Da Mondeggi alla Palestina

Jacobin Italia - Friday, January 16, 2026
Articolo di Tommaso Chiti

La «fattoria senza padroni» Mondeggi bene comune, a pochi chilometri da Firenze, è una tenuta agricola pubblica, nata nel 2012 da un’esperienza di resistenza di abitanti locali che si sono opposti all’abbandono e alla svendita di questa tenuta dando vita a un progetto di autorecupero agri-ecologico sulla base del Manifesto di Genuino Clandestino. In questo contesto è nata nel tempo l’idea di una Comunità Agricola di Solidarietà Attiva (C.A.S.A) dal carattere internazionalista, incentrata sul progetto di attivismo agro-ecologico a fianco della popolazione palestinese in Cisgiordania, per «promuovere lo scambio di saperi, di strumenti agricoli, favorire la produzione su piccola scala e garantire il libero accesso alla terra per l’avviamento di attività contadina».

Dopo i primi contatti con alcune comunità locali, nei Territori palestinesi occupati, il progetto pilota è partito alla fine dello scorso ottobre con l’obiettivo di fare del «lavoro agricolo condiviso uno strumento di resistenza all’oppressione e alla violenza dell’occupazione civile e militare israeliana, così come di difesa dell’autodeterminazione palestinese».

La prima staffetta del progetto ha visto sei giovani, tre donne e tre uomini portare, letteralmente sul campo, un supporto attivo alle operazioni di raccolta delle olive, in una zona ad alto rischio come l’Area C della West Bank, regione di insediamento di coloni nazional-religiosi, sotto totale controllo militare israeliano.

«Interporsi in maniera nonviolenta durante un’azione di raccolta è uno strumento spesso efficace, se si compie con un’intera comunità di persone, composta anche da volontari internazionali – spiegano referenti del progetto – soprattutto in quei luoghi dove il tempo di esecuzione materiale del lavoro fa appunto la differenza tra portare a casa il prodotto e garantirsi un reddito, o essere costretti ad abbandonare tutto, cedere alle intimidazioni e lasciare la propria terra».

Economia di rapina

Molte sono le denunce sull’intensificarsi di sabotaggi e devastazioni di campi e colture da parte dei coloni sionisti, proprio nella stagione della produzione olearia. Le azioni vanno dallo sradicamento di alberi agli incendi delle olivete, tanto da compromettere oltre seimila esemplari in Cisgiordania, in un settore come quello primario, che pesa per oltre il 15% del Pil palestinese. 

Secondo la Company of organic agriculture in Palestine (Coap) di Ramallah, che riprende i dati della Banca Mondiale, l’economia della regione soffre di una sensibile contrazione per l’impatto dell’occupazione militare israeliana. Il report illustra come dopo il 7 ottobre più del 29% delle aziende in Cisgiordania abbiano ridotto o cessato la produzione, anche a causa della revoca dei permessi di lavoro per 148mila pendolari, oltre che per l’interruzione nelle catene di approvvigionamento e l’aumento dei costi di trasporto, in seguito all’installazione di centinaia di nuovi posti di blocco militari. In Cisgiordania, circa il 45% dei terreni agricoli è occupato da oltre 10 milioni di ulivi, con una potenziale produzione annua di 35mila tonnellate di olio. Quest’attività rappresenta una fonte di reddito essenziale per oltre centomila famiglie. 

Nell’ultima panoramica mensile del 2025 l’Ufficio delle Nazioni unite per il coordinamento degli Affari umanitari (Ocha) rivela poi come oltre 96mila dunum – antica unità di misura ottomana, pari a circa 96 kmq – di uliveti siano rimasti incolti a causa delle violenze e delle restrizioni israeliane, causando perdite per oltre 1.200 tonnellate di olio d’oliva, pari a circa dieci milioni di dollari. Sempre secondo l’Ocha nello stesso periodo la violenza dei coloni ha raggiunto livelli di sistematicità senza precedenti con circa 193 attacchi a proprietà palestinesi, di cui il 29% del totale a strutture agricole, che hanno causato il ferimento di oltre seimila persone, inclusi milleduecento minori, e il vandalismo di oltre 4.200 alberi in 77 villaggi, soprattutto nei pressi di Nablus, Ramallah e Tulkarem, provocando una perdita stimata di oltre 52 tonnellate di olio. In tutto, dall’inizio dell’anno, gli attacchi documentati in Cisgiordania da parte dei coloni sono stati circa 1.500; e se nel 2024 circa il 60% degli olivicoltori non ha potuto effettuare la raccolta, nel 2025 le stime ipotizzano impedimenti che sono arrivati a colpire 7 olivicoltori su 10.

Colonialismo armato

«È impressionante la differente percezione del 7 ottobre fra i palestinesi della diaspora, che contestualizzano quei fatti nell’ambito di un’oppressione pluridecennale, e le comunità dei Territori occupati illegalmente da Israele, che da quella data hanno visto le loro vite cambiare drasticamente in peggio, con interdizioni di passaggi oltre il muro e aggressioni sempre più frequenti e arbitrarie» racconta un’attivista alla sua prima esperienza in Palestina, rimasta da subito convinta dalla proposta del progetto C.A.S.A. La visita della delegazione di volontari ai villaggi di At-Tuba, di At-Tuwani e della Valle del Giordano ha mostrato soprattutto la postura ultra-repressiva dell’esercito israeliano che, a differenza del passato, non interviene per allontanare i coloni violenti, ma si affianca a loro al termine degli agguati per arrestare le vittime. I coloni religiosi sono sempre stati il braccio armato dell’espansionismo sionista ma almeno prima se succedevano aggressioni documentate da internazionali, di fronte a prove e testimoni, le autorità israeliane intervenivano per allontanare le bande di occupanti, che per qualche giorno fermavano i loro attacchi, mentre ora la situazione si è terribilmente aggravata con il triplicarsi del potere dei coloni, che hanno referenti direttamente nel governo di Tel Aviv, come il ministro Ben Gvir».

La violenza dell’occupazione si traduce poi in nuovi avamposti, ritenuti illegali anche dalla legislazione israeliana, che però, a detta dei promotori del progetto C.A.S.A., spuntano con bandiere con la stella di David, issate anche nottetempo, ai bordi delle principali vie di collegamento. Un altro aspetto devastante è poi il furto delle risorse idriche, con la perimetrazione e la confisca dei pozzi, come denunciato dalla delegazione di Mondeggi Bene Comune anche nel villaggio beduino di Bardala.

Lo stesso ruolo di interposizione delle organizzazioni umanitarie e di solidarietà internazionale è stato molto ridimensionato, tanto che «il passaporto occidentale non è più garanzia di tutela né per noi stessi, né per la popolazione palestinese e alcune famiglie del posto preferiscono non avere a che fare con volontari come noi, per cercare di evitare ritorsioni ulteriori dopo la nostra partenza».

Mutualismo internazionale

«La rete di solidarietà internazionale presente in Cisgiordania ha diverse sfaccettature, tante quante sono le correnti e la varietà di approcci nella lotta di autodeterminazione palestinese, ma rispetto ad altre organizzazioni che abbiamo anche incontrato durante la nostra permanenza, come l‘Unione dei Comitati di Lavoro Agricolo_ UAWC’, o con cui ci siamo interfacciati per la formazione, come nel caso di ‘Operazione Colomba’, la specificità del progetto C.A.S.A. riguarda la preparazione sul campo, le competenze agricole e le pratiche di esecuzione del mutualismo contadino, che non si limitano alla scorta civile».

In questo aspetto sta l’unicità del progetto, che intende contenere l’avanzata dell’occupazione delle terre con pratiche di supporto contadino contro l’abbandono delle proprietà  palestinesi. L’intento infatti è quello di sviluppare con il tempo una rete che si attivi nelle fasi critiche del lavoro agricolo, dalla semina del grano, a bonifiche o consolidamenti dei campi con recinzioni o terrazzamenti, oppure per la messa a dimora di piante per l’orto, fino alla cura degli ulivi. 

Resistenza contadina

I tempi di lavoro palestinesi sono senz’altro diversi dai nostri: le operazioni di raccolta nei campi accerchiati dalle colonie, non possono permettersi di badare  allo schiacciamento delle olive, consueto accorgimento onde evitare la loro ossidazione. Queste pressioni però non compromettono le consuetudini tipiche, come i momenti di comunità con i pasti di ristoro nelle pause. «Insieme si parlava di potature, di cloni, di resa delle frangiture e da questi scambi emerge quanto il lavoro contadino sia strumento comune di autodeterminazione, pratica di resistenza e forma costante di attivismo politico». Fra le analogie ragguardevoli c’è ad esempio l’organizzazione del frantoio, dotato di una macchina degli anni Ottanta di fabbricazione italiana e gestito in modo cooperativo con pagamenti in corrispettivo d’olio, tramite baratto senza denaro.

Anche nel settore agricolo palestinese le realtà operanti si articolano in una varietà di soggetti, da quelli a carattere aziendale fino a forme di sussistenza familiare, passando per modelli organizzativi di tipo collettivistico, strutturati magari con comitati di resistenza popolare locali, come quello visitato nel villaggio beduino di Um al Khair, sottoposto a ingiunzione di sgombero e demolizione, dove a luglio scorso è stato ucciso da un colono israeliano l’attivista palestinese Awdah Hathaleen, noto per la sua parte nel documentario vincitore agli Oscar, No Other Land.

Proprio per la pericolosità del sito, i promotori del progetto C.A.S.A. sono orgogliosi di rivendicare l’utilità del progetto, visto che senza il coordinamento fra contadini locali e internazionali e il supporto di una staffetta di vedetta costante, non sarebbe partita una rete di collaborazione e quest’anno il proprietario avrebbe fatto la scelta rischiosa di abbandonare l’oliveta. 

Agro-ecologia di comunità

Fra le finalità di medio-lungo periodo del progetto C.A.S.A. c’è quella di creare un movimento di solidali a supporto dei momenti più duri e pericolosi del lavoro agricolo in Cisgiordania tramite gemellaggi, per una rete contadina coordinata dalle persone del luogo. «Per organizzarsi al meglio, bisogna prima sintonizzare gli intenti – spiegano –, capire cosa significa fare agroecologia in Palestina, cosa vuol dire essere contadini e farlo insieme dal basso, senza organizzazioni sovra-strutturate, con scambi reciproci, affrontando criticità come gli intervalli fra le visite e la sostenibilità del progetto». Una delle modalità passa anche dall’invito in Italia dei rappresentanti delle realtà palestinesi incontrate, così da permettere un confronto aperto, in spazi e tempi liberati dall’oppressione israeliana «anche a livello mentale, in un contesto sicuro e tranquillo, darebbe loro quel tempo da restituire poi, nella stessa portata, dentro la propria terra».

A detta dei promotori poi non manca attenzione a mantenere coerenza fra progetto e azioni sul campo e sotto questo aspetto uno degli incontri più riusciti durante l’esperienza è stato quello con la Land and farming cooperative di Burin, un vero e proprio collettore di realtà agricole, fra movimenti e villaggi circostanti, che combina la lavorazione della terra con i diritti sociali ed educativi della comunità, garantendo accesso scolastico e spazi condivisi come il community center, in quella che il suo stesso referente Ghassan non esita a definire «una dimensione comunista», con un legame di classe che promana dal lavoro agricolo come bene comune. La cooperativa conta 20 addetti, di cui 15 donne impiegate prevalentemente nella coltivazione di ortaggi, nella formazione di tipo agro-ecologico e nel supporto alle famiglie meno fortunate della zona, a cui non mancano di garantire una sussistenza minima con l’auto-produzione.

A differenza del frantoio a conduzione interamente maschile, qui l’attivismo rurale combina azione diretta e progettualità a lungo termine anche in senso anticapitalista ed egualitario, in cui le donne rivendicano la volontà di essere soggetti attivi della comunità, pur a fronte di dinamiche complesse per il retaggio culturale o religioso e per il crescente pericolo di aggressioni da parte dei coloni.

Anche per questi motivi sono state poche le occasioni di incontro con le contadine durante la raccolta e la componente femminile del progetto C.A.S.A. ha dovuto muoversi con una certa sensibilità al rispetto reciproco di spazi e usanze, tali da dare alle volontarie la sensazione di «sfiorare le palestinesi» per i contatti sporadici, comunque sufficienti a capire come «soprattutto in questo momento le donne rappresentano le radici culturali che tengono agganciata tutta la comunità al territorio». Per questo, fra le prospettive di sviluppo del progetto, non manca l’idea del coinvolgimento di donne palestinesi impegnate nell’autonomia femminile e nel contrasto alla violenza di genere insieme alla componente maschile non-violenta, nonostante il livello di devastazione per mano sionista rappresenti la preoccupazione principale in questo momento.

Attacco alla terra in forma di ecocidio

Sempre più spesso l’occupazione israeliana di matrice coloniale e capitalista si concretizza come espropriazione di terreni e accaparramento predatorio di risorse a fini speculativi, perpetrando così quel land grabbing che il progetto C.A.S.A. definisce un vero e proprio «Attacco alla terra, di guerra nella guerra ed ‘Ecocidio» in quello che si può definire una sorta di manifesto del progetto. La terra che i fondamentalisti messianici definiscono «promessa», secondo l’interpretazione dei promotori del progetto C.A.S.A. «viene invece violentata, distrutta, avvelenata, resa irriconoscibile. La guerra distrugge non solo le vite di migliaia di persone, ma devasta ecosistemi, annienta la biodiversità. Tonnellate di detriti come residui di ordigni bellici, metalli pesanti contaminano il suolo e le falde acquifere – continua l’analisi diffusa da Mondeggi Bene Comune – molti campi non sono più curati e le stagioni future sono compromesse. Le persone hanno paura, ma resistono all’agricidio».

Questa deriva si compie incredibilmente anche se nel 2024 il Parlamento europeo ha adottato una nuova direttiva sul «Ripristino della Natura» segnando un momento decisivo della protezione ambientale per la definizione del profilo penale di «ecocidio». E la totale indifferenza verso il diritto internazionale e i diritti umani  «dà la misura di quanto la situazione ci riguardi da vicino, perché la complicità dei governi occidentali con questi crimini rende poi dichiarazioni universali, Carte delle Nazioni unite o Convenzioni come la Cedu solo lettere morte»,.

Così l’impegno per l’autodeterminazione del popolo palestinese non si limita solo all’epicentro del genocidio sionista nella Striscia di Gaza, ma si struttura come con il progetto C.A.S.A. in un «equipaggio di terra» con forme di mutualismo conflittuale, che interrogano movimenti e collettivi sulle rivendicazioni sociali e le pratiche di convergenza necessarie a invertire la rotta, coltivando un futuro di pace e giustizia sociale.

*Tommaso Chiti, attivista e coordinatore regionale del progetto Antifascist Europe della fondazione Rosa Luxemburg, è laureato in Studi europei alla facoltà Cesare Alfieri dell’università di Firenze.

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