Lo scudo europeo per la democrazia: Democrazia e scienza nella società dell’informazione

ROARS - Tuesday, January 27, 2026

Lo Scudo europeo per la democrazia viene presentato come un argine a disinformazione e interferenze straniere, ma finirà per istituzionalizzare la censura preventiva nello spazio informativo. Diventano suscettibili di limitazioni contenuti “altrimenti legali” ma “rischiosi”, una categoria tanto elastica da inglobare qualunque contenuto politicamente scomodo. La “difesa della democrazia” comporta la stigmatizzazione del conflitto delle idee come devianza e la costruzione di una filiera di segnalazione, fact-checking e neutralizzazione finalizzata a “tutelare l’integrità dello spazio informativo” e che coinvolge piattaforme online, ONG e istituzioni pubbliche sotto un’opaca regia del potere esecutivo. È un dispositivo che, se attuato, minerà alla radice i diritti fondamentali della libertà di espressione e della libera circolazione delle idee, pietre angolari di una democrazia sostanziale. (Terza parte)

Link alla prima e alla seconda parte.

Democrazia e scienza nella società dell’informazione: un comune destino?

Parafrasando D’Eramo, tutta la preoccupazione della Commissione europea contro fake news, disinformazione e FIMI può leggersi come timore di perdere “il monopolio della menzogna legittima”.

Su un piano più generale, è l’enfasi sull’integrità dell’informazione a suggerirci una chiave interpretativa utile. Come scrive Jean-Claude Guédon[i], l’espressione società dell’informazione, apparentemente innocua, a un esame ravvicinato rinvia a finalità di controllo e governo del discorso pubblico che riguardano la produzione, la circolazione e la ricezione dell’informazione, in evidente tensione con l’interesse della società civile. Il punto, per Guédon, è che con la società dell’informazione si intende superare il concetto di società civile, sottraendo a quest’ultima le funzioni normalmente attribuitele, in virtù di una sorta di equivoco semantico per cui l’informazione, intesa come entità scientifica, sarebbe in grado di offrire la miglior soluzione – ovviamente scientifica – a problemi sociali. Da qui deriva la tentazione di espellere la politica come elemento disturbante (“may we keep the politics out of this question”, per usare un’espressione ricorrente richiamata da Guédon) e di neutralizzare conflitti sociali presentandoli come questioni tecniche da gestire sotto il vessillo di una conoscenza oggettiva, super-partes.

Il caso dell’evoluzione dell’editoria scientifica è utilizzato da Guédon per mostrare come l’infrastruttura tecnologica digitale, che aveva senz’altro aperto una possibilità di miglioramento della comunicazione e della collaborazione scientifica, sia stata trasformata in una infrastruttura di controllo, attraverso “il branding, e in particolare la produzione di valore simbolico convertibile in carriere, promozioni, grant, comitati e premi”, governata da oligopoli editoriali globali. L’esito è stato una torsione che ha sacrificato l’éthos di libertà proprio della scienza.

Analizzare quest’evoluzione in ambito scientifico aiuta a comprendere la tensione tra società dell’informazione e società civile che Guédon esplicita nella parte finale del suo saggio: la rete ha prodotto un “clima di libertà”, talora bollato come “anarchico”, che minaccia forme tradizionali di gestione dell’informazione e che potrebbe favorire la nascita di contro-poteri. La prospettiva di individui capaci di “riscoprire la gioia di essere cittadini attivi” risulta “troppo” per le “plutocrazie regnanti” e innesca strategie di governance. Per la scienza, attraverso il “giogo del valore”[ii]; per la società civile, “imbrigliando Internet” affinché al cittadino sia somministrata solo l’informazione legittima. Come ha osservato recentemente Philippe Lemoine[iii], l’erosione operata dai social media delle funzioni tradizionali di gatekeeping dei media tradizionali ha reso più difficile il controllo delle narrazioni dominanti, innescando in ampi settori delle élite liberali una reazione difensiva, che si traduce sempre più spesso in atteggiamenti apertamente illiberali e censori, giustificati in nome della protezione della democrazia stessa. Un esito che Guédon aveva pronosticato con notevole lungimiranza già nei primi anni Duemila.

È chiaro che il punto epistemico cela un punto propriamente politico. Le tecnologie dell’informazione sono state dispiegate, suggerisce Tirassa, come strumenti di governamentalità gestiti da strutture di potere verticalizzate e introdotti nella società civile tramite imposizioni che “non consentono spazi di negoziato o di difesa”, su popolazioni “sostanzialmente ignare”, entro un dominio “capillare, pervasivo e incessante”. In quest’ottica, asimmetria di potere e asimmetria informativa sono inseparabili: la seconda è funzionale al mantenimento della prima. Dunque l’esigenza di “imbrigliare” Internet non può essere un correttivo tardivo ma un requisito di progetto volto a realizzare una società civile soggiogata da un discorso pubblico preordinato, la cosiddetta società dell’informazione, in cui il conflitto delle idee è codificato come devianza da prevenire.

Se, secondo Hannah Arendt[iv], “il senso della politica è la libertà”, lo Scudo europeo per la democrazia, nelle sue molteplici articolazioni, appare, invece, come un dispositivo che uccide la politica. Dopo una lunga fase di neutralizzazione tecnocratica della democrazia, lo Scudo rappresenta un ulteriore passo di istituzionalizzazione della logica dell’insicurezza, del TINA e del nemico (sia esterno sia – e soprattutto, per le sue implicazioni sociali – interno) come partitura di governo, rendendo strutturale l’asimmetria tra istituzioni che proteggono e cittadinanza che deve essere protetta (anche da se stessa). In definitiva, lo Scudo non protegge la democrazia ma la converte in un autoritarismo amministrativo quasi sottotraccia, capace di avanzare attraverso slittamenti normativi, incentivi, responsabilità esternalizzate e forme di controllo silenziose che inducono autocensura e conformismo sul piano politico e culturale, secondo una dinamica che richiama il “Friendly Fascism” descritto da Bertram Gross[v]. In questo quadro, la compressione dei diritti fondamentali della libertà di pensiero e della libera circolazione delle idee viene presentata come manutenzione ordinaria del sistema democratico costituzionale e, proprio per questo, risulta più difficile da individuare, contestare e contrastare. D’altro canto, la perdita di ogni controllo sulla sfera dell’informazione, tanto come fruitori che come creatori, equivale alla perdita definitiva di ogni possibilità di incidere sulla realtà e di difendersi dal potere. Questa dovrebbe essere tra le preoccupazioni più urgenti di ogni cittadino europeo.

Una nota finale

Merita infine un cenno il crescente ricorso del Consiglio dell’UE a misure restrittive PESC/CFSP in considerazione della situazione in Russia nei confronti di singoli individui accusati di propaganda/disinformazione “filo-russa” per le loro attività pubbliche di analisi geopolitica, giornalismo, attivismo civile. Ad oggi risultano sanzionati 59 individui nell’ambito di questo regime, tra cui numerosi cittadini europei. Tra i casi più noti, pubblicati nell’apposita dashboard della Commissione, figurano quelli di Jacques Baud, un ex colonnello dell’esercito svizzero in pensione, del giornalista francese Xavier Moreau, dell’attivista civile svizzera Nathalie Yamb e dei giornalisti tedeschi Thomas Röper e Hüseyin Dogru.

Si tratta di atti di natura politico-amministrativa, immediatamente effettivi, che prevedono congelamento di fondi, interdizioni economiche e divieti di ingresso o transito nell’Unione e che, analogamente a quelli statunitensi adottati nei confronti di Francesca Albanese, vengono comminati in assenza di un previo procedimento giudiziario.

Per modalità ed effetti, tali provvedimenti richiamano le lettres de cachet dell’Ancien Régime, lettere firmate dal re che consentivano di colpire un individuo senza processo e senza contraddittorio. Come osserva Pascal Lottaz[vi], questo regime sanzionatorio configura uno spazio “extralegale” che consente di aggirare le tutele contro la persecuzione politica. Infatti, le sanzioni, adottate all’unanimità dal Consiglio dell’UE, sono giuridicamente fondate sul Trattato di Lisbona in quanto strumenti di politica estera e sono sottratte ai principi del giusto processo, della presunzione di innocenza e della proporzionalità, poiché le condotte sanzionate, designate dal Consiglio dell’UE come “indesiderabili”, non costituiscono reato e restano, in quanto tali, pienamente lecite negli ordinamenti nazionali.

Siamo dunque in presenza di uno strumento di difesa di politica estera che viene progressivamente rivolto all’interno dello spazio europeo, colpendo cittadini e residenti dell’Unione, secondo la logica del nemico interno[vii] già sottesa alle definizioni di disinformazione e FIMI. Come somma beffa, osserva ancora Lottaz, per le persone sanzionate diventa estremamente difficile, se non impossibile, difendersi efficacemente[viii]: “l’unico ricorso a disposizione delle vittime di questo sistema è il ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione europea (CGUE). Tuttavia, e qui arriva un grande ma, la CGUE verificherà solo la coerenza formale della decisione sanzionatoria. Non verificherà se le accuse e il regime sanzionatorio imposto siano proporzionati o violino i diritti fondamentali delle persone sanzionate. La CGUE si limiterà a verificare la correttezza della motivazione fornita”. Eventualmente, basterà al Consiglio modificarla per riavviare il ciclo sanzionatorio. Insomma, “Il Consiglio dell’UE ha di fatto un potere assoluto e illimitato su chi viene sanzionato”, tanto che Lottaz parla di “morte eurocratica della democrazia”.

In questa prospettiva, le sanzioni individuali non appaiono come un’eccezione contingente, ma come il consolidamento di un paradigma di governo che consente all’esecutivo di sospendere diritti fondamentali dei cittadini, normalizzando strumenti straordinari e rendendoli parte dell’ordinaria amministrazione del potere.

L’insieme dei dispositivi analizzati – dalle definizioni estensive di disinformazione e interferenza alla governance del discorso pubblico attraverso una rete diffusa di fact-checker, ONG, media e attori istituzionali selezionati ex ante e finanziati dalla Commissione europea, dalla delega a piattaforme private ed extra-territoriali sino all’uso di strumenti sanzionatori extralegali – delinea un modello di salvaguardia dell’integrità dello spazio informativo europeo fondato su conflitti d’interesse strutturali e su un deficit di tutela giuridica del cittadino. Da un lato, l’autorità che definisce disinformazione e interferenze seleziona e sostiene economicamente i soggetti chiamati a identificarle e certificarle, producendo un cortocircuito epistemico e informativo. Dall’altro, le piattaforme digitali, sottoposte a obblighi di mitigazione del rischio, sono incentivate a un enforcement prudenziale e sovrainclusivo, con scarse tutele per l’utente. Infine, attraverso il regime sanzionatorio governato dal Consiglio dell’UE, il potere esecutivo può limitare, per via amministrativa, con effetti immediati e tutele giurisdizionali puramente formali, diritti fondamentali dei cittadini europei che incidono non solo sulla libertà d’espressione ma sull’esistenza quotidiana. In sintesi, in nome della sicurezza e della resilienza, la libertà di espressione e la libera circolazione delle idee finiscono per essere trattate, per vie diverse ma convergenti, come minacce da prevenire.

Stanti le parole del segretario generale del Consiglio d’Europa (“What Europe needs is a reset”), la domanda che si impone è se la democrazia, nell’Unione, sia stata già resettata nel silenzio e nella distrazione generale.

Dal momento che le politiche messe in campo dall’Unione europea pretendono di rispondere alla complessità dei problemi contemporanei con una gestione tecnocratica dell’informazione, della conoscenza e della società, ma, come insegna Norberto Bobbio, “tecnocrazia e democrazia sono antitetiche”[ix], il parallelo prima richiamato con quanto avvenuto nel mondo della ricerca scientifica è più che mai attuale. Come osservano Borghi et al.[ii], la subordinazione della conoscenza a dispositivi di valutazione e a criteri di “valore” ha finito per erodere proprio ciò che rende possibile il sapere – tempo, apertura, incertezza, studio – tanto che gli autori propongono una moratoria sui dispositivi valutativi come “occasione per avviare una rinnovata riflessione e un confronto sul senso, l’orizzonte e il futuro della ricerca scientifica”. Sul piano politico, Pierluigi Fagan ha proposto di tornare ad interrogarsi sulle condizioni minime di una democrazia radicale, come orizzonte di lungo periodo, fondata non sulla delega ma sulla partecipazione attiva, sulla libera informazione e sulla disponibilità di tempo sociale per conoscere, dibattere e deliberare.

Che si tratti di scienza o di democrazia, il pericolo è che la governance tecnocratica stia erodendo in modo irreversibile, sotto i nostri occhi, quelle condizioni di libertà di pensare, conoscere e costruire collettivamente un futuro umano che costituiscono, forse, l’unico antidoto alle dinamiche autoimmuni delle odierne democrazie liberali. Un processo che si può interpretare nel quadro di una “competizione tra futuri giuridici”. Da una parte, l’assetto costituzionale vigente, in cui i diritti fondamentali, pur se spesso violati nella prassi, sono ancora formalmente tutelati; dall’altra, un futuro che presuppone il loro cedimento a norma di legge e sul quale, di fatto, scommettono le oligarchie tecno-finanziarie[x]. Il tema su cui interrogarci, allora, è cosa si possa fare per rendere visibile questa deriva e tutelare la società civile. Abbiamo “una lingua, una penna, un cervello”, per usare le parole di Marc Bloch. Dovremmo forse cercare di evitare l’errore che egli rimproverava a sé e alla sua generazione, di essere stati buoni lavoratori, ma non aver fatto abbastanza come cittadini:

“Studiosi di scienze umane o scienziati di laboratorio, forse anche noi fummo distolti dall’azione individuale da una sorta di fatalismo, insito nella pratica delle nostre discipline. Esse ci hanno abituati a considerare, in ogni cosa, nella società come nella natura, il gioco di forze enormi. Di fronte a queste ondate, di una irresistibilità quasi cosmica, cosa potevano i poveri gesti di un naufrago?
Fu interpretare male la storia.”[xi]

Ringraziamenti. Ringrazio di cuore Juan Carlos De Martin e Maurizio Tirassa per l’attenta lettura della prima versione di questo lavoro e per i preziosi consigli e spunti che mi hanno offerto, nonché Fabrizio Barpi per la segnalazione di utili riferimenti e Daniela Tafani per le sue osservazioni, in particolare per la cornice teorico-giuridica richiamata in conclusione. Desidero inoltre ringraziare l’Associazione Italiana per la promozione della Scienza Aperta (AISA) per le occasioni di confronto e discussione sul rapporto tra scienza, conoscenza e democrazia.

Assunzione di responsabilità. Le opinioni espresse sono di mia esclusiva responsabilità, così come eventuali imprecisioni, e non riflettono necessariamente le posizioni delle istituzioni o delle organizzazioni cui afferisco.

[i] Guédon, J. C. (2003). Locating the information society within civil society: The case of scientific and scholarly publications. Communicating in the information society, 165-194.

[ii] Borghi, M., De Gennaro, I., & Zaccaria, G. (2025). Science Under the Yoke of Value: A Phenomenological Inquiry into the Evaluation Machinery. Routledege.

[iii] Lemoine P., commento su X (27 dicembre 2025) https://x.com/phl43/status/2004946096687087734?s=46&t=cZVm16qVEyrFcxanRoX-cQ. Lemoine riprende e riconsidera criticamente il suo giudizio su una tesi avanzata da David Adler sul paradosso del supporto centrista a misure autoritarie, alla luce degli sviluppi recenti legati alle piattaforme digitali e alle crisi geopolitiche. Si veda Adler, D., The Centrist Paradox: Political Correlates of the Democratic Disconnect (May 01, 2018): http://dx.doi.org/10.2139/ssrn.3214467.

[iv] H. Arendt (2006), Che cos’è la politica? Einaudi. Torino.

[v] Gross, B. (1985) Friendly Fascism – The new face of power in America. Forbidden Bookshelf, New York. Sul carattere “sotto traccia” e incrementale dell’autoritarismo “amichevole”,  Gross sottolinea che forme di restringimento delle libertà tendono a emergere tramite “gradual and silent encroachments”, e possono arrivare “silently, slowly… on little cat feet”, con mutamenti spesso impercettibili fino a consolidamento avvenuto. Sul ruolo dell’autocensura come infrastruttura primaria (prima ancora della censura formale), Gross osserva che, in un assetto del genere, “self-censorship is the first line of defense” e che la censura preventiva (“prior restraint”) è più efficace quando attuata spontaneamente dalla cittadinanza stessa, anziché essere imposta per via giudiziaria o amministrativa. Versione elettronica in accesso aperto: https://ia801905.us.archive.org/24/items/friendly-fascism-the-new-face-bertram-gross/Friendly Fascism_ The New Face – Bertram Gross.pdf.

[vi] Lottaz P., What Goes Around: The EU’s Extralegal Sanctions Regime, 2 gennaio 2026. https://pascallottaz.substack.com/p/what-goes-around-the-eus-extralegal.

[vii] Una dinamica non del tutto inedita se si pensa ai provvedimenti sostanzialmente analoghi, in termini di compressione di diritti fondamentali, adottati durante la pandemia nei confronti di cittadini classificati come non conformi, tanto in Paesi europei, come l’Italia, quanto extraeuropei, come il Canada.

[viii] Nel regime sulle “Russia’s destabilising activities” (Decisione (PESC) 2024/2643; Reg. (UE) 2024/2642), risultano pendenti impugnazioni dinanzi al Tribunale dell’UE di alcuni giornalisti tedeschi, tra cui i citati Röper e Dogru: T-459/25, Röper v Council; T-429/25, Dogru and AFA Medya v Council.

[ix] Bobbio, N. (1984). Il futuro della democrazia. Torino, Einaudi (ed. 2014).

[x] La teoria della “competizione tra futuri giuridici” nel contesto del mercato del digitale è introdotta in: Giraudo, M., Fosch-Villaronga, E., & Malgieri, G. (2024). Competing legal futures–“commodification bets” all the way from personal data to AI. German Law Journal, 25(7), 1095-1119. DOI: https://doi.org/10.1017/glj.2024.29. Cfr. anche Tafani, D., Le Big Tech e il racconto dell’intelligenza artificiale, in Centro per la Riforma dello Stato, 5 luglio 2024. La cornice materiale di potere in cui operano dette oligarchie è quella del complesso politico-militare-tecnologico-finanziario discusso nella prima parte dell’articolo. A questo proposito, si considerino anche alcuni indicatori sintetici di concentrazione di ricchezza e di capacità di influenza. Secondo il rapporto Oxfam (2026): la ricchezza globale dei miliardari è più che raddoppiata nell’ultimo decennio;i 12 miliardari più ricchi del mondo possiedono più ricchezza della metà più povera dell’umanità, cioè di oltre quattro miliardi di persone; sette delle dieci maggiori aziende mondiali dei media e della stampa hanno proprietari miliardari, e nove delle dieci principali società di social media nel mondo sono gestite da soli sei miliardari; otto delle dieci principali aziende di IA – che in parte coincidono con aziende dei media – sono guidate da miliardari, e solo tre di questi controllano quasi il 90% del mercato dei chatbot di IA.

[xi] Bloch, M. (1946) L’étrange défaite. Teérmoignane écrit en 1940. Edizione elettronica a cura di Pierre Palpant, collana “Les classiques des sciences sociales”, Université du Québec à Chicoutimi (ed. digitale completata il 15 agosto 2005), p. 107, trad. mia. https://classiques.uqam.ca/classiques/bloch_marc/etrange_defaite/bloch_defaite.pdf.