
Il museo dell’impero
Jacobin Italia - Saturday, January 17, 2026
Articolo di Neelam SrivastavaRoma è stata capitale di più di un impero. Angelo Del Boca, Nicola Labanca, Valeria Deplano, Alessandro Pes ed Emanuele Ertola sono alcuni fra i molti storici che hanno studiato il passato coloniale italiano, praticamente finito nel dimenticatoio dopo il 1945, mettendo in luce soprattutto la volontà del regime fascista di trasformare l’Italia in un impero. Adesso, in un museo da poco riaperto al pubblico, cimeli del colonialismo italiano sono presentati al visitatore senza alcuna cornice interpretativa che le aggiorni per il pubblico di oggi, ignorando tutto il lavoro storiografico che ha cercato di decolonizzare la storia d’Italia e rendere visibile gli atti di dominio coloniale che hanno fatto parte integrante dell’identità nazionale.
Nell’ottobre del 1935, Benito Mussolini pronunciò un discorso dal balcone di Piazza Venezia a Roma, che fu trasmesso a venti milioni di italiani chiamati ad adunata nelle piazze e nei centri cittadini di tutta Italia. Nel suo discorso, Mussolini spiegò che l’Italia avrebbe fatto la guerra all’Etiopia per ottenere il suo meritato «posto al sole» in Africa e per lavare l’onta della sconfitta di Adua, dove nel 1896 l’esercito italiano era stato battuto in campo aperto dalle truppe etiopiche e le ambizioni coloniali del neonato Regno d’Italia avevano subito una brusca frenata.
All’epoca in cui l’Italia lanciò l’aggressione all’Etiopia, questo era uno Stato sovrano, membro della Società delle Nazioni e governato dall’imperatore Haile Selassie. Fu un’invasione illegale e aggressiva, contro le tendenze di un periodo in cui gli imperi coloniali europei attraversavano una grossa crisi dovuta ai movimenti anticoloniali che stavano prendendo piede in molte parti del mondo colonizzato: basti pensare al nazionalismo indiano guidato da Gandhi e Nehru, il Rastafarianismo nei Caraibi/Jamaica che rifiutava l’egemonia coloniale britannica e le lotte anti-francesi nelle colonie della Tunisia e Algeria capeggiate dall’Étoile Nord-Africaine e Destour (partito nazionalista tunisino).
L’aggressione italiana all’Etiopia fu fra gli eventi più eclatanti del 1935 e ricevette molta attenzione dalla stampa, soprattutto britannica, che metteva in chiara luce la natura illegale della conquista e l’uso delle armi chimiche contro la popolazione etiopica (le foto delle persone colpite dall’iprite comparvero su molti giornali ed era un fatto noto all’epoca, nonostante la cosiddetta «smentita» di Indro Montanelli negli anni Novanta, il quale poi ritrattò).
La conquista dell’Etiopia da parte dell’Italia si concluse nel maggio 1936. Il 9 maggio Mussolini si rivolse di nuovo alla nazione, annunciando «la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma» e che l’Africa Orientale Italiana era stata arricchita di un’ulteriore colonia (vedi Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, volume 3, La conquista dell’impero). La dominazione italiana sull’Etiopia, che fece capo per circa un anno al viceré Rodolfo Graziani, commise molte atrocità e crimini di guerra, incluso il massacro degli abitanti di Addis Abeba nel febbraio del 1937 a seguito di un attentato a Graziani. Lo storico Ian Campbell ritiene che l’ammontare delle vittime civili sia intorno a 19.000, uccise da militari, camicie nere e coloni italiani nella capitale del paese.
Non vi è nessuna menzione di questa storia di violenze legate alle guerre coloniali italiane nella Sala delle Colonie del Museo del Genio, il cui nome intero è Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio. Qui sono attualmente ospitate due belle mostre allestite dal Gruppo Arthemisia, una sulla fotografa americana Vivian Maier e una sull’artista italiano Ugo Nespolo.
Il Museo del Genio si trova sul Lungotevere delle Vittorie, nel quartiere Prati. È stato chiuso al pubblico per parecchi decenni ed ha riaperto recentemente nell’occasione di queste due mostre.

Il museo fu costruito nel 1939 nella sede attuale ed era volto a celebrare il genio militare italiano e documentare la storia delle imprese dell’esercito, soprattutto le fortificazioni e le invenzioni tecniche a scopo militare. Come spiegano Christian Raimo e Bruno Montesano in un recente articolo sul Manifesto, la responsabilità dell’esposizione è condivisa dal Ministero della difesa «e la sua società in house Difesa servizi, che possiedono e gestiscono l’edificio» e da «Arthemisia (una società privata che spesso fa da partner a istituzioni pubbliche o semipubbliche), alla quale è stata affidata la curatela delle mostre temporanee».
Ci sono diversi aspetti sconcertanti che colpiscono del museo. Innanzitutto, il visitatore deve attraversare un grande androne prima di arrivare alle collezioni permanenti. La sala d’ingresso presenta cinque serie di incisioni sulle varie pareti di marmo travertino, ognuna con dediche a una guerra italiana.
Qui leggiamo degli eroi e delle medaglie all’onore della prima guerra d’indipendenza, la seconda, la terza, la quarta (la Prima guerra mondiale) e infine l’ultima serie reca come titolo «la conquista dell’impero – l’Etiopia–, come a significare una continuità ideale fra la prima guerra d’indipendenza e questa guerra coloniale di conquista.

Non ci sono pannelli esplicativi in questa grandiosa anticamera del museo sul perché la guerra d’Etiopia fosse vista alla pari delle guerre d’indipendenza agli occhi del regime nel 1939. Come ci racconta Del Boca, per Mussolini l’invasione dell’Etiopia era una guerra di prestigio con cui sperava di consolidare l’immagine internazionale del fascismo. Questo è riflettuto chiaramente nella disposizione della Sala delle Colonie, che è stata riproposta al pubblico senza alcuna mediazione o apparato critico-storico contemporaneo, rimasta identica a quando il museo fu aperto. In questa sala si trovano esposti oggetti relativi alle imprese coloniali italiane in Libia, Eritrea ed Etiopia. Questo in sé ovviamente non darebbe da discutere, anzi molti degli oggetti sono di grandissimo interesse storico e culturale; né è giusto pretendere che un museo dedicato all’Arma del Genio debba per forza fare sempre il processo alle intenzioni.
È piuttosto l’allestimento a essere problematico ’ essendo segnato da inaccuratezze e omissioni storiche riguardo all’impresa coloniale che, come detto, è stata ampiamente documentata dalla storiografia da parecchi decenni. La prima cosa che vede il visitatore nella sala è una pelle di leone appesa; l’animale era stato ucciso durante una battuta di caccia da parte dell’operaio italiano Gastone Lombardi in Giggica nell’aprile del 1937 e c’è tanto di foto accompagnatrice di un gruppo di «operai del Genio di Scaveli con l’uccisore del leone».


Stona l’anacronismo anti-ecologico, con forti reminiscenze da uomo bianco in Africa. Sulla parte opposta è esposta una grande pianta della Rete Stradale dell’Impero.

Questa mappa è d’indubbio interesse storico perché mostra chiaramente l’intervento del genio militare in Africa Orientale e il grande valore attribuito all’Arma per il suo ruolo nella costruzione di strade, ferrovie e ponti che collegavano Somalia, Eritrea, ed Etiopia. L’espansione italiana in Africa doveva segnalare al mondo le brillanti innovazioni tecnologiche e militari italiane, «rivelando le intenzioni di Mussolini di coinvolgere l’intero paese nel conflitto e di alimentare con la fulmineità di una guerra meccanizzata, l’immagine di un regime moderno, efficiente, imbattibile» (citazione sempre di Del Boca, La conquista dell’impero). Come scrisse il poeta Filippo Tommaso Marinetti nel 1937, «La guerra ha una sua bellezza perché serve la potenza della grande Italia Fascista».
L’esposizione continua con una serie di cosiddetti «trofei di guerra» ottenuti in combattimento con gli etiopici, come per esempio un tamburo negarit preso da una compagnia italiana nel 1936 .

Le diciture delle didascalie non recano alcuna traccia di decenni di lavoro storiografico e museale sull’imperialismo italiano in Africa e i crimini di guerra commessi dagli italiani, e senza alcun accenno al fatto che la cosiddetta conquista fu un’invasione. In più si potrebbe anche notare che la terminologia di «trofeo» non è proprio adatta a un museo odierno; si veda la didascalia posta dentro una vetrina che contiene una stazione radiofonica presa al comandante etiopico Ras Destà e inviata «in dono al Museo Nazionale del Genio perché sia perennemente conservata con gli altri trofei della guerra africana».

La sala è occupata in larga parte da varie vetrine che contengono plastici di fortini costruiti durante la guerra coloniale, a dimostrazione del «genio militare italiano».

Encomi a truppe di combattimento in Libia, Eritrea ed Etiopia si mescolano ai plastici e a cartine militari dell’Africa Orientale Italiana. La disposizione dei cimeli e dei vari oggetti nella sala sono chiara prova (come se ce ne fosse bisogno) della profonda continuità ideologica fra le guerre coloniali del periodo liberale (da Adua in poi e soprattutto la campagna di Libia) e la campagna etiopica del 1935-36. Questa continuità ideologica è viva e vegeta in questo museo finanziato dal Ministero della difesa. Come dice lo storico Fabio De Ninno, «se la cornice resta quella della continuità e del ‘passaggio di consegne’ tra guerre, senza un lavoro esplicito sulle discontinuità (e, in particolare, sul nesso fra guerra, violenza politica e ordine mediterraneo e/o coloniale), allora la visita del pubblico produce esattamente ciò che temiamo: un senso di familiarità e di legittimità, più che una comprensione storica» (vedi anche il recente libro di De Ninno per la collana Fact-checking di Laterza, Mancò la fortuna non il valore). La supposta continuità fra le guerre italiane si legge anche sul sito del Ministero della difesa dedicato alla storia dell’esercito italiano, dove nel caso della guerra d’Etiopia si legge che «Appena terminate tali operazioni, definite ‘cicli di polizia coloniale’, nel 1935 l’Esercito fu impegnato di nuovo nel conflitto con l’Etiopia». L’espressione «cicli di polizia coloniale» probabilmente si riferisce alle operazioni precedenti ovvero alla riconquista della Libia effettuata sotto il regime di Mussolini: è un risaputo fatto storico che si trattò in realtà di una campagna di controguerriglia contro una resistenza accanita. E «l’impegno» dell’Italia in Etiopia fu, come si è già detto, in effetti un’invasione.
Colpisce la mancanza di rispetto nei confronti di persone e territori rappresentati come semplicemente nemici (e anche implicitamente inferiori) agli italiani. Usare il termine «nemico» suona strano quando si è in effetti invaso un’altra nazione sovrana andando contro il diritto internazionale dell’epoca. Inoltre, molti oggetti esposti nella sala, come ad esempio le armi prese ai combattenti etiopi ed esposti in teche senza alcuna nota esplicativa che ne indichi la provenienza, di diritto apparterrebbero all’Etiopia, quindi né al museo né allo Stato italiano.


Si contrasti questo con la lista degli oggetti che l’Italia si impegnò a restituire all’Etiopia negli anni Cinquanta, esposta al Museo delle Civiltà all’Eur e che fanno parte di un’opera di Theo Eshetu che mira a ri-significare e ri-attualizzare gli oggetti coloniali e il rapporto fra Italia ed Etiopia.
Che dire poi della statua dell’ascaro di dimensioni naturali conservata in una teca senza alcuna didascalia e che è posto all’uscita, come a conclusione della visita alla Sala delle Colonie? Gli ascari erano truppe coloniali usate dall’Italia per effettuare la conquista della Libia e dell’Etiopia e rappresentano una forma di egemonia militare e razziale esercitato su popolazioni soggette al dominio coloniale.

È a dir poco irresponsabile mostrare queste cose senza alcuna contestualizzazione storica, in un museo aperto al grande pubblico con varie descrizioni trionfalistiche sul sito di Arthemisia. Il sito afferma che «il percorso museale che oggi si apre al pubblico invita il visitatore a intraprendere un viaggio affascinante, dove ingegno, tecnica e bellezza si intrecciano nel racconto della storia del Genio». Manca anche il minimo riconoscimento dei soprusi e aggressioni effettuati ai danni delle popolazioni etiopiche, libiche e somale nel corso delle guerre coloniali che sono presentate in maniera trionfalistica nella sala.
Si potrebbe obiettare che questa sala è ben poca cosa in un edificio abbastanza marginale nel sistema museale di Roma. È anche vero però che gli spazi del Museo del Genio vengono riutilizzati per mostre di arte contemporanea, che quindi porteranno un afflusso molto maggiore di visitatori che si trovano poi a passare per le sale del Museo senza alcuna spiegazione o pannello che contestualizzi gli oggetti relativi all’imperialismo italiano. Non solo, ma sia Arthemisia che il Ministero della Difesa stanno chiaramente cercando di rilanciare il Museo stesso, celebrandone il contenuto in maniera acritica. Per citare di nuovo De Ninno, è una questione di confrontarsi con la memoria pubblica delle guerre coloniali e in sostanza del fascismo, come Ruth Ben-Ghiat scrisse in un articolo risultato assai controverso in Italia. Si contrasti la Sala delle Colonie con una mostra intitolata «Museo delle Opacità» ospitata tempo fa dal Museo delle Civiltà che ha riproposto parte della sua collezione di oggetti provenienti dall’ex-Museo delle Colonie in maniera auto-riflessiva e critica non solo del retaggio coloniale ma anche di un metodo museale-antropologico che era teso semplicemente a «mostrare» gli oggetti in chiave esotizzante e orientalistica.
La storica dell’arte Giulia Grechi osserva che gli archivi e i musei non ci insegnano soltanto che cosa dobbiamo sapere ma anche come saperlo. Ad esempio, l’opera dell’artista Jermay Michael Gabriel, Yekatit 12 in mostra al pianterreno del MuCiv, segnala all’entrata che si sta cercando di ripensare la collezione per il grande pubblico dal punto di vista dell’esperienza etiopica dell’occupazione italiana (il titolo «Yekatit 12» è la data nel calendario etiope del massacro di Addis Abeba compiuto dagli italiani nel 1937, oggetto di commemorazione annuale in Etiopia).
Com’è evidente, allora, in Italia non si è mai avviato un vero processo di decolonizzazione a livello pubblico, nonostante che il volto demografico dell’Italia sia cambiato radicalmente e ormai essere italiani non sia più sinonimo dell’essere bianchi. Ma tutto questo passa sotto silenzio e indifferenza o peggio si ritorna alle mitizzazioni del colonialismo fascista. Rimane da sperare che una nuova generazione di artisti e attivisti continui a produrre opere e installazioni come quelle dell’Ente di Decolonizzazione, Alessandra Ferrini o Laura Fiorio che gettano luce sui pregiudizi razziali e culturali che sostennero l’imperialismo nostrano e riprendono le memorie del passato coloniale in maniera critica e analitica.
*Neelam Srivastava è professoressa di letteratura postcoloniale e comparata all’Università di Newcastle, in Inghilterra. Si occupa di letteratura indiana in lingua inglese, di cinema anticoloniale e della storia del colonialismo italiano.
L'articolo Il museo dell’impero proviene da Jacobin Italia.