Gli Argonauti dell’economia

Jacobin Italia - Monday, January 19, 2026
Articolo di Tiziano Distefano

Secondo un antico mito greco, perché Giasone potesse riprendersi il trono che gli spettava di diritto, dovette accettare la proposta dell’usurpatore Pelia: salpare in compagnia di una cinquantina di volontari a bordo della nave costruita da Argo alla ricerca del leggendario vello d’oro. Prima di partire, gli Argonauti avevano a disposizione solo indizi, racconti di altri marinai e una buona dose di determinazione. Tutto fu una scelta: decidere la rotta, affrontare insidie inattese, cambiare percorso all’improvviso. Il loro viaggio fu un’impresa collettiva, portata avanti da un gruppo eterogeneo che racchiudeva qualità e competenze diverse, ma anche ambizioni e desideri contrastanti, da conciliare continuamente. 

L’umanità nel XXI secolo si trova ad affrontare un viaggio simile, costellato di incertezze e grandi sfide, di scelte difficili e di soluzioni comuni, per raggiungere un fine che sappiamo nominare — «sostenibilità» — ma che nessuno ha mai visto, né saprebbe descrivere esattamente come si realizzi. 

Conoscenza, controllo e dominio

Qualche settimana fa, Josep Borrell ha rivendicato il ruolo dell’Ue nella difesa del «giardino ordinato», identificato con l’Occidente, contro la «giungla» del Sud globale che rischia di minare l’ordine costituito. Queste affermazioni fanno eco all’ideale seicentesco del Jardin du Roi inteso come uno spazio di natura messa in ordine, organizzata secondo le esigenze del potere e della scienza. Questa utopia ha resistito fino ai giorni nostri. La visione meccanicistica e dualistica del mondo, che separa e contrappone Homo e Natura, sta influenzando in profondità il dibattito ambientale. Qui ci concentreremo su un solo dispositivo, che in qualche modo li riassume tutti: l’analisi benefici–costi (ABC). Mostreremo come (non) funziona, come possiamo superarla e come affrontare le sfide macroeconomiche senza piegarsi ai diktat imposti dalle tecnocrazie neoliberiste.

A prima vista, l’ABC sembra il criterio più naturale e immediato per prendere una decisione: si mettono su un piatto della bilancia tutti i possibili effetti positivi attesi e, sull’altro, i sacrifici da sopportare per ottenerli. Se i benefici superano i costi, la scelta appare razionale e quindi eticamente giustificata. La radice morale di questo approccio sembra profonda, tanto che l’ideale stesso di Giustizia trova nella dea Temi una potente rappresentazione iconografica: una figura bendata che regge una bilancia.

Quest’approccio contabile e ragionieristico alla scelta può funzionare in molte situazioni, ma quando lo si estende a qualsiasi decisione rischia di produrre effetti disastrosi. Per mettere a confronto costi e benefici, infatti, è necessario ridurre qualsiasi fenomeno a un’unità di misura comune. Ma cosa accade quando entriamo in un territorio fatto di criteri e valori incommensurabili, che per loro natura non possono essere ricondotti alla stessa dimensione? Gli economisti, con notevole disinvoltura, rispondono che il problema non esiste: basta creare un mercato (o fingere che possa esistere) e il prezzo stabilirà il «valore» di qualunque cosa. Come mostra Michael Sandel nel libro Quello che i soldi non possono comprare, la monetizzazione dei valori produce una forma di corruzione morale: una degradazione etica derivante dall’imposizione di un criterio semplificatorio su ambiti che richiederebbero molteplici criteri di giudizio.

Tornando sul piano macroeconomico, è utile ricordare un classico esempio di scelte difficili da commensurare fra loro. Negli anni Sessanta, si diffuse l’idea che esistesse una relazione inversa tra inflazione e disoccupazione. Indipendentemente dal fatto che questa relazione sia risultata instabile nel tempo, il punto cruciale resta lo stesso: che cosa deve fare la politica economica quando due obiettivi fondamentali non possono essere perseguiti contemporaneamente? Le istituzioni europee hanno optato per mantenere la stabilità dei prezzi «a ogni costo», con l’obiettivo di un’inflazione intorno al 2% nel medio periodo. Come mostrato durante l’ultima crisi inflazionistica, la Bce ha deciso di alzare i tassi di interesse per «raffreddare l’economia», scaricando il costo dell’aggiustamento sui lavoratori, tutelando invece il valore delle attività finanziarie. 

È razionale sacrificare l’occupazione per garantire la stabilità dei prezzi? La scelta di dare priorità all’una rispetto all’altra non può essere presentata come tecnica o neutrale: si tratta, a tutti gli effetti, di una decisione politica, che favorisce certi gruppi sociali a discapito di altri. La dea Temi, ricordiamolo, tiene in mano non solo la bilancia, ma anche una spada: dietro la contabilità dei costi e dei benefici, alla fine, ci sono sempre conflitti, rapporti di forza e decisioni che vengono imposte e fatte rispettare.

Lo stesso ragionamento vale, in modo ancora più grave, quando ci spostiamo sul piano ecologico. È così che sono nati prima i mercati dei diritti di emissione, e che più recentemente, alla Conferenza Onu sulla biodiversità Cop16 di Cali (Colombia, 2024), è stato portato al centro il progetto di costruire un vero e proprio mercato globale dei crediti di biodiversità. In ogni caso, gli ecosistemi vengono immaginati come costruzioni della Lego che si possono scomporre e rimontare a piacimento. Vi è anche un’altra giustificazione: «rendere visibile l’invisibile». Se qualcosa non ha un prezzo, si dice, la politica lo ignora e la situazione peggiora; meglio quindi un numero di fantasia che il silenzio delle statistiche. 

Un ultimo aspetto da mettere in evidenza è quello del futuro. Nel mondo neoliberista «there is no alternative»: ogni conflitto viene ridotto a questione meramente tecnica e ogni voce fuori dal coro viene silenziata in nome dell’efficienza e del progresso – non a caso Fukuyama ha potuto parlare di «fine della Storia». I modelli neoclassici, fondati sulla logica ABC, offrono anche una visione estremamente ristretta del mondo, ridotto a un grande gioco d’azzardo in cui si può scommettere su tutto, perché tutto ha un prezzo. Non è un dettaglio che il modello elaborato da Nordhaus – premio Nobel per aver sviluppato «l’economia del cambiamento climatico» – si chiami Dice, letteralmente «dado». Il tipo di incertezza che questi modelli considerano è solo quello del rischio, tipico dei casinò: puoi vincere o perdere a seconda della faccia che esce, ma puoi calcolare esattamente le vincite e le perdite attese, perché tutti gli eventi possibili e tutte le probabilità sono noti a priori. Non sai se uscirà 1 o 4, ma sai che non emergeranno cambiamenti imprevisti dovuti all’interazione tra i giocatori, al tavolo, alle regole del gioco. 

Complessità: libertà è partecipazione

La complessità è studiata da decenni, in particolare in fisica, e ha contribuito a modificare in profondità il paradigma scientifico. Tra le sue principali caratteristiche spiccano l’emergenza di fenomeni dovuti alle relazioni tra le parti – un campo di dune che cambia forma nel tempo non si capisce analizzando il singolo granello di sabbia – la relazione non neutrale tra osservatore e osservato, e soprattutto l’incertezza radicale che caratterizza la loro evoluzione. Questi aspetti implicano che il futuro è aperto, ignoto e in costruzione. È esattamente qui che entra in gioco la macroeconomia ecologica. 

Al di là dei dettagli tecnici, è importante sottolineare lo scopo e la modalità con cui viene costruita la nuova generazione di modelli elaborati dalla macroeconomia ecologica. Primo: non pretendiamo di fare previsioni, ma utilizziamo simulazioni al computer per esplorare scenari alternativi che tengano conto del cambiamento climatico, del progresso tecnologico e della giustizia sociale. Secondo: si adotta un approccio modulare. Il sistema viene scomposto in «blocchi» che possono essere descritti separatamente, ma che devono essere connessi per comprendere il comportamento aggregato. Terzo: consapevoli che «tutti i modelli sono sbagliati», perché semplificazioni della realtà, adottiamo un atteggiamento di umiltà epistemica e di ascolto, ispirato ai principi della Post-normal Science. Come hanno sostenuto i pionieri di questo approccio, Funtowicz e Ravetz, quando «i fatti sono incerti, i valori in discussione, la posta in gioco alta e le decisioni urgenti», la scienza è necessaria ma non sufficiente. Per questo cerchiamo di lavorare in costante dialogo con diversi corpi sociali e portatori di interesse, per capire quali domande sono rilevanti, quali variabili e connessioni includere nei modelli e quali, inevitabilmente, tralasciare. Non pretendiamo di fornire risposte certe né di prevedere il futuro: vogliamo piuttosto contribuire a rendere l’economia un sapere democratico, costruito con e per la società.

Il nostro viaggio è iniziato una decina di anni fa, quando abbiamo sviluppato un nuovo modello (Eurogreen) attraverso cui testare politiche sociali ambiziose che sarebbero state presentate al Parlamento europeo. Così, come dei novelli Argonauti, abbiamo costruito una «nuova nave» intrecciando conoscenze, metodologie e dati provenienti da discipline diverse.

Nei nostri modelli, che simulano l’evoluzione delle economie dell’Italia e della Francia fino a metà secolo, abbiamo messo a confronto la «crescita verde», fondata sull’idea che il progresso tecnologico e il mercato possano automaticamente risolvere i problemi ambientali e sociali, con proposte alternative. Gli scenari mostrano che puntare tutto su efficienza energetica, automazione, produttività e politiche ambientali di mercato riduce sì le emissioni, ma al prezzo di più disuguaglianza e disoccupazione. Invece, ipotizzando riduzioni volontarie dei consumi, tassazione della ricchezza finanziaria e forti politiche sociali, è possibile ottenere nel lungo periodo meno CO₂, meno disuguaglianze e un più equo rapporto tra salari e profitti. 

Sul fronte della crisi energetica e dell’inflazione, le nostre simulazioni per l’Italia confermano che l’esplosione dei prezzi dell’energia colpisce soprattutto chi ha redditi bassi, perché una fetta maggiore del loro reddito va in bollette, carburanti e affitti. L’indicizzazione dei salari insieme a un tetto agli affitti farebbe aumentare i salari reali e sostenere la domanda senza innescare automaticamente una spirale inflazionistica, migliorando la distribuzione a favore di lavoratori e lavoratrici. Inoltre, abbiamo immaginato di testare l’introduzione in Italia di una carbon tax sulla produzione, che cresce gradualmente da 30€ a quasi 200€ per tonnellata di CO₂ nel 2050. I risultati mostrano che questa politica, da sola, ha un impatto limitato sulle emissioni e può avere effetti regressivi, a meno che il gettito non venga redistribuito in favore delle fasce a basso reddito. L’uso mirato della tassazione permetterebbe così di evitare la povertà energetica senza impattare in modo significativo sui bilanci pubblici. Quando guardiamo all’adattamento climatico, vediamo che l’austerità è un boomerang: ingenti investimenti pubblici nel breve periodo, in deroga ai limiti imposti al bilancio, per l’adattamento riducono i danni futuri e migliorano persino la sostenibilità del debito pubblico a lungo termine. 

Di fronte alle tecnologie che risparmiano lavoro, come ad esempio l’intelligenza artificiale, non esiste una bacchetta magica, ma un mix mirato di politiche sociali  – lavoro garantito per 300.000 persone e una riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore settimanali a parità di stipendio – finanziate da una patrimoniale, può trasformare l’innovazione in più sicurezza sociale invece che in nuova precarietà. Infine, esplorando la questione di genere, vediamo che quando si include la distribuzione del tempo, riconoscendo il valore del lavoro di cura, allora una riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario, accompagnata da uno schema di reddito universale, aiuta a ridurre i divari di reddito tra donne e uomini, pur senza eliminare da solo il gender pay gap.

Quando allarghiamo lo sguardo alle materie prime, scopriamo che gli scenari «tecno-ottimisti» non riescono a disaccoppiare davvero crescita e uso di materiali: più efficienza e riciclo non bastano se i volumi complessivi continuano a crescere. Emerge un’inedita connessione tra mercato finanziario ed economia circolare: la necessaria contrazione dell’uso delle materie prime, la maggior parte importate, per restare dentro i limiti biofisici può essere accelerata grazie a un ridimensionamento della finanza. In altre parole, drenare risorse dalla speculazione finanziaria verso l’economia reale sembra essere la carta vincente per un miglioramento delle condizioni di vita e della salute, minacciate dall’enorme produzione di rifiuti. Integrando nel modello anche la dimensione idrologica, si dimostra che crescita e crisi climatica tendono a esasperare lo stress idrico, ma che politiche pubbliche su efficienza, infrastrutture e limite ai pesticidi possono ridurlo significativamente. In definitiva, modelli «complessi per la complessità» permettono di superare il vecchio conflitto tra lavoro e ambiente, mostrando che i soli indicatori biofisici non bastano per dichiararsi «sostenibili», senza guardare a chi ne sopporta i costi

In sintesi, da questi scenari emerge una tesi semplice ma politicamente solida: non è vero che «non ci sono alternative». Le politiche ambientali di mercato, prese da sole, non funzionano; servono pacchetti integrati di interventi pubblici, redistribuzione, riduzione dei consumi materiali e riconoscimento del lavoro – anche di cura – per tenere insieme clima, equità e democrazia. È un compito difficile, perché le misure necessarie sono complesse, conflittuali e devono essere rapide: per questo non possono essere delegate a una ristretta élite o nascoste dietro la finta neutralità dei modelli neoclassici.

Come ricorda David Graeber in L’alba di tutto, gli esseri umani si distinguono proprio per la capacità di scegliere consapevolmente e collettivamente tra forme diverse di organizzazione sociale. Nei sistemi complessi, dove non è possibile prevedere tutti gli effetti a causa del ruolo attivo «dell’osservatore», la partecipazione non è solo un valore politico, ma una necessità scientifica: è l’unico modo per esercitare una reale libertà collettiva. Di fatto, è ciò che è già accaduto negli ultimi decenni: governi e istituzioni hanno imposto politiche neoliberiste senza conoscerne davvero tutte le conseguenze, o fingendo di misurarle con l’ABC.

Se la complessità ci dice che il futuro è aperto, la vera posta in gioco non è trovare il modello «giusto» che lo predice, ma lottare per partecipare alla costruzione del mondo che vogliamo. La macroeconomia ecologica, nel suo piccolo, è un tentativo di farlo: rimettere economia, ecologia e democrazia sulla stessa imbarcazione. E non riguarda solo l’Europa: anche in diversi paesi del Sud del mondo – dal Brasile alla Cina, fino alla Colombia – nuovi lavori stanno sperimentando questo approccio per esplorare nuovi percorsi capaci di affrontare disuguaglianze crescenti, crisi ecologiche e povertà. Sta a noi decidere se restare a riva ad aspettare gli oracoli del libero mercato, o salire a bordo e contribuire a tracciare una nuova rotta.

*Tiziano Distefano è Professore associato in Economia Politica presso il Dipartimento di Scienze per l’economia e l’impresa dell’Università di Firenze e membro eletto del board dell’International Society for Ecological Economics (Isee). Questo articolo presenta le osservazioni personali dell’autore sull’emergente disciplina della Macroeconomia Ecologica, a cui si dedica una crescente comunità internazionale di studiosi e studiose impegnati nello sviluppo di modelli eterodossi. Qui si sono discussi, in particolare, alcuni risultati dei gruppi di ricerca delle Università di Firenze e di Pisa, grazie soprattutto al lavoro del Prof. Simone D’Alessandro e del Dr. Guilherme Morlin. Chi volesse mettersi nei panni di un «decisore politico» può accedere al toolkit online gratuito del progetto Ecoesione, con cui è possibile sperimentare gli effetti di diverse politiche sociali ed energetiche per l’Italia e osservarne le conseguenze su un ampio insieme di indicatori socio-economici e ambientali.

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