persone LGBTQI+. In Tunisia si segnalano detenzioni arbitrarie di oppositori politici, giornalisti, sindacalisti e avvocati, nuove misure contro l’indipendenza della magistratura e procedimenti giudiziari contro persone LGBTQI+. Infine, in Egitto la repressione del dissenso è totale: arresti di massa, sparizioni forzate, condanne a morte anche per reati minori, processi iniqui, discriminazioni e persecuzioni giudiziarie, tortura e maltrattamenti abituali. Anche diverse realtà antirazziste e Ong sono intervenute dopo la notizia dell’approvazione: la rete Mai più Lager – No ai CPR aderente al Network Against Migrant Detention, nato per contrastare l’accordo Italia-Albania, fa notare l’incostituzionalità del «modello dei centri di detenzione, anche esternalizzati in paesi terzi» e che questo «prende il sopravvento sul modello di accoglienza. La criminalizzazione del migrante economico si estende ora anche ai richiedenti asilo, in violazione dell’art. 10 della Costituzione italiana. Le persone vengono trattate come numeri, private della libertà e dei diritti fondamentali». Mediterranea Saving Humans denuncia con forza la narrativa che presenta detenzione e rimpatri come soluzioni semplici a questioni complesse. L’associazione rivolge un appello a tutta la società civile, laica e religiosa «per resistere a questo attacco disumano e per praticare concretamente i diritti umani e il diritto d’asilo nei confronti delle persone migranti e in movimento. Come accade negli Stati Uniti con le deportazioni sotto Trump, organizzeremo forme di disobbedienza e sabotaggio contro queste leggi ingiuste e pericolose per la democrazia». Ora si apre la fase di negoziati con il Parlamento europeo. Le divisioni tra gli Stati membri potrebbero rallentare l’entrata in vigore dei nuovi regolamenti. Tuttavia, è probabile che il Parlamento europeo approvi il piano proposto dalla Commissione e modificato dal Consiglio, poiché è evidente uno spostamento sempre più marcato a destra del gruppo dei Popolari e una convergenza con le forze di estrema destra. Rimane l’urgenza, di trovare modi e forme per contrastare questo terribile scenario.
Autorizzato l’ingresso dei nonni in Italia per accudire la minore e garantire il benessere dell’intero nucleo familiare
L’importante decisione della Corte d’Appello di Trento offre una lettura ampia e coerente dell’art. 31, comma 3, del Testo Unico Immigrazione, correggendo l’impostazione restrittiva adottata dal Tribunale per i Minorenni di Trento. Quest’ultimo aveva purtroppo concluso che non emergessero “elementi sufficienti a giustificare adeguatamente la necessità dell’ingresso” dei nonni della minore e che la bambina fosse “già adeguatamente accudita dai genitori”, negando quindi il carattere indispensabile della presenza dei nonni – anche per sostenere i genitori nell’accudimento – e la sussistenza di un grave pregiudizio derivante dalla loro lontananza. La Corte d’Appello riforma totalmente però questo approccio, chiarendo che il Tribunale non aveva correttamente applicato i principi consolidati in materia, né svolto il necessario giudizio prognostico richiesto dalla norma. Nel richiamare la cornice normativa e giurisprudenziale, il Collegio sottolinea come i “gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico” debbano essere interpretati alla luce sia delle disposizioni interne sia degli obblighi derivanti dal diritto internazionale ed europeo, con particolare riguardo al superiore interesse del minore. La Corte ricorda che tali motivi ricorrono quando il mancato ingresso del familiare comporti “una seria compromissione dell’equilibrio psicofisico del minore, non altrimenti evitabile”, e ribadisce che, pur non essendo un criterio assoluto, l’interesse del minore si trova “in una posizione di preminenza tale da imporre al giudice di considerare, in ogni singolo caso, quale delle soluzioni possibili sia ad esso più favorevole”. È in questa prospettiva che deve essere condotto anche il giudizio di proporzionalità richiesto dalla Corte EDU, volto a verificare se il diniego costituisca una misura necessaria e non eccessiva rispetto allo scopo perseguito. In appello emerge invece un quadro familiare e sanitario che il Tribunale non aveva valutato adeguatamente. La minore, nata in Italia e affetta da una gravissima e rara patologia congenita, “non è in grado di compiere alcuna attività della vita quotidiana e necessita di continua assistenza”, presenta disabilità fisiche, cognitive e sensoriali. Il nucleo familiare, proveniente da un paese dell’Asia meridionale e privo in Italia di qualunque rete parentale, sostiene da anni un carico assistenziale totalizzante. La madre, che non può lavorare per l’impegno giornaliero, è “particolarmente affaticata”, mentre il padre, impegnato in attività accademica spesso anche all’estero, presenta sintomi riconducibili a “stress da sovraccarico”. Le relazioni dei servizi territoriali confermano che i genitori stanno adempiendo con grande dedizione ai loro compiti, ma che le loro energie sono messe a dura prova dalla condizione della bambina. In questo contesto, la Corte riconosce che i nonni, residenti nel paese d’origine, costituirebbero un supporto essenziale, non sostituibile mediante altre soluzioni. Il Collegio sottolinea che il loro aiuto rappresenterebbe “un indispensabile ausilio alla gestione del ménage familiare, a vantaggio del benessere della nipote e a garanzia della sua sicurezza”, e valorizza anche la dimensione affettiva e culturale, evidenziando come la comunanza linguistica e culturale possa favorire ulteriormente il rapporto con la minore, soprattutto considerato il suo gravissimo deficit comunicativo. Per la Corte è dunque “evidente che la vicinanza fisica e psicologica dei nonni” apporterebbe un contributo determinante all’equilibrio del nucleo e, in via diretta, al benessere della minore. Alla luce di questi elementi, il Collegio ritiene che il diniego del Tribunale costituisca una misura “ingiustificata e sproporzionata” e che questa possa incidere negativamente sul diritto della bambina alla vita familiare, intesa come rete di affetti, relazioni e solidarietà. Il ragionamento della Corte si sviluppa in modo strettamente aderente al dettato dell’art. 31 TUI, ricordando che la tutela accordata dal legislatore è posta esclusivamente nell’interesse del minore, mentre l’interesse del familiare è solo riflesso e strumentale. Con queste motivazioni, l’appello è accolto e viene disposta un’autorizzazione alla permanenza dei nonni per due anni, prorogabile previa verifica dei requisiti: una soluzione che, nel rispetto del carattere temporaneo dell’istituto, consente tuttavia di dare piena tutela alla situazione eccezionalmente delicata emersa nel caso concreto. La Corte ribadisce così che, in presenza di una condizione di vulnerabilità estrema, l’intervento della rete familiare allargata può diventare elemento decisivo per la protezione complessiva del bambino, e che tale esigenza merita pieno riconoscimento anche attraverso l’uso della norma derogatoria prevista dal Testo Unico. Corte d’Appello di Trento, decreto del 25 settembre 2025 Il ricorso è stato patrocinato dall’avv. Giovanni Barbariol nell’ambito del progetto “Annick. Per il diritto all’unità familiare” a cura di Melting Pot ODV, in collaborazione con Circolo Arci Pietralata e il supporto dei legali dell’Associazione Spazi Circolari, dedicato ad Annick Mireille Blandine. Il progetto è stato finanziato nel 2024 da ActionAid International Italia E.T.S e Fondazione Realizza il Cambiamento nell’ambito del progetto “THE CARE – Civil Actors for Rights and Empowerment” cofinanziato dall’Unione Europea. Il contenuto di questo articolo rappresenta l’opinione degli autori che ne sono esclusivamente responsabili. Né L’Unione europea né l’EACEA possono ritenersi responsabili per le informazioni che contiene né per l’uso che ne venga fatto. Analogamente non possono ritenersi responsabili ActionAid International Italia E.T.S. e Fondazione Realizza il Cambiamento.
“The Book of Shame” irrompe a Ginevra
Davanti alle sedi delle agenzie delle Nazioni Unite, il 12 e 13 settembre, rifugiatə e attivistə si sono dati appuntamento per denunciare quello che definiscono «il tradimento del mandato di protezione» da parte di UNHCR e IOM. Due giorni di protesta organizzati dal collettivo Refugees in Libya sotto le sedi “umanitarie” dove è stato anche presentato The Book of Shame, ossia “Il libro della vergogna”. Il 12 settembre, in Rue de Montbrillant 94, davanti al quartier generale dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR), si è svolta la conferenza stampa con la presentazione del volume. Il giorno successivo, la manifestazione si è spostata alla sede dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), in Route des Morillons 17, proseguendo poi per le strade di Ginevra con slogan e testimonianze. > We have a new song and slogan for IOM the @UNmigration . > > Sing 🎶: > > IOM 🎵, IOM 🎵, WHY ARE YOU NASTY? 💩 > 🎶🎶 🎶🎶 🎵🎵🎵🎵🎵🎵🎵🎵 pic.twitter.com/oTpcRI2AwQ > > — Refugees In Libya (@RefugeesinLibya) September 17, 2025 «Abbiamo fatto ciò che i rifugiati non dovrebbero mai fare: abbiamo scritto un libro che nomina e critica le agenzie umanitarie che dovrebbero essere i nostri “salvatori”», ha dichiarato David Yambio, portavoce di Refugees in Libya. «Per anni hanno scritto su di noi: rapporti, statistiche, progetti. Ora siamo noi ad aver scritto di loro: di UNHCR, di IOM e dell’Unione europea. Lo abbiamo chiamato Book of Shame». Il Book of Shame – ha precisato – non è un rapporto accademico né una raccolta di dati. È, come scrivono gli autori nell’introduzione, «un libro nato dalla rabbia, dal lutto e dal rifiuto di rimanere in silenzio (…). E’ più di un catalogo di fallimenti, è un atto collettivo di resistenza, un intervento politico di difensori dei diritti umani rifugiati che rifiutano di essere messi a tacere». All’interno ci sono le testimonianze dirette da Libia, Tunisia e Niger, raccolte tramite hotline e reti di solidarietà dall’inizio del 2024 all’estate del 2025. Il testo denuncia il fallimento strutturale dell’UNHCR nel garantire protezione: dalle difficoltà di registrazione e rinnovo dei documenti, all’assenza di assistenza medica, fino alle accuse di corruzione e complicità con le milizie libiche. Scarica – clicca qui Una parte importante è dedicata anche all’IOM e alle pratiche camuffate da “ritorno volontario”, descritte come «ricatti» rivolti a persone detenute e tenute in condizioni insopportabili. «Da anni conosciamo il loro concetto di ricatto. A chi è detenuto e torturato in Libia viene proposta una sola alternativa: tornare indietro, verso il Paese che ha cercato di fuggire», sottolinea il collettivo di rifugiati. Il libro si apre con un capitolo scritto da Yambio, dal titolo emblematico The Witness Must Speak. Qui, il portavoce ripercorre la sua esperienza: l’infanzia segnata dalla guerra in Sudan, la fuga attraverso mezza Africa e infine l’incubo libico, fatto di torture, estorsioni e detenzione. «UNHCR era presente nei centri di detenzione, ma la loro cura non era mai libertà. Portavano coperte, sapendo che eravamo ridotti in schiavitù. Vedevano le donne stuprate, ma dicevano che non era nelle loro mani liberarci», scrive Yambio. > Questo non è un libro neutrale. Non è scritto nel linguaggio della diplomazia. > È ciò che deve essere detto da chi è stato ignorato troppo a lungo. > > Refugees in Libya Durante la protesta, il gruppo di attivistə ha ribadito a più riprese le accuse contenute nel volume: «UNHCR protegge le frontiere europee, non i rifugiati». In Niger, raccontano, «ogni atto di repressione contro i rifugiati nel campo di Agadez è avvenuto con l’accordo di UNHCR»; in Tunisia, i rifugiati denunciano sgomberi e attacchi contro insediamenti informali, con la complicità delle agenzie internazionali. Secondo Yambio, la radice del problema è politica: «Il sistema dell’aiuto umanitario cammina mano nella mano con quello del contenimento. Ti danno da mangiare, ma la porta resta chiusa. Ti curano le ferite, ma ti lasciano in gabbia. È un sistema costruito non per salvare, ma per contenere». L’obiettivo di Refugees in Libya è chiaro: far conoscere a giornalisti, politici, società civile quanto avviene quotidianamento dove operano le organizzazioni “umanitarie” che dovrebbero difendere i diritti fondamentali delle persone migranti e costringere queste istituzioni internazionali a guardarsi allo specchio. «Chi sorveglia chi dovrebbe sorvegliare la nostra vita? Chi chiede conto a chi trae profitto dal nostro esilio?», domanda il portavoce nelle ultime pagine del libro. «Non scriviamo come vittime in attesa di essere salvate», conclude Yambio. «Scriviamo come persone che hanno osato nominare la macchina dell’abbandono, e che continueranno a farlo. Questo libro è la nostra arma, la nostra testimonianza, il nostro fuoco». La mobilitazione di Ginevra si è inserita nella Chain of Action 2025, una serie di iniziative transnazionali che segnano i dieci anni dalla crisi del 2015 e dalla morte del piccolo Alan Kurdi, immagine che allora riuscì a scuotere le coscienze europee ma che oggi appare sbiadita.  Il prossimo appuntamento promosso da Refugees in Libya saranno le giornate di azione del 15-18 ottobre “Stop Memorandum Italia – Libia”. «Nessun accordo con chi è responsabile di crimini contro l’umanità. Cancelliamo il memorandum d’intesa italo-libico», annuncia il collettivo che insieme a numerose organizzazioni per la difesa dei diritti umani, la flotta civile, avvocatə, ricercatori e attivistə sta costruendo le giornate di mobilitazione per fermare il rinnovo del famigerato accordo.
September 23, 2025
Progetto Melting Pot Europa