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7-13 giugno 2026, “il fiore di Srebrenica”*
Il viaggio organizzato dalle associazioni “Lungo la rotta balcanica” e “Buongiorno Bosnia- Dobardan Venecjia” intende  portare fisicamente  in luoghi di memoria o nella vita che continua chi è interessato a  conoscere un po’ più da vicino gli aspetti di una terra percorsa da persone che cercano degli altrove. Qui si intrecciano anche le evidenze di un negazionismo imperante riguardo alla pulizia etnica di 30 anni fa al tempo delle guerre balcaniche nell’ex Jugoslavia e  al genocidio accertato di Srebrenica in Bosnia nel luglio  1995. Soprattutto chi partecipa a questo tipo di viaggio per la prima volta non sa bene cosa aspettarsi esattamente, ma  ci fidiamo dei nostri formidabili accompagnatori Diego Saccora e Andrea Rizza Goldstein. In questo viaggio siamo sulle tracce  di un doppio negazionismo quello che nega un genocidio di 30 anni fa e quello che invisibilizza chi insegue  un futuro sostenibile, fosse anche solo un sogno per arrivare in Europa  attraverso la rotta balcanica. Luogo di passaggi invisibili perché a una parte del mondo non è dato di poter viaggiare liberamente. Di fronte a un autogrill dove sostiamo in Croazia  ci viene indicata una costruzione grigia, un campo di trattenimento di persone fermate in attesa di rimpatrio. Di fatto, un centro detentivo. Ripreso il viaggio ci imbattiamo nel primo evidente esempio di negazione come ri-semantizzazione che la nostra guida ci rende palese.  A Jasenovac in Croazia ci colpisce un enigmatico e gigantesco fiore di loto in pietra in mezzo a una radura verde con piccoli specchi d’acqua dove galleggiano fiori di loto. Proprio lì c’era un campo di sterminio, il terzo in Europa durante la seconda guerra mondiale, dove sono morti migliaia e migliaia di serbi per mano dei croati, con strumenti orridi usati in esecuzioni one to one.  Il fior di loto ricompone, tenta una narrativa plausibile alla fine della guerra e all’inizio della stagione titina che voleva  una Jugoslavia unita. A pochi kilometri dalla frontiera che separa la Croazia dalla Serbia ci sorprende un piccolo cimitero. Poche tombe scalcinate, o meglio piccole segnalazioni con nomi di giovani o la maggior parte NN che hanno finito il loro viaggio iniziato da molto lontano, presso quelle frontiere, che spesso sono fiumi impietosi come la Drina. Tra questi, Madina, bambina afghana ricacciata indietro con la sua famiglia dalla Croazia e travolta da un treno mentre camminando lungo i binari cercava di tenere una direzione. Sepolta in un lembo di terra serbo ai margini di un cimitero. Una raccolta fondi collettiva da parte di vari gruppi e di singole persone ha sostenuto i costi di una tomba non troppo esile, non troppo provvisoria per non dimenticare questa piccola vita di 8 anni vittima della violenza dei respingimenti. A Belgrado la mostra “Labirinto” curata dalla storica serba Dubravka Stojanovic è un esempio di resistenza alla cancellazione e un coraggioso tentativo di non rimuovere i passi che hanno portato alle guerre e al genocidio. Alcune foto esposte ritraggono le proteste delle Donne in nero che manifestavano contro le decisioni del governo e affollatissime altre proteste di gente scesa in piazza contro la guerra. Il pensiero corre ai nostri giorni, agli scioperi, ai presidi, alle piazze piene per la Palestina. Da 1.000 giorni stiamo assistendo a un genocidio in diretta e viene da pensare che la sua negazione sia l’altra faccia della catastrofe. La resistenza anima anche il movimento delle Donne in nero che collegate e presenti da Belgrado in Serbia fino a Tuzla in Bosnia sono intervenute nelle ricorrenze che ricordavano il genocidio o la scomparsa di molte vittime. Le vittime di quel genocidio che si vuole negare furono 8.372. Se alcune sono sopravvissute, molte altre donne separate dagli uomini sono finite nella macchina degli stupri anche per sostituzione etnica. Arriviamo in camion a una scuola in mezzo agli alberi in una località di montagna sopra Srebenica. Qui ci aspetta Mohammed  Avdic, già alunno di quella scuola, frequentata fino a dieci anni, fino all’abbandono forzato in un esodo imposto e incomprensibile Verso la scuola dove ci aspettava Mohammed Un racconto di tre ore, a tratti congestionato nell’ossessività dei dettagli di chi è riandato mille volte indietro a rivedere la sparizione nel nulla del padre, direttore della scuola; per vent’anni lo ha cercato invano, o ha cercato almeno un barlume di giustizia. Ascoltiamo in silenzio. Ci si può sintonizzare su quel senso di perdita e su quella domanda sottotesto che chiede una risposta? Il calore con cui, dopo l’incontro, ci serve la cena a casa sua, l’accoglienza che ci riserva la sua famiglia, l’ospitalità che traspira da ogni gesto ci parlano dell’importanza per loro della nostra presenza lì, del nostro essere testimoni in quel luogo ormai quasi  spopolato, dove è stata piantata la tenda della resistenza di chi ancora continua a sperare. Il racconto di Zijo Ribic a Skocic, villaggio rom di musulmani vicino a Zvornik, teatro di pulizia etnica a opera dei paramilitari cetnici ha l’oscura potenza di un horror. Abbiamo davanti un uomo che era un bambino al tempo di una mattanza dove ha perso tutta la sua numerosa famiglia insieme ad  altre famiglie rom del villaggio. E’ sopravvissuto da solo, fingendosi morto tra i loro cadaveri. L’odio porterebbe ad assomigliare agli aguzzini, conclude Zijo; per  questo non vuole odiare, ma continuare  a cercare giustizia. Zijo ama la vita. Il suo racconto fatto di sicuro mille volte in tante occasioni sgorga dalle sue parole e dai suoi occhi ed è essenziale essere lì a raccoglierlo, stringergli la mano e abbracciarlo come  riconoscimento di quella vita preziosa. Confida inoltre nel ritrovamento dei resti delle sue sorelle, per riunire tutta la sua famiglia nel piccolo cimitero rom. Il Memoriale di Srebrenica è un grandioso monumento che non può essere concepito a uso e consumo di una spettacolarizzazione. Enorme e in sinergia il lavoro di organizzazioni come Fond za humanitarno pravo di Belgrado che si batte contro il negazionismo del Paese e del governo, raccogliendo richieste di persone da ricercare, aggiornando elenchi che via via crescono di resti ritrovati o riconosciuti tramite analisi del dna dei parenti. Scorcio del cimitero dell’area del Memoriale con le classiche lapidi bianche dei musulmani Nella sede dell’organizzazione Djeluj.ba, il suo fondatore Nihad Suljic ci parla degli interventi con i ragazzi che transitano in Bosnia lungo la rotta balcanica. Incessante portatore di primi soccorsi a chi gli viene segnalato nelle più disparate situazioni di difficoltà, Nihad cerca di sopperire all’assenza istituzionale, coinvolgendo gruppi e singoli, soccorrendo i vivi e anche i morti. Il recupero dei corpi di chi perisce lungo la rotta, con le procedure di riconoscimento per una giusta restituzione alle famiglie richiede un lavoro intenso che per Nihad conosce poche soste. Rejha Avdic racconta a lungo di quegli assembramenti a Srebrenica alla sede degli olandesi che avevano promesso protezione, della separazione dalle figlie, del loro ritrovamento, della sparizione definitiva del marito. Rejha fa parte delle Donne in nero e racconta una vicenda fatta di disobbedienza, di non esecuzione di ordini, di coraggio che le ha permesso di ricomporre sia pur parzialmente la famiglia; ora si preoccupa  di prendersi cura dei figli di altre donne lontane, per rendere più umana la loro vita o più degna la loro morte. Anche Nihad e Rejha ci consegnano la responsabilità di non aver assistito come spettatori al dolore altrui. https://www.lungolarottabalcanica.it/ https://buongiornobosnia.blogspot.com/ *Il fiore di Srebrenica un piccolo fiore bianco con un centro verde con undici petali fatto dalle donne abilissime nel lavoro all’uncinetto: 11 luglio, bianco innocenza, verde speranza. Simbolo che colma un vuoto di conoscenza su un passato recente che ci riporta a mettere un tassello sul presente per contrastare l’oblio del prossimo futuro. Redazione Italia
July 5, 2026
Pressenza
“OLTRE IL FILO SPINATO”: HAMZA TAI TORNA SULLA ROTTA BALCANICA CON TELECAMERA E DOCUMENTI, IN BICI DA TRIESTE AD ISTANBUL
Il primo di maggio Hamza Tai è partito per realizzare il suo progetto documentaristico “Oltre il filo spinato”, incoraggiato da un nutrito gruppo di amiche e amici che hanno creduto in lui e che lo hanno accompagnato alla stazione di Verona Porta Vescovo. Il viaggio di Hamza inizia in treno, fino a Trieste, per poi continuare in bicicletta lungo i confini che nel 2019 attraversò da sud a nord per giungere in Italia. Pedalerà in Slovenia, Croazia, Bosnia-Herzegovina, Montenegro, Albania, Macedonia, Grecia e Turchia: l’arrivo è previsto tra un mese ad Istanbul. Hamza ha 28 anni e nel 2019 decide di lasciare la zona rurale di Casablanca, dove è cresciuto, per provare a raggiungere l’Europa. “In Marocco vedevo i miei amici e i miei cugini più grandi di me intrappolati in un sistema che non offriva futuro”, se non quello di laurearsi con la certezza di “scontrarsi con uno stipendio di 300 euro al mese e una stasi senza fine”. Così matura il sogno di “studiare psicologia in Germania”, ma è impossibile per un giovane marocchino ottenere un visto, poiché “le garanzie economiche richieste dai consolati sono muri invisibili, insuperabili per chi non possiede nulla”. L’unica strada era quella di tentare di arrivare in Europa percorrendo la rotta balcanica, partendo da Istanbul dove Hamza, come tanti giovani marocchini che hanno fatto la sua stessa scelta, ha potuto arrivare con un volo di linea e un documento che è valido solo per la Turchia. Dalla Grecia e per qualche anno, Hamza diventa invisibile poiché non ha i documenti in regola. Un viaggio che “è stato un mosaico di passi inifiniti, treni clandestini, boschi bui, segnato dal freddo del filo spinato che strappa i vestiti e la pelle. Dopo quattro mesi di pericolo e sfide al limite della sopravvivenza sono arrivato a Trieste“. Dopo costose e lunghe trafile burocratiche, Hamza riesce a regolarizzare la sua posizione grazie ad una sorella con cittadinanza italiana, che gli permette di accedere al ricongiungimento familiare, quindi di ottenere il permesso di soggiorno. A Verona impara l’italiano alla scuola gestita da volontari e volontarie “Moussa Balde”, si forma come pizzaiolo grazie ai corsi organizzati dal Laboratorio Autogestito Paratod@s e impara così la professione che svolge ancora oggi presso la pizzeria sociale “I Roersi” di Bosco Chiesanuova. Sviluppa anche le sue doti artistiche cimentandosi nelle arti plastiche alla “Falegnameria Resistente”, dove ha allestito il suo atelier. “Oggi la mia vita è in Italia. Sono una persona nuova, ho regolarizzato la mia posizione e ho trovato la mia stabilità, ma quei traumi non sono scomparsi, sono rimasti lì”. Per questo decide di ripartire, “questa volta legalmente e con una telecamera in mano” per documentare quello che accade lungo quei confini e “dare un volto a chi è invisibile”. La determinazione e l’entusiasmo di Hamza sono contagiosi: in poco tempo organizza tre serate per raccogliere fondi con i quali compra una bicicletta adatta a compiere il viaggio. Apre anche un crowdfunding “per coprire i costi vivi della produzione: attrezzatura video per riprese in condizioni difficili, logistica, sicurezza e la post-produzione per far sì che questo materiale diventi un documentario che tutti possano vedere”. Pianifica le tappe del viaggio con l’associazione One Bridge To, che da dieci anni svolge attività di volontariato lungo la rotta balcanica. Lungo il suo viaggio incontrerà le persone che stanno percorrendo la rotta, come ha fatto lui nel 2019 e le organizzazioni che le supportano, a partire dalla Diaconia Valdese e da No Name Kitchen. Un percorso di introspezione volto a connettersi con la propria essenza e un’occasione per “trasformare le ferite in una testimonianza collettiva”. Abbiamo intervistato Hamza Tai poche ore prima della sua partenza per Trieste. Ascolta o scarica
Non abbiamo imparato nulla dal genocidio di Srebrenica
Srebrenica dall’inizio del conflitto si era trasformata in un’enclave a maggioranza bosniaco-musulmana sotto il comando dell’Esercito della Repubblica della Bosnia-Erzegovina. Molti civili in fuga dalle atrocità della guerra si rifugiarono in questa piccola cittadina. Data la crisi umanitaria, il 16 aprile del 1993 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU dichiara la città “zona sicura” e smilitarizza i Caschi blu dispiegati nell’area (UNPROFOR). A inizio luglio inizia l’offensiva delle truppe serbo-bosniache, che entrano nella città l’11 luglio e in due giorni, separata la popolazione maschile e femminile, sotto gli occhi inermi delle truppe ONU, inizia il massacro. > Più di 8mila uomini di ogni età vengono sterminati e gettati in fosse comuni, > i corpi poi saranno riesumati per spostarli in altre fosse secondarie e > terziarie, per farne perdere le tracce. Ancora oggi non sono stati ritrovati tutti i resti, ma la ricerca non si ferma. La natura genocida dell’atto è stata confermata dal Tribunale Penale Internazionale per l’Ex-Jugoslavia (ICTY) e dalla Corte di Giustizia Internazionale (ICJ), che hanno giudicato colpevoli 16 persone, tra cui Ratko Mladić. L’ICTY è stato anche il primo tribunale internazionale ad adottare una sentenza di condanna qualificando lo stupro come reato contro l’umanità. A maggio del 2024, su iniziativa di Germania e Ruanda, è stata votata una mozione che istituisce l’11 luglio come “Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica”. La risoluzione, che condanna la negazione del genocidio e la glorificazione di chi lo ha commesso, è stata votata con 84 voti favorevoli, 19 contrari e 68 astensioni; tra i contrari Serbia, Russia e Ungheria. In Serbia e nella Repubblica Srpska (l’unità amministrativa a maggioranza serba della Bosnia-Erzegovina) è stata svolta una massiccia campagna contro la risoluzione sotto lo slogan “noi non siamo un popolo genocida”. Il Presidente serbo Vučić al potere dal 2017 – ma al centro della vita politica del paese dal 2012, prima come Ministro della difesa poi come Primo Ministro – ha fatto leva sui sentimenti nazionalisti e revanscisti per supportare la sua Presidenza già scricchiolante. In quei mesi, al centro di Belgrado, è comparsa una scritta: «L’unico genocidio commesso nei Balcani è stato quello contro i Serbi». Belgrado, luglio 2024 – foto dell’autrice Israele quel giorno non si è presentato per evitare di dover votare una mozione che riguardasse il riconoscimento di un altro genocidio oltre l’Olocausto, come scrive Fracesco Strazzari sul Il Manifesto: «I rapporti tra Israele e Serbia sono più che amichevoli, come testimoniato dalla recente visita della portavoce del Parlamento di Belgrado a Tel Aviv. Le forniture di armi alla Serbia sono definite da Tel Aviv come episodi occasionali. Un’inchiesta di BIRN e “Haaretz” ha appurato che, nel pieno dell’offensiva su Gaza, le vendite di armi serbe a Israele sono cresciute di 30 volte (da 1,6 a 42,3 milioni di dollari) anche grazie a uno spin doctor israeliano, incaricato dell’immagine del contestatissimo presidente Vučić». > Infatti da un anno, il Presidente di destra Vučić è al centro delle > contestazioni del movimento studentesco che ora chiedono a gran voce le sue > dimissioni e accusano tutto il sistema politico serbo di corruzione e > clientelismo. E nonostante nell’ultima enorme manifestazione del 28 giugno ci siano stati dei discorsi nazionalisti dal palco della manifestazione, come scrive Aleksandar Ivković su European Western Balkans: «dall’inizio delle proteste si sono registrati sviluppi incoraggianti nelle relazioni interetniche. L’integrazione degli studenti bosniaci di Novi Pazar nel movimento è stata ampiamente considerata come un importante passo avanti nelle relazioni serbo-bosniache. La protesta studentesca tenutasi ad aprile nella città di Novi Pazar, a maggioranza bosniaca, è stata ricca di simbolismi senza precedenti, tra cui studenti con l’hijab che portavano bandiere serbe». Ma nel frattempo le tensioni in Bosnia non sono diminuite, a febbraio di quest’anno il Presidente della Repubblica Srpska Milorad Dodik ha promulgato leggi che di fatto annunciano la separazione della parte serbo-bosniaca dalla Bosnia-Erzegovina. Per questo è stato condannato per attentato all’ordine costituzionale, ma le autorità non hanno proceduto all’arresto e la situazione rimane in stallo con tutte le istituzioni federali bloccate. Questa nuova crisi istituzionale mostra tutti i limiti di una federazione costruita a tavolino su base etnico-comunitaria con gli accordi internazionali di Dayton. > La crisi è certo alimentata dagli echi della guerra in Ucraina, che sta > riaprendo le ferite mai guarite del crollo del socialismo reale, del > saccheggio dei beni pubblici dei aesi socialisti, della successiva crisi > economica, dell’emigrazione e della costruzione di sistemi di democrazia > rappresentativa clientelari. E se la Bosnia rischia di scoppiare, non è da > meno la situazione in Kosovo. A trent’anni dalla fine della guerra, non esiste una lettura comune di cosa sia accaduto tra Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia. Come spiega Tatjana Đorđević su Valigia Blu, i libri scolastici non hanno una storia condivisa: ma «tre storie diverse vengono insegnate ai ragazzi, a seconda della loro nazionalità, serba, bosniaca o croata». La guerra nell’ex-Jugoslavia rimane un conflitto dimenticato dagli altri Stati europei, basti pensare che all’inizio della guerra in Ucraina molti giornali italiani hanno titolato che finiva l’era di pace in Europa sancita con la fine del secondo conflitto mondiale, come se a pochi chilometri dalla nostre coste negli anni Novanta non fosse in corso una guerra sanguinosa. Si distoglie ancora lo sguardo dalle responsabilità europee e statunitensi in quel conflitto, mentre il genocidio del popolo palestinese è in live-streaming su nostri telefoni. Sono state le madri, le sorelle, le donne vittime di violenze e stupri, a raccogliere i pezzi e a tenere viva la memoria. Munira Subašić, dell’associazione “Madri di Srebrenica”, ha parlato all’Assemblea Generale delle Nazioni: «È difficile vivere con il dolore nell’anima, ascoltare la negazione del genocidio. I nostri figli sono stati uccisi perché avevano nomi diversi, erano musulmani. L’Europa e il mondo sono rimasti in silenzio a guardare. Le madri non hanno aspettato, si sono alzate per ottenere giustizia […] e hanno cresciuto i figli, rimasti orfani, insegnando a non odiare e non cercare vendetta […]. Il mondo e l’Europa sono profondamente ingiusti, specialmente nei confronti delle persone musulmane in Bosnia-Erzegovina. Per trent’anni non hanno imparato niente e non so proprio quale tipo di messaggio possono dare alla Palestina o all’Ucraina» (discorso dal minuto 27:12 al 35:30). E oggi a trent’anni dalla guerra civile e dal genocidio in Bosnia, dopo il completo fallimento delle istituzioni nazionali e internazionali, possiamo sperare nelle madri di Srebrenica, nella loro ricerca di giustizia e tessitura della memoria, e nelle strade in rivolta della Serbia. Forse solo dal loro incontro si potrà creare una storia condivisa e un futuro più giusto per tutta la regione.  L’immagine di copertina è Jelle Visser, il Memoriale del genocidio a Potočari, via Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Non abbiamo imparato nulla dal genocidio di Srebrenica proviene da DINAMOpress.
July 16, 2025
DINAMOpress