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Università, capitale umano e lavoro in Italia
Giuseppe Travaglini partendo dalle recenti affermazioni del Governatore Panetta sul sottofinanziamento del sistema universitario, sui bassi rendimenti salariali del capitale umano e sui pochi laureati collega tali problemi alle caratteristiche del nostro sistema produttivo, in particolare alle deboli innovazioni e alla stagnazione della produttività. Per invertire queste tendenze e consolidare il legame tra istruzione superiore e crescita occorre un forte incremento del finanziamento universitario e delle risorse per ricerca, sviluppo e innovazione. Nel dibattito recente sul ruolo dell’istituzione universitaria come fattore di crescita non solo culturale, ma anche economica e sociale, è stata frequentemente richiamata l’idea che il sapere e il confronto critico rappresentino un bene pubblico essenziale, in grado di potenziare la capacità di un Paese di orientarsi e adattarsi nelle fasi di trasformazione economica, tecnologica e sociale di particolare intensità. Questa tema è stato ripreso dal Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2025-2026 dell’Università di Messina. Al centro della sua analisi la domanda di istruzione universitaria come risultato di una pluralità di fattori, tra cui le opportunità occupazionali percepite, i costi diretti e indiretti della formazione e la qualità complessiva dell’offerta formativa. Come sottolineato da Panetta, negli ultimi dieci anni la quota di giovani in possesso di un titolo universitario è cresciuta, ma rimane significativamente inferiore a quella registrata nei paesi leader europei come Germania e Francia. A pesare sono non solo gli elevati tassi di abbandono, ma anche la persistente difficoltà di tradurre il percorso universitario in profili professionali e occupazionali coerenti e adeguatamente valorizzati dal sistema produttivo. In questo contesto emerge un nodo analitico spesso sottovalutato: la solidità e la competitività del sistema universitario influenzano direttamente la domanda di istruzione universitaria. Un’elevata qualità della didattica, un adeguato sistema di servizi e di diritto allo studio, un forte grado di internazionalizzazione, insieme a una capacità significativa di ricerca e di trasferimento tecnologico, accrescono la credibilità dell’investimento formativo e contribuiscono a ridurre i fattori che scoraggiano l’iscrizione e il completamento dei percorsi di studio. Un rafforzamento strutturale dell’università non risponde dunque solo a esigenze di offerta, ma rappresenta una leva decisiva per ampliare e qualificare la domanda di istruzione terziaria. Risorse. Il rafforzamento della competitività del sistema universitario italiano richiede un adeguato incremento delle risorse. Attualmente, l’università italiana soffre di un sottofinanziamento strutturale rispetto agli standard internazionali: le risorse pubbliche destinate all’istruzione terziaria non superano lo 0,6 per cento del PIL, a fronte di una media OCSE pari a circa l’1,3 per cento e di una media europea prossima all’1,1 per cento. Tale divario mette in evidenza la persistente sottovalutazione del ruolo strategico dell’università quale infrastruttura fondamentale per lo sviluppo economico, sociale e culturale del Paese. Un percorso credibile di riallineamento agli standard europei, in particolare a quelli di Germania e Francia, richiederebbe oggi un incremento iniziale delle risorse nell’ordine di almeno 1 miliardo di euro, necessario per avviare un processo di convergenza verso il “campo gravitazionale” dei principali sistemi universitari europei. In direzione opposta, il finanziamento reale del sistema universitario italiano ha registrato una contrazione continua, stimabile complessivamente intorno al 20 per cento nel periodo 2014–2025, con effetti cumulativi rilevanti sulla sostenibilità finanziaria degli atenei e sulla loro capacità di pianificazione strategica. Tale dinamica espone il sistema a un rischio di natura sistemica, accentuando i divari territoriali ed economici e producendo ricadute negative sulla formazione del capitale umano e del capitale sociale, in particolare nelle aree più fragili del Paese. Wage premium. Il profilo più critico richiamato dal Governatore nel suo messaggio concerne i rendimenti privati dell’istruzione universitaria. In Italia il premio salariale associato al conseguimento della laurea rimane infatti contenuto: un laureato trentenne percepisce in media una retribuzione superiore di circa il 20 per cento rispetto a un diplomato. Si tratta di un differenziale significativamente inferiore a quello riscontrabile negli altri principali Paesi europei. Le retribuzioni dei giovani laureati risultano infatti sensibilmente più elevate in Germania, dove superano in media dell’80 per cento quelle dei coetanei italiani, e nettamente superiori anche in Francia, con uno scarto di circa il 30 per cento. Tali differenziali, lungi dal ridursi, mostrano una tendenza all’ampliamento nel corso del tempo, segnalando una persistente debolezza nella capacità del sistema economico italiano di valorizzare il capitale umano ad alta qualificazione. Questo contesto contribuisce a spiegare, nel caso italiano, una domanda di istruzione universitaria strutturalmente contenuta e poco dinamica, nonché una più elevata propensione alla mobilità internazionale dei giovani con livelli di istruzione più elevati. Negli ultimi anni una quota significativa di laureati italiani ha infatti scelto di trasferirsi all’estero, con incidenze particolarmente marcate nelle discipline tecnico-scientifiche, dove la domanda di competenze qualificate risulta più sostenuta nei principali Paesi avanzati. È tuttavia necessario chiarire un punto analitico cruciale. Il basso wage premium associato al titolo universitario non deriva da un’eccessiva offerta di lavoro qualificato, ma riflette piuttosto la debolezza strutturale del sistema produttivo nazionale e la conseguente insufficienza della domanda di lavoro ad alta qualificazione. Tale carenza è strettamente connessa alla carenza degli investimenti produttivi, alla prolungata stagnazione della produttività e al persistente ritardo tecnologico dell’economia italiana. Da almeno un quarto di secolo la produttività del lavoro mostra una dinamica sostanzialmente piatta, con effetti diretti sulla crescita delle retribuzioni reali, rimaste pressoché stagnanti, soprattutto se confrontate con l’evoluzione registrata in Germania e in Francia, dove i salari reali hanno evidenziato aumenti significativi. Università e specializzazione produttiva. In un modello di specializzazione produttiva concentrato prevalentemente in settori a basso valore aggiunto e a ridotta intensità tecnologica, la capacità di assorbimento del capitale umano qualificato risulta inevitabilmente limitata. Ne consegue una compressione dei rendimenti privati dell’istruzione universitaria, che contribuisce a indebolire gli incentivi all’investimento in formazione terziaria e ad alimentare processi di selezione avversa e di emigrazione dei profili più qualificati. La scarsa competitività del sistema produttivo italiano è strettamente connessa a un assetto distributivo del reddito nazionale che continua a favorire le posizioni di rendita rispetto al rischio imprenditoriale. In numerosi comparti, la redditività è stata preservata prevalentemente attraverso strategie di adattamento al contesto, compressione dei costi e protezione dei margini, piuttosto che mediante investimenti in capitale umano e tecnologico. Quando l’incentivo dominante è consolidare rendite anziché promuovere innovazione, gli investimenti restano strutturalmente insufficienti e l’innovazione si manifesta in maniera episodica e frammentaria. Da tale dinamica emerge una relazione cumulativa di particolare rilevanza per comprendere le debolezze del sistema economico italiano. Investimenti limitati si associano a basso valore aggiunto e scarsa innovazione; una limitata innovazione si traduce in produttività contenuta; una produttività stagnante determina salari modesti. In questo quadro anche il rendimento dell’istruzione universitaria si indebolisce, poiché le competenze e la conoscenza non trovano adeguata valorizzazione nel sistema produttivo. In altre parole, finché la struttura produttiva non si orienta verso settori a più elevato contenuto di conoscenza, la domanda di laureati cresce lentamente, l’università fatica ad attrarre risorse e talenti, e la fuga di capitale umano si configura come un costo strutturale per il Paese. Uscire da questa “trappola della produttività” richiede l’adozione di politiche coerenti su due fronti. Sul versante della formazione universitaria e della ricerca pubblica, è necessario un incremento stabile e pluriennale del finanziamento ordinario, capace di sostenere il rafforzamento delle infrastrutture, dei servizi agli studenti, del diritto allo studio, dei processi di internazionalizzazione e del trasferimento tecnologico. Sul versante del sistema produttivo, è imprescindibile un significativo intervento di politica industriale per favorire l’aumento degli investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione, accompagnato da un cambio di scala che avvicini l’Italia ai principali Paesi guida europei, rendendo strutturali gli strumenti di connessione tra ricerca pubblica e capacità innovativa privata. Il progetto di riforma del MUR. In un contesto segnato da una debole valorizzazione economica e sociale dell’istruzione universitaria, il MUR ha avviato un processo di riforma del sistema universitario, con l’obiettivo dichiarato di intervenire su alcuni snodi centrali del suo funzionamento. Le misure previste riguardano il finanziamento ordinario, l’assetto di governo degli atenei, le procedure di reclutamento, il ruolo del Consiglio Universitario Nazionale e il sistema di valutazione della ricerca e della didattica. Nel loro complesso, questi interventi mirano a riorganizzare il modello di università pubblica, incidendo su strutture e meccanismi consolidati. Tuttavia, al di là dell’enfasi riformatrice, tali misure appaiono in larga parte scollegate dai nodi strutturali che condizionano la domanda di istruzione universitaria e ne comprimono il valore economico sul mercato del lavoro. In particolare, esse non affrontano in modo diretto né il problema della scarsa valorizzazione della laurea, né quello del ridotto wage premium, che rappresentano il principale deterrente all’investimento in istruzione terziaria da parte delle famiglie e degli studenti. Intervenire prevalentemente su assetti organizzativi, procedure di valutazione e meccanismi di governance, in assenza di un rafforzamento sostanziale del finanziamento pubblico e di una strategia complessiva di sviluppo e innovazione capace di assorbire e remunerare capitale umano altamente qualificato, rischia di produrre effetti limitati o meramente formali. Questo scollamento tra ambizioni riformatrici e risorse disponibili emerge con particolare evidenza nella legge di Bilancio 2026, che fallisce completamente nel potenziare il finanziamento del sistema universitario. La manovra lascia infatti sostanzialmente inalterato il livello del finanziamento dell’università statale, senza prevedere un incremento strutturale del FFO in grado di sostenere l’ampliamento dell’offerta formativa, il rafforzamento della ricerca, il miglioramento della terza missione, ossia la valorizzazione e il trasferimento della conoscenza prodotta dall’università verso il contesto esterno con il contributo diretto allo sviluppo economico, sociale, culturale e civile della società e dei territori. Tale scelta miope conferma l’assenza di una reale priorità politica attribuita all’università dal Governo e ne indebolisce ulteriormente la capacità di incidere sui meccanismi di valorizzazione del titolo di studio e sui differenziali salariali associati alla laurea. Ancora più problematica appare la marginalizzazione, nel disegno riformatore, di ciò che dovrebbe costituirne uno dei perni strategici: il rilancio del sistema produttivo nazionale verso la digitalizzazione e la rivoluzione tecnologia dell’IA per ridurre il divario con gli standard europei e internazionali, rafforzando in concerto la capacità dell’università di generare competenze avanzate e conoscenza trasferibile al sistema produttivo. Conclusioni. L’università italiana rappresenta un bene pubblico strategico, in quanto contribuisce alla formazione del capitale umano e sociale e al rafforzamento della capacità innovativa del Paese. Il suo progressivo indebolimento incide negativamente sia sulla qualità dell’offerta formativa sia sulla domanda di istruzione universitaria. In questa prospettiva, il ridotto wage premium dei laureati in Italia non va interpretato come un fenomeno isolato, ma come il sintomo di una più ampia stagnazione produttiva e tecnologica, riconducibile a modelli di specializzazione a basso valore aggiunto e a un livello insufficiente di investimenti in ricerca e innovazione, spesso sostenuti da assetti di rendita consolidati. Interrompere questo circolo vizioso e restituire pieno valore allo studio e alla formazione universitaria richiede un rafforzamento strutturale del finanziamento degli atenei e un deciso aumento delle risorse destinate alla ricerca, fino a raddoppiare l’impegno in rapporto al PIL. Solo in presenza di un sistema universitario più solido e competitivo sarà possibile stimolare la domanda di istruzione universitaria e orientare il Paese verso una traiettoria di crescita più sostenuta, innovativa e inclusiva.   Pubblicato il 18 gennaio 2026 sul Menabò di Etica ed Economia
February 2, 2026
ROARS
Lo scudo europeo per la democrazia: Democrazia e scienza nella società dell’informazione
Lo Scudo europeo per la democrazia viene presentato come un argine a disinformazione e interferenze straniere, ma finirà per istituzionalizzare la censura preventiva nello spazio informativo. Diventano suscettibili di limitazioni contenuti “altrimenti legali” ma “rischiosi”, una categoria tanto elastica da inglobare qualunque contenuto politicamente scomodo. La “difesa della democrazia” comporta la stigmatizzazione del conflitto delle idee come devianza e la costruzione di una filiera di segnalazione, fact-checking e neutralizzazione finalizzata a “tutelare l’integrità dello spazio informativo” e che coinvolge piattaforme online, ONG e istituzioni pubbliche sotto un’opaca regia del potere esecutivo. È un dispositivo che, se attuato, minerà alla radice i diritti fondamentali della libertà di espressione e della libera circolazione delle idee, pietre angolari di una democrazia sostanziale. (Terza parte) Link alla prima e alla seconda parte. DEMOCRAZIA E SCIENZA NELLA SOCIETÀ DELL’INFORMAZIONE: UN COMUNE DESTINO? Parafrasando D’Eramo, tutta la preoccupazione della Commissione europea contro fake news, disinformazione e FIMI può leggersi come timore di perdere “il monopolio della menzogna legittima”. Su un piano più generale, è l’enfasi sull’integrità dell’informazione a suggerirci una chiave interpretativa utile. Come scrive Jean-Claude Guédon[i], l’espressione società dell’informazione, apparentemente innocua, a un esame ravvicinato rinvia a finalità di controllo e governo del discorso pubblico che riguardano la produzione, la circolazione e la ricezione dell’informazione, in evidente tensione con l’interesse della società civile. Il punto, per Guédon, è che con la società dell’informazione si intende superare il concetto di società civile, sottraendo a quest’ultima le funzioni normalmente attribuitele, in virtù di una sorta di equivoco semantico per cui l’informazione, intesa come entità scientifica, sarebbe in grado di offrire la miglior soluzione – ovviamente scientifica – a problemi sociali. Da qui deriva la tentazione di espellere la politica come elemento disturbante (“may we keep the politics out of this question”, per usare un’espressione ricorrente richiamata da Guédon) e di neutralizzare conflitti sociali presentandoli come questioni tecniche da gestire sotto il vessillo di una conoscenza oggettiva, super-partes. Il caso dell’evoluzione dell’editoria scientifica è utilizzato da Guédon per mostrare come l’infrastruttura tecnologica digitale, che aveva senz’altro aperto una possibilità di miglioramento della comunicazione e della collaborazione scientifica, sia stata trasformata in una infrastruttura di controllo, attraverso “il branding, e in particolare la produzione di valore simbolico convertibile in carriere, promozioni, grant, comitati e premi”, governata da oligopoli editoriali globali. L’esito è stato una torsione che ha sacrificato l’éthos di libertà proprio della scienza. Analizzare quest’evoluzione in ambito scientifico aiuta a comprendere la tensione tra società dell’informazione e società civile che Guédon esplicita nella parte finale del suo saggio: la rete ha prodotto un “clima di libertà”, talora bollato come “anarchico”, che minaccia forme tradizionali di gestione dell’informazione e che potrebbe favorire la nascita di contro-poteri. La prospettiva di individui capaci di “riscoprire la gioia di essere cittadini attivi” risulta “troppo” per le “plutocrazie regnanti” e innesca strategie di governance. Per la scienza, attraverso il “giogo del valore”[ii]; per la società civile, “imbrigliando Internet” affinché al cittadino sia somministrata solo l’informazione legittima. Come ha osservato recentemente Philippe Lemoine[iii], l’erosione operata dai social media delle funzioni tradizionali di gatekeeping dei media tradizionali ha reso più difficile il controllo delle narrazioni dominanti, innescando in ampi settori delle élite liberali una reazione difensiva, che si traduce sempre più spesso in atteggiamenti apertamente illiberali e censori, giustificati in nome della protezione della democrazia stessa. Un esito che Guédon aveva pronosticato con notevole lungimiranza già nei primi anni Duemila. È chiaro che il punto epistemico cela un punto propriamente politico. Le tecnologie dell’informazione sono state dispiegate, suggerisce Tirassa, come strumenti di governamentalità gestiti da strutture di potere verticalizzate e introdotti nella società civile tramite imposizioni che “non consentono spazi di negoziato o di difesa”, su popolazioni “sostanzialmente ignare”, entro un dominio “capillare, pervasivo e incessante”. In quest’ottica, asimmetria di potere e asimmetria informativa sono inseparabili: la seconda è funzionale al mantenimento della prima. Dunque l’esigenza di “imbrigliare” Internet non può essere un correttivo tardivo ma un requisito di progetto volto a realizzare una società civile soggiogata da un discorso pubblico preordinato, la cosiddetta società dell’informazione, in cui il conflitto delle idee è codificato come devianza da prevenire. Se, secondo Hannah Arendt[iv], “il senso della politica è la libertà”, lo Scudo europeo per la democrazia, nelle sue molteplici articolazioni, appare, invece, come un dispositivo che uccide la politica. Dopo una lunga fase di neutralizzazione tecnocratica della democrazia, lo Scudo rappresenta un ulteriore passo di istituzionalizzazione della logica dell’insicurezza, del TINA e del nemico (sia esterno sia – e soprattutto, per le sue implicazioni sociali – interno) come partitura di governo, rendendo strutturale l’asimmetria tra istituzioni che proteggono e cittadinanza che deve essere protetta (anche da se stessa). In definitiva, lo Scudo non protegge la democrazia ma la converte in un autoritarismo amministrativo quasi sottotraccia, capace di avanzare attraverso slittamenti normativi, incentivi, responsabilità esternalizzate e forme di controllo silenziose che inducono autocensura e conformismo sul piano politico e culturale, secondo una dinamica che richiama il “Friendly Fascism” descritto da Bertram Gross[v]. In questo quadro, la compressione dei diritti fondamentali della libertà di pensiero e della libera circolazione delle idee viene presentata come manutenzione ordinaria del sistema democratico costituzionale e, proprio per questo, risulta più difficile da individuare, contestare e contrastare. D’altro canto, la perdita di ogni controllo sulla sfera dell’informazione, tanto come fruitori che come creatori, equivale alla perdita definitiva di ogni possibilità di incidere sulla realtà e di difendersi dal potere. Questa dovrebbe essere tra le preoccupazioni più urgenti di ogni cittadino europeo. UNA NOTA FINALE Merita infine un cenno il crescente ricorso del Consiglio dell’UE a misure restrittive PESC/CFSP in considerazione della situazione in Russia nei confronti di singoli individui accusati di propaganda/disinformazione “filo-russa” per le loro attività pubbliche di analisi geopolitica, giornalismo, attivismo civile. Ad oggi risultano sanzionati 59 individui nell’ambito di questo regime, tra cui numerosi cittadini europei. Tra i casi più noti, pubblicati nell’apposita dashboard della Commissione, figurano quelli di Jacques Baud, un ex colonnello dell’esercito svizzero in pensione, del giornalista francese Xavier Moreau, dell’attivista civile svizzera Nathalie Yamb e dei giornalisti tedeschi Thomas Röper e Hüseyin Dogru. Si tratta di atti di natura politico-amministrativa, immediatamente effettivi, che prevedono congelamento di fondi, interdizioni economiche e divieti di ingresso o transito nell’Unione e che, analogamente a quelli statunitensi adottati nei confronti di Francesca Albanese, vengono comminati in assenza di un previo procedimento giudiziario. Per modalità ed effetti, tali provvedimenti richiamano le lettres de cachet dell’Ancien Régime, lettere firmate dal re che consentivano di colpire un individuo senza processo e senza contraddittorio. Come osserva Pascal Lottaz[vi], questo regime sanzionatorio configura uno spazio “extralegale” che consente di aggirare le tutele contro la persecuzione politica. Infatti, le sanzioni, adottate all’unanimità dal Consiglio dell’UE, sono giuridicamente fondate sul Trattato di Lisbona in quanto strumenti di politica estera e sono sottratte ai principi del giusto processo, della presunzione di innocenza e della proporzionalità, poiché le condotte sanzionate, designate dal Consiglio dell’UE come “indesiderabili”, non costituiscono reato e restano, in quanto tali, pienamente lecite negli ordinamenti nazionali. Siamo dunque in presenza di uno strumento di difesa di politica estera che viene progressivamente rivolto all’interno dello spazio europeo, colpendo cittadini e residenti dell’Unione, secondo la logica del nemico interno[vii] già sottesa alle definizioni di disinformazione e FIMI. Come somma beffa, osserva ancora Lottaz, per le persone sanzionate diventa estremamente difficile, se non impossibile, difendersi efficacemente[viii]: “l’unico ricorso a disposizione delle vittime di questo sistema è il ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione europea (CGUE). Tuttavia, e qui arriva un grande ma, la CGUE verificherà solo la coerenza formale della decisione sanzionatoria. Non verificherà se le accuse e il regime sanzionatorio imposto siano proporzionati o violino i diritti fondamentali delle persone sanzionate. La CGUE si limiterà a verificare la correttezza della motivazione fornita”. Eventualmente, basterà al Consiglio modificarla per riavviare il ciclo sanzionatorio. Insomma, “Il Consiglio dell’UE ha di fatto un potere assoluto e illimitato su chi viene sanzionato”, tanto che Lottaz parla di “morte eurocratica della democrazia”. In questa prospettiva, le sanzioni individuali non appaiono come un’eccezione contingente, ma come il consolidamento di un paradigma di governo che consente all’esecutivo di sospendere diritti fondamentali dei cittadini, normalizzando strumenti straordinari e rendendoli parte dell’ordinaria amministrazione del potere. L’insieme dei dispositivi analizzati – dalle definizioni estensive di disinformazione e interferenza alla governance del discorso pubblico attraverso una rete diffusa di fact-checker, ONG, media e attori istituzionali selezionati ex ante e finanziati dalla Commissione europea, dalla delega a piattaforme private ed extra-territoriali sino all’uso di strumenti sanzionatori extralegali – delinea un modello di salvaguardia dell’integrità dello spazio informativo europeo fondato su conflitti d’interesse strutturali e su un deficit di tutela giuridica del cittadino. Da un lato, l’autorità che definisce disinformazione e interferenze seleziona e sostiene economicamente i soggetti chiamati a identificarle e certificarle, producendo un cortocircuito epistemico e informativo. Dall’altro, le piattaforme digitali, sottoposte a obblighi di mitigazione del rischio, sono incentivate a un enforcement prudenziale e sovrainclusivo, con scarse tutele per l’utente. Infine, attraverso il regime sanzionatorio governato dal Consiglio dell’UE, il potere esecutivo può limitare, per via amministrativa, con effetti immediati e tutele giurisdizionali puramente formali, diritti fondamentali dei cittadini europei che incidono non solo sulla libertà d’espressione ma sull’esistenza quotidiana. In sintesi, in nome della sicurezza e della resilienza, la libertà di espressione e la libera circolazione delle idee finiscono per essere trattate, per vie diverse ma convergenti, come minacce da prevenire. Stanti le parole del segretario generale del Consiglio d’Europa (“What Europe needs is a reset”), la domanda che si impone è se la democrazia, nell’Unione, sia stata già resettata nel silenzio e nella distrazione generale. Dal momento che le politiche messe in campo dall’Unione europea pretendono di rispondere alla complessità dei problemi contemporanei con una gestione tecnocratica dell’informazione, della conoscenza e della società, ma, come insegna Norberto Bobbio, “tecnocrazia e democrazia sono antitetiche”[ix], il parallelo prima richiamato con quanto avvenuto nel mondo della ricerca scientifica è più che mai attuale. Come osservano Borghi et al.[ii], la subordinazione della conoscenza a dispositivi di valutazione e a criteri di “valore” ha finito per erodere proprio ciò che rende possibile il sapere – tempo, apertura, incertezza, studio – tanto che gli autori propongono una moratoria sui dispositivi valutativi come “occasione per avviare una rinnovata riflessione e un confronto sul senso, l’orizzonte e il futuro della ricerca scientifica”. Sul piano politico, Pierluigi Fagan ha proposto di tornare ad interrogarsi sulle condizioni minime di una democrazia radicale, come orizzonte di lungo periodo, fondata non sulla delega ma sulla partecipazione attiva, sulla libera informazione e sulla disponibilità di tempo sociale per conoscere, dibattere e deliberare. Che si tratti di scienza o di democrazia, il pericolo è che la governance tecnocratica stia erodendo in modo irreversibile, sotto i nostri occhi, quelle condizioni di libertà di pensare, conoscere e costruire collettivamente un futuro umano che costituiscono, forse, l’unico antidoto alle dinamiche autoimmuni delle odierne democrazie liberali. Un processo che si può interpretare nel quadro di una “competizione tra futuri giuridici”. Da una parte, l’assetto costituzionale vigente, in cui i diritti fondamentali, pur se spesso violati nella prassi, sono ancora formalmente tutelati; dall’altra, un futuro che presuppone il loro cedimento a norma di legge e sul quale, di fatto, scommettono le oligarchie tecno-finanziarie[x]. Il tema su cui interrogarci, allora, è cosa si possa fare per rendere visibile questa deriva e tutelare la società civile. Abbiamo “una lingua, una penna, un cervello”, per usare le parole di Marc Bloch. Dovremmo forse cercare di evitare l’errore che egli rimproverava a sé e alla sua generazione, di essere stati buoni lavoratori, ma non aver fatto abbastanza come cittadini: “Studiosi di scienze umane o scienziati di laboratorio, forse anche noi fummo distolti dall’azione individuale da una sorta di fatalismo, insito nella pratica delle nostre discipline. Esse ci hanno abituati a considerare, in ogni cosa, nella società come nella natura, il gioco di forze enormi. Di fronte a queste ondate, di una irresistibilità quasi cosmica, cosa potevano i poveri gesti di un naufrago? Fu interpretare male la storia.”[xi] Ringraziamenti. Ringrazio di cuore Juan Carlos De Martin e Maurizio Tirassa per l’attenta lettura della prima versione di questo lavoro e per i preziosi consigli e spunti che mi hanno offerto, nonché Fabrizio Barpi per la segnalazione di utili riferimenti e Daniela Tafani per le sue osservazioni, in particolare per la cornice teorico-giuridica richiamata in conclusione. Desidero inoltre ringraziare l’Associazione Italiana per la promozione della Scienza Aperta (AISA) per le occasioni di confronto e discussione sul rapporto tra scienza, conoscenza e democrazia. Assunzione di responsabilità. Le opinioni espresse sono di mia esclusiva responsabilità, così come eventuali imprecisioni, e non riflettono necessariamente le posizioni delle istituzioni o delle organizzazioni cui afferisco. [i] Guédon, J. C. (2003). Locating the information society within civil society: The case of scientific and scholarly publications. Communicating in the information society, 165-194. [ii] Borghi, M., De Gennaro, I., & Zaccaria, G. (2025). Science Under the Yoke of Value: A Phenomenological Inquiry into the Evaluation Machinery. Routledege. [iii] Lemoine P., commento su X (27 dicembre 2025) https://x.com/phl43/status/2004946096687087734?s=46&t=cZVm16qVEyrFcxanRoX-cQ. Lemoine riprende e riconsidera criticamente il suo giudizio su una tesi avanzata da David Adler sul paradosso del supporto centrista a misure autoritarie, alla luce degli sviluppi recenti legati alle piattaforme digitali e alle crisi geopolitiche. Si veda Adler, D., The Centrist Paradox: Political Correlates of the Democratic Disconnect (May 01, 2018): http://dx.doi.org/10.2139/ssrn.3214467. [iv] H. Arendt (2006), Che cos’è la politica? Einaudi. Torino. [v] Gross, B. (1985) Friendly Fascism – The new face of power in America. Forbidden Bookshelf, New York. Sul carattere “sotto traccia” e incrementale dell’autoritarismo “amichevole”,  Gross sottolinea che forme di restringimento delle libertà tendono a emergere tramite “gradual and silent encroachments”, e possono arrivare “silently, slowly… on little cat feet”, con mutamenti spesso impercettibili fino a consolidamento avvenuto. Sul ruolo dell’autocensura come infrastruttura primaria (prima ancora della censura formale), Gross osserva che, in un assetto del genere, “self-censorship is the first line of defense” e che la censura preventiva (“prior restraint”) è più efficace quando attuata spontaneamente dalla cittadinanza stessa, anziché essere imposta per via giudiziaria o amministrativa. Versione elettronica in accesso aperto: https://ia801905.us.archive.org/24/items/friendly-fascism-the-new-face-bertram-gross/Friendly Fascism_ The New Face – Bertram Gross.pdf. [vi] Lottaz P., What Goes Around: The EU’s Extralegal Sanctions Regime, 2 gennaio 2026. https://pascallottaz.substack.com/p/what-goes-around-the-eus-extralegal. [vii] Una dinamica non del tutto inedita se si pensa ai provvedimenti sostanzialmente analoghi, in termini di compressione di diritti fondamentali, adottati durante la pandemia nei confronti di cittadini classificati come non conformi, tanto in Paesi europei, come l’Italia, quanto extraeuropei, come il Canada. [viii] Nel regime sulle “Russia’s destabilising activities” (Decisione (PESC) 2024/2643; Reg. (UE) 2024/2642), risultano pendenti impugnazioni dinanzi al Tribunale dell’UE di alcuni giornalisti tedeschi, tra cui i citati Röper e Dogru: T-459/25, Röper v Council; T-429/25, Dogru and AFA Medya v Council. [ix] Bobbio, N. (1984). Il futuro della democrazia. Torino, Einaudi (ed. 2014). [x] La teoria della “competizione tra futuri giuridici” nel contesto del mercato del digitale è introdotta in: Giraudo, M., Fosch-Villaronga, E., & Malgieri, G. (2024). Competing legal futures–“commodification bets” all the way from personal data to AI. German Law Journal, 25(7), 1095-1119. DOI: https://doi.org/10.1017/glj.2024.29. Cfr. anche Tafani, D., Le Big Tech e il racconto dell’intelligenza artificiale, in Centro per la Riforma dello Stato, 5 luglio 2024. La cornice materiale di potere in cui operano dette oligarchie è quella del complesso politico-militare-tecnologico-finanziario discusso nella prima parte dell’articolo. A questo proposito, si considerino anche alcuni indicatori sintetici di concentrazione di ricchezza e di capacità di influenza. Secondo il rapporto Oxfam (2026): la ricchezza globale dei miliardari è più che raddoppiata nell’ultimo decennio;i 12 miliardari più ricchi del mondo possiedono più ricchezza della metà più povera dell’umanità, cioè di oltre quattro miliardi di persone; sette delle dieci maggiori aziende mondiali dei media e della stampa hanno proprietari miliardari, e nove delle dieci principali società di social media nel mondo sono gestite da soli sei miliardari; otto delle dieci principali aziende di IA – che in parte coincidono con aziende dei media – sono guidate da miliardari, e solo tre di questi controllano quasi il 90% del mercato dei chatbot di IA. [xi] Bloch, M. (1946) L’étrange défaite. Teérmoignane écrit en 1940. Edizione elettronica a cura di Pierre Palpant, collana “Les classiques des sciences sociales”, Université du Québec à Chicoutimi (ed. digitale completata il 15 agosto 2005), p. 107, trad. mia. https://classiques.uqam.ca/classiques/bloch_marc/etrange_defaite/bloch_defaite.pdf.
January 27, 2026
ROARS
Lo scudo europeo per la democrazia: la fiaba del cittadino da proteggere e le fabbriche del falso
Lo Scudo europeo per la democrazia viene presentato come un argine a disinformazione e interferenze straniere, ma finirà per istituzionalizzare la censura preventiva nello spazio informativo. Diventano suscettibili di limitazioni contenuti “altrimenti legali” ma “rischiosi”, una categoria tanto elastica da inglobare qualunque contenuto politicamente scomodo. La “difesa della democrazia” comporta la stigmatizzazione del conflitto delle idee come devianza e la costruzione di una filiera di segnalazione, fact-checking e neutralizzazione finalizzata a “tutelare l’integrità dello spazio informativo” e che coinvolge piattaforme online, ONG e istituzioni pubbliche sotto un’opaca regia del potere esecutivo. È un dispositivo che, se attuato, minerà alla radice i diritti fondamentali della libertà di espressione e della libera circolazione delle idee, pietre angolari di una democrazia sostanziale. (Seconda parte) Ecco il link alla prima parte. LA FIABA DEL CITTADINO DA PROTEGGERE E LE FABBRICHE DEL FALSO La logica che sottende allo Scudo – e alla sua accettazione sociale – si fonda sulla tesi del cittadino che deve essere protetto da se stesso, incapace di pensare, discernere e partecipare in modo responsabile al discorso pubblico. Carlo Magnani[i] riassume questa visione richiamando una metafora perfetta: i cittadini come tanti Cappuccetto Rosso nella foresta digitale, pronti a essere sbranati “dal Lupo Cattivo delle fake news o degli algoritmi prefabbricati”, fragili e suggestionabili dai manipolatori dell’informazione, escludendo – beninteso – i media mainstream, la tv e i quotidiani; la Commissione, affiancata da piattaforme e fact-checker, è il benevolo cacciatore che salva Cappuccetto. È una fiaba che ha molta presa perché figlia di un clima culturale di lunga durata, segnato dalla grammatica del TINA (“There Is No Alternative”), secondo cui la complessità va governata dall’alto, il cittadino è un soggetto incompetente, ciò che devia dalla linea tecnico-istituzionale è negazionismo. Il risultato è l’idea, politicamente comodissima, di una “democrazia protetta” per mezzo di filtri informativi presentati come misure di salute pubblica[ii]. Ma è una fiaba che rovescia la realtà. La disinformazione e la menzogna non nascono con i social media né sono un incidente di Internet, ma, come ci ricorda Marco D’Eramo[iii], sono dispositivi antichi quanto la politica. I primi disinformatori o misinformatori non sono, storicamente, i cittadini, ma i poteri che cercano di governarli. Ciò che è cambiato nel corso dei secoli sono gli strumenti, perché, come scrive Vladimiro Giacché in “La fabbrica del falso”[iv], “la menzogna è il grande protagonista del discorso pubblico contemporaneo”. Tanto per ragionare di “interferenze straniere”, come si può non ricordare di quando Colin Powell al Consiglio di sicurezza dell’ONU nel 2003 dichiarò: “Every statement I make today is backed up by solid sources…”, brandendo “solide prove” sulle presunte armi di distruzione di massa irachene, che si rivelarono, dopo una guerra che durò otto anni e che causò mezzo milione di morti civili, inesistenti. A ingannare l’opinione pubblica statunitense e occidentale perché sostenesse la necessità di un atto di aggressione non furono troll stranieri, ma un alto rappresentante della principale democrazia occidentale. Il caso Powell è solo un esempio di una lunghissima sequela di narrazioni ufficiali presentate dall’Occidente democratico per giustificare politiche coercitive[v], militari o economiche, dai costi umani altissimi[vi] ai danni del resto del mondo. Che “la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa” ce lo ha appena confermato il primo ministro del Canada, Mark Carney, al World Economic Forum (Davos, 20 gennaio 2026). Resta solo da intendersi sull’“in parte”. In definitiva, la vera posta in gioco per l’establishment al potere non è altro che la tenuta delle mistificazioni istituzionali, finché conviene, perciò contro-narrazioni credibili e capaci di renderle visibili e contestabili non devono emergere. Dunque lo Scudo, che pretende di proteggere il cittadino filtrando il discorso pubblico, altro non è che lo strumento per proteggere il potere da ciò che lo contraddice, neutralizzando il discorso democratico. Anche la retorica della scienza messa in campo dal potere politico è funzionale allo stesso scopo. Certamente la verità è un obiettivo di lungo termine per l’impresa scientifica: la si approssima quando la comunità scientifica resta fedele a principi di apertura, disinteresse e revisione continua delle conoscenze acquisite. Di contro, la scienza non è un deposito di verità, indiscutibili prêt-à-porter da usare come clava, ma è un metodo di lavoro e, dunque, come ogni pratica umana, è fallibile, esposta a incentivi, pressioni e catture. Per questo la retorica della verità scientifica come fondamento neutrale delle politiche pubbliche è una truffa ai danni dei cittadini e dell’ambiente, oltreché della democrazia. Come osserva Elisa Lello[vii], da una parte l’epistemologia non può essere separata dall’economia e dalla politica, dall’altra gli interessi privati non si limitano più a reagire alla scienza, ma sono diventati abilissimi nel perseguire i propri obiettivi facendo leva sulla scienza stessa. Tre esempi recentissimi – tutti tratti dal campo dell’agricoltura – illustrano i meccanismi di un uso distorto della scienza e le insidie sottese a logiche reputazionali che coinvolgono riviste e scienziati: 1) La vicenda Xylella, di cui Francesco Sylos Labini si era occupato in questo blog (13/01/2016, 25/09/2016). Un rapporto del WWF del novembre 2025, di cui raccomando fortemente la lettura, descrive la gestione dell’“emergenza” in Puglia come caratterizzata da forte interventismo, con misure di “abbattimento massivo” di ulivi, compresi esemplari secolari e monumentali, sproporzionate e prive di solide basi scientifiche. Il rapporto richiama come fosse noto già dal 2015, anche all’Autorità europea per la sicurezza alimentare (European Food Safety Authority – EFSA, 2015), che il batterio Xylella fastidiosa fosse “endemico e non più eradicabile”, così come era noto fin dal 2013 che il disseccamento rapido avesse cause multifattoriali e riconducibili a diversi patogeni[viii], tanto è vero che un decennio di monitoraggi rivela che solo una piccolissima frazione degli ulivi con sintomi di disseccamento risulta positiva alla Xylella (Ciervo e Scortichini, 2024). Ciononostante, in virtù della regola comunitaria dei 50 m (che impone l’abbattimento di tutti gli ulivi nel raggio di 50 m da una pianta positiva al test, anche se asintomatici) il numero di abbattimenti è cresciuto sensibilmente negli ultimi anni – a dispetto della scienza, verrebbe da dire. Si tratta di fatti che mettono bene in chiaro il senso (o il non-senso) di strategie concentrate su monitoraggio e abbattimenti estensivi. Il WWF evidenzia come tali misure abbiano favorito un modello agricolo intensivo a scapito di un’“agricoltura custode” del paesaggio storico e della biodiversità, orientata alla convivenza con il patogeno, anziché all’eradicazione, attraverso alternative agro-ecologiche. Rispetto a questo esito disastroso per gli ulivi e le comunità locali, è doveroso ricordare il discorso scientista a sostegno di tali strategie: articoli di fuoco (Un paese che odia la scienza, Paolo Mieli, Corriere della Sera, 11 gennaio 2016; numerosi interventi su Il Foglio, uno per tutti: La storia del complotto anti ulivi smontata anche dall’Europa; contributi su riviste di divulgazione scientifica), sorretti da una postura estremamente dogmatica dell’Accademia dei Licei, che in un rapporto del giugno 2016 scriveva: “l’agente causale della [malattia] è Xylella fastidiosa, una conclusione non più discutibile”; ribadendo nel giugno 2017: “Questi nuovi studi forniscono un’ulteriore irrefutabile evidenza della correlazione tra malattia degli olivi e Xylella” denunciando nel 2018: “il negazionismo della Xylella come origine della malattia degli ulivi pugliesi” fino a sostenere (12 aprile 2019): “si agisca prontamente, ai fini delle misure di contenimento, eventualmente anche in deroga a misure di carattere ambientale, paesaggistico e storico”. 2) Glifosato, l’erbicida più usato al mondo commercializzato da Monsanto e poi Bayer col marchio Roundup. A inizio dicembre 2025 la rivista Regulatory Toxicology and Pharmacology ha pubblicato la retraction notice dell’articolo “Safety evaluation and risk assessment of the herbicide Roundup and its active ingredient, glyphosate, for humans” (2000), motivandola con problemi di authorship, misrepresentation del contributo dello sponsor, auto-referenzialità delle conclusioni sugli aspetti di cancerogenità, conflitti d’interesse. Si tratta di un articolo che ha avuto un’enorme influenza a livello regolatorio, per la valutazione della sicurezza del glifosato[ix]. La stampa di questi giorni[x] ha collegato la vicenda alle rivelazioni sui Monsanto Papers (2017)[xi] e al tema del ghostwriting. Eppure, quando a valle di quelle rivelazioni, associazioni e ricercatori sollevarono dubbi sulla nocività del glifosato e sulla neutralità della letteratura e delle valutazioni regolatorie, furono liquidati come produttori di “fake news” o “allarmismi infondati”: basti ricordare titoli come “Fake news: il caso-glifosato” della Fondazione Umberto Veronesi o articoli che contrapponevano le “bufale” di associazioni e movimenti alle “evidenze scientifiche” di agenzie come l’EFSA[xii]. 3) Dossieraggio dei ricercatori critici su pesticidi e OGM. L’inchiesta Bonus Eventus files (Le Monde/Lighthouse Reports) ha rivelato nel 2024 l’esistenza della piattaforma privata statunitense  “Bonus Eventus”, creata dall’ex direttore della comunicazione di Monsanto Jay Byrne, che ha accumulato e condiviso, su scala internazionale, informazioni personali e talvolta denigratorie su scienziati, giornalisti e attivisti critici verso pesticidi e OGM, mettendo a disposizione dell’industria “munizioni” reputazionali per screditare e intimidire. In tutti e tre i casi si tratta di vera e propria guerra sul terreno epistemico, resa razionale dal fatto che gli snodi tecnici che legittimano le scelte (per esempio EFSA) e quelli che le decidono e attuano (Commissione/DG SANTE, Stati membri, autorità locali) dipendono da un ecosistema di credibilità, dossier e campagne (dis)informative in cui l’industria investe sistematicamente. Sul piano del dibattito pubblico, in nome della scienza si chiude lo spazio della discussione e la verità viene usata per trasformare scelte controverse in necessità tecniche. Ad oggi[xiii] nessuna presa di posizione sul rapporto del WWF, e sulle prove scientifiche in esso citate, risulta pervenuta da parte delle citate testate e istituzioni schierate a difesa della scienza nel caso Xylella. Di consuetudine, una volta legittimate le misure straordinarie, si sceglie o l’oblio o, nel migliore dei casi, la formula delle scuse: abbiamo agito secondo le migliori prove allora disponibili. Si tratta, però, di una formula autoassolutoria fuorviante. In numerose circostanze, infatti, i limiti, le incertezze e la portata parziale, se non proprio insufficiente, delle prove scientifiche, così come i conflitti d’interesse che ne influenzano la produzione e l’interpretazione, sono noti, ma vengono sistematicamente rimossi dal discorso pubblico, presentando come conoscenze consolidate ipotesi (o forse dovremmo dire wishful thinking) o, al più, risultati preliminari[xiv]. Non si tratta dunque di una semplice sottovalutazione, quando va bene riconosciuta ex post, della fallibilità della scienza, ma piuttosto di una selezione sistematica dell’informazione scientifica da diffondere, funzionale alla costruzione di narrazioni a supporto di decisioni irreversibili. Assistiamo così da tempo a un tradimento del principio di precauzione, in perfetta coerenza con il manifesto tecno-ottimista degli oligarchi tecno-finanziari di cui sopra: “Our enemy is the Precautionary Principle […] The Precautionary Principle continues to inflict enormous unnecessary suffering on our world today. It is deeply immoral, and we must jettison it with extreme prejudice.” Se la polis greca sapeva che la politica appartiene alla doxa, ovvero all’opinione e alla narrazione, e non certo all’epistéme, oggi l’epistéme è troppo spesso catturata dalla politica (a sua volta integrata in una gerarchia di potere più ampia, in cui interessi pubblici e privati risultano strettamente intrecciati) e ridotta a sigillo scientifico da apporre alla versione dei fatti che si vuole imporre come verità. Viene cioè trasformata da strumento per comprendere il mondo a strumento per governarlo: “una pretesa totalitaria”, come la definisce Giuseppe Longo[xv], che presuppone, per funzionare, una forma di fiducia superstiziosa dei cittadini nella scienza. Il tutto si manifesta nel dibattito pubblico attraverso un fenomeno culturale che nell’ultimo decennio ha fatto fortuna: un identitarismo scientista, alimentato da una divulgazione bullizzante, amplificata dai media, che riduce contestazioni fondate a ignoranza, patologia, complottismo, perché il suo unico obiettivo è certificare la verità del potere costituito. Anziché vagheggiare di danni prodotti dal nemico immaginario dell’antiscienza, fenomeno tutt’al più marginale ma categoria molto sfruttata nel discorso pubblico, perché utile a marchiare proprio tutti, compresi gli scienziati, quando non si conformano, sarebbe ora di cominciare a chiedersi e a studiare con molta serietà quanti danni faccia lo scientismo. E sarebbe altrettanto auspicabile ragionare sulle conseguenze della visione oggi prevalente, anche per effetto dei dispositivi di finanziamento e di valutazione della ricerca, della scienza come “tecno-fix”[xvi]: la promessa di un palliativo ai problemi del mondo, spinta a produrre soluzioni prima ancora di produrre conoscenza e portata a trascurare l’indagine sulle cause dei problemi che è chiamata a risolvere e la ricerca di nuove prospettive. È dentro questo orizzonte che trovano più facilmente spazio e consenso le proposte di governance dell’informazione previste nello Scudo, come l’apposizione di un sigillo di verità e il pre-bunking, che nulla hanno di scientifico (e di democratico) se l’obiettivo è la costruzione e la circolazione della conoscenza e non il controllo del discorso pubblico. Ringraziamenti. Ringrazio di cuore Juan Carlos De Martin e Maurizio Tirassa per l’attenta lettura della prima versione di questo lavoro e per i preziosi consigli e spunti che mi hanno offerto, nonché Fabrizio Barpi per la segnalazione di alcuni utili riferimenti. Desidero inoltre ringraziare l’Associazione Italiana per la promozione della Scienza Aperta (AISA) per le occasioni di confronto e discussione sul rapporto tra scienza, conoscenza e democrazia. Assunzione di responsabilità. Le opinioni espresse sono di mia esclusiva responsabilità, così come eventuali imprecisioni, e non riflettono necessariamente le posizioni delle istituzioni o delle organizzazioni cui afferisco. [i] Magnani, C. (2021), Finché ci sono fake news c’è speranza, Carocci. Per una discussione critica del volume di Magnani e del contesto del dibattito su “post-verità” e “fake news”, cfr. Leandro Cossu, “Finché ci sono fake news c’è speranza!”, La Fionda, 3 aprile 2021. [ii] von der Leyen (Copenhagen Democracy Summit/Congress, 14 May 2024) ricorre a un lessico medico in tema di lotta alla disinformazione: parla di “societal immunity” e sostiene che “pre-bunking is more successful than de-bunking […] In short, prevention is preferable to cure. Think of information manipulation as a virus.”, assimilando il pre-bunking alla profilassi vaccinale (“it is better to vaccinate, so that our body is inoculated”). Per la cornice concettuale (Inoculation Theory) e la definizione di pre-bunking, cfr. supra, Nota 9. Trascrizione (PDF, EPP, 2024): https://admin.epp.eu/files/uploads/2024/05/Ursula-von-der-Leyen-Democracy-Summit-Copenhagen-Denmark-14-May-2024.pdf. Video (YouTube, EPP, 2024): https://www.youtube.com/watch?v=nd8TqAur-wE. Stralcio del Video con sottotitoli in italiano (Youtube, Radio Radio TV, 2024): https://www.youtube.com/watch?v=eJuRt2tfbaQ. [iii] D’Eramo, M., Breve la felice vita delle fake news, in MicroMega, 27 marzo 2021. [iv] Giacché, V., (2016) La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea, 3a ed. Imprimatur. https://www.academia.edu/24820969/La_fabbrica_del_falso_Strategie_della_menzogna_nella_politica_contemporanea_Reggio_Emilia_Imprimatur_3a_edizione_2016_pp_432_euro_18. [v] https://globalinequality.org/imperial-power/ [vi] Rodríguez, F., Rendón, S., & Weisbrot, M. (2025). Effects of international sanctions on age-specific mortality: a cross-national panel data analysis. The Lancet Global Health, 13(8), e1358-e1366. https://doi.org/10.1016/S2214-109X(25)00189-5. [vii] Lello, E. (2024), Prefazione a L’industria del complottismo. Social network, menzogne di Stato e distruzione del vivente. Matthieu Amiech, Malamente. [viii] Sul punto si vedano: Deliberazione della giunta regionale pugliese del 29 ottobre 2013, n. 2023, in cui si cita testualmente “Vista la nota del 15/10/2013 n. 16/2013, con la quale le Istituzioni scientifiche: CRN – Istituto di Virologia vegetale di Bari, Università degli Studi di Bari- Dipartimento di Scienze del Suolo della Pianta e degli Alimenti e Selge – Rete di Laboratori Pubblici di Ricerca, hanno comunicato l’esito dei risultati delle analisi di laboratorio evidenziando il ritrovamento di diversi agenti patogeni associati al fenomeno di disseccamento dell’olivo […]”; G. P. Martelli (2013): Il disseccamento rapido dell’ulivo in “Notiziario di informazione a cura dell’Accademia dei Georgofili” https://www.georgofili.info/contenuti/disseccamento-rapido-dellolivo/1510; Ciervo, M. (2015). Xylella fastidiosa: nelle pieghe della rappresentazione dell’emergenza. Scienze e Ricerche, 17, 75-95 (https://www.boscodiogigia.it/wp-content/uploads/2019/02/ALLEGATO-3-CIERVO-Scienze-Ricerche.pdf); L. C. Renna (2016), Il Caso ‘Xylella’ e l’arretramento giuridico dell’Europa nella tutela del paesaggio; Il rapporto Xylella fastidiosa e Olivo (maggio 2016), curato anche da ricercatori dell’ISPRA; Ciervo, Margherita, and Marco Scortichini. “A decade of monitoring surveys for Xylella fastidiosa subsp. pauca in olive groves in Apulia (Italy) reveals a low incidence of the bacterium in the demarcated areas.” Journal of Phytopathology 172.1 (2024): e13272. [ix] Si vedano per esempio: Revised Glyphosate Issue Paper: Evaluation of Carcinogenic Potential, EPA’s Office of Pesticide Programs (USA) December 12, 2017. La revisione cita, relativamente alla cancerogenità, soltanto due studi, uno dei quali è quello oggetto della ritrattazione; Conclusion on the peer review of the pesticide risk assessment of the active substance glyphosate, EFSA Journal 2015;13(11):4302, e la annessa fonte: Germany (2013). Renewal assessment report (RAR) on the active substance glyphosate prepared by the rapporteur Member State Germany in the framework of Regulation (EU) No 1141/2010, December 2013. [x] https://www.theguardian.com/us-news/2025/dec/05/monsanto-roundup-safety-study-retracted; https://ilmanifesto.it/ritirato-lo-studio-che-scagionava-il-glifosato-lo-aveva-scritto-monsanto-che-lo-produce; https://www.lemonde.fr/en/environment/article/2025/12/03/influential-study-on-glyphosate-safety-retracted-25-years-after-publication_6748114_114.html. [xi] Le Monde, dossier-inchiesta “Les Monsanto Papers” (2017 – 2018), a partire da Foucart & Horel, “« Monsanto papers » : la guerre du géant des pesticides contre la science”, 1/06/2017 e articoli seguenti. https://www.europeanpressprize.com/article/monsanto-papers/. [xii] Si vedano per esempio: La Repubblica, articoli 2017–2018 sull’“allarmismo glifosato”; Bufale.net (2018), “Falsi allarmismi ed evidenze scientifiche sul glifosato”. [xiii] Ricerca effettuata tramite motore Google il 5 gennaio 2026, interrogando combinazioni di parole chiave relative al rapporto WWF sulla Xylella e alle principali testate e istituzioni citate nel testo. [xiv] Per un’analisi approfondita di dinamiche analoghe nell’ambito biomedico, in un caso ancora d’attualità, si veda Critica della ragione pandemica. COVID-19: ripensare la fenomenologia di un evento epocale, a cura di F. Cappelluti, P. Cesaretti, F. Laviano, Meltemi, 2025, in particolare il contributo di Peter Doshi, “Vaccini a mRNA per COVID-19: un altro fenomeno ‘too big to fail’?”, che ricostruisce in modo documentato il rapporto tra disegno delle sperimentazioni e produzione dei dati clinici, procedure regolatorie e costruzione delle decisioni pubbliche, mostrando come esso possa essere esposto a pratiche di selective reporting e a scarti comunicativi tra linguaggio scientifico, regolatorio e politico, e richiamando casi di farmaci autorizzati sulla base di prove parziali, talora fallaci. [xv] Longo, G. (2016) Ogni limite ha un senso, Il Foglio, 28 agosto 2016 (con introduzione di Giovanni Maddalena). https://www.ilfoglio.it/scienza/2016/08/28/news/ogni-limite-ha-un-senso-103239/; https://disf.org/files/ogni-limite-senso-longo-foglio.pdf. [xvi] Longo, G. (2021) La pandemia e il «proiettile magico» della tecnologia, il manifesto, 14 novembre 2021. https://ilmanifesto.it/la-pandemia-e-il-proiettile-magico-della-tecnologia. Cfr. anche: Id. (2014) Science, problem solving and bibliometrics. Invited Lecture, Academia Europaea Conference on “Use and Abuse of Bibliometrics”, Stockholm, May 2013. Proceedings, Wim Blockmans et al. (eds), Portland Press, 2014. Id. (2016) Complessità, scienza e democrazia, ROARS.
January 23, 2026
ROARS
Chi ha paura della libertà? Lo Scudo europeo per la democrazia e la deriva autoimmune dell’UE
Lo Scudo europeo per la democrazia viene presentato come un argine a disinformazione e interferenze straniere, ma finirà per istituzionalizzare la censura preventiva nello spazio informativo. Diventano suscettibili di limitazioni contenuti “altrimenti legali” ma “rischiosi”, una categoria tanto elastica da inglobare qualunque contenuto politicamente scomodo. La “difesa della democrazia” comporta la stigmatizzazione del conflitto delle idee come devianza e la costruzione di una filiera di segnalazione, fact-checking e neutralizzazione finalizzata a “tutelare l’integrità dello spazio informativo” e che coinvolge piattaforme online, ONG e istituzioni pubbliche sotto un’opaca regia del potere esecutivo. È un dispositivo che, se attuato, minerà alla radice i diritti fondamentali della libertà di espressione e della libera circolazione delle idee, pietre angolari di una democrazia sostanziale. (Prima parte) > Ero su una collina, e di là vidi avvicinarsi il > > vecchio, ma veniva come se fosse il nuovo. > > BERTOLT BRECHT CONTESTO La Commissione europea a novembre 2025 ha presentato ufficialmente lo Scudo europeo per la democrazia (European Democracy Shield, EDS – JOIN(2025) 791/final): un insieme di “misure concrete per rinforzare, proteggere e promuovere democrazie forti e resilienti in tutta l’UE” in risposta alle minacce, interne ed esterne, di “manipolazione dell’informazione e disinformazione”. Si tratta dell’ultima tappa di un processo avviato oltre un decennio fa, quando una serie di shock (geo)politici (la crisi ucraina e l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, la Brexit e l’elezione di Donald Trump nel 2016) portarono al centro dell’agenda europea il tema della disinformazione online e delle interferenze malevole, domestiche e straniere. Questi temi hanno occupato l’agenda politica dell’Unione con enfasi crescente a partire dalla pandemia COVID-19, con lo scoppio della guerra in Ucraina nel 2022 e con l’escalation delle ostilità[i] a Gaza nel 2023, e infine in occasione delle elezioni europee del 2024, culminando nell’enunciazione pubblica dell’EDS nel discorso di candidatura di Ursula von der Leyen per la presidenza 2024-2029. Lungi dall’essere uno slogan elettorale, l’EDS è una “struttura dedicata” che riunisce una gamma estremamente articolata di strumenti, legislativi e non, tesi a mobilitare istituzioni, società civile e attori privati (whole-of-government e whole-of-society approach, così la JOIN(2025) 791/final) per la “protezione della democrazia”. Parallelamente al consolidarsi dell’idea che la democrazia sia esposta a rischi crescenti (“Democracy cannot be taken for granted – it needs to be actively nurtured and defended”, COM(2020) 790 final), ha fatto il suo ingresso nel lessico della Commissione la parola resilienza: inizialmente riferita alle infrastrutture critiche, essa è stata progressivamente estesa alla sfera sociale e politica. Sicché l’ultimo Strategic Foresight Report (2025) ha introdotto il concetto di “resilienza 2.0” come approccio “trasformativo, pro-attivo e lungimirante” da attuare in diverse aree strategiche, tra cui una “rafforzata democrazia”. “Quando le democrazie sono messe a dura prova, possono (e dovrebbero) ‘contrattaccare’”, osservano Bressanelli e Bernardi (2025)[ii], sintetizzando la strategia europea. Registriamo che, sempre nel 2025, il Consiglio d’Europa (CdE) ha lanciato l’iniziativa “Un Nuovo Patto Democratico Europeo”, descritto nelle parole del segretario generale del CdE come un “reset” necessario per l’Europa. UNO SCUDO PER PROTEGGERE LA DEMOCRAZIA… DALLA DEMOCRAZIA? Il progetto dell’EDS, sotto la responsabilità del Commissario designato per la Democrazia, la Giustizia e lo Stato di Diritto (e Protezione dei Consumatori), riprende e sistematizza misure legislative e strumenti già presenti in diversi package, tra cui lo European Democracy Action Plan (2020), che integra strumenti legislativi in ambito digitale quali il Digital Services Act (DSA, 2022) e l’AI Act (2024), e il Defence of Democracy Package (2023), dedicato alle interferenze straniere e alla trasparenza politica. Come descritto nella JOIN(2025) 791/final, l’architettura dell’EDS si articola in tre assi prioritari: 1) salvaguardare l’integrità dello spazio dell’informazione; 2) rafforzare le istituzioni democratiche, la libertà e la regolarità delle elezioni e la libertà e l’indipendenza dei media; 3) aumentare la resilienza della società e il coinvolgimento dei cittadini (“citizens’ engagement” nel lessico della Commissione europea). Mi soffermo sul primo asse, relativo all’integrità dell’informazione. A tale scopo è utile leggere le definizioni ufficiali di disinformazione e di Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI), che secondo l’UE costituiscono le maggiori minacce nella sfera dell’informazione. Secondo il Piano d’azione contro la disinformazione (JOIN(2018) 36 final) “Disinformation is understood as verifiably false or misleading[iii] information that is created, presented and disseminated for economic gain or to intentionally deceive the public, and may cause public harm. Public harm includes threats to democratic processes as well as to public goods such as Union citizens’ health, environment or security. Disinformation does not include inadvertent errors, satire and parody, or clearly identified partisan news and commentary. The actions contained in this Action Plan only target disinformation content that is legal under Union or national law”. Inoltre: “The actors behind disinformation may be internal, within Member States, or external, including state (or government sponsored) and non-state actors”. La Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI) è introdotta dal Servizio Diplomatico Europeo (European External Action Service, EEAS) nel Stratcom Activity Report (2021) come: “a pattern of behaviour that threatens or has the potential to negatively impact on values, procedures and political processes. It is manipulative in character, conducted in an intentional and coordinated manner. Actors can be state or non-state, including their proxies.” Si tratta di definizioni che hanno come oggetto contenuti legali e non necessariamente falsi, bensì ingannevoli/fuorvianti, passibili di censura[iv], secondo la Commissione, in virtù dei loro potenziali effetti nocivi sui processi politici democratici. Per un’approfondita analisi critico-giuridica rimando a Benedetto Ponti (2025)[v]. Anche a un occhio non specialista, però, dovrebbe essere evidente che siamo di fronte a definizioni che, per costruzione, si prestano a interpretazioni estensive, con un perimetro così elastico da poter ricomprendere, secondo opportunità, una varietà di manifestazioni del pensiero tipiche dell’opposizione politica, della propaganda politica, della critica istituzionale o scientifica, della mobilitazione civile: in sintesi, tutto quanto caratterizza la vita sociale e politica di una vera democrazia. Inoltre, come nota Ponti[vi], le due definizioni sono fortemente permeabili e costruite “per rivolgersi indistintamente a tutti gli attori, interni od esterni che essi siano”. Pongono, cioè, sullo stesso piano gli Stati e le entità “straniere” e i cittadini e le diverse componenti della società dell’UE, insinuando la figura del “nemico interno” in quella che dovrebbe essere normale dialettica democratica. Al di là dei proclami, l’approccio UE sembra voler neutralizzare, se non proprio militarizzare, il discorso pubblico ed appare inconciliabile con la libertà d’espressione, diritto fondamentale cardine di un’effettiva democrazia, sancito dalla Costituzione italiana (Art. 21) e anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE (Art. 11.1): “Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”. La Commissione ne è senz’altro consapevole[vii] e sembra voler aggirare il problema demandando a piattaforme e media digitali, giornalisti, organizzazioni non governative (ONG) e mondo della ricerca, sempre in dialogo con le istituzioni europee, la tutela dell’integrità dell’informazione online. Le piattaforme online sono ingaggiate attraverso lo Strengthened Code of Practice on Disinformation (2022) e il DSA, con i quali la Commissione ha introdotto una serie di commitment, validi per tutte, e di obblighi (si vedano, per esempio, gli Art. 34 e 35 del DSA) per le Very Large Online Platform (cioè piattaforme con numero medio mensile di utenti dell’UE pari o superiore a 45 milioni), investendole della responsabilità di analisi e mitigazione dei “rischi sistemici” (ovvero “eventuali effetti negativi, attuali o prevedibili, sul dibattito civico e sui processi elettorali, nonché sulla sicurezza pubblica”, come definiti nell’Art. 34 del DSA) legati alla disinformazione, attraverso la collaborazione con “fact-checker affidabili” e “fonti autorevoli”. Si prevede inoltre l’istituzione di un Centro Europeo per la Resilienza Democratica, con funzioni di coordinamento tra Stati membri, Commissione e EEAS, e di governo di una Stakeholder Platform sulla quale convergeranno “comunità” finanziate dalla Commissione, quali lo European Digital Media Observatory (EDMO), la futura Rete Europea di Fact-Checkers (attualmente esiste una European Fact-Checking Standards Network (EFCSN)) e il futuro framework di supporto alla ricerca con annessa una Recommendation on supporting scientific evidence in policymaking. Tra le misure da mettere in campo per contrastare la disinformazione figurano la promozione dell’alfabetizzazione mediatica e digitale[viii] e il ricorso, oltre che al debunking (confutazione ex post), al cosiddetto pre-bunking, inteso come “confutazione preventiva dell’argomento persuasivo”[ix], prima che quest’ultimo circoli e attecchisca nello spazio pubblico. Degno di nota, a questo riguardo, è il progetto “Prebunking at Scale” della EFCSN, finanziato da Google.org: un esempio della crescente intersezione tra politiche europee e iniziative di attori privati globali. Si delinea una sorta di Ministero della Verità diffuso nella forma di partnership pubblico-privata “epistemica”, ove il pubblico è costituito da entità (ONG, media, lo stesso mondo della ricerca) che dipendono in larga misura dai finanziamenti europei per la loro sussistenza[x],[xi], configurando un enorme problema di conflitto di interessi e di mancanza di indipendenza, mentre i privati sono giganteschi oligopoli tecno-finanziari con capitalizzazioni comparabili o superiori a quelle di Stati sovrani. Il tutto avviene sotto la regia opaca della Commissione europea, che getta il sasso (delineando finalità e obiettivi della lotta a disinformazione e FIMI, nonché incentivi e sanzioni) e nasconde la mano (delegando a soggetti terzi e alle piattaforme online la “verifica” dell’informazione e la “mitigazione del rischio”). Come osserva Ponti5, si assiste a un quasi ribaltamento dei fini dichiarati del DSA: invece di “contenere o limitare il potere esercitato dalle piattaforme” si “mira piuttosto a sfruttarlo e ad indirizzarlo alla finalità (pubblica) della lotta alla disinformazione”. Anche le recenti iniziative della Commissione in tema di deregulation dello spazio digitale attraverso il Digital Omnibus sembrano andare in questa direzione, in linea con quell’impostazione del rapporto Draghi, “irricevibile”, come scrive Maurizio Borghi[xii], che vorrebbe presentare la tutela dei diritti fondamentali come un ostacolo alla competitività. Fa inoltre attrito, con questa urgenza protettiva verso la democrazia, il fatto che la Commissione non sembri troppo preoccupata della dipendenza europea da tecnologie e infrastrutture non europee: dalla microelettronica ai servizi cloud, dalle piattaforme social all’AI, solo per restare nel campo dell’informazione digitale[xiii]. Come osserva Juan Carlos De Martin, l’Europa, negli ultimi trent’anni, ha rinunciato a controllare le infrastrutture di trasmissione, archiviazione ed elaborazione dell’informazione, diventando dipendente da una manciata di imprese statunitensi[xiv]. La situazione che emerge in questo contesto è profondamente asimmetrica. Negli Stati Uniti, l’integrazione tra potere pubblico, apparato militare e industria tecnologica si è sviluppata lungo l’arco di decenni, grazie ad ingenti investimenti statali e militari che hanno dato origine alle infrastrutture digitali oggi determinanti[xv]. Ciò ha prodotto una stretta integrazione tra potere pubblico e potere privato che, come scrive Maurizio Tirassa in “Intelligenza artificiale e mondi reali”[xvi], si struttura come complesso politico-militare-tecnologico-finanziario ai vertici della catena di potere. Una lettura puramente economicista di un tale assetto risulta riduttiva, poiché il suo funzionamento va compreso all’interno di una gerarchia di potere ampia, in cui il confine tra pubblico e privato risulta sfumato attraverso politiche non solo di finanziamento, ma anche di porte girevoli che coinvolgono apparati statali, militari e grandi imprese tecnologiche, come ben visualizzato dal progetto Authoritarian Stack. In Europa, e in particolare in Paesi come l’Italia, dove manca una filiera digitale lontanamente comparabile, è invece in atto una vera e propria cessione di sovranità attraverso l’esternalizzazione di infrastrutture statali (in tutti i domini critici: dati, difesa, spazio, energia e denaro) ai colossi privati[xvii] parte integrante del complesso politico-militare-tecnologico-finanziario statunitense. In un mondo computerizzato e interconnesso[xviii], “‘The Stack’ – strati interconnessi di hardware, software, reti e dati – è diventato il sistema operativo del potere politico ed economico moderno”, osserva Francesca Bria[xix]. Si tratta dunque di una dipendenza che può essere definita a pieno titolo “esistenziale”, poiché, “nel XXI secolo, chi controlla le infrastrutture digitali controlla le condizioni di possibilità della democrazia stessa.” L’UE, così ambiziosa quando si tratta di regolamentare il discorso pubblico, è dunque una colonia digitale [xx]e con lo Scudo consolida questo status, affidando la sorveglianza della propria sfera informativa a quegli stessi attori privati ed extra-territoriali da cui dipende strutturalmente e rispetto ai quali, sul versante dei dati personali, ha sempre mostrato una certa esitazione nel perseguire un pieno enforcement del GDPR, esitazione che oggi, anche sotto pressione di aziende e governi europei, rischia di tradursi in vera e propria deregulation nella già richiamata proposta del Digital Omnibus[xxi]. Per cogliere la portata delle conseguenze della dipendenza digitale infrastrutturale dagli USA e dei suoi effetti a livello politico e geopolitico, anche sul piano giurisdizionale, basti pensare alla recente vicenda delle sanzioni nei confronti della relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese e di giudici e funzionari della Corte Penale Internazionale (CPI), inseriti nella lista delle Specially Designated Nationals (SDN) dell’OFAC, l’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro statunitense. Le persone inserite nella lista SDN non possono intrattenere rapporti economici o professionali con soggetti sottoposti alla giurisdizione statunitense. La conseguenza pratica è l’esclusione di queste persone, cittadini europei e titolari di funzioni internazionali, dal sistema bancario e dallo spazio digitale del proprio Paese. In Italia, neppure Banca Etica ha potuto aprire un conto corrente a Francesca Albanese[xxii]; in ottemperanza alle stesse sanzioni, Microsoft ha sospeso l’account email del Procuratore capo della CPI, Karim Khan[xxiii]. Il controllo di infrastrutture digitali e finanziarie globali consente così l’applicazione extraterritoriale di provvedimenti made in USA a individui e istituzioni non soggetti alla giurisdizione statunitense. Questo stato di cose, in cui il complesso politico-militare-tecnologico-finanziario che ha il suo perno negli Stati Uniti esercita un’influenza determinante anche sugli Stati europei attraverso la dipendenza infrastrutturale, non nasce con l’attuale amministrazione statunitense, né può essere ricondotto a un improvviso cambio di paradigma. Esso rappresenta, piuttosto, l’esito maturo di un processo ormai quarantennale che, nel contesto europeo, ha visto le politiche neoliberali ridefinire in profondità il rapporto fra Stato, economia e società. Come ricostruisce Carlo Iannello[xxiv], con la “svolta di fine secolo” il mercato ha progressivamente eclissato la politica, assumendo il ruolo di ordinatore della vita sociale e determinando un ribaltamento degli equilibri costituzionali: al governo è stata sostituita la governance, gli organi politici rappresentativi della collettività sono stati marginalizzati e l’assunzione delle decisioni è stata spostata in sedi di concertazione in cui interviene “una pluralità di attori pubblici e privati (dalle organizzazioni internazionali ai singoli portatori di interesse, i cosiddetti stakeholders), senza titolo a rappresentare democraticamente i cittadini che saranno destinatari delle decisioni assunte.” Lungo questa traiettoria sono state create le condizioni della dipendenza infrastrutturale dalle grandi corporation digitali e, più in generale, della crescente permeabilità della sovranità degli Stati democratici europei a poteri transnazionali, una trasformazione che, avverte Iannello, “negli ultimi tempi ci sta conducendo verso un’ulteriore trasformazione in senso illiberale.” Sintomo palese di questa trasformazione in senso illiberale è la tendenza globale dei governi a intervenire sul discorso pubblico, con alcune significative differenze, però, tra modello statunitense ed europeo, che emergono con particolare chiarezza osservando alcuni episodi recenti: le ammissioni di Mark Zuckerberg[xxv] sul fatto che Meta si adeguò alle richieste “informali” di censura da parte dell’amministrazione Biden durante la pandemia; lo scontro tra la Commissione europea ed Elon Musk, il quale ha denunciato pressioni “sottobanco” per allineare X agli standard europei di moderazione[xxvi]; le dichiarazioni di Pavel Durov[xxvii] secondo cui anche Telegram avrebbe ricevuto richieste analoghe da parte di un governo europeo. Negli Stati Uniti il Primo emendamento fa sì che la censura possa verificarsi in conseguenza di pressioni politiche, ma resti priva di un fondamento normativo e dunque – almeno in linea di principio – esposta a contestazione pubblica, ricorsi giudiziari ed ammissioni ex post. A questo proposito, nel caso di Francesca Albanese già richiamato, lo stesso Dipartimento del Tesoro USA, interpellato in merito, ha chiarito che per associazioni accademiche statunitensi resta lecito ospitare un suo intervento, rivolgerle domande e condividere con lei ricerca e materiali di studio, perché lo scambio di idee è protetto dal Primo emendamento e non può essere compresso per via sanzionatoria[xxviii]. Sebbene anche negli Stati Uniti la libertà di espressione sia stata storicamente oggetto di compressioni in nome della sicurezza nazionale (un caso per tutti può essere quello dei Pentagon Papers sulla guerra del Vietnam), esiste tuttavia una differenza rilevante sul piano giuridico rispetto all’Unione europea. Il Primo emendamento, infatti, viene di norma interpretato come una protezione quasi assoluta della libertà di espressione[xxix], mentre la limitazione di quest’ultima è formalmente prevista nella legislazione dell’Unione come esito del bilanciamento con “altri interessi collettivi”, tra cui la “sicurezza nazionale”[xxx]. In una fase storica segnata da gravi crisi geopolitiche e da conflitti armati, come quella attuale, l’impostazione europea pone una seria ipoteca sull’effettiva tenuta di questo diritto fondamentale. Nei fatti, in Europa e in Italia, proprio a partire da scuole e università, si va consolidando un clima di censura preventiva. È istruttivo in questo senso analizzare l’uso strumentale del binomio pluralismo/contraddittorio: (i) si classificano, più o meno esplicitamente, determinati temi come “sensibili” (nella sfera politica e sociale, ma anche in quella tecnico-scientifica); (ii) si subordinano le libertà di espressione e di insegnamento a una par condicio ex-ante di relatori/posizioni[xxxi],[xxxii], spostando la questione dal merito alla procedura organizzativa o al contenzioso giuridico[xxxiii]. In questo modo si aprono spazi per interventi gerarchici di cancellazione prudenziale e si produce un effetto dissuasivo che si traduce in autocensura. Nella prassi, l’obbligo di pluralismo/contraddittorio tende a scattare su posizioni non allineate con l’interpretazione mainstream, mentre quelle conformi vengono veicolate come informazione, educazione civica, strumenti per formare un’opinione autonoma e non condizionata. Nel medesimo quadro vanno lette alcune recenti iniziative che investono direttamente l’università come istituzione. Da un lato, nel dibattito sul DDL “sicurezza” (poi confluito nel D.L. n. 48/2025) figurava una disposizione (art. 31) che avrebbe esteso l’obbligo di collaborazione con le agenzie di informazione e sicurezza anche a università ed enti pubblici di ricerca; la sua successiva scomparsa dal testo in vigore è stata letta come rivelatrice (e potenzialmente reversibile) di un clima in cui l’eccezione resta disponibile come opzione normativa latente[xxxiv]. Dall’altro lato, emergono proposte legislative come il DDL A.S.1722 (cd. Delrio), il quale prevederebbe che l’organismo di vigilanza di ogni università individui al proprio interno un soggetto preposto alla verifica e al monitoraggio delle azioni di contrasto all’“antisemitismo” secondo la definizione operativa dell’IHRA, ampiamente discussa e contestata in ambito accademico e giuridico[xxxv], stabilizzando, così, una funzione di controllo interna alla governance dell’ateneo[xxxvi]. In nome di un’“emergenza” presentata come autoevidente, ma non provata, la libertà accademica da principio costituzionale diventa libertà condizionata da valutazioni di opportunità o conformità di ordine politico e contingente. Non si tratta di singolarità del sistema, o di questo o quel governo, ma di fenomeni destinati a moltiplicarsi perché manifestazioni di una “logica derogatoria” di governo dell’eccezione, che “rischia di essere intrinsecamente espansiva e pertanto non arginabile”.[xxxvii] Nel solco di questa logica derogatoria, l’Unione europea sta istituzionalizzando l’intervento sullo spazio informativo – fino alla censura di contenuti altrimenti legali – attraverso gli strumenti che convergono nello Scudo. In questo quadro, vale la pena rilevare che Donatella Della Porta, in una recente pubblicazione[xxxviii], ha mostrato come in Germania, in nome della lotta all’antisemitismo, si sia consolidata una macchina burocratico-amministrativa che ha radicalmente compromesso il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di insegnamento e alla libertà artistica. Alla luce dell’influenza esercitata dalla Germania sull’Unione europea, nonché del ruolo della presidente della Commissione, è lecito interrogarsi sul peso di tale modello nell’impostazione sottesa allo Scudo. Ciò che negli USA appare come abuso contingente, nell’Unione europea si va dunque configurando come dispositivo strutturale di governance dell’informazione, la cui attuazione è affidata, in misura decisiva, a infrastrutture e piattaforme tecnologiche detenute da una manciata di grandi aziende statunitensi. La governance dello spazio pubblico digitale, una funzione che incide sull’esercizio di diritti fondamentali, finisce così per appoggiarsi a veri e propri “governi privati”[xxxix], come li definisce in modo particolarmente pregnante Daniela Tafani, che operano all’interno del complesso politico-militare-finanziario già richiamato secondo una razionalità del profitto che può essere intesa, a seconda della posizione nella gerarchia di potere, come fine sovrano dell’azione oppure come strumento di incentivazione e di disciplinamento. Una razionalità che, in ogni caso, certamente nulla ha a che fare con la deontologia della democrazia e con i cosiddetti “nostri valori” che, almeno nominalmente, la definiscono. Assumendo che per “nostri valori” si intenda il riconoscimento alla persona umana di un “valore incondizionato, una dignità e dei diritti”, sui quali dovrebbe fondarsi l’obiettivo ultimo del nostro ordinamento democratico di  “promuovere l’uguaglianza e la libertà dei cittadini” (art. 3 della Costituzione italiana), è difficile non vedere l’incoerenza nel delegare funzioni regolative di diritti fondamentali a soggetti la cui razionalità può essere accostata, come scrive Tafani, al “profilo dello psicopatico”: “si può infatti ritenere razionale uccidere un lavoratore, come scrive Cory Doctorow, se “uccidere un lavoratore mi costa 1.000.000 di dollari in sanzioni e mi fa risparmiare 1.000.000,01 dollari in spese operative”[xxxix]. Se, invece, stessimo parlando di valori puramente formali, come il fatto di essere convocati ogni tanto alle urne[xl], allora i conti tornerebbero. Temo che siamo in presenza di un grande, radicale equivoco, tra cittadini e istituzioni europee, su cosa si intenda oggi per democrazia. Come ha osservato Luciano Canfora, il sistema cosiddetto “democratico” vigente negli Stati Uniti e in Europa “può accostarsi, per molti aspetti, alla pratica ateniese, dove una élite proveniente dai ceti mercantili e industriali […] dirige la cosa pubblica facendosi periodicamente legittimare dalle masse”[xli]. A supporto di tale timore, va osservato che, nello stesso solco dello Scudo, si collocano altre iniziative di rilievo. Da un lato, la proposta di Information Security Regulation (ISR, COM(2022) 119 final), volta a rafforzare la sicurezza informativa all’interno delle istituzioni europee, estendendo la nozione di diritto alla riservatezza anche a documenti non classificati, sulla base di valutazioni discrezionali delle singole istituzioni. Dall’altro, la proposta di regolamento per il contrasto agli abusi sessuali su minori online (CSAR, spesso indicata come “Chat Control 2.0”), che prefigura la scansione generalizzata delle comunicazioni private dei cittadini. Si tratta di due iniziative di segno opposto ma funzionalmente convergenti: la ISR tende a ridimensionare la trasparenza dell’operato delle istituzioni, sottraendole al controllo pubblico; Chat Control 2.0, per contro, prefigura cittadini sempre più trasparenti per le istituzioni e per i loro intermediari tecnologici. Insieme allo Scudo, esse delineano gli assi portanti di un progetto di controllo pervasivo della sfera dell’informazione che, in nome della sicurezza e della resilienza, renderebbe costitutivo della cosiddetta “democrazia rafforzata” un sistema di sorveglianza di massa cognitivo e sociale. Nota. La citazione in apertura è di Bertolt Brecht, Parata del vecchio nuovo, ed è riportata in V. Giacché, La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea, 3a ed., Imprimatur, 2016, p. 259. Ringraziamenti. Ringrazio di cuore Juan Carlos De Martin e Maurizio Tirassa per l’attenta lettura della prima versione di questo lavoro e per i preziosi consigli e spunti che mi hanno offerto, nonché Fabrizio Barpi per la segnalazione di alcuni utili riferimenti. Desidero inoltre ringraziare l’Associazione Italiana per la promozione della Scienza Aperta (AISA) per le occasioni di confronto e discussione sul rapporto tra scienza, conoscenza e democrazia. Dichiarazione di responsabilità. Le opinioni espresse sono di mia esclusiva responsabilità, così come eventuali imprecisioni, e non riflettono necessariamente le posizioni delle istituzioni o delle organizzazioni cui afferisco. [i] Si usa qui “escalation delle ostilità” in linea con la terminologia ricorrente nei report ONU (OCHA/OHCHR) su Gaza. [ii] Bressanelli, E. & Bernardi, L. (2025), Strengthening Resilience – Towards the European Democracy Shield, European Parliament Special Committee. Lo studio, commissionato dal Parlamento europeo, mappa gli strumenti UE che convergono nello European Democracy Shield. https://www.europarl.europa.eu/thinktank/en/document/IUST_STU(2025)777917. Cfr. anche Lewis, N. (2025).  A shield against democracy – How the Democracy Shield protects the EU from the electorate. MCC Brussels. [iii] Sottolineature aggiunte. [iv] In questo testo “censura” è intesa in senso funzionale, non limitata alla rimozione dei contenuti. Essa include, ai sensi della legislazione EU, anche forme di intervento ex ante o “soft” che incidono sulla circolazione dell’informazione, quali: de-prioritizzazione/de-ranking e limitazione della visibilità (shadow banning); labeling e “correzioni”/contestualizzazioni obbligate; demonetizzazione e altre leve economiche che disincentivano la produzione di contenuti; restrizioni di account (sospensioni, limitazioni funzionali); notice-and-action e trusted flaggers; obblighi di risk assessment e risk mitigation azionati attraverso algoritmi di gestione e raccomandazione. [v] Ponti B. (2025), The “Ideal Informational Order”: the Use of Disinformation as a Restrictive Device on Freedom of Expression, in “Diritto pubblico, Rivista fondata da Andrea Orsi Battaglini” 2/2025, pp. 561-591, doi: 10.1438/118296. [vi] Ponti B. (2022), Disinformation e nemico interno, in a/simmetrie blog, https://asimmetrie.org/interventi/opinions/disinformation-e-nemico-interno/. [vii] Come annota Ponti (2025, Nota 22): Già nel preambolo del Code of practice del 2018 si poteva leggere che “the Signatories are mindful of the fundamental right to freedom of expression and to an open Internet, and the delicate balance which any efforts to limit the spread and impact of otherwise lawful content must strike”; più di recente, all’atto della qualificazione del Code of practice del 2022 in un “Codice di condotta” ai sensi del DSA, tale consapevolezza appare confermata, laddove il preambolo ribadisce che “the Signatories are mindful of the fundamental right to freedom of expression, freedom of information, and privacy, and of the delicate balance that must be struck between protecting fundamental rights and taking effective action to limit the spread and impact of otherwise lawful content”. [viii] Sul versante educativo, si veda per esempio: European Commission: Directorate-General for Education, Youth, Sport and Culture, Guidelines for teachers and educators on tackling disinformation and promoting digital literacy through education and training, Publications Office of the European Union, 2022, https://data.europa.eu/doi/10.2766/28248. [ix] European Commission: Directorate-General for Education, Youth, Sport and Culture, Final report of the Commission expert group on tackling disinformation and promoting digital literacy through education and training – Final report, Publications Office of the European Union, 2022, https://data.europa.eu/doi/10.2766/283100. Per la definizione di pre-bunking (“pre-emptive refutation of the persuasive argument”), v. p. 25 e i riferimenti ivi citati; nello stesso contesto il report richiama la Inoculation Theory che, con metafore di tipo medico, introduce la logica del“prevention is better than a cure” e i concetti di vaccino e anticorpi psicologici. Tra i riferimenti richiamati, cfr. J. Roozenbeek e S. van der Linden, Inoculation Theory and Misinformation (NATO Strategic Communications Centre of Excellence, 2021), spec. sez. 3, in cui si ricostruisce la genealogia di questo approccio, collocandone l’origine negli anni Sessanta, nel contesto della guerra del Vietnam. Per l’uso esplicito di tali metafore mediche nel discorso politico della Commissione, cfr. infra, Nota 43. [x] Fazi, T. (2025) Professors of propaganda. How the EU’s Jean Monnet Programme corrodes academia; Brussel’s media machine – EU media funding and the shaping of public discourse; The EU’s propaganda machine – How the EU funds NGOs to promote itself. MCC Brussels. [xi] Con riferimento alla Germania, si veda il rapporto di liber-net “The Censorship Network: Regulation and Repression in Germany Today”, 19 novembre 2025, che documenta più di 300 organizzazioni e più di 420 grants/finanziamenti collegati ad attività di soppressione di contenuti online. [xii] Borghi, M., L’Europa futura, meno diritti per più competitività, in Centro per la Riforma dello Stato, 11 ottobre 2024. https://centroriformastato.it/leuropa-futura-meno-diritti-per-piu-competitivita/. [xiii] Gineikyte-Kanclere, V., et al., European Software and Cyber Dependencies. Document requested by the European Parliament’s Committee on Industry, Research and Energy (ITRE). Dicembre 2025. https://www.europarl.europa.eu/thinktank/en/document/ECTI_STU%282025%29778576. Il report evidenzia la posizione dominante di imprese statunitensi lungo più livelli dello stack digitale europeo; per alcuni segmenti (cybersecurity) segnala anche la presenza di fornitori israeliani. Per un approfondimento giornalistico sul versante israelo-occidentale, v. anche M. Antonellis, “Israele, la cassaforte digitale dell’Occidente: ecco perché nessuno lo critica mai davvero”, L’Espresso, 2 ottobre 2025, https://lespresso.it/c/mondo/2025/10/2/israele-tecnologia-digitale-dipendenza-occidente/57329. [xiv] Mingori, E., “Le Big Tech sono una minaccia per la democrazia”: intervista al prof. Juan De Martin, TPI – The Post Internazionale, 19 dicembre 2025 (agg. 20 dicembre 2025). https://www.tpi.it/politica/big-tech-minaccia-per-democrazia-intervista-prof-juan-de-martin-202512191212216/. Cfr. supra, Nota 13. [xv] Mazzucato, M. (2020) Lo Stato innovatore. Nuova edizione. Laterza. Cap. IV: Lo Stato innovatore negli Stati Uniti e Cap. V: Lo Stato dietro l’iPhone. [xvi] Tirassa, M. (2025), Intelligenza artificiale e mondi reali. https://nexa.polito.it/intelligenza-artificiale-e-mondi-reali/. [xvii] Bria, F., United States of Palantir, in “Le Monde diplomatique”, 13 novembre 2025, https://monde-diplomatique.de/artikel/!6113232. [xviii] De Martin J.C., The computerization of the world and international cooperation, in “Nexa Center for Internet & Society”, dicembre 2024, https://nexa.polito.it/community-articles/. [xix] Bria F., Riconquistare la sovranità digitale dell’Europa, in “Forum Disuguaglianze Diversità”, 28 ottobre 2025. https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/riconquistare-la-sovranita-digitale-delleuropa/. [xx] Un caso emblematico è quello di ASML, azienda europea leader mondiale nella litografia avanzata per semiconduttori, le cui esportazioni di macchinari EUV verso la Cina sono state di fatto bloccate a seguito delle restrizioni statunitensi del 2022–2023, nonostante sede e governance formale europee. The Guardian (28 febbraio 2025); Reuters (5 marzo 2025). [xxi] Sul dibattito relativo all’enforcement limitato di GDPR e AI Act e, più in generale, alle proposte di semplificazione introdotte con il Digital Omnibus, nonché al rischio conseguente di consolidare la dipendenza europea dai grandi operatori statunitensi, si vedano, per esempio: Ryan, Riekeles, The Guardian, 12 novembre 2025; https://www.eunews.it/en/2025/12/02/gdpr-privacy-eu-reset/. [xxii] Sulle conseguenze delle sanzioni a Francesca Albanese: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/09/27/francesca-albanese-liste-ofac-banche-notizie/8135994/; https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/competenze-digitali/sanzioni-usa-a-francesca-albanese-perche-sono-un-test-per-la-sovranita-europea/; https://www.osservatoriodiritti.it/2025/10/22/francesca-albanese/. [xxiii] Sulla vicenda si veda: https://nltimes.nl/2025/05/20/microsofts-icc-email-block-triggers-dutch-concerns-dependence-us-tech. Recentemente la CPI ha annunciato l’intenzione di passare dalla piattaforma Microsoft a una piattaforma open source: https://www.digitalworlditalia.it/applicazioni-enterprise/office/dopo-il-blocco-dellemail-del-procuratore-capo-la-corte-penale-internazionale-abbandona-microsoft-365-176261. [xxiv] Iannello C. (2025), Lo Stato del Potere. Politiche e diritto ai tempi della post-libertà. Meltemi. [xxv] Mark Zuckerberg, Letter to Rep. Jim Jordan, Chairman, House Committee on the Judiciary (26 agosto 2024). Nella lettera Zuckerberg afferma che nel 2021 “senior officials” dell’amministrazione Biden, inclusa la Casa Bianca, avrebbero esercitato ripetute pressioni su Meta per rimuovere/censurare contenuti sul COVID-19 (inclusi “humor and satire”), e dichiara che tali pressioni erano “wrong” e che alla luce di quanto emerso successivamente non avrebbe rifatto le stesse scelte. Si vedano anche https://www.pbs.org/newshour/politics/zuckerberg-says-the-white-house-pressured-facebook-to-censor-some-covid-19-content-during-the-pandemic e https://time.com/7015026/meta-facebook-zuckerberg-covid-biden-pressure-censorship/. [xxvi] Musk ha sostenuto pubblicamente che la Commissione avrebbe proposto a X un “illegal secret deal” (“quietly censored speech… they would not fine us”), nell’ambito delle contestazioni UE su presunte violazioni del DSA (luglio 2024). https://www.euronews.com/next/2024/07/12/elon-musk-claims-eu-offered-an-illegal-secret-deal-as-x-charged-with-dsa-breaches. https://www.axios.com/2024/07/12/elon-musk-x-twitter-eu-violation-investigation. Il 12 agosto 2024 il commissario Thierry Breton ha scritto una lettera a Musk richiamando gli obblighi di conformità al DSA per la piattaforma X in relazione alla moderazione di contenuti/disinformazione, in particolare in vista dell’annunciata intervista live su X del candidato alla presidenza Donald Trump: https://www.reuters.com/world/eus-breton-says-musk-must-comply-with-eu-law-ahead-trump-interview-2024-08-12/. [xxvii] Pavel Durov (Telegram). Reuters, Telegram founder says he rejected a Western request to “silence” conservative voices in Romania (18 maggio 2025): Durov ha dichiarato in un post di aver rifiutato la richiesta del governo francese (non nominato, ma simboleggiato da una baguette) a Telegram di “silenziare” canali/voci conservatrici in Romania in vista del ballottaggio presidenziale. Accuse respinte dal ministro degli esteri francese. Da notare che in precedenza, ad agosto 2024, Durov era stato arrestato in Francia e la magistratura francese gli aveva contestato dodici capi di imputazione collegati all’uso di Telegram per attività criminali e alla (presunta) insufficiente cooperazione/moderazione della piattaforma, con applicazione di misure di controllo giudiziario: https://www.agendadigitale.eu/sicurezza/privacy/telegram-le-accuse-a-durov-fanno-tremare-internet-ecco-perche/; https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/10050564. [xxviii] https://knightcolumbia.org/content/trump-administration-concedes-that-us-researchers-may-engage-with-sanctioned-un-official. [xxix] Nel caso citato dei Pentagon Papers, cfr. New York Times Co. v. United States, 403 U.S. 713 (1971), in cui la Corte Suprema statunitense respinse il tentativo del governo di impedire la pubblicazione dei documenti, stabilendo che la sicurezza nazionale non giustifica di per sé la censura preventiva della stampa. Vale la pena ricordare, al riguardo, le parole del giudice Hugo Black: “Only a free and unrestrained press can effectively expose deception in government. And paramount among the responsibilities of a free press is the duty to prevent any part of the government from deceiving the people and sending them off to distant lands to die of foreign fevers and foreign shot and shell.” [xxx] Come riportato in una recente analisi del Servizio Studi del Parlamento europeo: “European and EU law curtails the right to freedom of expression. Article 10 of the European Convention of Human Rights, which applies to all EU Member States, states that freedom of expression ‘carries with it duties and responsibilities’. In a democratic society, restrictions may be imposed in the interest, among others, ‘of national security, territorial integrity or public safety, for the prevention of disorder or crime, for the protection of health or morals, for the protection of the reputation or rights of others’”. Cfr. European Parliamentary Research Service (EPRS), Hate speech: Comparing the US and EU approaches, giugno 2025. [xxxi] MIM, Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, Nota su “manifestazioni ed eventi pubblici all’interno delle istituzioni scolastiche” (prot. 5836, 7 novembre 2025): “appare importante che l’organizzazione e lo svolgimento, all’interno delle istituzioni scolastiche, di manifestazioni ed eventi pubblici di vario tipo aventi ad oggetto tematiche spesso di ampia rilevanza politica e sociale, siano caratterizzati dalla presenza di ospiti ed esperti di specifica competenza e autorevolezza […] le istituzioni scolastiche, nell’ambito dell’autonomia loro riconosciuta, debbano operare in modo da assicurare il pieno rispetto dei principi del pluralismo e della libertà di opinione” (N.d.A.: enfasi aggiunta). [xxxii] Nel “caso Albanese”, il ministro Valditara ha ricondotto l’avvio di verifiche/ispezioni alla necessità di garantire pluralismo e confronto tra posizioni diverse. https://www.rainews.it/tgr/toscana/articoli/2025/12/albanese-nelle-scuole-il-ministro-valditara-chiede-ispezioni-cfbc60ea-3f40-4480-bb17-535cf9418903.html. Nello stesso clima, a Bologna un istituto ha annullato un incontro su Israele/Palestina richiamando espressamente le “ultime note del ministero” e la necessità di “garanzie di pluralismo e contraddittorio”. https://www.rainews.it/tgr/emiliaromagna/articoli/2025/12/no-agli-obiettori-israeliani-a-scuola-non-cera-garanzia-di-pluralismo-979f92d5-cc88-407d-be94-e174b09e9ebf.html. [xxxiii] Si veda a titolo d’esempio il recente pronunciamento del TAR sul “no” dell’Università di Torino all’evento “Storia e legalità internazionale del conflitto Russia-Ucraina” con proiezione di un documentario di Russia Today organizzato dal Prof. Ugo Mattei; il TAR ha respinto il ricorso del docente, richiamando nelle motivazioni anche il quadro UE sulla manipolazione/disinformazione russa. https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2025/03/25/niente-documentario-russo-alluniversita-il-tar-conferma_a4d3fc4a-cb3d-4ca5-aac4-eecd232b7e29.html. Per una ricostruzione giuridica critica e delle sue implicazioni per libertà accademica/interesse ad agire: Vittorio Gaeta, Un inquietante caso di censura preventiva, Giustizia Insieme (2025): https://www.giustiziainsieme.it/it/diritto-e-societa/3459-un-inquietante-caso-di-censura-preventiva-vittorio-gaeta. [xxxiv] Caso R., Pubblica amministrazione e servizi segreti: alla ricerca della (minacciosa) norma fantasma, Frammenti di un discorso pubblico, 13 aprile 2025. Si veda anche: Pievatolo M.C., Decreto legge ‘sicurezza’ (ex ddl ‘sicurezza’): la norma scomparsa, (14 aprile  2025) e Ricerca pubblica, servizi segreti: il ddl sicurezza e l’università (15 dicembre 2024), AISA, Associazione italiana per la promozione della scienza aperta. [xxxv] Sulle criticità legate alla definizione operativa di “antisemitismo” adottata dal DDL, corrispondente a quella proposta dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), si veda l’appello di numerosi accademici, che ne hanno sottolineato l’ambiguità e il rischio di sovrapporre la legittima tutela contro l’odio razziale antiebraico alla limitazione della critica politica allo Stato di Israele: https://ilmanifesto.it/ddl-delrio-lappello-degli-accademici-contro-il-reato-di-critica-a-israele. [xxxvi] Il DDL prevede inoltre una delega al governo a disciplinare, in linea con il Digital Services Act, diritti degli utenti, obblighi delle piattaforme e modalità di intervento di AGCOM in materia di prevenzione, segnalazione, rimozione e sanzione dei contenuti antisemiti diffusi sulle piattaforme online. [xxxvii] Preterossi, G., L’accecamento ‘progressista’. A proposito di Habermas e non solo…, Jura Gentium, XXII (2025), n. 1, pp. 5–33. https://dialnet.unirioja.es/ejemplar/713156. Pur muovendo da un’analisi della gestione della pandemia, Preterossi individua una logica derogatoria dell’emergenza di portata generale; è a tale livello di astrazione che il riferimento è qui utilizzato. [xxxviii] Della Porta, D., Guerra all’antisemitismo? Il panico morale come strumento di repressione politica, Altrəconomia, Milano, 2024. [xxxix] Tafani, D., Governi privati e intelligenza artificiale, preprint, settembre 2025, https://zenodo.org/records/17158439. [xl] Che questa investitura elettorale sia percepita sempre più come rituale si riflette nel crescente astensionismo e, specularmente, nell’emergere di proposte volte a introdurre sanzioni per chi non vota. Cfr. De Bortoli, F. Il limite minimo di votanti, Corriere della Sera, 25 novembre 2025. [xli] Canfora, L. Critica della retorica democratica, Laterza, 2002, p. 36, cit. in Giacché, V., La fabbrica del falso, Imprimatur, 2016, p. 123. Per un inquadramento complessivo sul tema dell’equivoco insito nell’utilizzo odierno della parola ‘democrazia’ si vedano il cap. 3 in Giacché, V., La fabbrica del falso, op. cit.; Fagan, P. Benvenuti nell’era complessa – Mappe e strumenti del pensiero per esplorare il nuovo mondo in formazione, Diarkos, 2025, capp. 7 e 10; Iannello, C., Lo Stato del potere, op. cit.      
January 19, 2026
ROARS