Scienza aperta o valutazione di stato?La valutazione della ricerca, che per la scienza moderna doveva essere parte del
suo proprio dibattito, contro le ingerenze di autorità esterne, è in Italia
amministrativa, di stato e centralizzata, in mano a un’agenzia, l’Anvur,
dipendente ab origine dal potere esecutivo. Un’agenzia centralizzata ha bisogno
di armi di valutazione di massa come vicarie di prestigio scientifico, quali il
pubblica-o-muori o la computazione bibliometrica delle citazioni. E ricercatori
valutati non più scientificamente ma amministrativamente dovranno assumere
l’adeguazione a questi parametri come obiettivo primario, se non unico. La
ricerca diventa così – perfino agli occhi di un economista aziendale come Mats
Alvesson – una gara a somma zero e senza senso: “mai prima d’ora così tanti
hanno scritto così tanto, pur avendo così poco da dire a così pochi”.
È ora facile – l’ha fatto perfino l’Unione Europea – proporre riforme su come
valutare la ricerca, anche nel senso della scienza aperta. Meno facile, invece,
rendersi conto che il feticismo dei vicari è esito della scelta di rendere la
valutazione della ricerca, invece che scientifica e distribuita, amministrativa
e centralizzata. Può una mera riforma del modo in cui si valuta favorire una
scienza aperta che non si riduca a un adempimento burocratico talora costoso,
come nel caso dell’accesso aperto ottenuto tramite i cosiddetti accordi
trasformativi?In una nota nascosta nel Conflitto delle facoltà, Kant suggeriva
che nella ricerca di base, come nel mercato, il governo dovesse occuparsi
esclusivamente dell’infrastruttura legale e materiale – e, per il resto, lasciar
fare agli studiosi. Un governo che si intromette nella ricerca non solo rende i
ricercatori poco credibili, trasformandoli in azzeccagarbugli e fattucchieri al
suo servizio, ma delegittima anche se stesso: su che cosa si fonda un potere
incapace di riconoscere l’indipendenza della scienza (Caesar non est supra
grammaticos) se non sulla mera forza?In Italia, la valutazione di stato ha
applicato Kant a rovescio: interferisce, con la sua discrezionalità
amministrativa, nella discussione scientifica e abbandona l’infrastruttura a
oligopoli telematici, editoriali e di analisi dei dati privati. A una scienza
(aperta) credibile perché in grado di offrire un punto di vista indipendente e
pubblico non occorrono istituzioni che la disciplinino, bensì istituzioni che la
abilitino, cioè che creino o accrescano infrastrutture legali, comunicative e
telematiche che aiutino la ricerca a essere pubblica e partecipativa.
Della compatibilità di una scienza aperta – o libera – con valutazioni e
infrastrutture centralizzate discuterà il prossimo l’IX convegno annuale
dell’AISA (Pisa, 12-13 novembre 2026). Questo articolo, rielaborazione di due
interventi alla conferenza La Scienza Aperta nel prisma dell’ERA Act. Il lavoro
ancora da fare (Roma, 10 giugno 2026), viene diffuso prima della pubblicazione
degli atti, con il consenso delle curatrici, come spunto di discussione per i
lavori del convegno dell’AISA.
1. Giochi di prestigio
Il Research Assessment Exercise (oggi REF) fu varato quarant’anni fa, in epoca
thatcheriana, con la pretesa – molto più politico-economica che scientifica – di
sottoporre il sistema di ricerca britannico a una rigida austerità e però
aumentarne la produttività.
Il REF è fra le fonti d’ispirazione della valutazione della qualità della
ricerca italiana (VQR), la quale ha reso amministrativa1 e anzi statale
un’attività che per la scienza moderna doveva appartenere al suo proprio
dibattito, contro le pretese di autorità esterne.2 Questa operazione, anche se
c’è chi l’intende, in conflitto di interessi, come “un esercizio di
esplicitazione, formalizzazione e aggregazione di giudizi già presenti nelle
comunità dei competenti.”3 non è innocente né politicamente né scientificamente,
soprattutto in paesi, come l’Italia, la cui costituzione offre una tutela
speciale alla ricerca e alla didattica.
In primo luogo, la valutazione amministrativa, anche qualora condotta da
professori in veste di funzionari pro tempore, minaccia, consegnando la sua
spada alluno e negandola all’altro, la libertà dell’uso pubblico della ragione,
per la quale gli studiosi si giudicano in pubblico e da sè4 e l’avanzamento del
sapere è un processo collettivo e non una gara a somma zero.5
In secondo luogo, una valutazione amministrativa centralizzata, invece che
distribuita, deve come tale ricorrere a indicatori di massa – quali, per
esempio, il requisito procedurale della revisione paritaria in singolo o doppio
cieco, oppure la computazione statistica delle citazioni – in funzione di vicari
( proxy) di validità scientifica. Il carattere riflessivo dell’azione sociale
trasforma però questi sostituti nello scopo principale della ricerca:6 se so,
per esempio, che verrò giudicato col pubblica-o-muori, moltiplicherò i miei
scritti anche se non ho nulla da dire o avrei bisogno di tempo per pensare. E
quando una misura diventa un obiettivo non solo smette di essere un buon
indicatore,7 ma inquina 8 persistentemente la letteratura scientifica con triti
testi volti prevalentemente o esclusivamente a carriera o sopravvivenza
accademica,9 ora anche con l’aiuto – per nulla rivoluzionario – di estrusori di
stringhe statisticamente probabili o Large Language Model.10
Due parole chiave rendono il senso della trasformazione vissuta dall’università
nell’epoca della valutazione amministrativa della ricerca. La prima parola è
“incentivo”. Si tratta di una tecnologia di governo con cui il potere politico
gestisce e controlla l’istituzione deputata a produrre sapere. Nel Medioevo
incentivus era il nome dello strumento a fiato che serviva a dare il “la” per
accordare gli strumenti e dirigere i musicisti durante un’esecuzione collettiva.
È uno strumento di governo delle condotte di tipo soft, proprio della governance
neoliberale. Ma non è soft perché comandi di meno, bensì perché dà l’impressione
di essere una specie di pilota automatico, come se discendesse direttamente da
un calcolo “oggettivo” e non dall’imposizione di chi pretende, senza essere a
sua volta musicista, di dirigere l’orchestra – così da far interiorizzare il
comando da parte dei dominati stessi. Margaret Thatcher lo rivelò con franchezza
quando ebbe a dichiarare: “l’economia è solo il metodo, l’obiettivo è cambiare
il cuore e l’anima”.11
La seconda parola che racconta l’università di oggi è “prestigio”. Se l’impiego
dell’incentivo riguarda il potere sugli universitari, la competizione per il
prestigio è invece il terreno di coltura della loro soggettivazione, la cifra
peculiare del loro ethos, che il sistema di valutazione premiale esaspera fino a
livelli patologici. Anche qui l’etimologia è rivelatrice. In latino praestigium
indicava l’illusione e il trucco dell’illusionista. Il termine deriva da
prae-stringere: letteralmente “stringere davanti”, nel senso di maneggiare
qualcosa davanti agli occhi di un pubblico per abbagliarne la vista e
ingannarlo. Nella sua origine, dunque, il prestigio non rimanda alla sostanza
delle cose, ma all’illusione che esse producono estrinsecamente sugli
osservatori. Se l’incentivo disciplina i comportamenti degli accademici, il
prestigio ne orienta i desideri e ne solletica le vanità. È attraverso la
ricerca incessante di riconoscimento, citazioni, ranking e capitale
reputazionale che oggi gli accademici hanno imparato a comprendere sé stessi e
il proprio lavoro di ricerca.
Il combinato disposto di incentivazione premiale e ossessione del prestigio ci
ha precipitato in una condizione che lo studioso di management svedese Mats
Alvesson (in un libro significativamente intitolato Return to Meaning) ha
descritto in questi termini: “mai prima d’ora così tanti hanno scritto così
tanto, pur avendo così poco da dire a così pochi”.12 Il che indica, però, che
come ricercatori, o, meglio, come ex-ricercatori divenuti impiegati, non siamo
più in grado di stabilire il senso scientifico, e anche personale e sociale, di
quanto facciamo,13 forse perché, essendoci attribuito un valore computato
amministrativamente, siamo esonerati, e anzi scoraggiati, dal chiedercelo.14
2. CONATI DI RIFORMA
Nel 2017 Alvesson suggeriva che per recuperare il senso del lavoro di ricerca15
e ricostruire un’università meno illiberale,16 si sarebbero dovute cambiare, dal
basso, le pratiche professionali e, dall’alto, le modalità e i criteri della
valutazione amministrativa.17 Nel 2022, in uno spirito simile, 18 l’Unione
Europea ha patrocinato COARA, una coalizione promiscua di università, enti di
ricerca, agenzie di valutazione e associazioni scientifiche che si sono
impegnate a attuare una riforma19 per la quale:
1. nella valutazione va riconosciuta la pluralità e varietà dei contributi e
delle attività di ricerca, oltre le forche caudine del pubblica-o-muori;
2. la valutazione deve essere in primo luogo qualitativa e basata sulla
revisione fra pari, ma “sostenuta da un uso responsabile degli indicatori
quantitativi”;
3. l’uso improprio, cioè esclusivo, di indicatori basati su pubblicazioni e
riviste, quali il Journal Impact Factor e l’H index, va abbandonato;
4. bisogna evitare di usare classifiche (ranking) di università e simili
istituzioni nella valutazione della ricerca stessa.
In Italia la riforma europea pare, per il momento, fallita. Il CNR, che aveva
modificato il suo regolamento concorsuale, l’ha visto, alla sua prima prova,
ampiamente disapplicato da parte delle commissioni.20. L’ANVUR, dal canto suo,21
non ha saputo onorare i pur laschi impegni che aveva sottoscritto: le soglie
bibliometriche fissate amministrativamente sono rimaste un requisito esclusivo,
e non solo complementare,22 per l’ammissione come candidati e come commissari
all’Abilitazione scientifica nazionale, recentemente defunta.23
Forse l’Anvur, fin dall’inizio, non aveva titolo a imbarcarsi in COARA: è,
infatti, dalla nascita, dipendente dal governo, come ricordato da Roberto Caso e
precocemente riconosciuto dalla stessa Fiorella Kostoris, membro del consiglio
direttivo dell’agenzia fra il 2011 e il 2015: 24
> l’indipendenza dell’ANVUR è minata dalla mancanza di terzietà rispetto
> all’Esecutivo e dagli eccessi di controlli da parte dei vari stakeholders:
> tutti i 7 membri del suo Consiglio Direttivo sono, infatti, scelti
> direttamente o indirettamente dal Titolare del MUR e a lui o al suo Dicastero
> riportano, segnalano, propongono.
Quest’anno l’ANVUR è divenuta, per via regolamentare, ancor meno
costituzionale25 e più governativa26: il ministro dell’Università e della
Ricerca ora nomina sia il presidente del suo consiglio direttivo sia i suoi
quattro membri, selezionandoli entro terne predisposte da comitati di selezione
la cui maggioranza è a sua volta di designazione ministeriale. A fortiori,
possiamo continuare a chiederci perché l’Anvur abbia partecipato, sedendo
addirittura nel suo consiglio direttivo, e continui a far parte di una
coalizione di cui non può rispettare integralmente gli impegni.
Si può chiedere, in mancanza di meglio, a questa agenzia dipendente di svolgere
un ruolo di impulso e presidio della scienza aperta. Ma dobbiamo riconoscere –
almeno con il senno di poi – che proprio le disposizioni valutative di Anvur
sono state il più efficace vettore istituzionale della nostra attuale dipendenza
da infrastrutture proprietarie, infrastrutture che sono l’esatta negazione della
scienza aperta. Con quale credibilità Anvur dovrebbe ora promuoverla dopo che
per anni ha contribuito a costruire incentivi che favoriscono l’uso e il valore
strategico di dispositivi come la classificazione delle riviste e gli indicatori
bibliometrici estratti dai database commerciali di Elsevier (Scopus) e Web of
Science (Clarivate Analytics)?
L’ipotesi che Anvur si faccia seriamente – e non per maquillage istituzionale –
promotrice della scienza aperta presenta un enorme problema di credibilità e
richiederebbe quanto meno una seria e profonda riflessione autocritica sul
passato. Per esempio, l’uso regolativo di Scopus ha trasformato il database di
Elsevier (peraltro in evidente conflitto di interesse nella sua duplice veste di
editore e data broker)27 in un’infrastruttura obbligatoria per l’accesso alle
carriere accademiche, facendo sì che lo stato esternalizzasse a un privato con
finalità di lucro una funzione pubblica strategica. Ma non è stata delegata solo
la valutazione: di fatto, lo stato ha appaltato ai privati la definizione stessa
della visibilità scientifica, e anzi della scientificità stessa. Come possiamo
pretendere che i cittadini si fidino della scienza, quando noi stessi abbiamo
accettato di subordinare la nostra autorevolezza a un’agenzia dipendente dal
potere esecutivo e agli algoritmi opachi di oligopolisti commerciali?
Verosimilmente, la società guarda professori e ricercatori con sospetto e
diffidenza perché la scienza non è più un bene pubblico aperto, bensì, appunto,
soltanto un gioco di prestigio.
3. “LASCIATECI FARE”
> Un ministro francese convocò alcuni dei commercianti più stimati, per chiedere
> loro suggerimenti sul modo in cui poter sollevare le sorti del commercio, come
> se intendesse scegliere l’avviso migliore. Dopo che uno ebbe suggerito questo
> e l’altro quel rimedio, un vecchio commerciante, che fino ad allora era
> rimasto in silenzio, prese a dire: costruite buone strade, battete buona
> moneta, accordate un diritto puntuale in materia di cambio e così via; quanto
> al resto, ‘lasciateci fare!’ Questa sarebbe la risposta che dovrebbe dare la
> facoltà di filosofia, se il governo le chiedesse quali dottrine deve imporre
> agli studiosi: solo di non impedire il progresso delle idee e delle scienze.28
Questa nota al Conflitto delle facoltà, ultima opera pubblicata di Kant, invita
il governo a non interferire nella ricerca di base, professata, nell’università
dell’epoca, dalla facoltà – inferiore e propedeutica – di filosofia.29 Alvesson,
la cui critica alla ricerca senza senso pare radicale, non apprezzerebbe, da
economista aziendale,30 la provocazione liberale31 di Kant: per lui il laissez
fare delle e nelle istituzioni di ricerca equivale ad arbitrio, lassismo e
nepotismo;32 il governo, organizzando valutazioni amministrative, deve
controllare che le risorse pubbliche siano spese con efficienza.33 È
relativamente facile criticare, anche duramente, il modo in cui si valuta, ma
assai meno mettere in discussione la legittimazione di chi valuta.
Perché esaltare la libertà nel mercato e temerla, invece, nella ricerca?
Eristicamente, potremmo osservare che, quando si tratta di salvare dal
fallimento persone giuridiche a responsabilità limitata che hanno per fine non
la conoscenza comune, ma il profitto privato, viene messo in sordina lo scrupolo
per il denaro pubblico del quale il potere esecutivo, in teoria, sarebbe
affidabile custode. E mentre sembra normale indurre il contribuente a giocare e
perdere in borsa a sua insaputa,34 è invece divenuta intollerabile la scommessa,
assai meno onerosa e rischiosa, di lasciare agli studiosi il tempo libero per
fare ricerche fuori dalla media. 35
Kant, però, non era un economista aziendale preoccupato della produttività degli
addetti alla ricerca, bensì uno studioso che aveva personalmente assaggiato
quanto poco la libertà dell’uso pubblico della ragione fosse conciliabile con
l’università cameralistica prussiana – un’università organizzata
burocraticamente36 al servizio di una monarchia assoluta la quale non si
peritava di licenziare37 o censurare38 direttamente i professori.
Al regime prussiano, che valutava la ricerca con strumenti forse un po’ più
rozzi della VQR, Kant rispondeva non eristicamente, bensì dialetticamente: la
scienza può avere (anche) un uso ministeriale solo se, istituzionalmente, non è
affatto al servizio dei ministeri. Se il governo desiderasse davvero
legittimarsi tramite la scienza, avrebbe interesse a riconoscerne e garantirne
l’indipendenza. Infatti, chi può fidarsi di professori ridotti ad
azzeccagarbugli e fattucchieri al servizio di poteri statali o privati?39 E un
potere – statale o no – che impone con la forza dottrine finalizzate solo al
proprio utile perché dovrebbe incutere rispetto? 40 Di conseguenza, il dovere di
uno studioso indipendente non è fare il consigliere o il fattucchiere del
principe, del censore e del padrone, suggerendo il modo più appropriato di
controllare e sfruttare la ricerca, bensì ricordargli che l’unico compito del
governo è predisporre l’infrastruttura legale e materiale per la libertà
dell’uso pubblico della ragione, fuori e dentro le istituzioni di ricerca.
La valutazione amministrativa italiana ha applicato Kant a rovescio: il potere
esecutivo ha commissariato la ricerca, intromettendosi nella sua valutazione, e
ha trascurato l’infrastruttura comunicativa, abbandonandola a oligopoli il cui
fine è, se non il profitto, la rendita.41 Né il potere esecutivo, né quello
aziendale sono in posizione di avere un interesse genuino per la scienza, perché
entrambi orientati alla dipendenza degli studiosi-impiegati e alla loro
sorveglianza tramite armi di valutazione di massa. L’ultima riforma dell’Anvur,
rendendone più palese la natura amministrativa ed esecutiva, è solo un’epifania:
in Italia la ricerca non è libera, né tanto meno lo sono i ricercatori.
SCIENZA APERTA O RICERCA DI STATO?
Possiamo aspettarci dal potere esecutivo, di cui Anvur è emanazione, una riforma
che dia alla ricerca un senso men che impiegatizio e la apra alluso pubblico
della ragione?
Certo, cambiamenti in direzione del buon senso sarebbero praticabili, se ad
Anvur venissero ordinati. Ma servirebbe un ripensamento strutturale del suo
mandato, e non un suo ulteriore rafforzamento e assoggettamento al governo, come
stabilito dal DPR del 7 gennaio 2026 – e, soprattutto, occorrerebbe
un’elaborazione critica del nesso fra i sistemi di valutazione amministrativi e
il consolidamento di un’infrastruttura proprietaria della comunicazione
scientifica.
Che la scienza aperta di stato possa essere al massimo una funzione legittimante
per conservare l’esistenza dell’agenzia, e non un modo per cambiare davvero le
pratiche della ricerca non è solo un rischio: è già una realtà, che ha indotto
Richard Poynder – giornalista che lo ha seguito per decenni – a sostenere che il
movimento istituzionale per l’accesso aperto è, nella sostanza, fallito: nato
come volontario e dal basso si è trasformato in un’oppressiva burocrazia di
comando e controllo dall’alto 42 Del resto, una scienza aperta imposta
attraverso meccanismi di valutazione obbligatori rischia di ridursi e di essere
percepita come un ulteriore dispositivo di controllo governativo.43 Così non si
passa dalla costrizione alla libertà, ma solo da una forma di governo della
scienza a un’altra, laddove invece la ricerca del sapere avrebbe bisogno del più
elevato grado possibile di autonomia rispetto ai meccanismi amministrativi che
pretendono, distruttivamente, di orientarla.
Un’autentica scienza aperta richiederebbe una discussione autonoma e plurale.
Una scienza aperta amministrata dall’autorità valutativa, invece, rischia di
assomigliare a una libertà concessa e regolata (o octroyée, come certe
costituzioni ottocentesche), a scopi meramente strumentali.44
Se vogliamo davvero una scienza aperta non possiamo riferirci solo
all’accessibilità, comunque ottenuta, di pubblicazioni e dati, ma dobbiamo avere
in mente innanzitutto il fine di preservare l’autonomia delle comunità
scientifiche rispetto ai centri che ne governano incentivi e criteri di
prestigio.
La scienza aperta può certo essere promossa dalle istituzioni: ma l’apertura
della scienza cessa di essere tale quando viene definita e governata
esclusivamente dall’autorità che pretende di garantirla. Se manca il coraggio
morale e intellettuale di riconoscere i guasti provocati dalla valutazione di
stato,45 è impossibile pensare di ricostruire un ambiente della ricerca libero
da condizionamenti impropri e incentivi distorsivi.
Il punto, dunque, non è adottare incentivi diversi, né sostituire un modo di
valutazione con un altro che magari premi le pubblicazioni in accesso aperto,
anche a qualsiasi costo.46 Il punto è uscire dalla logica che affida il governo
della ricerca alla combinazione di incentivo e prestigio. La questione è
radicale e interroga tutti: vogliamo istituzioni che orientino i comportamenti
degli studiosi, oppure istituzioni che mettano a disposizione di tutti beni
pubblici e infrastrutture comuni?
Se il problema è la dipendenza da infrastrutture proprietarie, la soluzione non
può consistere nel moltiplicare snervanti adempimenti valutativi, ma nel
costruire, potenziare e diffondere beni pubblici a lungo termine nel campo della
ricerca e della conoscenza scientifica. Per realizzare la cosiddetta “quinta
libertà” prevista dall’Unione Europea (quella della conoscenza e della ricerca,
dopo persone, merci, servizi e capitali) abbiamo bisogno soprattutto di
promuovere archivi, piattaforme editoriali, strumenti didattici e infrastrutture
digitali di governo e comunicazione che sottraggano la comunicazione scientifica
alla rendita monopolistica.
Come suggeriva anche Kant, non tutti gli interventi dello stato producono
eterodirezione della ricerca. Vi è però una differenza decisiva tra istituzioni
che commissariano le pratiche scientifiche somministrando incentivi premiali e
rilasciando patenti di prestigio, come ha fatto finora Anvur, e istituzioni che
forniscono infrastrutture comuni, lasciando alle comunità scientifiche la
libertà di utilizzarle. Per una ricerca che sia scientifica e non impiegatizia
non abbiamo bisogno di istituzioni che disciplinino: abbiamo bisogno di
istituzioni che abilitino. “Lasciateci fare!”
Non si tratta, infine, di scegliere tra una scienza aperta governata da ANVUR e
una scienza aperta governata da Elsevier – anche perché la bibliometria di stato
e quella editoriale hanno finora operato di concerto. L’alternativa è, invece,
tra una conoscenza organizzata come bene per tutti, e una conoscenza
organizzata, al servizio di pochi, come risorsa da controllare o da valorizzare
economicamente. Se la quinta libertà europea non è solo una finzione
propagandistica, il compito del governo non dovrebbe essere dirigere la scienza
per interposta agenzia valutativa bensì garantire le risorse materiali e le
condizioni infrastrutturali che consentano alle comunità scientifiche di
esercitare la loro piena e costituzionale libertà di ricerca – così da rendere
di nuovo facile qualcosa che è divenuto difficile, vale a dire riconoscere sia
l’autorevolezza della scienza, sia l’autorità della repubblica.
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1. Sulla valutazione amministrativa si veda (Alberto Baccini, “COARA Will Not
Save Science from the Tyranny of Administrative Evaluation” (arXiv, 2024),
https://doi.org/10.48550/arXiv.2408.05587)︎
2. Paolo Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa (Roma-Bari:
Laterza, 2015).︎
3. Maria Chiara Pievatolo, “La bilancia e la spada: scienza di stato e
valutazione della ricerca,” Bollettino telematico di filosofia politica,
2017, secs. 2 n10,
https://commentbfp.sp.unipi.it/maria-chiara-pievatolo-la-bilancia-e-la-spada-scienza-di-stato-e-valutazione-della-ricerca/.︎
4. “Le penne si limitano reciprocamente da sé, così da non perdere la loro
libertà” (I. Kant, Sul detto comune: «questo può essere giusto in teoria,
ma non vale per la pratica», 1793 AK VIII, 304)︎
5. Francesco Scotognella, “L’affermazione di una teoria nella comunità
scientifica: Lo scienziato-parresiasta, il collettivo di pensiero e il
mutuo appoggio,” Bollettino telematico di filosofia politica, 2021,
https://commentbfp.sp.unipi.it/francesco-scotognella-laffermazione-di-una-teoria-nella-comunita-scientifica-lo-scienziato-parresiasta-il-collettivo-di-pensiero-e-il-mutuo-appoggio/.︎
6. Mario Biagioli, “Fraud by Numbers: Metrics and the New Academic
Misconduct,” Los Angeles Review of Books, September 2020,
https://lareviewofbooks.org/article/fraud-by-numbers-metrics-and-the-new-academic-misconduct:
quanto scrivo in un testo conta ancora, ma non perché occorra leggerlo,
bensì perché vettore di computazioni a uso valutativo.︎
7. Fenomeno, questo, noto come legge di Goodhart ((Michael Fire and Carlos
Guestrin, “Over-Optimization of Academic Publishing Metrics: Observing
Goodhart’s Law in Action,” GigaScience 8, no. 6 (2019),
https://doi.org/10.1093/gigascience/giz053) e non difficile da prevedere
((Alessandro Figà-Talamanca, “L’Impact Factor nella valutazione della
ricerca e nello sviluppo dell’editoria scientifica,” in SINM 2000 : un
modello di sistema informativo nazionale per aree disciplinari, 2000,
https://www.roars.it/online/limpact-factor-nella-valutazione-della-ricerca-e-nello-sviluppo-delleditoria-scientifica/).︎
8. Adam Marcus and Ivan Oransky, “The Scientific Literature Can’t Save You
Now,” The Atlantic, 2025,
https://www.theatlantic.com/science/archive/2025/02/rfk-kennedy-vaccines-scientific-literature/681681.︎
9. Phie Jacobs, “One-Fifth of Computer Science Papers May Include AI Content,”
Science, 2025,
https://www.science.org/content/article/one-fifth-computer-science-papers-may-include-ai-content.;
(John Drake, “AI Slop Is Flooding Academic Journals. A Top Journal Measured
It,” Forbes, 2026,
https://www.forbes.com/sites/johndrake/2026/04/30/ai-slop-is-flooding-academic-journals-a-top-journal-measured-it/);
(H. Holden Thorp, “AI in scientific publishing: Slower, worse, and more
expensive,” Science 393, no. 6808 (2026): 225,
https://doi.org/10.1126/science.aek5570).︎
10. “’Intelligenza artificiale’ è un’espressione di marketing” (Daniela Tafani,
Dieci miti sull’intelligenza artificiale. Un progetto reazionario e le sue
storie, 2026, 7, https://doi.org/10.5281/zenodo.21891513).︎
11. Margaret Thatcher, “Interview for Sunday Times,” 1981,
https://www.margaretthatcher.org/document/104475. (Adam Mastroianni,
“Incentives Are for Losers,” Experimental History, 2026,
https://www.experimental-history.com/p/incentives-are-for-losers) spiega
perché, e in chi, è così facile cambiarli.︎
12. Mats Alvesson, Yiannis Gabriel, and Roland Paulsen, Return to Meaning. A
Social Science with Something to Say (Oxford: Oxford University Press,
2017), 18.︎
13. Alvesson, Gabriel, and Paulsen, 9.︎
14. Perfino dalla prospettiva di (Alvesson, Gabriel, and Paulsen, 33), che è
quella dell’economia aziendale, il gioco della pubblicazione a punteggio
bibliometrico pare costoso per la società e penoso per le persone: una gara
poco olimpica che non appassiona il pubblico, non diverte i partecipanti e
ai perdenti dà meno di nulla.︎
15. Kathleen Lynch, “Control by Numbers: New Managerialism and Ranking in
Higher Education,” Critical Studies in Education, 2014,
http://dx.doi.org/10.1080/17508487.2014.949811: chi gioca la partita del
pubblica-o-muori non ha tempo di fare l’intellettuale pubblico︎
16. Maria Chiara Pievatolo, “Se l’università può essere liberale,” Bollettino
telematico di filosofia politica, 2021,
https://btfp.sp.unipi.it/it/2020/06/universita_liberale.︎
17. Alvesson, Gabriel, and Paulsen, Return to Meaning. A Social Science with
Something to Say, capitoli VI, VII e VIII.︎
18. Francesca Di Donato, “Una questione di qualità o una formalità? L’Agreement
on Reforming Research Assessment e il processo di riforma della valutazione
della ricerca in Europa,” Bollettino Telematico Di Filosofia Politica,
2022,
https://commentbfp.sp.unipi.it/francesca-di-donato-una-questione-di-qualita-o-una-formalita-lagreement-on-reforming-research-assessment-e-il-processo-di-riforma-della-valutazione-della-ricerca-in-europa.︎
19. La traduzione italiana dell’accordo di riforma si trova in F.Mura, C.
Cicatiello, L. Gavioli, E. Roma, C. Sganga, Accordo sulla riforma della
valutazione della ricerca, https://doi.org/10.5281/zenodo.13629063, 2024.
Gli impegni citati di seguito si trovano alle pagine 11-15.︎
20. F. Di Donato et al., “Mind the Gap: From Policy to Practice at CNR an
Analysis of Career Advancement Criteria in Light of the Agreement on
Reforming Research Assessment [Version 2; Peer Review: 3 Approved],” Open
Research Europe 6, no. 127 (2026),
https://doi.org/10.12688/openreseurope.23373.2.︎
21. Forse anche perché la sua azione è centralizzata e dunque bisognosa di armi
di valutazione di massa ((AISA, “Di statistica e virtù: i criteri della VQR
2020-2024 e la riforma europea della valutazione della ricerca,” 2024,
https://aisa.sp.unipi.it/di-statistica-e-virtu-i-criteri-della-vqr-2020-2024-e-la-riforma-europea-della-valutazione-della-ricerca).︎
22. Maria Chiara Pievatolo, “Avanti piano, quasi indietro: la riforma europea
della valutazione della ricerca in Italia: riassunto operativo dei lavori
della conferenza: “Avanti piano, quasi indietro: la riforma europea della
valutazione della ricerca in Italia”, Bologna 2024,” 2024,
https://doi.org/10.5281/zenodo.11390127.; citation”
data-cites=”aisacoanvur2024″>(AISA, “Di statistica e virtù”).︎
23. AISA, “Anvur, reclutamento, università: l’Epifania della valutazione di
stato,” 2026,
https://aisa.sp.unipi.it/anvur-reclutamento-universita-lepifania-della-valutazione-di-stato.︎
24. Caso. Roberto, “Il mio nome è ANVUR: agente (dipendente) con licenza di
valutare (numericamente),” 2026,
https://www.robertocaso.it/2024/01/21/il-mio-nome-e-anvur-agente-dipendente-con-licenza-di-valutare-numericamente.,
(Fiorella Kostoris, “L’esperienza del CIVR e le prospettive dell’ANVUR
nella valutazione della ricerca in Italia,” Statistica e Società, 2008,
https://www.sis-statistica.it/old\_upload/contenuti/files/pdf/2011/statistica\__societ\_2008\_speciale\_valutazione\_delle\_ricerca\_in\_statistica.pdf).︎
25. Alessandra Algostino, “L’università inquieta della Costituzione e
l’università neoliberale,” Il Ponte, no. 1 (26 AD): 86–89.︎
26. AISA, “L’ANVUR, agenzia dipendente per la valutazione di stato, diventa
ancora più governativa,” 2026,
https://aisa.sp.unipi.it/lanvur-agenzia-dipendente-per-la-valutazione-di-stato-diventa-ancor-piu-governativa.︎
27. Molti editori commerciali preferiscono presentarsi come fornitori di
servizi di analisi dei dati ((Dfg-Committee on Scientific Library Services
and Information Systems, “Data tracking in research: aggregation and use or
sale of usage data by academic publishers. A briefing paper of the
Committee on Scientific Library Services and Information Systems of the
Deutsche Forschungsgemeinschaft (DFG, German Research Foundation),” Zenodo,
2021, 3, https://doi.org/10.5281/zenodo.5937995)): pubblicazione e scienza
– per le quali tali oligopolisti sono, se non anche dannosi, superflui –
rimangono ormai solo come pretesto.︎
28. Immanuel Kant, Il conflitto delle facoltà, trans. Domenico Venturelli
(Morcelliana, 1994)., con qualche modifica alla traduzione (AK VII, 19-20
n2).︎
29. Francesca Di Donato, “Università, scienza e politica nel ’Conflitto Delle
Facoltà’,” Bollettino telematico di filosofia politica, 2006,
http://btfp.sp.unipi.it/dida/streit/.︎
30. Elisabeth Anderson, Private Government: How Employers Rule Our Lives (and
Why We Don’t Talk about It (Princeton: Princeton University Press, 2017).:
il mercato libero presuppone lavoratori autonomi, padroni di se stessi: ma
a partire dalla rivoluzioni industriale i lavorato de iure o de facto
dipendenti sono governati dai loro padroni. Le aziende sono, per lo più,
sistemi autoritari.︎
31. Kant fu – a suo modo – un lettore precoce di Adam Smith ((Samuel
Fleischacker, “Values Behind the Market: Kant’s Response to the “Wealth of
Nations,” History of Political Thought 17, no. 3 (1996): 379–407)), in un
ambiente culturale ancora dominato dalla cameralistica︎
32. Alvesson, Gabriel, and Paulsen, Return to Meaning. A Social Science with
Something to Say, 40. non critica radicalmente neppure i cosiddetti ranking
perché danno pressione esterna a una vita accademica altrimenti rilassata;
secondo (Alvesson, Gabriel, and Paulsen, 43) la competizione fra università
può scuotere la “laissez-faire culture” che determina endogamia e
favoritismo.︎
33. Alvesson, Gabriel, and Paulsen, 121–22.︎
34. “Tra tutte le caratteristiche della società d’affari moderna, tre – tutte
impossibili da ottenere solo in via contrattuale – hanno contribuito più
delle altre al suo successo: lo scudo societario (entity shielding), lo
spostamento delle perdite e il prospetto dell’immortalità. Lo scudo
societario crea diritti di proprietà su determinati insiemi di cespiti,
ognuno con i suoi creditori distinti che si possono limitare a monitorare
un solo insieme, ma che non hanno accesso alla torta più ampia. Lo
spostamento delle perdite consente ai proprietari di limitare il loro
passivo trasferendo ad altri il rischio di fare affari: ai creditori
extracontrattuali o contrattuali dell’azienda, o all’intera collettività
richiedendo l’intervento del governo quando il fallimento costituirebbe una
minaccia per l’intera economia. Questa opzione put è tipica delle società
finanziarie, ma non è insolita anche per le società non finanziarie, come
dimostra il salvataggio di molte grandi case automobilistiche durante la
crisi del 2008 negli Stati Uniti. Infine, l’immortalità aumenta la vita
delle entità poste in forma d persona giuridica estendendone pertanto la
durata. Le persone giuridiche, come le altre aziende, non sono immuni al
fallimento, ma devono essere condannate a morte dai loro creditori con un
procedimento di bancarotta, o dagli azionisti tramite lo scioglimento
volontario” ((Katharina Pistor, The Code of Capital. How the Law Creates
Wealth and Inequality (Princeton – Oxford: Princeton University Press,
2019), 55) trad.it Il codice del capitale, Luiss U.P., 2021, p .83 – con
qualche modifica). L’opzione put è una scommessa finanziaria che comporta
un impegno ad acquistare un titolo a un certo prezzo: nel caso di
salvataggio di un’azienda tramite denaro pubblico l’acquirente obbligato –
e scommettitore involontario – è il contribuente.︎
35. Colleen Flaherty, “The Costs of Publish or Perish,” Inside Higher
Education, 2015,
https://www.insidehighered.com/news/2015/10/12/study-suggests-pressure-publish-impedes-innovation.︎
36. William Clark, Academic Charisma and the Origins of the Research University
(Chicago: The University of Chicago Press, 2006), 12 ss.︎
37. Come capitò nel 1723 a Christian Wolff, licenziato dall’università di Halle
anche in virtù di un suo discorso rettorale che elogiava la cultura cinese
come illuminata: (Clark, 93–95)︎
38. Come capitò a Kant stesso, che ricevette un rescritto personale di censura
da parte di Federico Guglielmo II Hohenzollern, documentato nella
prefazione del Conflitto delle facoltà.︎
39. Algostino, “L’università Inquieta della Costituzione e l’università
neoliberale” osserva che l’università italiana ed europea di oggi è
indirizzata dagli stati sia al servizi delle aziende, cioè di interessi
privati, sia per la propaganda e gli usi bellici.︎
40. Maria Chiara Pievatolo, “Conflitto nelle università: studenti, professori e
guerre,” Centro Per La Riforma Dello Stato, 2024,
https://doi.org/10.5281/zenodo.11111484.︎
41. Questo vale non solo per l’editoria e la bibliometria, ma a fortiori per
l’infrastruttura di rete: come scrive (Massimo Carboni, “Dal primo
pacchetto IP al GARR: la rete come scelta politica,” Agenda Digitale, 2026,
https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/dal-primo-pacchetto-ip-al-garr-la-rete-come-scelta-politica/),
“il 98% dei dati mondiali viaggia attraverso cavi sottomarini,
infrastrutture fisiche che attraversano oceani, controllate da soggetti
sempre più privati, al centro di campagne geopolitiche che nulla hanno a
che fare con i valori fondativi della rete aperta. Chi conosce le mappe dei
cavi telegrafici dell’impero britannico riconosce la geometria del potere:
controllare le infrastrutture significa controllare la comunicazione, e
quindi la libertà.”︎
42. Rick Anderson, “Where Did the Open Access Movement Go Wrong?: An Interview
with Richard Poynder,” The Scholarly Kitchen, 2023,
https://scholarlykitchen.sspnet.org/2023/12/07/where-did-the-open-access-movement-go-wrong-an-interview-with-richard-poynder/.:
Poynder, però, come osservato da J.-C. Guédon nei commenti, trascura il
ruolo dell’editoria scientifica commerciale e degli indicatori su di essa e
da essa costruiti nella valutazione amministrativa della ricerca.︎
43. Paola Galimberti, “Open Science: cambiamento culturale cercasi” (Zenodo,
2020), https://doi.org/10.5281/zenodo.4014989. su cui (Maria Chiara
Pievatolo, “Scienza aperta: solo una questione di adempimenti?” Bollettino
telematico di filosofia politica, 2020,
https://btfp.sp.unipi.it/it/2020/09/scienza-aperta-solo-una-questione-di-adempimenti).︎
44. Michael Hagner, “Open Access, Data Capitalism and Academic Publishing,”
Swiss Medical Weekly 148, no. 14600 (2018),
https://doi.org/10.4414/smw.2018.14600. Per non parlare del paradossale
doppio legame che si verrebbe a creare: la prescrizione “fai scienza
aperta” diventerebbe la grottesca versione anvuriana del classico paradosso
psicologico “sii spontaneo”.︎
45. Paola Borgna et al., eds., Perché la valutazione ha fallito, 2023,
https://morlacchilibri.com/universitypress/index.php?content=scheda&id=1209.︎
46. Laura Rothfritz, W. Benedikt Schmal, and Ulrich Herb, “Trapped in
Transformative Agreements? A Multifaceted Analysis of >1,000 Contracts,”
2024, https://doi.org/10.48550/arXiv.2409.20224.; (Jon
Tennant,“‘Transformative’ Open Access Publishing Deals Are Only Entrenching
Commercial Power”, Times Higher Education (THE), 2019); (Elena Simukovic,
“Transformative Agreements Are a Blind Alley,” Katina Magazine, 2024,
https://doi.org/10.1146/katina-20241008-1).︎