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In Tunisia, Gabès scende in piazza anche contro l’idrogeno verde
Per i corridoi di Bruxelles, transizione energetica fa rima con idrogeno verde. Il Green Deal europeo individua nella variante “verde” – prodotta con elettricità da fonti rinnovabili e priva di emissioni dirette di CO₂ – uno dei pilastri della decarbonizzazione dell’ industria pesante, trasporti e produzione elettrica prevista entro il 2050. Con il piano REPowerEU, lanciato nel marzo 2022 in risposta alla crisi energetica e alla dipendenza dai combustibili fossili russi, l’idrogeno verde è stato elevato a leva strategica per sicurezza energetica e transizione ecologica dell’UE. Nonostante l’enfasi sull’autonomia europea, il piano guarda però ben oltre i confini di Schengen: Bruxelles punta a sfruttare siti produttivi costruiti lungo la sponda sud del Mediterraneo, in Nord Africa. In questo scenario, la Tunisia emerge come partner cruciale. Già collegata all’Europa dal gasdotto Transmed, che collega Algeria e Italia, il paese è oggi al centro delle ambizioni europee di creare un hub per la produzione e l’esportazione di idrogeno verde. Negli anni della presidenza Kais Saied, che segna il ritorno all’autoritarismo e alla centralizzazione del potere, gli incontri a porte chiuse e i forum industriali sull’idrogeno verde si sono moltiplicati a Tunisi. A maggio 2024, un governo nominato direttamente dal presidente, senza l’inclusione di un parlamento ormai svuotato del proprio ruolo di rappresentanza, ha presentato la strategia tunisina per l’idrogeno verde. L’obiettivo è produrre 8,3 milioni di tonnellate entro il 2050, di cui quasi 6 milioni destinate all’esportazione e poco più di 2 milioni per il mercato interno e derivati. Per raggiungerlo, la Tunisia dovrà sviluppare circa 100 GW di capacità da fonti rinnovabili, superando di gran lunga l’attuale capacità installata. Al centro della strategia si trova il SouthH2 Corridor, un mega gasdotto di 3.300 km promosso dall’italiana Snam divenuto Progetto di Interesse Comune a livello europeo, che mira a collegare il Nord Africa alla Germania e al mercato UE. Secondo un accordo tra Italia, Germania e Austria, il corridoio dovrebbe diventare uno dei cinque principali assi per importare 10 milioni di tonnellate di idrogeno rinnovabile entro il 2030. I piani tunisini fissano però gli obiettivi principali al 2050. Nonostante le rassicurazioni di Belhassen Chiboub, Direttore Generale dell’Elettricità e della Transizione Energetica presso il Ministero dell’Industria, secondo cui la transizione energetica rappresenta per la Tunisia una «necessità climatica e un’opportunità economica», la maggior parte della produzione prevista non contribuirà al fabbisogno interno di energia verde. Eppure, il mix energetico nazionale tunisino resta fortemente dipendente dai combustibili fossili: l’88% dell’energia primaria e il 97% dell’elettricità provengono ancora in gran parte dal gas naturale algerino. La strategia europea alimenta crescenti preoccupazioni tra la società civile e i movimenti ambientalisti, che temono che i bisogni europei vengano anteposti a quelli locali. Nonostante un clima di repressione sempre più rigido, le rivendicazioni per una reale sovranità energetica continuano a moltiplicarsi. A Gabès, città portuale del sud-est destinata a ospitare la futura “valle dell’idrogeno verde”, la popolazione si mobilita contro un progetto percepito come estrattivista e ingiusto. Da oltre mezzo secolo, la città vive soffocata dalle emissioni del Groupe Chimique Tunisien (GCT), gruppo pubblico produttore di fertilizzanti a base di fosfati. Nell’ottobre scorso, Gabès è stata teatro di alcune delle più imponenti mobilitazioni ambientali mai registrate nel paese, in seguito a una crisi sanitaria provocata dalle esalazioni tossiche degli impianti del gruppo. Paradossalmente, proprio il GCT è stato scelto dal governo come sito pilota per la prima produzione di idrogeno verde in Tunisia. GABÈS, FUTURO CROCEVIA DELL’IDROGENO VERDE? A lungo rimasta a livello progettuale, la nuova strategia tunisina per l’idrogeno verde — spesso indicata come la futura “H2 Valley” — ha preso slancio nel 2024 con la firma di sette memorandum d’intesa tra il governo tunisino e diverse compagnie straniere. Tra i firmatari figurano: HDF Energy (Francia), Savannah Energy (Regno Unito), DEME Hyport (Belgio), ABO Energy (Germania), un partenariato tra Amarenco (Franco-Irlanda) e H2 Global Energy (Zurigo),  un consorzio formato da Verbund (Austria), Aker Horizons (Norvegia) e TuNur (Regno Unito/Malta) e H2Noto, il più grande di tutti i progetti proposti in Tunisia guidato dalla francese Total Energies, assieme a Verbund (Austria) e EREN Groupe (Lussemburgo). «Questi accordi non costituiscono ancora contratti vincolanti: servono soprattutto a posizionare la Tunisia e a creare un quadro di fiducia. Le aziende possono così avviare gli studi preliminari, sapendo che il paese sostiene il progetto e ne prepara l’attuazione futura», spiega un membro del Comitato direttivo sull’idrogeno verde presso il Ministero dell’Energia a Tunisi. A seguito di questi annunci, numerose altre compagnie hanno manifestato interesse a investire nella filiera tunisina, tra cui CMMZE (Monaco), che ha annunciato l’avvio di progetti di produzione di idrogeno verde nel sud-est della Tunisia, e le italiane Eni ed Enel. Incontro del Presidente Meloni con il Presidente della Repubblica tunisina, Kais Saied, Tunisi, 17/04/2024, foto governo.it, CC-BY-NC-SA 3.0 IT Lo sviluppo di progetti di idrogeno verde è in effetti menzionato nella Relazione sullo stato di attuazione del Piano Mattei per l’Africa, redatta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri italiano. Nel luglio 2024, una delegazione composta da Enel ed Eni ha incontrato a Tunisi il Ministero dell’Energia per discutere la creazione di un progetto pilota di idrogeno verde nel Cap Bon. Un mese più tardi, l’iniziativa si è concretizzata nella formazione di un gruppo di lavoro tecnico con rappresentanti italiani e tunisini. Il sito potenziale individuato dal partenariato Roma–Tunisi si troverebbe accanto alla stazione di compressione SERGAZ di El-Hawariya, nel punto in cui il gasdotto Transmed si immerge nel Mediterraneo in direzione della Sicilia. Mentre le proposte e gli incontri si moltiplicano, un solo progetto sembra però avanzare rapidamente: la creazione di una prima unità commerciale per la produzione di ammoniaca verde a Gabès, prevista tra il 2025 e il 2030. L’ammoniaca è fondamentale per trasformare le rocce fosfatiche estratte nel bacino minerario di Gafsa in fosfato di ammonio (DAP), fosfato bi-calcico (DCP) e fosfato monoammonico (MAP), tutti fertilizzanti usati in agricoltura industriale, prodotti dal Gruppo Chimico Tunisino (GCT) di Gabès. Attualmente, l’ammoniaca “grigia” prodotta in Tunisia deriva dall’azoto dell’aria e dall’idrogeno ottenuto da combustibili fossili. Nel progetto pilota di Gabès, l’idrogeno sarà sostituito dalla versione “verde”, prodotta da energie rinnovabili, e il processo sarà integrato direttamente nell’impianto pubblico di fertilizzanti del GCT, situato nel porto industriale di Ghannouch, a ovest di Gabès. Secondo la roadmap governativa, il progetto produrrà annualmente circa 220 tonnellate di H2V e 630 tonnellate di ammoniaca verde. Per alimentare l’impianto, il GCT prevede di costruire un parco fotovoltaico da 8 MW collegato alla rete nazionale (STEG), nelle campagne attorno a Gabès, in particolare a Oudhref, a 18 km dalla compagnia. Tutti gli altri componenti saranno installati nel complesso industriale di Ghannouch. Il progetto comprende anche un impianto di desalinizzazione, un elettrolizzatore, un’unità di sintesi Haber-Bosch, un sistema di stoccaggio dell’idrogeno e una cella a combustibile che utilizzerà il 30% dell’H2V per garantire un’alimentazione continua. Pur non essendo ancora destinato all’export, il sito rappresenta un primo passo verso la produzione commerciale. Gabès riveste un ruolo strategico anche nelle opzioni di tracciato della Tunisia per un nuovo gasdotto d’idrogeno: la città è inclusa nel percorso del progetto SouthH2Corridor, sostenuto da Tunisia, Italia, Germania, Austria e Algeria. Il gasdotto per il trasporto dell’idrogeno verde promosso da Snam, si conferma infrastruttura energetica di punta del Piano Mattei e del piano infrastrutturale europeo EU Global Gateway, e collegherebbe il Nord Africa alla Germania, seguendo la costa di Gabès fino al Cap Bon e proseguendo poi verso l’Italia e l’Austria. Oltre al gasdotto, anche la nuova interconnessione elettrica tra Tunisia e Italia passerà per Gabès con il corridoio “Eleni” o Italy–Tunisia Interconnector, che collegherà la città a Mazara del Vallo in Sicilia, lungo 200 km. I lavori saranno realizzati dal gruppo italiano Prysmian, con un contratto da 460 milioni di euro, e cofinanziati dall’UE come progetto prioritario per l’integrazione dei mercati energetici. I lavori dovrebbero partire nel 2026, con messa in servizio prevista tra 2028 e 2029, realizzati dalla STEG tunisina e dall’operatore italiano Terna. Il progetto pilota per la produzione di idrogeno verde del GCT ha riportato Gabès al centro degli interessi delle compagnie energetiche e minerarie. Da alcuni anni, la città ospita il salone Petrogaz-Ener, che riunisce decisori politici e imprese del settore energetico di tutto il mondo, dal petrolio e gas alle rinnovabili. Ma l’identificazione di Gabès come futuro hub dell’idrogeno verde è tutt’altro che neutrale: per molti abitanti, riapre la memoria di un passato industriale percepito come una forma di occupazione interna. Negli anni ’70, sotto la presidenza di Habib Bourguiba e nel pieno della politica di industrializzazione avviata dopo l’indipendenza, Gabès è stata scelta come sede del Groupe Chimique Tunisien (GCT), grande complesso pubblico dedicato alla trasformazione dei fosfati estratti dal bacino minerario di Gafsa. Nel tempo, attorno al GCT si sono installate numerose altre industrie chimiche e parachimiche — impianti di produzione di acido fosforico, ammoniaca, acido solforico e cementifici — fino a formare una delle aree industriali più dense e inquinate del Mediterraneo. Oggi, l’arrivo annunciato dell’idrogeno verde si somma a un territorio già al collasso ambientale. UN ECOSISTEMA IN VIA DI DESERTIFICAZIONE Prima di essere trasformata in polo dell’industria chimica, Gabès era soprattutto un centro abitato di poco più di 100.000 abitanti caratterizzato da un ecosistema unico: situato tra deserto e mare, ospita l’unica oasi costiera del Mediterraneo. Qui convivono biodiversità, agricoltura oasiana  – basata su palme da dattero e altre specie fruttifere – e tradizioni millenarie, come la gestione comunitaria dell’irrigazione. Negli anni ’70, il polo industriale di Ghannouch, dove è situato il GCT, è stato accolto con entusiasmo: «pensavamo ci avrebbe portato lavoro», ricordano oggi molti abitanti. Ma l’industria, poco a poco, ha violato e trasformato un ecosistema fragile. Foto dal gruppo facebook Stop Pollution Gabes «Faccio parte di chi ha conosciuto il paradiso che era Gabès, prima degli anni ’70», racconta Mabrouk Jebri, insegnante in pensione e cofondatore dell’Associazione per la Salvaguardia dell’Oasi di Chenini. «L’acqua scorreva ovunque nell’oasi. Ci si poteva bagnare in tutte le stagioni e avevamo frutti in abbondanza». Oggi, le foto appese ai muri dei caffè o conservate negli album di famiglia sono gli unici testimoni di quel tempo passato.  «Gabès vive una siccità profonda che peggiora ogni anno. Da oltre quarant’anni, l’acqua è stata deviata verso il GCT e i cementifici», prosegue Jebri. > «L’acqua scorreva ovunque nell’oasi. Ci si poteva bagnare in tutte le stagioni > e avevamo frutti in abbondanza».  Nell’oasi di Chenini, alle spalle di Gabès, i melograni cadono a terra e si accumulano di fronte alla parcella di Salah Béchir, agricoltore e riferimento nella protezione dell’oasi: «due terzi dei miei frutti marciscono prima di maturare a causa della siccità». Organizzati in turni di gestione collettiva dell’acqua, prima gli agricoltori la ricevevano ogni due settimane. Oggi, nei terreni secchi e crepati la si attende anche fino a tre mesi. «Sono trentatré giorni che non ricevo una sola goccia», lamenta Béchir. Mentre sono sempre di più gli agricoltori che abbandonano la loro parcella, chi rimane si ritrova spesso a comprare l’acqua a prezzi maggiorati per poter continuare le proprie attività agricole. Secondo l’annuario sull’utilizzo delle falde profonde tunisine del 2019, lo sfruttamento delle acque sotterranee da parte del settore industriale nel governatorato di Gabès è stato di 4,58 milioni di m³ provenienti dalla falda, circa tre volte e mezzo il volume di acqua potabile dichiarato dalla compagnia pubblica delle acque, la SONEDE, stimato nel 2020 in 1,346 milioni di m³. Con l’esaurirsi dell’acqua dolce, il territorio subisce progressivamente l’intrusione di acqua salata, dovuta all’infiltrazione del mare nelle falde che si abbassano. «Specie di alberi un tempo comuni, come i peschi e i meli, stanno scomparendo», denuncia Jebri. Il governatorato dipende già dal vicino impianto di desalinizzazione di Zarat, che opera però solo a metà capacità, con frequenti interruzioni dovute ai picchi di domanda che mettono sotto pressione la rete idrica locale. Oltre alla scarsità d’acqua, un altro fattore alimenta rabbia e malessere tra gli abitanti: il complesso industriale di Ghannouch, affacciato sul lungomare e adiacente alla città, ospita tre stabilimenti del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Il primo produce acido fosforico, il secondo fosfato diammonico (DAP) e il terzo ammonitrato. Insieme costituiscono il cuore industriale della regione, con diverse migliaia di lavoratori. Ogni giorno, queste fabbriche scaricano in mare 14.000 tonnellate di fosfogesso, residuo della trasformazione del fosfato in acido fosforico. Sulle spiagge vicine, il materiale forma una schiuma nera e tossica, contenente fluoro, zinco e numerosi metalli pesanti. foto dal gruppo facebook Stop pollution Gabes Le concentrazioni di cadmio in questo fango superano di quasi 1.000 volte i limiti previsti dalle normative di riferimento, senza considerare gli altri metalli pesanti misurati. In quattro decenni, quasi il 93% della biodiversità marina della zona è scomparso, trasformando il fondale del golfo di Gabès, uno dei principali siti di riproduzione per diverse specie del Mediterraneo, in un deserto. > «I pesci sono più intelligenti di noi: se ne sono andati tutti» «I pesci sono più intelligenti di noi: se ne sono andati tutti», commenta Jebri. Se il mare è diventato un enorme scarico, neanche l’aria della città è risparmiata. La qualità dell’aria a Gabès presenta livelli preoccupanti di inquinanti atmosferici, ma i dati sono confusi e insufficienti a causa dei mancati controlli. Secondo l’ANPE (Agenzia Nazionale per l’Ambiente), nel 2017-2018, la concentrazione di idrogeno solforato (H₂S) ha superato regolarmente il limite di 200 µg/m³. Nello stesso anno, la concentrazione media di PM10 nella stazione fissa di Gabès era di 77 µg/m³, superiore alle linee guida dell’OMS (40–60 µg/m³). Già nel 2008, le stazioni del Rete Nazionale di Controllo della Qualità dell’Aria (RNSOA) avevano registrato 7 superamenti del limite per PM10, con una media annua di 139,5 µg/m³, e altri superamenti del limite per l’anidride solforosa (SO₂). Questi dati evidenziano una violazione sistematica delle norme internazionali sulle emissioni gassose degli stabilimenti industriali, con gravi danni per l’ambiente e la salute umana. I medici e la popolazione confermano un aumento di malattie respiratorie, tumori e infertilità tra gli abitanti di Gabès. Le attività altamente inquinanti del GCT sono note e denunciate da decenni. In città, la compagnia è soprannominata El-Ghoul (“il mostro”), un epiteto che riflette l’ampiezza del suo impatto ambientale e sanitario. Mabrouk Jebri figura tra i primi militanti ad aver osato denunciare la situazione durante la dittatura di Ben Ali: all’inizio degli anni ’90 ha creato i primi spazi di discussione sulla questione ambientale nel cuore dell’oasi di Chenini, oggi punto di riferimento per il dibattito ecologico e sede di numerose attività culturali e di sensibilizzazione. Con l’apertura di nuovi spazi di parola, dopo la rivoluzione del 2011 le mobilitazioni si sono intensificate. Gli abitanti di Gabès si sono organizzati in movimenti e collettivi di base, tra cui il noto Stop Pollution. «Siamo un gruppo di cittadini e cittadine che lotta contro il GCT fin dalla rivoluzione», spiega Khayreddine Debaya, militante. «Abbiamo scelto una struttura orizzontale, senza costituirci formalmente in associazione, per restare indipendenti da fondi esterni e liberi da ogni strumentalizzazione. Rappresentiamo la cittadinanza». Una scelta che ha permesso al movimento di non essere coinvolto nell’ondata di inchieste giudiziarie del 2025 sui finanziamenti esteri alle associazioni della società civile. Nel 2017, prima del colpo di Stato di Kais Saied del 2021, le forti mobilitazioni hanno spinto le autorità a promettere lo smantellamento degli impianti più inquinanti e la fine dello scarico in mare del fosfogesso. La decisione ministeriale del 29 giugno 2017 prevedeva l’adeguamento agli standard ambientali internazionali e la delocalizzazione del sito produttivo. Tuttavia, gli impegni sono rimasti lettera morta e le strutture si sono ulteriormente deteriorate. Da allora, il GCT continua a lavorare giorno e notte e gli incidenti si sono moltiplicati. A gennaio 2019, per esempio, diversi video mostravano fumo arancione e bicarbonati fuoriuscire da una ciminiera, seguiti da malori dei residenti. UNA NUOVA MOBILITAZIONE CON RADICI STORICHE Dall’inizio di ottobre 2025, una storica ondata di proteste scuote nuovamente Gabès. La causa: l’ospedalizzazione, questa volta, di oltre 310 persone per intossicazione da gas del GCT. Sui social network, video di bambini colti da vertigini e malori in ospedali sovraffollati sono diventati virali, spingendo migliaia di cittadini in strada. Il 21 ottobre, la sezione regionale dell’Unione Generale Tunisina del Lavoro e le associazioni locali hanno indetto uno sciopero generale. L’intera città si è fermata: più di 100.000 persone sono scese in piazza, secondo Stop Pollution, in quella che potrebbe essere la più grande mobilitazione ambientalista della storia del paese. «Il popolo vuole lo smantellamento delle fabbriche!», «Respirare è un diritto», «Non siamo Chernobyl» e altri slogan scandiscono le manifestazioni, represse dalle forze di polizia. La Lega tunisina per la difesa dei diritti umani (LTDH) ha denunciato il 20 ottobre il «ricorso alla repressione della sicurezza per soffocare i movimenti di protesta», registrando 89 arresti, di cui 20 minori. Parallelamente, negli ultimi anni si sono sviluppate azioni locali contro i progetti di idrogeno verde in Tunisia. «Fermate chiunque per strada a Gabès, vi parlerà di idrogeno verde», afferma Khaireddine Debaya. «Installare il progetto pilota a Gabès ha un forte valore simbolico ed è un grave errore. Qui siamo già organizzati, formati e consapevoli delle conseguenze di nuovi progetti distruttivi». Dai militanti agli abitanti comuni, la questione idrogeno verde ha raggiunto persino le tribune degli ultras dell’Avenir Sportif de Gabès (ASG), ormai coinvolti nelle manifestazioni ambientali. Ad aprile 2024, un gruppo di militanti si è radunato davanti alla sede della cooperazione tedesca a Tunisi, in occasione della Giornata mondiale contro il colonialismo, rispondendo all’appello di associazioni locali, sindacati, partiti e attivisti pro-palestinesi. La GIZ, principale partner straniero del Ministero delle Miniere e dell’Energia, è stata criticata per il suo programma definito “neo-coloniale”, accusata di guidare la strategia sull’idrogeno verde in Tunisia. > «l’idrogeno verde si aggiunge alla montagna di problemi che abbiamo a Gabès, > perché aumentare il carico?» Un anno dopo, a maggio 2025, una manifestazione locale ha riunito diverse centinaia di persone a Gabès contro «neocolonialismo e saccheggio energetico». Diverse fasce della popolazione – giovani, pensionati, operai, ultras – hanno espresso la loro preoccupazione: «l’idrogeno verde si aggiunge alla montagna di problemi che abbiamo a Gabès, perché aumentare il carico?». Oltre a servire principalmente i bisogni europei, la “valle dell’idrogeno verde” potrebbe avere gravi conseguenze sull’ambiente, soprattutto per l’acqua necessaria in grandi quantità. I sostenitori assicurano che sarà usata solo acqua desalinizzata e reflui trattati grazie a un impianto giapponese da 6.000 m³ al giorno, ma l’impatto ecologico solleva dubbi. Studi internazionali evidenziano che desalinizzare è più inquinante e dispendioso di quanto previsto: per produrre un litro servono due litri di acqua di mare. La salamoia risultante, spesso trattata chimicamente, diventa tossica, peggiorando l’inquinamento marino e aumentando la temperatura dell’acqua, già elevata a Gabès per la contaminazione del GCT. Un video della presidenza tunisina del 1 ottobre 2025, dopo la prima ondata di ospedalizzazioni, interroga sulle posizioni ufficiali. Kais Saied ha accusato l’assenza di manutenzione del GCT e ricordato di aver incontrato prima delle elezioni del 2019 i movimenti di Gabès che propongono soluzioni locali e «rifiutano l’idrogeno verde». A fine settembre, il presidente denunciava «l’assassinio» dell’ambiente a Gabès, definendo «crimine» la politica industriale di mezzo secolo, pur difendendo il rilancio della produzione di fosfati come pilastro economico del Paese. Solo qualche mese prima, infatti, il governo annunciava l’obiettivo di quintuplicare la produzione entro il 2030. Di fronte alle proteste di ottobre 2025, il governo ha riportato la questione GCT sul tavolo. La Tunisia sarebbe pronta a far affidamento sulla Cina per modernizzare le unità del GCT, filtrare le emissioni e ridurre l’inquinamento. Wan Li, ambasciatore cinese in Tunisia, ha recentemente confermato questa informazione ai media tunisini. La modernizzazione di impianti vetusti, però, non risponde alla principale rivendicazione del movimento, che chiede di “smantellare le unità produttive” della GCT. Dopo anni di promesse mancate, i manifestanti rifiutano ormai ogni compromesso. La loro richiesta di smantellamento ha un precedente in Tunisia: nel 2019, il governo chiuse definitivamente la SIAPE, la compagnia tunisina produttrice di TSP (un fertilizzante fosfatico concentrato) dopo vent’anni di mobilitazioni nella città di Sfax. L’impianto emetteva fumi acidi simili a quelli di Gabès e produceva fosfogesso. Oggi, la definizione di “transizione verde” promossa dalla retorica governativa e industriale — che punta a finanziare il progetto pilota di idrogeno verde e a implementare l’export prima ancora di affrontare la crisi sanitaria e ambientale locale — appare sempre più distante dalle aspettative di una cittadinanza unanime e contraria. A Gabès, persino la questione del lavoro ha ceduto il passo alle rivendicazioni ecologiche: per le strade, l’obiettivo è uno solo, la salvaguardia e l’abitabilità di un territorio sacrificato.
January 28, 2026
ReCommon
“L’idrogeno non è una soluzione, ma l’ennesimo piacere alle multinazionali come Snam”. Il nuovo rapporto di ReCommon critica con forza la strategia sull’idrogeno del governo italiano
Roma, 30 luglio 2025 – ReCommon lancia oggi la pubblicazione “La strategia sull’idrogeno è solo un favore a Snam?”, redatta con il supporto tecnico e analitico degli esponenti del mondo accademico Leonardo Setti e Federico De Robbio. Il rapporto dimostra come i due obiettivi della strategia sull’idrogeno dell’attuale governo, la decarbonizzazione e la sicurezza energetica, non possano essere raggiunti ma che le linee guida molto generiche del governo vadano quasi a esclusivo beneficio di Snam, una delle società capofila mondiali della costruzione e gestione delle reti di trasporto del gas. Per la multinazionale italiana l’idrogeno diventa un “utile strumento” per allungare la vita di vecchie infrastrutture per il gas e posare nuove tubazioni, così da alimentare il suo business as usual. Download La strategia sull'idrogeno è solo un favore a Snam? REPORT PDF | 994.19 KB scarica il report La Strategia Idrogeno ipotizza vari contesti futuri di diffusione dell’idrogeno nell’economia, con proiezioni fino al 2050, che cambiano in base a due variabili principali: la domanda nazionale e la composizione del mix dell’idrogeno disponibile sul mercato, tra produzione interna e importazioni. La prima può semplicemente essere più elevata o meno elevata. Il secondo è l’elemento dirimente per comprendere appieno la valenza della strategia governativa, perché basato su precise scelte politiche, tenendo sempre a mente che l’idrogeno può essere più o meno pulito, perché prodotto da rinnovabili (verde), gas (blu) o cattura e stoccaggio della CO2 (grigio). La “diffusione” è indicatore del rapporto tra domanda e offerta: ossia per “diffondersi” l’idrogeno ha bisogno di essere sia prodotto che domandato. Dalla ricerca emerge che qualora la produzione di idrogeno si dovesse concentrare nel nostro Paese, il solo impiego delle rinnovabili non basterebbe, come dimostrano le cifre. Per ottenere idrogeno verde puntando su fonti come idroelettrico, biomasse o geotermico, complessivamente 44,5 TWh di produzione annuale, si impiegherebbe infatti più energia di quanta se ne vorrebbe ottenere. Se invece per realizzare idrogeno verde si destinassero tutti gli oltre 58 TWh di energia da fotovoltaico ed eolico registrati in un anno in Italia, si produrrebbero solo 1,1 milioni di tonnellate di idrogeno verde in forma gassosa, o 0,9 milioni di tonnellate di idrogeno verde in forma liquida. Una quantità davvero bassa, che permetterebbe di coprire poco più della soglia minima di produzione interna dello scenario a penetrazione alta (0,7 milioni di tonnellate l’anno), utilizzando però l’intera capacità eolica e da fotovoltaico attualmente installata in Italia. Per dare sostenibilità a questo scenario, l’Italia dovrebbe raddoppiare dall’oggi al domani la sua capacità di produzione energetica da fonti rinnovabili e destinarla in toto alla produzione di idrogeno. Un’ipotesi irrealizzabile. È per questo che si ipotizza l’uso della cattura e dello stoccaggio della CO₂ per aumentare la produzione di idrogeno, che però non sarebbe più “verde” ma derivato dalla filiera fossile, aumentando quindi la dipendenza da petrolio e gas. Ma se l’idrogeno prodotto in Italia fosse grigio (da filiera fossile) invece che verde, le emissioni climalteranti potrebbero addirittura aumentare. Nel caso dello scenario “Base”, nell’ipotesi di una produzione di idrogeno principalmente grigio, le emissioni di CO₂ potrebbero aumentare di 26 milioni di tonnellate, ovvero +6,7% rispetto alle emissioni italiane attuali. Nello scenario ad “Alta” penetrazione di idrogeno, le emissioni di CO₂ equivalente potrebbero salire di ben 52 milioni di tonnellate, ovvero +13,3% rispetto alle emissioni italiane attuali. Passando allo scenario improntato sull’import, una delle assunzioni della strategia italiana è che produrre idrogeno nel Nord Africa, in particolare in Tunisia e Algeria, potrebbe risultare conveniente in quanto il costo di realizzazione in questi paesi sarebbe molto più basso che in Italia. Un’altra precondizione riguarda i vantaggi futuri, sempre in termini di riduzioni dei costi, che dovrebbero derivare dall’innovazione tecnologica degli elettrolizzatori. Peccato che la strategia non approfondisca nessuno di questi aspetti, né si preoccupi di fornire dati di riferimento, lasciandoci in questo limbo di fiducia cieca per le strutture di potere esistenti, il mercato e l’innovazione tecnologica. E senza contare i diversi costi nascosti che la strategia tralascia. Per esempio quelli del trasporto di idrogeno su lunga distanza, che necessita di tre volte l’energia necessaria a trasportare gas. Nello specifico, servirebbero almeno 20TWh di potenza rinnovabile dedicata solamente per il trasporto e la distribuzione dell’idrogeno importato dal Nord Africa. L’ipotesi di importare 0,7 milioni di tonnellate di idrogeno verde, come previsto nello scenario di “diffusione base” della strategia, significherebbe usare 20TWh per ricavare l’equivalente di 19TWh di energia elettrica utile. Un paradosso di inefficienza, ancora di più se parliamo di energia rinnovabile che potrebbe essere utilizzata direttamente sia in Italia che in Tunisia e Algeria, garantendo maggiori benefici alla popolazione residente e al tessuto produttivo locale. Eppure l’ipotesi di importare l’idrogeno verde dalla Tunisia è tra quelle con maggiore sostegno politico, proprio perché strettamente collegata alla costruzione del SouthH2Corridor, progetto cardine sia del Piano Mattei che della EU Global Gateway, il gran plan infrastrutturale della Commissione europea, oltre che del piano decennale di sviluppo delle infrastrutture di Snam. «La strategia italiana sull’idrogeno va in due possibili direzioni, entrambe sbagliate» ha dichiarato Elena Gerebizza, autrice del rapporto. «In un caso punta forte su una falsa soluzione fallimentare e dispendiosa come il CCS, nell’altro ‘abbraccia’ la continuazione di un modello coloniale in chiave green che avrebbe ripercussioni negative in particolare per la Tunisia. Comunque vada, a beneficiare delle vaghe e immaginifiche linee guida del governo è la Snam, multinazionale che sta contribuendo a perpetuare un sistema fossile con tutte le ingiustizie sociali, ecologiche e climatiche che lo hanno fino ad oggi caratterizzato, facendosi scudo dietro narrazioni sulla sostenibilità radicate in soluzioni insostenibili e fallimentari come l’idrogeno» ha concluso Gerebizza.
July 30, 2025
ReCommon
Webinar | Resistere al colonialismo verde – Storie dalle prime linee della resistenza all’idrogeno
– Orario: 23 giugno, online su Zoom, 18-19.30 CET  Link per la registrazione: https://zoom.us/webinar/register/WN_9Oc8lwJ1RJ-CdiwslSH2JA L’idrogeno verde continua a essere presentato come una delle soluzioni migliori per “decarbonizzare” l’economia europea. Ma le infrastrutture di trasporto su lunga distanza e i progetti di produzione di idrogeno verde su larga scala e orientati all’esportazione contribuiranno davvero a realizzare la tanto necessaria trasformazione basata sulla giustizia nelle nostre società? Oppure fanno parte di una nuova fase di colonialismo “verde” dell’energia e delle risorse? Vi invitiamo a partecipare a questo webinar di ReCommon e WeSmellGas per conoscere, grazie ai nostri straordinari relatori, gli attuali progetti sull’idrogeno verde in Namibia, Tunisia e Spagna, i motivi per cui sono un esempio di colonialismo verde e come resistervi. Ascolteremo le esperienze di: 1. Decolonial Center Il Decolonial Center (“Centro Decoloniale”) è un progetto del Pluto Educational Trust. È una piattaforma di educazione politica impegnata a diffondere prospettive anticoloniali e decoloniali sulla storia, la teoria sociale e l’attualità. Il centro si propone di rendere accessibile il pensiero anticoloniale e decoloniale attraverso vari mezzi, tra cui contenuti di breve e lunga durata, bobine, saggi video e interviste in podcast. Lavoriamo anche per infondere le prospettive anticoloniali nei movimenti sociali e collaboriamo con un’ampia varietà di partner nei settori femminista, della giustizia climatica, della giustizia di genere, della giustizia razziale, della giustizia fiscale, della giustizia riparatoria e della giustizia dei migranti. Teniamo conferenze, workshop e agiamo come braccio di educazione politica per i movimenti interessati al pensiero e alla pratica anticoloniale e decoloniale. 2. Sima Luipert Sima Luipert è una sopravvissuta di quarta generazione al genocidio dei Nama e degli Ovaherero commesso dalla Germania nell’allora colonia dell’Africa tedesca del Sud-Ovest. Con un master post-laurea in Studi sullo sviluppo e avendo lavorato nel settore dello sviluppo per più di 30 anni, ha compreso le radici più profonde della natura strutturale e istituzionale della povertà tra i Nama. Questo viaggio l’ha portata a conoscere il primo genocidio del XX secolo, avvenuto nell’allora Africa tedesca del Sud-Ovest, attualmente conosciuta come Namibia. È stata coinvolta nella campagna per il risarcimento dei crimini coloniali commessi dalla Germania durante il periodo coloniale. Attualmente è patrocinatrice delle relazioni internazionali del Comitato tecnico sul genocidio dell’Associazione dei leader tradizionali Nama e persona di riferimento per gli strumenti legali volti a richiedere un risarcimento alla Germania. È anche membro del Consiglio internazionale del Minority Rights Group International, un’organizzazione non governativa internazionale che si batte in tutto il mondo con quasi 300 partner in 60 Paesi per garantire che le minoranze svantaggiate e le popolazioni indigene possano far sentire la propria voce. Luipert vive e lavora come direttrice della pianificazione dello sviluppo presso il Consiglio regionale di Hardap, nel sud della Namibia. 3. Aïda Delpuech Aïda Delpuech è una giornalista e autrice indipendente. Si occupa di questioni ambientali e sociali, soprattutto nel Mediterraneo. I suoi lavori sono stati pubblicati, tra gli altri, su Le Monde Diplomatique, Le Monde, Médiapart, El Pais, BBC Future, Forbidden Stories, Inkyfada, New Lines Magazine, Reporterre. È autrice di un rapporto del 2022 sulla strategia tunisina dell’idrogeno verde, pubblicato da Arab Reform Initiative e Heinrich Böll Stiftung. 4. Josep Nualart Corpas Josep Nualart Corpas, ricercatore presso l’Osservatorio del debito della globalizzazione (ODG). Si occupa di geopolitica e analisi finanziaria delle infrastrutture europee per il gas fossile. Negli ultimi anni sta analizzando la transizione energetica attraverso prospettive di giustizia sociale, territoriale e globale e lo sviluppo dell’idrogeno nello Stato spagnolo, concentrandosi sugli aspetti geopolitici e finanziari.
June 11, 2025
ReCommon
ReCommon e 86 organizzazioni di tutto il mondo dicono no al Corridoio Sud dell’Idrogeno, opera chiave di Snam e del Piano Mattei
Roma, 17 marzo 2025 – Una coalizione di 87 organizzazioni e reti della società civile internazionale ha rilasciato oggi una dichiarazione congiunta che chiede di non realizzare il Corridoio Sud dell’Idrogeno, una infrastruttura di 3.300 chilometri che dal Nord Africa dovrebbe arrivare in Germania, passando per l’Italia. Il Corridoio è una delle opere chiave del Piano Mattei per l’Africa, fortemente voluto dal governo Meloni. La dichiarazione è stata lanciata cinquanta giorni dopo un documento congiunto dei ministri dell’Energia di Italia, Austria, Germania, Tunisia e Algeria in cui si sostiene la costruzione del gasdotto a idrogeno e nelle ore in cui il Consiglio europeo dell’Energia discute il Clean Industrial Deal, che include l’idrogeno come fonte energetica chiave. Per la coalizione di organizzazioni internazionali il Corridoio Sud dell’Idrogeno è una pericolosa estensione dell’economia dei combustibili fossili. Download WE SAY NO TO THE SOUTH H2 CORRIDOR - Joint Statement REPORT PDF | 31.57 KB Download Il Corridoio, sostenuto da Snam, dalla tedesca BayerNet e dalle austriache TAG e Gas Connect Austria, è elencato tra i Progetti di interesse comune e di mutuo interesse della Commissione europea e del Global Gateway 2025, il grande piano dell’Ue per rilanciare le infrastrutture su scala globale. È inoltre in linea con la politica RePowerEU dell’UE che inquadra le infrastrutture per il trasporto di idrogeno come necessarie per la sicurezza energetica europea, concetto che lo statement internazionale mette in discussione. “Il Corridoio Sud dell’Idrogeno è la più grande infrastruttura energetica promossa dal governo italiano nell’ambito del cosiddetto Piano Mattei. Tuttavia, non si tratta di sicurezza energetica per le popolazioni europee o africane, ma di garantire una lunga vita alle infrastrutture di trasporto del gas e  sussidi pubblici alle società di combustibili fossili come Snam per la loro costruzione e manutenzione. È funzionale a permettere il greenwashing di un modello neocoloniale ed estrattivista  che rischia di aumentare il debito dei Paesi africani e di distogliere le risorse pubbliche da una transizione energetica giusta per tutte e tutti”, ha dichiarato Elena Gerebizza, ricercatrice e campaigner per l’energia e le infrastrutture di ReCommon. L’Ue e la lobby fossile promuovono l’idrogeno verde come soluzione sostenibile e vantaggiosa sia per l’Ue che per i paesi del continente africano. Tuttavia la coalizione mette in guardia sul fatto che non c’è alcuna garanzia che il corridoio trasporti esclusivamente idrogeno verde o che la sua catena di produzione sia socialmente e ambientalmente sostenibile. Inoltre, il progetto rischia di esacerbare la scarsità d’acqua in regioni già vulnerabili e potrebbe mettere in difficoltà vari Paesi africani, scatenando l’instabilità sociale e sottraendo risorse ai servizi pubblici essenziali. “Ci opponiamo alla produzione di idrogeno verde e allo sviluppo di infrastrutture a esso collegati a causa della sua estrema inefficienza; per la sua produzione sono necessari alti volumi di elettricità e acqua a basso costo. Questo perpetua modelli estrattivisti che equivalgono a un greenwashing per conto delle industrie dei combustibili fossili, che distolgono gli sforzi nei Paesi dalla scalata critica dell’energia rinnovabile locale e di proprietà delle comunità, verso obiettivi di esportazione a beneficio dei Paesi dell’UE che ignorano i bisogni energetici locali”, ha dichiarato Siphesihle Mvundla, Campaigner per la giustizia climatica ed energetica di GroundWork, Friends of the Earth Sudafrica. L’obiettivo dell’UE per il 2030 è di 20 milioni di tonnellate di idrogeno, di cui 10 milioni di tonnellate dovrebbero essere importate dall’esterno dell’UE. Il Corridoio Sud dell’Idrogeno è il primo di altri cinque corridoi europei simili che verranno sviluppati e, secondo i promotori, dovrebbe consentire il trasporto di 4 milioni di tonnellate di idrogeno. Il suo costo stimato non è chiaro, secondo Snam il costo previsto per la sola dorsale italiana sarà di circa 4 miliardi di euro.  Le società di trasporto del gas dell’UE che promuovono la costruzione dei cinque corridoi di importazione verso l’Europa stimano un costo complessivo tra gli 80 e i 130 miliardi di euro. Le 87 organizzazioni firmatarie della dichiarazione chiedono ai governi, all’UE e alle istituzioni africane di fermare gli investimenti in progetti di idrogeno su larga scala che ostacolano una transizione energetica equa e democratica per le comunità in Europa e in Africa. “Mega-progetti come il Corridoio Sud dell’Idrogeno e l’ELMED (l’interconnessione elettrica tra Tunisia e Italia ndr) sono schemi neocoloniali che esternalizzano la responsabilità della decarbonizzazione sul Sud globale. Questi progetti rischiano di imprigionare i Paesi esportatori in un modello dipendente dalle emissioni di carbonio e di spostare i costi socio-ecologici, le ingiustizie collegate all’accesso a terra e acqua e le violazioni dei diritti umani, sulle comunità della periferia. Nel frattempo, i profitti e le risorse fluiscono verso i centri industriali, perpetuando un sistema ingiusto ed estrattivo”, ha dichiarato Saber Ammar, North Africa Program Assistant del Transnational Institute (TNI).
March 17, 2025
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