In Tunisia, Gabès scende in piazza anche contro l’idrogeno verde
Per i corridoi di Bruxelles, transizione energetica fa rima con idrogeno verde.
Il Green Deal europeo individua nella variante “verde” – prodotta con
elettricità da fonti rinnovabili e priva di emissioni dirette di CO₂ – uno dei
pilastri della decarbonizzazione dell’ industria pesante, trasporti e produzione
elettrica prevista entro il 2050. Con il piano REPowerEU, lanciato nel marzo
2022 in risposta alla crisi energetica e alla dipendenza dai combustibili
fossili russi, l’idrogeno verde è stato elevato a leva strategica per sicurezza
energetica e transizione ecologica dell’UE.
Nonostante l’enfasi sull’autonomia europea, il piano guarda però ben oltre i
confini di Schengen: Bruxelles punta a sfruttare siti produttivi costruiti lungo
la sponda sud del Mediterraneo, in Nord Africa. In questo scenario, la Tunisia
emerge come partner cruciale. Già collegata all’Europa dal gasdotto Transmed,
che collega Algeria e Italia, il paese è oggi al centro delle ambizioni europee
di creare un hub per la produzione e l’esportazione di idrogeno verde. Negli
anni della presidenza Kais Saied, che segna il ritorno all’autoritarismo e alla
centralizzazione del potere, gli incontri a porte chiuse e i forum industriali
sull’idrogeno verde si sono moltiplicati a Tunisi.
A maggio 2024, un governo nominato direttamente dal presidente, senza
l’inclusione di un parlamento ormai svuotato del proprio ruolo di
rappresentanza, ha presentato la strategia tunisina per l’idrogeno verde.
L’obiettivo è produrre 8,3 milioni di tonnellate entro il 2050, di cui quasi 6
milioni destinate all’esportazione e poco più di 2 milioni per il mercato
interno e derivati. Per raggiungerlo, la Tunisia dovrà sviluppare circa 100 GW
di capacità da fonti rinnovabili, superando di gran lunga l’attuale capacità
installata.
Al centro della strategia si trova il SouthH2 Corridor, un mega gasdotto di
3.300 km promosso dall’italiana Snam divenuto Progetto di Interesse Comune a
livello europeo, che mira a collegare il Nord Africa alla Germania e al mercato
UE. Secondo un accordo tra Italia, Germania e Austria, il corridoio dovrebbe
diventare uno dei cinque principali assi per importare 10 milioni di tonnellate
di idrogeno rinnovabile entro il 2030. I piani tunisini fissano però gli
obiettivi principali al 2050.
Nonostante le rassicurazioni di Belhassen Chiboub, Direttore Generale
dell’Elettricità e della Transizione Energetica presso il Ministero
dell’Industria, secondo cui la transizione energetica rappresenta per la Tunisia
una «necessità climatica e un’opportunità economica», la maggior parte della
produzione prevista non contribuirà al fabbisogno interno di energia verde.
Eppure, il mix energetico nazionale tunisino resta fortemente dipendente dai
combustibili fossili: l’88% dell’energia primaria e il 97% dell’elettricità
provengono ancora in gran parte dal gas naturale algerino.
La strategia europea alimenta crescenti preoccupazioni tra la società civile e i
movimenti ambientalisti, che temono che i bisogni europei vengano anteposti a
quelli locali. Nonostante un clima di repressione sempre più rigido, le
rivendicazioni per una reale sovranità energetica continuano a moltiplicarsi. A
Gabès, città portuale del sud-est destinata a ospitare la futura “valle
dell’idrogeno verde”, la popolazione si mobilita contro un progetto percepito
come estrattivista e ingiusto.
Da oltre mezzo secolo, la città vive soffocata dalle emissioni del Groupe
Chimique Tunisien (GCT), gruppo pubblico produttore di fertilizzanti a base di
fosfati. Nell’ottobre scorso, Gabès è stata teatro di alcune delle più imponenti
mobilitazioni ambientali mai registrate nel paese, in seguito a una crisi
sanitaria provocata dalle esalazioni tossiche degli impianti del gruppo.
Paradossalmente, proprio il GCT è stato scelto dal governo come sito pilota per
la prima produzione di idrogeno verde in Tunisia.
GABÈS, FUTURO CROCEVIA DELL’IDROGENO VERDE?
A lungo rimasta a livello progettuale, la nuova strategia tunisina per
l’idrogeno verde — spesso indicata come la futura “H2 Valley” — ha preso slancio
nel 2024 con la firma di sette memorandum d’intesa tra il governo tunisino e
diverse compagnie straniere. Tra i firmatari figurano: HDF Energy (Francia),
Savannah Energy (Regno Unito), DEME Hyport (Belgio), ABO Energy (Germania), un
partenariato tra Amarenco (Franco-Irlanda) e H2 Global Energy (Zurigo), un
consorzio formato da Verbund (Austria), Aker Horizons (Norvegia) e TuNur (Regno
Unito/Malta) e H2Noto, il più grande di tutti i progetti proposti in Tunisia
guidato dalla francese Total Energies, assieme a Verbund (Austria) e EREN Groupe
(Lussemburgo).
«Questi accordi non costituiscono ancora contratti vincolanti: servono
soprattutto a posizionare la Tunisia e a creare un quadro di fiducia. Le aziende
possono così avviare gli studi preliminari, sapendo che il paese sostiene il
progetto e ne prepara l’attuazione futura», spiega un membro del Comitato
direttivo sull’idrogeno verde presso il Ministero dell’Energia a Tunisi. A
seguito di questi annunci, numerose altre compagnie hanno manifestato interesse
a investire nella filiera tunisina, tra cui CMMZE (Monaco), che ha annunciato
l’avvio di progetti di produzione di idrogeno verde nel sud-est della Tunisia, e
le italiane Eni ed Enel.
Incontro del Presidente Meloni con il Presidente della Repubblica tunisina, Kais
Saied, Tunisi, 17/04/2024, foto governo.it, CC-BY-NC-SA 3.0 IT
Lo sviluppo di progetti di idrogeno verde è in effetti menzionato nella
Relazione sullo stato di attuazione del Piano Mattei per l’Africa, redatta dalla
Presidenza del Consiglio dei Ministri italiano. Nel luglio 2024, una delegazione
composta da Enel ed Eni ha incontrato a Tunisi il Ministero dell’Energia per
discutere la creazione di un progetto pilota di idrogeno verde nel Cap Bon. Un
mese più tardi, l’iniziativa si è concretizzata nella formazione di un gruppo di
lavoro tecnico con rappresentanti italiani e tunisini. Il sito potenziale
individuato dal partenariato Roma–Tunisi si troverebbe accanto alla stazione di
compressione SERGAZ di El-Hawariya, nel punto in cui il gasdotto Transmed si
immerge nel Mediterraneo in direzione della Sicilia.
Mentre le proposte e gli incontri si moltiplicano, un solo progetto sembra però
avanzare rapidamente: la creazione di una prima unità commerciale per la
produzione di ammoniaca verde a Gabès, prevista tra il 2025 e il 2030.
L’ammoniaca è fondamentale per trasformare le rocce fosfatiche estratte nel
bacino minerario di Gafsa in fosfato di ammonio (DAP), fosfato bi-calcico (DCP)
e fosfato monoammonico (MAP), tutti fertilizzanti usati in agricoltura
industriale, prodotti dal Gruppo Chimico Tunisino (GCT) di Gabès.
Attualmente, l’ammoniaca “grigia” prodotta in Tunisia deriva dall’azoto
dell’aria e dall’idrogeno ottenuto da combustibili fossili. Nel progetto pilota
di Gabès, l’idrogeno sarà sostituito dalla versione “verde”, prodotta da energie
rinnovabili, e il processo sarà integrato direttamente nell’impianto pubblico di
fertilizzanti del GCT, situato nel porto industriale di Ghannouch, a ovest di
Gabès. Secondo la roadmap governativa, il progetto produrrà annualmente circa
220 tonnellate di H2V e 630 tonnellate di ammoniaca verde.
Per alimentare l’impianto, il GCT prevede di costruire un parco fotovoltaico da
8 MW collegato alla rete nazionale (STEG), nelle campagne attorno a Gabès, in
particolare a Oudhref, a 18 km dalla compagnia. Tutti gli altri componenti
saranno installati nel complesso industriale di Ghannouch. Il progetto comprende
anche un impianto di desalinizzazione, un elettrolizzatore, un’unità di sintesi
Haber-Bosch, un sistema di stoccaggio dell’idrogeno e una cella a combustibile
che utilizzerà il 30% dell’H2V per garantire un’alimentazione continua.
Pur non essendo ancora destinato all’export, il sito rappresenta un primo passo
verso la produzione commerciale. Gabès riveste un ruolo strategico anche nelle
opzioni di tracciato della Tunisia per un nuovo gasdotto d’idrogeno: la città è
inclusa nel percorso del progetto SouthH2Corridor, sostenuto da Tunisia, Italia,
Germania, Austria e Algeria. Il gasdotto per il trasporto dell’idrogeno verde
promosso da Snam, si conferma infrastruttura energetica di punta del Piano
Mattei e del piano infrastrutturale europeo EU Global Gateway, e collegherebbe
il Nord Africa alla Germania, seguendo la costa di Gabès fino al Cap Bon e
proseguendo poi verso l’Italia e l’Austria.
Oltre al gasdotto, anche la nuova interconnessione elettrica tra Tunisia e
Italia passerà per Gabès con il corridoio “Eleni” o Italy–Tunisia
Interconnector, che collegherà la città a Mazara del Vallo in Sicilia, lungo 200
km. I lavori saranno realizzati dal gruppo italiano Prysmian, con un contratto
da 460 milioni di euro, e cofinanziati dall’UE come progetto prioritario per
l’integrazione dei mercati energetici. I lavori dovrebbero partire nel 2026, con
messa in servizio prevista tra 2028 e 2029, realizzati dalla STEG tunisina e
dall’operatore italiano Terna.
Il progetto pilota per la produzione di idrogeno verde del GCT ha riportato
Gabès al centro degli interessi delle compagnie energetiche e minerarie. Da
alcuni anni, la città ospita il salone Petrogaz-Ener, che riunisce decisori
politici e imprese del settore energetico di tutto il mondo, dal petrolio e gas
alle rinnovabili. Ma l’identificazione di Gabès come futuro hub dell’idrogeno
verde è tutt’altro che neutrale: per molti abitanti, riapre la memoria di un
passato industriale percepito come una forma di occupazione interna.
Negli anni ’70, sotto la presidenza di Habib Bourguiba e nel pieno della
politica di industrializzazione avviata dopo l’indipendenza, Gabès è stata
scelta come sede del Groupe Chimique Tunisien (GCT), grande complesso pubblico
dedicato alla trasformazione dei fosfati estratti dal bacino minerario di Gafsa.
Nel tempo, attorno al GCT si sono installate numerose altre industrie chimiche e
parachimiche — impianti di produzione di acido fosforico, ammoniaca, acido
solforico e cementifici — fino a formare una delle aree industriali più dense e
inquinate del Mediterraneo. Oggi, l’arrivo annunciato dell’idrogeno verde si
somma a un territorio già al collasso ambientale.
UN ECOSISTEMA IN VIA DI DESERTIFICAZIONE
Prima di essere trasformata in polo dell’industria chimica, Gabès era
soprattutto un centro abitato di poco più di 100.000 abitanti caratterizzato da
un ecosistema unico: situato tra deserto e mare, ospita l’unica oasi costiera
del Mediterraneo. Qui convivono biodiversità, agricoltura oasiana – basata su
palme da dattero e altre specie fruttifere – e tradizioni millenarie, come la
gestione comunitaria dell’irrigazione. Negli anni ’70, il polo industriale di
Ghannouch, dove è situato il GCT, è stato accolto con entusiasmo: «pensavamo ci
avrebbe portato lavoro», ricordano oggi molti abitanti. Ma l’industria, poco a
poco, ha violato e trasformato un ecosistema fragile.
Foto dal gruppo facebook Stop Pollution Gabes
«Faccio parte di chi ha conosciuto il paradiso che era Gabès, prima degli anni
’70», racconta Mabrouk Jebri, insegnante in pensione e cofondatore
dell’Associazione per la Salvaguardia dell’Oasi di Chenini. «L’acqua scorreva
ovunque nell’oasi. Ci si poteva bagnare in tutte le stagioni e avevamo frutti in
abbondanza». Oggi, le foto appese ai muri dei caffè o conservate negli album di
famiglia sono gli unici testimoni di quel tempo passato. «Gabès vive una
siccità profonda che peggiora ogni anno. Da oltre quarant’anni, l’acqua è stata
deviata verso il GCT e i cementifici», prosegue Jebri.
> «L’acqua scorreva ovunque nell’oasi. Ci si poteva bagnare in tutte le stagioni
> e avevamo frutti in abbondanza».
Nell’oasi di Chenini, alle spalle di Gabès, i melograni cadono a terra e si
accumulano di fronte alla parcella di Salah Béchir, agricoltore e riferimento
nella protezione dell’oasi: «due terzi dei miei frutti marciscono prima di
maturare a causa della siccità». Organizzati in turni di gestione collettiva
dell’acqua, prima gli agricoltori la ricevevano ogni due settimane. Oggi, nei
terreni secchi e crepati la si attende anche fino a tre mesi. «Sono trentatré
giorni che non ricevo una sola goccia», lamenta Béchir. Mentre sono sempre di
più gli agricoltori che abbandonano la loro parcella, chi rimane si ritrova
spesso a comprare l’acqua a prezzi maggiorati per poter continuare le proprie
attività agricole.
Secondo l’annuario sull’utilizzo delle falde profonde tunisine del 2019, lo
sfruttamento delle acque sotterranee da parte del settore industriale nel
governatorato di Gabès è stato di 4,58 milioni di m³ provenienti dalla falda,
circa tre volte e mezzo il volume di acqua potabile dichiarato dalla compagnia
pubblica delle acque, la SONEDE, stimato nel 2020 in 1,346 milioni di m³.
Con l’esaurirsi dell’acqua dolce, il territorio subisce progressivamente
l’intrusione di acqua salata, dovuta all’infiltrazione del mare nelle falde che
si abbassano. «Specie di alberi un tempo comuni, come i peschi e i meli, stanno
scomparendo», denuncia Jebri. Il governatorato dipende già dal vicino impianto
di desalinizzazione di Zarat, che opera però solo a metà capacità, con frequenti
interruzioni dovute ai picchi di domanda che mettono sotto pressione la rete
idrica locale.
Oltre alla scarsità d’acqua, un altro fattore alimenta rabbia e malessere tra
gli abitanti: il complesso industriale di Ghannouch, affacciato sul lungomare e
adiacente alla città, ospita tre stabilimenti del Groupe Chimique Tunisien
(GCT). Il primo produce acido fosforico, il secondo fosfato diammonico (DAP) e
il terzo ammonitrato. Insieme costituiscono il cuore industriale della regione,
con diverse migliaia di lavoratori. Ogni giorno, queste fabbriche scaricano in
mare 14.000 tonnellate di fosfogesso, residuo della trasformazione del fosfato
in acido fosforico. Sulle spiagge vicine, il materiale forma una schiuma nera e
tossica, contenente fluoro, zinco e numerosi metalli pesanti.
foto dal gruppo facebook Stop pollution Gabes
Le concentrazioni di cadmio in questo fango superano di quasi 1.000 volte i
limiti previsti dalle normative di riferimento, senza considerare gli altri
metalli pesanti misurati. In quattro decenni, quasi il 93% della biodiversità
marina della zona è scomparso, trasformando il fondale del golfo di Gabès, uno
dei principali siti di riproduzione per diverse specie del Mediterraneo, in un
deserto.
> «I pesci sono più intelligenti di noi: se ne sono andati tutti»
«I pesci sono più intelligenti di noi: se ne sono andati tutti», commenta Jebri.
Se il mare è diventato un enorme scarico, neanche l’aria della città è
risparmiata. La qualità dell’aria a Gabès presenta livelli preoccupanti di
inquinanti atmosferici, ma i dati sono confusi e insufficienti a causa dei
mancati controlli. Secondo l’ANPE (Agenzia Nazionale per l’Ambiente), nel
2017-2018, la concentrazione di idrogeno solforato (H₂S) ha superato
regolarmente il limite di 200 µg/m³. Nello stesso anno, la concentrazione media
di PM10 nella stazione fissa di Gabès era di 77 µg/m³, superiore alle linee
guida dell’OMS (40–60 µg/m³). Già nel 2008, le stazioni del Rete Nazionale di
Controllo della Qualità dell’Aria (RNSOA) avevano registrato 7 superamenti del
limite per PM10, con una media annua di 139,5 µg/m³, e altri superamenti del
limite per l’anidride solforosa (SO₂). Questi dati evidenziano una violazione
sistematica delle norme internazionali sulle emissioni gassose degli
stabilimenti industriali, con gravi danni per l’ambiente e la salute umana.
I medici e la popolazione confermano un aumento di malattie respiratorie, tumori
e infertilità tra gli abitanti di Gabès.
Le attività altamente inquinanti del GCT sono note e denunciate da decenni. In
città, la compagnia è soprannominata El-Ghoul (“il mostro”), un epiteto che
riflette l’ampiezza del suo impatto ambientale e sanitario. Mabrouk Jebri figura
tra i primi militanti ad aver osato denunciare la situazione durante la
dittatura di Ben Ali: all’inizio degli anni ’90 ha creato i primi spazi di
discussione sulla questione ambientale nel cuore dell’oasi di Chenini, oggi
punto di riferimento per il dibattito ecologico e sede di numerose attività
culturali e di sensibilizzazione.
Con l’apertura di nuovi spazi di parola, dopo la rivoluzione del 2011 le
mobilitazioni si sono intensificate. Gli abitanti di Gabès si sono organizzati
in movimenti e collettivi di base, tra cui il noto Stop Pollution. «Siamo un
gruppo di cittadini e cittadine che lotta contro il GCT fin dalla rivoluzione»,
spiega Khayreddine Debaya, militante. «Abbiamo scelto una struttura orizzontale,
senza costituirci formalmente in associazione, per restare indipendenti da fondi
esterni e liberi da ogni strumentalizzazione. Rappresentiamo la cittadinanza».
Una scelta che ha permesso al movimento di non essere coinvolto nell’ondata di
inchieste giudiziarie del 2025 sui finanziamenti esteri alle associazioni della
società civile.
Nel 2017, prima del colpo di Stato di Kais Saied del 2021, le forti
mobilitazioni hanno spinto le autorità a promettere lo smantellamento degli
impianti più inquinanti e la fine dello scarico in mare del fosfogesso. La
decisione ministeriale del 29 giugno 2017 prevedeva l’adeguamento agli standard
ambientali internazionali e la delocalizzazione del sito produttivo. Tuttavia,
gli impegni sono rimasti lettera morta e le strutture si sono ulteriormente
deteriorate. Da allora, il GCT continua a lavorare giorno e notte e gli
incidenti si sono moltiplicati. A gennaio 2019, per esempio, diversi video
mostravano fumo arancione e bicarbonati fuoriuscire da una ciminiera, seguiti da
malori dei residenti.
UNA NUOVA MOBILITAZIONE CON RADICI STORICHE
Dall’inizio di ottobre 2025, una storica ondata di proteste scuote nuovamente
Gabès. La causa: l’ospedalizzazione, questa volta, di oltre 310 persone per
intossicazione da gas del GCT. Sui social network, video di bambini colti da
vertigini e malori in ospedali sovraffollati sono diventati virali, spingendo
migliaia di cittadini in strada. Il 21 ottobre, la sezione regionale dell’Unione
Generale Tunisina del Lavoro e le associazioni locali hanno indetto uno sciopero
generale. L’intera città si è fermata: più di 100.000 persone sono scese in
piazza, secondo Stop Pollution, in quella che potrebbe essere la più grande
mobilitazione ambientalista della storia del paese.
«Il popolo vuole lo smantellamento delle fabbriche!», «Respirare è un diritto»,
«Non siamo Chernobyl» e altri slogan scandiscono le manifestazioni, represse
dalle forze di polizia. La Lega tunisina per la difesa dei diritti umani (LTDH)
ha denunciato il 20 ottobre il «ricorso alla repressione della sicurezza per
soffocare i movimenti di protesta», registrando 89 arresti, di cui 20 minori.
Parallelamente, negli ultimi anni si sono sviluppate azioni locali contro i
progetti di idrogeno verde in Tunisia. «Fermate chiunque per strada a Gabès, vi
parlerà di idrogeno verde», afferma Khaireddine Debaya. «Installare il progetto
pilota a Gabès ha un forte valore simbolico ed è un grave errore. Qui siamo già
organizzati, formati e consapevoli delle conseguenze di nuovi progetti
distruttivi». Dai militanti agli abitanti comuni, la questione idrogeno verde ha
raggiunto persino le tribune degli ultras dell’Avenir Sportif de Gabès (ASG),
ormai coinvolti nelle manifestazioni ambientali.
Ad aprile 2024, un gruppo di militanti si è radunato davanti alla sede della
cooperazione tedesca a Tunisi, in occasione della Giornata mondiale contro il
colonialismo, rispondendo all’appello di associazioni locali, sindacati, partiti
e attivisti pro-palestinesi. La GIZ, principale partner straniero del Ministero
delle Miniere e dell’Energia, è stata criticata per il suo programma definito
“neo-coloniale”, accusata di guidare la strategia sull’idrogeno verde in
Tunisia.
> «l’idrogeno verde si aggiunge alla montagna di problemi che abbiamo a Gabès,
> perché aumentare il carico?»
Un anno dopo, a maggio 2025, una manifestazione locale ha riunito diverse
centinaia di persone a Gabès contro «neocolonialismo e saccheggio energetico».
Diverse fasce della popolazione – giovani, pensionati, operai, ultras – hanno
espresso la loro preoccupazione: «l’idrogeno verde si aggiunge alla montagna di
problemi che abbiamo a Gabès, perché aumentare il carico?».
Oltre a servire principalmente i bisogni europei, la “valle dell’idrogeno verde”
potrebbe avere gravi conseguenze sull’ambiente, soprattutto per l’acqua
necessaria in grandi quantità. I sostenitori assicurano che sarà usata solo
acqua desalinizzata e reflui trattati grazie a un impianto giapponese da 6.000
m³ al giorno, ma l’impatto ecologico solleva dubbi. Studi internazionali
evidenziano che desalinizzare è più inquinante e dispendioso di quanto previsto:
per produrre un litro servono due litri di acqua di mare. La salamoia
risultante, spesso trattata chimicamente, diventa tossica, peggiorando
l’inquinamento marino e aumentando la temperatura dell’acqua, già elevata a
Gabès per la contaminazione del GCT.
Un video della presidenza tunisina del 1 ottobre 2025, dopo la prima ondata di
ospedalizzazioni, interroga sulle posizioni ufficiali. Kais Saied ha accusato
l’assenza di manutenzione del GCT e ricordato di aver incontrato prima delle
elezioni del 2019 i movimenti di Gabès che propongono soluzioni locali e
«rifiutano l’idrogeno verde». A fine settembre, il presidente denunciava
«l’assassinio» dell’ambiente a Gabès, definendo «crimine» la politica
industriale di mezzo secolo, pur difendendo il rilancio della produzione di
fosfati come pilastro economico del Paese. Solo qualche mese prima, infatti, il
governo annunciava l’obiettivo di quintuplicare la produzione entro il 2030.
Di fronte alle proteste di ottobre 2025, il governo ha riportato la questione
GCT sul tavolo. La Tunisia sarebbe pronta a far affidamento sulla Cina per
modernizzare le unità del GCT, filtrare le emissioni e ridurre l’inquinamento.
Wan Li, ambasciatore cinese in Tunisia, ha recentemente confermato questa
informazione ai media tunisini. La modernizzazione di impianti vetusti, però,
non risponde alla principale rivendicazione del movimento, che chiede di
“smantellare le unità produttive” della GCT. Dopo anni di promesse mancate, i
manifestanti rifiutano ormai ogni compromesso. La loro richiesta di
smantellamento ha un precedente in Tunisia: nel 2019, il governo chiuse
definitivamente la SIAPE, la compagnia tunisina produttrice di TSP (un
fertilizzante fosfatico concentrato) dopo vent’anni di mobilitazioni nella città
di Sfax. L’impianto emetteva fumi acidi simili a quelli di Gabès e produceva
fosfogesso.
Oggi, la definizione di “transizione verde” promossa dalla retorica governativa
e industriale — che punta a finanziare il progetto pilota di idrogeno verde e a
implementare l’export prima ancora di affrontare la crisi sanitaria e ambientale
locale — appare sempre più distante dalle aspettative di una cittadinanza
unanime e contraria. A Gabès, persino la questione del lavoro ha ceduto il passo
alle rivendicazioni ecologiche: per le strade, l’obiettivo è uno solo, la
salvaguardia e l’abitabilità di un territorio sacrificato.