Fare orecchiette da mercante

Jacobin Italia - Tuesday, December 23, 2025
Articolo di Simone Trotta

Al mattino, in primavera, le vie di Bari Vecchia brulicano di turisti. Si raccolgono in gruppi nella piazza antistante la Cattedrale di San Sabino per poi partire alla scoperta di questo pezzo di città con i suoi monumenti e il suo patrimonio di tradizioni, colori e sapori. Percorrono così le arterie principali del reticolo della città vecchia fermandosi occasionalmente nei negozi di souvenir o in uno dei tanti ristoranti per un aperitivo o un piatto di orecchiette, divenute negli ultimi anni il volto della rinnovata attrattività di Bari, il simbolo del nuovo turismo di massa basato sulla ricerca sfrenata e ossessiva dell’«autenticità».

Varcando gli accessi alla città vecchia, si ha l’impressione di entrare in un parco a tema: ogni vicolo è costellato da B&B, bar, pizzerie. I numeri confermano: stando a Unioncamere, nel 2024 a fronte della chiusura di circa 300 attività artigianali, si sono aperti altrettanti ristoranti. Cinquecento, invece, i B&B censiti da Paytourist, senza contare le numerose locazioni illegali. Come in altri centri storici, l’effetto più evidente dell’iperturismo è lo spopolamento: i dati Istat certificano che la città vecchia è passata da 8.000 abitanti a 5.700 tra 1991 e 2021. Rapportando questo dato alle presenze turistiche annuali (nel primo trimestre 2025, oltre 482 mila, il 34% in più dell’anno precedente), si intravede il futuro di Bari vecchia: una distopica Disneyland affacciata sull’Adriatico, imbellettata a uso e consumo dei turisti, ma senza più abitanti. Ma come si è arrivati fin qui? 

La prima testa di ponte della turistificazione del quartiere fu il Piano Urban del 1995, un progetto europeo di rigenerazione urbana che prevedeva l’elargizione di finanziamenti per il risanamento fisico e socioeconomico delle aree cittadine degradate. Per l’amministrazione comunale, all’epoca in balìa di una tempesta giudiziaria, l’Urban rappresentava un’occasione imperdibile per dare un nuovo volto alla città e renderla più vitale e attrattiva. La scelta dell’area bersaglio ricadde immediatamente, senza alcuna discussione politica, sulla città vecchia: riqualificare un quartiere storico, affacciato sul mare e attaccato al centro, avrebbe portato molti più effetti benefici alla città di quanti ne avrebbe avuti l’intervento su quartieri più periferici altrettanto bisognosi. In più, come ha rivelato Nicola Signorile, giornalista esperto di urbanistica, «Nel concreto il Piano agì su zone già destinate alla riqualificazione da un piano urbanistico degli anni Ottanta, tanto che spesso si confondono come virtù del Piano Urban delle scelte precedenti». In sostanza, esso favorì la ristrutturazione di immobili fatiscenti e l’apertura di attività artigianali e commerciali in quelle stesse aree. Si tentò anche di promuovere la nascita dei B&B, per fornire un reddito in più ai piccoli proprietari, ma (ironia della sorte) non pervenne alcuna domanda di finanziamento. 

Nella retorica politica, il Piano Urban doveva servire anche a liberare la città vecchia dalla presenza pervasiva della criminalità e dal potente stigma che ha accompagnato i suoi abitanti per decenni, ben sintetizzato dall’appellativo Scippolandia, tanto in voga negli anni Novanta sulla stampa locale. Ma fino ai primi anni 2000 – nel 2001 l’assassinio del giovane Michele Fazio risvegliò le coscienze sul problema mafioso – ben poco fu fatto su questo versante. Lo sa bene Michele Fanelli, presidente e fondatore del circolo Acli Enrico Dalfino, sito di fianco alla Cattedrale: «Ho aperto il circolo nel 1994 perché volevo impegnarmi nel sociale, per questo quartiere. Qui negli anni Ottanta si sparava e si uccideva. Esisteva un disegno occulto per permettere la speculazione edilizia: tutte le presenze istituzionali sparirono da Bari vecchia e il quartiere fu abbandonato. Per questo la mafia ha preso il sopravvento». Durante quegli anni, era complicato anche iscriversi a scuola: «I nostri genitori, per evitare di farci crescere qui, provavano a mandarci a scuola nel quartiere murattiano, ma non appena le scuole si accorgevano che provenivamo da Bari vecchia ci respingevano» ricorda Giuseppe Bolumetto, titolare del Panificio Santa Rita, uno dei più antichi di Bari vecchia, divenuto di recente un must-see per i turisti.

Infine, come ha spiegato Angela Barbanente, Ordinaria di Urbanistica al Politecnico di Bari, «quella dell’Urban fu un’esperienza contraddittoria, che ebbe esiti paradossali che oggi risultano lampanti ma che già si intuivano all’epoca». Infatti, da un lato gli interventi a tutto tondo per il risanamento del quartiere, con progetti elaborati anche dalle associazioni dei cittadini – come l’allora neonato circolo Acli di Fanelli – contribuirono in positivo alla riqualificazione dell’immagine di un luogo prima considerato una roccaforte di criminali da cui stare alla larga. Ma ben presto la predominanza di bar, pizzerie e ristoranti rispetto alle attività artigianali (che invece dovevano essere il fulcro della rigenerazione) comportò un appiattimento del tessuto economico e sociale del centro storico. Inoltre, la ristrutturazione degli spazi e degli immobili favorì la gentrificazione e la sostituzione della popolazione residente: i risultati furono la penetrazione nel quartiere dei ceti medi, un tempo diffidenti e sospettosi nei confronti del centro storico ma ora affascinati dal mito del ritorno alla città vecchia, e l’esodo dei non proprietari, gravati dall’aumento degli affitti e attratti dall’opportunità di comprare case più confortevoli in periferia a prezzi convenienti. Proprio in quegli anni, infatti, si registrò una nuova ondata di migrazioni verso i quartieri di nuova costruzione, come ad esempio Enziteto-San Pio, in direzione nord, e Carbonara 2 e Loseto nelle aree interne, a sud-est. 

Ma c’è un costo molto più alto, non ancora del tutto pagato dalle famiglie di Bari vecchia andate a vivere fuori dal proprio quartiere d’origine: è il costo della costruzione di una nuova vita sociale in un altrove distante e isolato dopo il disfacimento del proprio tessuto di relazioni intrecciate nell’arco di una vita. Il senso di estraneità rispetto ai nuovi quartieri (e di espulsione rispetto alla città vecchia) è molto presente nelle famiglie originarie di Bari vecchia, ancora oggi a distanza di trent’anni: sono moltissimi coloro che preferiscono trascorrere la propria quotidianità nella città vecchia, dove hanno mantenuto amicizie, legami affettivi e in alcuni casi il lavoro. Lo testimonia la signora Gianna, segretaria della parrocchia della Cattedrale, una delle tante persone che, appena sposata, negli anni della sbornia dell’Urban, ha scelto volontariamente di andare a vivere fuori Bari vecchia, al quartiere San Paolo: «L’ho fatto per comodità: qui le case erano difficili da trovare, mentre lì ho potuto comprare una casa più grande, con posto auto. Ma la mia vita è rimasta qui, dove ho rapporto con ognuno dei parrocchiani che viene a trovarmi, anche solo per scambiare due parole o trovare conforto». 

Oggi nessuno rimpiange l’epoca in cui Bari vecchia era una zona off-limits dominata dalla criminalità e ghettizzata. I più entusiasti della svolta sono ovviamente i commercianti, i cui profitti sono lievitati: «Si sta molto meglio oggi, viene talmente tanta gente che possiamo aprire anche a pranzo» dice la proprietaria della storica pizzeria di Largo Albicocca, la famosa ‘piazza degli innamorati’. Altri, però, sembrano più rassegnati: «Prima vendevo anche merendine, latte e uova per la gente del quartiere, ora invece perlopiù i prodotti tipici che cercano i turisti. Se questa è la strada, ci dobbiamo adeguare», ammette Nicola Lapesara, titolare della salumeria che porta il suo nome. Altri si dicono preoccupati dagli esiti nefasti del turismo di massa sulla vita del quartiere: «Il turismo lo abbiamo voluto, ci siamo battuti per questo» dice ancora Fanelli, che dal suo circolo organizza visite guidate, «ma così stiamo perdendo la nostra identità. Serve una regolamentazione». Tanti non riconoscono i luoghi in cui sono nati e cresciuti: «È bello che la città vecchia sia attrattiva, ma non la sento più mia: quando abbiamo organizzato la processione della Via Crucis mi sono sentita quasi di disturbo», confessa ancora Gianna. 

Ma è negli sguardi di chi vive nelle viuzze più nascoste, quelle che i turisti non percorrono, che si scorge maggiore diffidenza. In questi luoghi, gli abitanti soffrono un duplice isolamento, da una parte nei confronti dei propri spazi – «Qui prima potevamo stare in strada tutti insieme, chiacchierare, ci conoscevamo tutti, mentre ora siamo rimasti in pochi, perché le persone vengono sfrattate dai proprietari che vogliono creare i B&B» – dall’altra, quello nei confronti della grande ondata del turismo: «Il turista viene, dorme e se ne va. Per quelli che lavorano e che vendono, va bene, ma per noi no», dichiara amaramente una signora, mentre espone le sue orecchiette su un tavoliere sull’uscio della propria casa, nel tentativo di attrarre qualche passante. È proprio qui che si cela il lato oscuro della turistificazione, ben coperto dagli intonaci colorati che per anni sono stati passati su Bari vecchia, strato su strato, fino a farla soffocare.

*Simone Trotta, barese, è dottorando di ricerca in Storia contemporanea. Ha realizzato questo articolo nell’ambito della Scuola di reportage narrativo «Alessandro Leogrande».

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