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L’algoritmo che decide l’università: proteste in Francia, in Italia è già tutto pronto
Da settembre i liceali francesi sono in piazza, e tra i bersagli della protesta c’è Parcoursup, la piattaforma che regola l’accesso all’università smistando gli studenti con algoritmi opachi. Dietro la promessa del merito, Parcoursup amministra la scarsità di posti e risorse e riproduce la selezione di classe. E in Italia? Un Parcoursup non c’è, ma gli ingredienti per costruirlo sì, a partire dal tracciamento standardizzato di tutti gli studenti, ovviamente in nome di un orientamento più “efficace” e più “equo”. -------------------------------------------------------------------------------- Da  settembre i liceali francesi sono in piazza, e nel giro di poco si sono uniti a loro anche gli studenti universitari. La protesta è partita dalle periferie, ha raggiunto rapidamente la banlieue parigina e in pochi giorni si è estesa a tutto il Paese: oltre 1900 istituti bloccati e cortei studenteschi che hanno progressivamente intrecciato le proprie rivendicazioni con quelle di altre categorie, con il sostegno delle organizzazioni sindacali. Accanto agli studenti si sono mobilitati medici e infermieri, pompieri, agricoltori, lavoratori dei trasporti e collettivi ambientalisti, fino ai Gilet Jaunes, protagonisti della lunga stagione di lotte che ha segnato i primi anni della presidenza Macron. Il 17 ottobre quasi un milione di persone ha manifestato in ogni angolo della Francia. Una mobilitazione massiccia a cui il governo ha risposto con la “dottrina dell’ordine” e non con la politica,  destinata a riorganizzarsi nelle prossime settimane, ma che ha già riportato con forza al centro del dibattito lo stato sociale, le risorse pubbliche e la dignità delle condizioni di vita. Il tutto sullo sfondo di un’opposizione concreta alle grandi questioni internazionali, a partire dall’impegno militare della Francia in Europa.   LE RIVENDICAZIONI DEGLI STUDENTI E L’ALGORITMO PARCOURSUP Le rivendicazioni degli studenti nascono dalla vita di tutti i giorni in classe e parlano di dignità e di uguaglianza. Gli edifici sono inadeguati e insalubri, gelidi d’inverno e roventi d’estate. Gli insegnanti mancano, le classi sono sovraffollate e gli orari insostenibili. È una situazione peggiorata nell’ultimo decennio, sotto le politiche neoliberali della presidenza Macron (in particolare con la cosiddetta riforma Blanquer del baccalaureat “a la carte”  e lo “choc des savoirs” e relativi gruppi di livello di Attal) portate avanti in nome del merito e del rigore, che nei fatti hanno significato ulteriore privatizzazione dei percorsi, più selezione e polarizzazione sociale. Il simbolo di questa stagione di politiche ha un nome: Parcoursup. Lo abbiamo visto circolare nelle interviste, letto sui cartelli disegnati con i pennarelli dai liceali in corteo: “Nos rêves ne rentrent pas dans une case Parcoursup” (“i nostri sogni non entrano in una casella di Parcoursup”) Parcoursup è la piattaforma nazionale che governa l’accesso al primo anno di università. In estrema sintesi, possiamo dire che se prima erano gli studenti a fornire una lista ordinata delle loro preferenze, e un algoritmo nazionale li assegnava ai corsi universitari, con Parcoursup è sostanzialmente il contrario: sono i corsi a mettere in fila gli studenti, ciascun con il proprio “algoritmo locale” e criteri spesso non trasparenti, sulla base dei voti degli insegnanti e del dossier degli ultimi due anni di scuola. La Corte dei conti francese ha chiesto di rendere pubblici questi criteri, e ha segnalato che tra i parametri usati c’era anche il liceo di provenienza. Parcoursup è stato definito un “oracolo digitale” che si esprime attraverso una “piattaforma online per cercare di regolare l’accesso agli istituti universitari più ambiti secondo criteri meritocratici, ponderando decine di fattori, tra i quali media dei voti, attività extra-scolastiche, volontariato, cultura generale etc”. “Un gigantesco super-io meccanico” che inghiotte informazioni e voti degli studenti e restituisce un verdetto incomprensibile, afferma il sociologo Christian Laval. Una “piattaforma ingiusta e disfunzionale” – che solo nel 2026 ha lasciato il 18% dei candidati senza alcuna proposta di ammissione, ovviamente in numero maggiore tra gli studenti dei licei professionali – basata su una classificazione algoritmica opaca, che genera competizione e ansia tra gli studenti mentre drena risorse e tempo di lavoro degli insegnanti. Il collettivo Nos services publics ha stimato il tempo che gli insegnanti dedicano ogni anno per accompagnare gli studenti su Parcoursup pari a circa 2,6 milioni di ore di lavoro. Una cifra che vale una spesa dell’ordine di 100 milioni di euro, senza contare i costi della piattaforma e delle varie commissioni impegnate nelle università. La sociologa Agnes Van Zanten (SciencePo)  considera le piattaforme digitali di gestione degli studenti  come strumenti che “perpetuano la stratificazione dell’istruzione superiore francese e il suo ruolo nella riproduzione delle disuguaglianze, introducendo al contempo nuove dimensioni più orientate al mercato [..] Parcoursup incoraggia esplicitamente i diplomati delle scuole superiori a comportarsi come partecipanti al mercato dell’istruzione e le università ad adottare programmi di reclutamento sempre più selettivi”. Proviamo ad aggiungere due elementi di giudizio per inquadrare Parcoursup. DUE CHIAVI DI LETTURA La prima è economica. Thomas Piketty, prima in un post su X del 5 ottobre e poi in un articolo su Le Monde la riassume efficacemente: tra il 2017 e il 2026 la spesa per studente nell’istruzione superiore e nella ricerca è calata del 20%, e la scarsità di posti viene gestita da un algoritmo opaco, Parcoursup. In Italia il quadro è simile. Tra il 2014 e il 2025 il finanziamento reale dell’università statale è calato di circa il 20%, in un Paese che destina all’istruzione terziaria appena lo 0,6% del PIL, contro l’1,1% della media europea e l’1,3% di quella OCSE [si veda qui]. La seconda è politica, e discende dalla prima: se i mezzi mancano, la scarsità va amministrata. Parcoursup è la soluzione tecnocratica perfetta, una macchina che stabilisce “nel buio dei suoi calcoli” chi merita il corso desiderato, tenendo insieme  due ideologie. Quella del merito: ogni studente va dove “merita”, in funzione del suo “talento”. E quella digitale-contabile: a deciderlo sono dati e modelli statistici, quindi all’apparenza in modo preciso, neutrale, addirittura “equo”. Ma ideologia del merito e funzionalità algoritmica insieme disegnano un progetto di società antidemocratico che avremmo ormai dovuto imparare a decodificare (qui e qui per un ripasso). Lo stesso della scuola neoliberale: socializzare i giovani fin da subito al principio di concorrenza e alla “vendita di sé stessi” attraverso curriculum e portfolio digitali, e affidare a tecnologie presentate come neutre decisioni politiche su cui si perde il controllo. Per questo il problema non è la qualità dello strumento, e non basta renderlo più etico, trasparente o inclusivo. Parcoursup fa esattamente quello che deve fare: trasformare la mancanza strutturale di posti e di risorse in una questione di merito individuale, radicando nel senso comune l’idea che in tempi di scarsità l’università di massa sia un lusso che non possiamo più permetterci. In questo modo rinforza l’esclusione degli strati sociali più deboli dall’accesso a determinate carriere. Il discorso su merito, talento, orientamento, insieme alle tecnologie digitali, costruiscono un perfetto meccanismo di selezione e segregazione sociale presentato come modernizzazione. E IN ITALIA? In Italia ci sentiamo più fortunati, da noi non c’è Parcoursup. Abbiamo però qualcosa che la Francia e l’Europa intera non hanno: un sistema di tracciamento standardizzato di tutti gli studenti (circa 8 milioni di test INVALSI all’anno – 2 milioni e mezzo di questionari personali),  presentato come neutro (il famoso termometro) e più “equo” rispetto ai giudizi soggettivi dei docenti.  È la materia prima ideale per un algoritmo di selezione. E se nei cortei francesi gli studenti dei licei professionali scrivevano sui cartelli «On n’est pas censés choisir notre avenir à 15 ans» (“Non dovremmo scegliere il nostro futuro a 15 anni”), da noi la selezione comincia addirittura prima: in terza media, a 13 anni, quando si sceglie tra liceo, tecnico e professionale: “uno snodo cruciale nella differenziazione sociale della popolazione studentesca”. Non stupisce allora che l’orientamento e la corrispondenza tra domanda e offerta di competenze (il mismatch) diventino un tema politico sempre più pressante, e sempre più precoce. In quest’ottica possiamo inquadrare la lettera del ministro alle famiglie prima delle iscrizioni alla scuola secondaria, la politica dei docenti tutor per l’orientamento alle medie, la filiera 4+2, il liceo del Made in Italy, fino agli istituti tecnici e professionali diventati nominalmente licei con l’ultimo decreto scuola. La direzione è una sola: scegliere prima e scegliere “bene”, restringere l’orizzonte dei futuri possibili. L’obiettivo è una corrispondenza sempre più precoce e sempre più precisa tra profilo dello studente e filiera scolastica, fino all’ideale di un abbinamento uno a uno tra “risorse umane” e percorsi di studio e lavoro. Il disegno complessivo, come abbiamo già ricostruito, risale almeno al 2008 e lo si trova esplicitato in un documento firmato da Daniele Checchi, Andrea Ichino e Giorgio Vittadini per l’allora ministra Maria Stella Gelmini.  Per raggiungere l’obiettivo servono due ingredienti. Il primo è un racconto da ripetere nel dibattito pubblico. Il secondo è un’architettura tecnologica che raccolga, elabori e incroci dati, e che quel racconto lo renda quantificabile e “oggettivo”, quindi non contestabile. Il racconto circola già. L’architettura, come vedremo, è in gran parte già costruita. Cosa abbiamo oggi a disposizione nella scuola italiana? Mettiamo insieme i pezzi. 1. Tracciamento individuale e longitudinale. Le prove INVALSI riguardano tutti gli studenti. Dal 2026 gli esiti dei test entrano nel Curriculum dello studente. 2. Infrastruttura digitale scuola università convergente. Allo stato attuale esiste già un’architettura istituzionale e tecnica che consente, in linea di principio, di collegare e rendere interoperabili i dati amministrativi degli studenti nel passaggio dalla scuola all’università. I risultati INVALSI possono raggiungere l’università attraverso la recente introduzione del Curriculum digitale dello studente. Peraltro, i dati INVALSI e quelli dell’Anagrafe nazionale degli studenti universitari comunicano già, per fini di ricerca. 3. Un portfolio digitale unico. La Piattaforma Unica del ministero, attiva dal 2023, è il punto di accesso unico a orientamento e iscrizioni. Al suo interno l’E-Portfolio raccoglie “capolavoro”, attività extrascolastiche e Curriculum, compresi i punteggi INVALSI. Unica, E-Portfolio e Curriculum digitale sono oggi un’unica interfaccia già funzionante. 4. Proposte ricorrenti di usare i punteggi per l’accesso. L’uso dei dati dell’istituto per regolare l’accesso all’istruzione universitaria è ben noto. Dalle origini dell’architettura INVALSI fino a quelle più recenti, tra cui la proposta del governo Draghi nel 2022. Anche nel passaggio dalle medie al secondo grado l’uso del test ha una lunga storia. Per circa un decennio la prova nazionale INVALSI ha fatto parte dell’esame di terza media e ne ha influenzato il voto finale. Con il D.Lgs. 62/2017, attuativo della Buona Scuola, svolgere le prove è diventato requisito di ammissione agli esami di entrambi i cicli. 5. Uso del test nel dibattito pubblico. Nella ricerca e nel dibattito pubblico il test viene sempre più usato come misura oggettiva dell’apprendimento (e del merito dello studente), rispetto al giudizio distorto dei docenti. Da qui a considerarlo un correttivo neutro della valutazione soggettiva o sostanzialmente errata del docente il passo è breve, e qualcuno lo sta già sperimentando (vedi più avanti, Track Advising). A questi elementi aggiungiamo: 6. Indicatori probabilistici. Dal 2022 INVALSI invia alle scuole un “indicatore di fragilità” individuale, calcolato sulla base degli esiti dei test degli anni precedenti, riconducibile ai nomi degli alunni. Lo stesso presidente dell’istituto lo ha descritto come uno strumento che individua i fragili in modo probabilistico Associazioni di genitori e insegnanti hanno presentato reclamo al Garante della privacy: i criteri che separano “fragili” e “non fragili” non sono pubblici né trasparenti. 7. Valore predittivo dei test. Diverse ricerche incrociano già i dati INVALSI con le carriere universitarie per verificare la predittività dei punteggi dei test. Altre, condotte insieme a INVALSI, puntano a prevedere l’insuccesso scolastico dalle traiettorie dei punteggi. L’INVALSI ha avviato ricerche che collegano i punteggi in uscita dal II ciclo alle carriere universitarie degli studenti, per stimarne la capacità predittiva: qui un recente studio basato sull’uso di modelli di machine learning su una coorte nazionale di oltre 170 mila immatricolati. Infine, Il progetto Track advising. La Fondazione Bruno Kessler di Trento conduce un progetto, guidato dall’economista Andrea Ichino (proprio quello del documento del 2008!) e in corso fino al 2027, che fornisce ai docenti di terza media previsioni degli esiti scolastici costruite con algoritmi di machine learning, da usare per il consiglio orientativo. Le previsioni si basano sui dati INVALSI. Lo scopo dichiarato è ridurre i pregiudizi dei docenti verso gli studenti di famiglie meno istruite. Torna lo schema della “valutazione standardizzata compassionevole”: finalità sociali e morali usate per giustificare una schedatura di massa dagli effetti tutt’altro che compassionevoli. Basterà pensare al possibile uso dei test INVALSI per segregare in classi apposite studenti poco performanti, per esempio quelli stranieri con difficoltà linguistiche. IN CONCLUSIONE Nessuno ha ancora deciso di costruire un Parcoursup italiano. Ma i pezzi per farlo ci sono già: il tracciamento individuale degli studenti, gli indicatori probabilistici, i collegamenti tra banche dati scolastiche e universitarie, una piattaforma unica, e chi propone da anni di usare i punteggi per selezionare. Se in Francia la selezione degli studenti amministrata da Parcoursup oggi è ben evidente, scritta nel nome del liceo e nel tipo di diploma, in Italia potrebbe presentarsi diversamente, magari sotto forma di un innocuo termometro e in nome di un orientamento “più efficace”, o addirittura “più giusto”. Piketty ci ricorda che si tratta di una scelta politica precisa: gestire la scarsità di risorse con algoritmi opachi. In Italia le condizioni ci sono tutte: i tagli reali al finanziamento da un lato, gli strumenti per smistare gli studenti in modo automatico dall’altro. Ma affidare alla tecnologia l’amministrazione della scarsità non rende più giusta la selezione di classe. La rende solo meno visibile. I liceali francesi l’hanno capito benissimo, ed è per questo che sono in piazza.
October 19, 2026
ROARS
Scienza aperta o valutazione di stato?
La valutazione della ricerca, che per la scienza moderna doveva essere parte del suo proprio dibattito, contro le ingerenze di autorità esterne, è in Italia amministrativa, di stato e centralizzata, in mano a un’agenzia, l’Anvur, dipendente ab origine dal potere esecutivo. Un’agenzia centralizzata ha bisogno di armi di valutazione di massa come vicarie di prestigio scientifico, quali il pubblica-o-muori o la computazione bibliometrica delle citazioni. E ricercatori valutati non più scientificamente ma amministrativamente dovranno assumere l’adeguazione a questi parametri come obiettivo primario, se non unico. La ricerca diventa così – perfino agli occhi di un economista aziendale come Mats Alvesson – una gara a somma zero e senza senso: “mai prima d’ora così tanti hanno scritto così tanto, pur avendo così poco da dire a così pochi”. È ora facile – l’ha fatto perfino l’Unione Europea – proporre riforme su come valutare la ricerca, anche nel senso della scienza aperta. Meno facile, invece, rendersi conto che il feticismo dei vicari è esito della scelta di rendere la valutazione della ricerca, invece che scientifica e distribuita, amministrativa e centralizzata. Può una mera riforma del modo in cui si valuta favorire una scienza aperta che non si riduca a un adempimento burocratico talora costoso, come nel caso dell’accesso aperto ottenuto tramite i cosiddetti accordi trasformativi?In una nota nascosta nel Conflitto delle facoltà, Kant suggeriva che nella ricerca di base, come nel mercato, il governo dovesse occuparsi esclusivamente dell’infrastruttura legale e materiale – e, per il resto, lasciar fare agli studiosi. Un governo che si intromette nella ricerca non solo rende i ricercatori poco credibili, trasformandoli in azzeccagarbugli e fattucchieri al suo servizio, ma delegittima anche se stesso: su che cosa si fonda un potere incapace di riconoscere l’indipendenza della scienza (Caesar non est supra grammaticos) se non sulla mera forza?In Italia, la valutazione di stato ha applicato Kant a rovescio: interferisce, con la sua discrezionalità amministrativa, nella discussione scientifica e abbandona l’infrastruttura a oligopoli telematici, editoriali e di analisi dei dati privati. A una scienza (aperta) credibile perché in grado di offrire un punto di vista indipendente e pubblico non occorrono istituzioni che la disciplinino, bensì istituzioni che la abilitino, cioè che creino o accrescano infrastrutture legali, comunicative e telematiche che aiutino la ricerca a essere pubblica e partecipativa. Della compatibilità di una scienza aperta – o libera – con valutazioni e infrastrutture centralizzate discuterà il prossimo l’IX convegno annuale dell’AISA (Pisa, 12-13 novembre 2026). Questo articolo, rielaborazione di due interventi alla conferenza La Scienza Aperta nel prisma dell’ERA Act. Il lavoro ancora da fare (Roma, 10 giugno 2026), viene diffuso prima della pubblicazione degli atti, con il consenso delle curatrici, come spunto di discussione per i lavori del convegno dell’AISA.   1. Giochi di prestigio Il Research Assessment Exercise (oggi REF) fu varato quarant’anni fa, in epoca thatcheriana, con la pretesa – molto più politico-economica che scientifica – di sottoporre il sistema di ricerca britannico a una rigida austerità e però aumentarne la produttività. Il REF è fra le fonti d’ispirazione della valutazione della qualità della ricerca italiana (VQR), la quale ha reso amministrativa1 e anzi statale un’attività che per la scienza moderna doveva appartenere al suo proprio dibattito, contro le pretese di autorità esterne.2 Questa operazione, anche se c’è chi l’intende, in conflitto di interessi, come “un esercizio di esplicitazione, formalizzazione e aggregazione di giudizi già presenti nelle comunità dei competenti.”3 non è innocente né politicamente né scientificamente, soprattutto in paesi, come l’Italia, la cui costituzione offre una tutela speciale alla ricerca e alla didattica. In primo luogo, la valutazione amministrativa, anche qualora condotta da professori in veste di funzionari pro tempore, minaccia, consegnando la sua spada alluno e negandola all’altro, la libertà dell’uso pubblico della ragione, per la quale gli studiosi si giudicano in pubblico e da sè4 e l’avanzamento del sapere è un processo collettivo e non una gara a somma zero.5 In secondo luogo, una valutazione amministrativa centralizzata, invece che distribuita, deve come tale ricorrere a indicatori di massa – quali, per esempio, il requisito procedurale della revisione paritaria in singolo o doppio cieco, oppure la computazione statistica delle citazioni – in funzione di vicari ( proxy) di validità scientifica. Il carattere riflessivo dell’azione sociale trasforma però questi sostituti nello scopo principale della ricerca:6 se so, per esempio, che verrò giudicato col pubblica-o-muori, moltiplicherò i miei scritti anche se non ho nulla da dire o avrei bisogno di tempo per pensare. E quando una misura diventa un obiettivo non solo smette di essere un buon indicatore,7 ma inquina 8 persistentemente la letteratura scientifica con triti testi volti prevalentemente o esclusivamente a carriera o sopravvivenza accademica,9 ora anche con l’aiuto – per nulla rivoluzionario – di estrusori di stringhe statisticamente probabili o Large Language Model.10 Due parole chiave rendono il senso della trasformazione vissuta dall’università nell’epoca della valutazione amministrativa della ricerca. La prima parola è “incentivo”. Si tratta di una tecnologia di governo con cui il potere politico gestisce e controlla l’istituzione deputata a produrre sapere. Nel Medioevo incentivus era il nome dello strumento a fiato che serviva a dare il “la” per accordare gli strumenti e dirigere i musicisti durante un’esecuzione collettiva. È uno strumento di governo delle condotte di tipo soft, proprio della governance neoliberale. Ma non è soft perché comandi di meno, bensì perché dà l’impressione di essere una specie di pilota automatico, come se discendesse direttamente da un calcolo “oggettivo” e non dall’imposizione di chi pretende, senza essere a sua volta musicista, di dirigere l’orchestra – così da far interiorizzare il comando da parte dei dominati stessi. Margaret Thatcher lo rivelò con franchezza quando ebbe a dichiarare: “l’economia è solo il metodo, l’obiettivo è cambiare il cuore e l’anima”.11 La seconda parola che racconta l’università di oggi è “prestigio”. Se l’impiego dell’incentivo riguarda il potere sugli universitari, la competizione per il prestigio è invece il terreno di coltura della loro soggettivazione, la cifra peculiare del loro ethos, che il sistema di valutazione premiale esaspera fino a livelli patologici. Anche qui l’etimologia è rivelatrice. In latino praestigium indicava l’illusione e il trucco dell’illusionista. Il termine deriva da prae-stringere: letteralmente “stringere davanti”, nel senso di maneggiare qualcosa davanti agli occhi di un pubblico per abbagliarne la vista e ingannarlo. Nella sua origine, dunque, il prestigio non rimanda alla sostanza delle cose, ma all’illusione che esse producono estrinsecamente sugli osservatori. Se l’incentivo disciplina i comportamenti degli accademici, il prestigio ne orienta i desideri e ne solletica le vanità. È attraverso la ricerca incessante di riconoscimento, citazioni, ranking e capitale reputazionale che oggi gli accademici hanno imparato a comprendere sé stessi e il proprio lavoro di ricerca. Il combinato disposto di incentivazione premiale e ossessione del prestigio ci ha precipitato in una condizione che lo studioso di management svedese Mats Alvesson (in un libro significativamente intitolato Return to Meaning) ha descritto in questi termini: “mai prima d’ora così tanti hanno scritto così tanto, pur avendo così poco da dire a così pochi”.12 Il che indica, però, che come ricercatori, o, meglio, come ex-ricercatori divenuti impiegati, non siamo più in grado di stabilire il senso scientifico, e anche personale e sociale, di quanto facciamo,13 forse perché, essendoci attribuito un valore computato amministrativamente, siamo esonerati, e anzi scoraggiati, dal chiedercelo.14 2. CONATI DI RIFORMA Nel 2017 Alvesson suggeriva che per recuperare il senso del lavoro di ricerca15 e ricostruire un’università meno illiberale,16 si sarebbero dovute cambiare, dal basso, le pratiche professionali e, dall’alto, le modalità e i criteri della valutazione amministrativa.17 Nel 2022, in uno spirito simile, 18 l’Unione Europea ha patrocinato COARA, una coalizione promiscua di università, enti di ricerca, agenzie di valutazione e associazioni scientifiche che si sono impegnate a attuare una riforma19 per la quale: 1. nella valutazione va riconosciuta la pluralità e varietà dei contributi e delle attività di ricerca, oltre le forche caudine del pubblica-o-muori; 2. la valutazione deve essere in primo luogo qualitativa e basata sulla revisione fra pari, ma “sostenuta da un uso responsabile degli indicatori quantitativi”; 3. l’uso improprio, cioè esclusivo, di indicatori basati su pubblicazioni e riviste, quali il Journal Impact Factor e l’H index, va abbandonato; 4. bisogna evitare di usare classifiche (ranking) di università e simili istituzioni nella valutazione della ricerca stessa. In Italia la riforma europea pare, per il momento, fallita. Il CNR, che aveva modificato il suo regolamento concorsuale, l’ha visto, alla sua prima prova, ampiamente disapplicato da parte delle commissioni.20. L’ANVUR, dal canto suo,21 non ha saputo onorare i pur laschi impegni che aveva sottoscritto: le soglie bibliometriche fissate amministrativamente sono rimaste un requisito esclusivo, e non solo complementare,22 per l’ammissione come candidati e come commissari all’Abilitazione scientifica nazionale, recentemente defunta.23 Forse l’Anvur, fin dall’inizio, non aveva titolo a imbarcarsi in COARA: è, infatti, dalla nascita, dipendente dal governo, come ricordato da Roberto Caso e precocemente riconosciuto dalla stessa Fiorella Kostoris, membro del consiglio direttivo dell’agenzia fra il 2011 e il 2015: 24 > l’indipendenza dell’ANVUR è minata dalla mancanza di terzietà rispetto > all’Esecutivo e dagli eccessi di controlli da parte dei vari stakeholders: > tutti i 7 membri del suo Consiglio Direttivo sono, infatti, scelti > direttamente o indirettamente dal Titolare del MUR e a lui o al suo Dicastero > riportano, segnalano, propongono. Quest’anno l’ANVUR è divenuta, per via regolamentare, ancor meno costituzionale25 e più governativa26: il ministro dell’Università e della Ricerca ora nomina sia il presidente del suo consiglio direttivo sia i suoi quattro membri, selezionandoli entro terne predisposte da comitati di selezione la cui maggioranza è a sua volta di designazione ministeriale. A fortiori, possiamo continuare a chiederci perché l’Anvur abbia partecipato, sedendo addirittura nel suo consiglio direttivo, e continui a far parte di una coalizione di cui non può rispettare integralmente gli impegni. Si può chiedere, in mancanza di meglio, a questa agenzia dipendente di svolgere un ruolo di impulso e presidio della scienza aperta. Ma dobbiamo riconoscere – almeno con il senno di poi – che proprio le disposizioni valutative di Anvur sono state il più efficace vettore istituzionale della nostra attuale dipendenza da infrastrutture proprietarie, infrastrutture che sono l’esatta negazione della scienza aperta. Con quale credibilità Anvur dovrebbe ora promuoverla dopo che per anni ha contribuito a costruire incentivi che favoriscono l’uso e il valore strategico di dispositivi come la classificazione delle riviste e gli indicatori bibliometrici estratti dai database commerciali di Elsevier (Scopus) e Web of Science (Clarivate Analytics)? L’ipotesi che Anvur si faccia seriamente – e non per maquillage istituzionale – promotrice della scienza aperta presenta un enorme problema di credibilità e richiederebbe quanto meno una seria e profonda riflessione autocritica sul passato. Per esempio, l’uso regolativo di Scopus ha trasformato il database di Elsevier (peraltro in evidente conflitto di interesse nella sua duplice veste di editore e data broker)27 in un’infrastruttura obbligatoria per l’accesso alle carriere accademiche, facendo sì che lo stato esternalizzasse a un privato con finalità di lucro una funzione pubblica strategica. Ma non è stata delegata solo la valutazione: di fatto, lo stato ha appaltato ai privati la definizione stessa della visibilità scientifica, e anzi della scientificità stessa. Come possiamo pretendere che i cittadini si fidino della scienza, quando noi stessi abbiamo accettato di subordinare la nostra autorevolezza a un’agenzia dipendente dal potere esecutivo e agli algoritmi opachi di oligopolisti commerciali? Verosimilmente, la società guarda professori e ricercatori con sospetto e diffidenza perché la scienza non è più un bene pubblico aperto, bensì, appunto, soltanto un gioco di prestigio. 3. “LASCIATECI FARE” > Un ministro francese convocò alcuni dei commercianti più stimati, per chiedere > loro suggerimenti sul modo in cui poter sollevare le sorti del commercio, come > se intendesse scegliere l’avviso migliore. Dopo che uno ebbe suggerito questo > e l’altro quel rimedio, un vecchio commerciante, che fino ad allora era > rimasto in silenzio, prese a dire: costruite buone strade, battete buona > moneta, accordate un diritto puntuale in materia di cambio e così via; quanto > al resto, ‘lasciateci fare!’ Questa sarebbe la risposta che dovrebbe dare la > facoltà di filosofia, se il governo le chiedesse quali dottrine deve imporre > agli studiosi: solo di non impedire il progresso delle idee e delle scienze.28 Questa nota al Conflitto delle facoltà, ultima opera pubblicata di Kant, invita il governo a non interferire nella ricerca di base, professata, nell’università dell’epoca, dalla facoltà – inferiore e propedeutica – di filosofia.29 Alvesson, la cui critica alla ricerca senza senso pare radicale, non apprezzerebbe, da economista aziendale,30 la provocazione liberale31 di Kant: per lui il laissez fare delle e nelle istituzioni di ricerca equivale ad arbitrio, lassismo e nepotismo;32 il governo, organizzando valutazioni amministrative, deve controllare che le risorse pubbliche siano spese con efficienza.33 È relativamente facile criticare, anche duramente, il modo in cui si valuta, ma assai meno mettere in discussione la legittimazione di chi valuta. Perché esaltare la libertà nel mercato e temerla, invece, nella ricerca? Eristicamente, potremmo osservare che, quando si tratta di salvare dal fallimento persone giuridiche a responsabilità limitata che hanno per fine non la conoscenza comune, ma il profitto privato, viene messo in sordina lo scrupolo per il denaro pubblico del quale il potere esecutivo, in teoria, sarebbe affidabile custode. E mentre sembra normale indurre il contribuente a giocare e perdere in borsa a sua insaputa,34 è invece divenuta intollerabile la scommessa, assai meno onerosa e rischiosa, di lasciare agli studiosi il tempo libero per fare ricerche fuori dalla media. 35 Kant, però, non era un economista aziendale preoccupato della produttività degli addetti alla ricerca, bensì uno studioso che aveva personalmente assaggiato quanto poco la libertà dell’uso pubblico della ragione fosse conciliabile con l’università cameralistica prussiana – un’università organizzata burocraticamente36 al servizio di una monarchia assoluta la quale non si peritava di licenziare37 o censurare38 direttamente i professori. Al regime prussiano, che valutava la ricerca con strumenti forse un po’ più rozzi della VQR, Kant rispondeva non eristicamente, bensì dialetticamente: la scienza può avere (anche) un uso ministeriale solo se, istituzionalmente, non è affatto al servizio dei ministeri. Se il governo desiderasse davvero legittimarsi tramite la scienza, avrebbe interesse a riconoscerne e garantirne l’indipendenza. Infatti, chi può fidarsi di professori ridotti ad azzeccagarbugli e fattucchieri al servizio di poteri statali o privati?39 E un potere – statale o no – che impone con la forza dottrine finalizzate solo al proprio utile perché dovrebbe incutere rispetto? 40 Di conseguenza, il dovere di uno studioso indipendente non è fare il consigliere o il fattucchiere del principe, del censore e del padrone, suggerendo il modo più appropriato di controllare e sfruttare la ricerca, bensì ricordargli che l’unico compito del governo è predisporre l’infrastruttura legale e materiale per la libertà dell’uso pubblico della ragione, fuori e dentro le istituzioni di ricerca. La valutazione amministrativa italiana ha applicato Kant a rovescio: il potere esecutivo ha commissariato la ricerca, intromettendosi nella sua valutazione, e ha trascurato l’infrastruttura comunicativa, abbandonandola a oligopoli il cui fine è, se non il profitto, la rendita.41 Né il potere esecutivo, né quello aziendale sono in posizione di avere un interesse genuino per la scienza, perché entrambi orientati alla dipendenza degli studiosi-impiegati e alla loro sorveglianza tramite armi di valutazione di massa. L’ultima riforma dell’Anvur, rendendone più palese la natura amministrativa ed esecutiva, è solo un’epifania: in Italia la ricerca non è libera, né tanto meno lo sono i ricercatori. SCIENZA APERTA O RICERCA DI STATO? Possiamo aspettarci dal potere esecutivo, di cui Anvur è emanazione, una riforma che dia alla ricerca un senso men che impiegatizio e la apra alluso pubblico della ragione? Certo, cambiamenti in direzione del buon senso sarebbero praticabili, se ad Anvur venissero ordinati. Ma servirebbe un ripensamento strutturale del suo mandato, e non un suo ulteriore rafforzamento e assoggettamento al governo, come stabilito dal DPR del 7 gennaio 2026 – e, soprattutto, occorrerebbe un’elaborazione critica del nesso fra i sistemi di valutazione amministrativi e il consolidamento di un’infrastruttura proprietaria della comunicazione scientifica. Che la scienza aperta di stato possa essere al massimo una funzione legittimante per conservare l’esistenza dell’agenzia, e non un modo per cambiare davvero le pratiche della ricerca non è solo un rischio: è già una realtà, che ha indotto Richard Poynder – giornalista che lo ha seguito per decenni – a sostenere che il movimento istituzionale per l’accesso aperto è, nella sostanza, fallito: nato come volontario e dal basso si è trasformato in un’oppressiva burocrazia di comando e controllo dall’alto 42 Del resto, una scienza aperta imposta attraverso meccanismi di valutazione obbligatori rischia di ridursi e di essere percepita come un ulteriore dispositivo di controllo governativo.43 Così non si passa dalla costrizione alla libertà, ma solo da una forma di governo della scienza a un’altra, laddove invece la ricerca del sapere avrebbe bisogno del più elevato grado possibile di autonomia rispetto ai meccanismi amministrativi che pretendono, distruttivamente, di orientarla. Un’autentica scienza aperta richiederebbe una discussione autonoma e plurale. Una scienza aperta amministrata dall’autorità valutativa, invece, rischia di assomigliare a una libertà concessa e regolata (o octroyée, come certe costituzioni ottocentesche), a scopi meramente strumentali.44 Se vogliamo davvero una scienza aperta non possiamo riferirci solo all’accessibilità, comunque ottenuta, di pubblicazioni e dati, ma dobbiamo avere in mente innanzitutto il fine di preservare l’autonomia delle comunità scientifiche rispetto ai centri che ne governano incentivi e criteri di prestigio. La scienza aperta può certo essere promossa dalle istituzioni: ma l’apertura della scienza cessa di essere tale quando viene definita e governata esclusivamente dall’autorità che pretende di garantirla. Se manca il coraggio morale e intellettuale di riconoscere i guasti provocati dalla valutazione di stato,45 è impossibile pensare di ricostruire un ambiente della ricerca libero da condizionamenti impropri e incentivi distorsivi. Il punto, dunque, non è adottare incentivi diversi, né sostituire un modo di valutazione con un altro che magari premi le pubblicazioni in accesso aperto, anche a qualsiasi costo.46 Il punto è uscire dalla logica che affida il governo della ricerca alla combinazione di incentivo e prestigio. La questione è radicale e interroga tutti: vogliamo istituzioni che orientino i comportamenti degli studiosi, oppure istituzioni che mettano a disposizione di tutti beni pubblici e infrastrutture comuni? Se il problema è la dipendenza da infrastrutture proprietarie, la soluzione non può consistere nel moltiplicare snervanti adempimenti valutativi, ma nel costruire, potenziare e diffondere beni pubblici a lungo termine nel campo della ricerca e della conoscenza scientifica. Per realizzare la cosiddetta “quinta libertà” prevista dall’Unione Europea (quella della conoscenza e della ricerca, dopo persone, merci, servizi e capitali) abbiamo bisogno soprattutto di promuovere archivi, piattaforme editoriali, strumenti didattici e infrastrutture digitali di governo e comunicazione che sottraggano la comunicazione scientifica alla rendita monopolistica. Come suggeriva anche Kant, non tutti gli interventi dello stato producono eterodirezione della ricerca. Vi è però una differenza decisiva tra istituzioni che commissariano le pratiche scientifiche somministrando incentivi premiali e rilasciando patenti di prestigio, come ha fatto finora Anvur, e istituzioni che forniscono infrastrutture comuni, lasciando alle comunità scientifiche la libertà di utilizzarle. Per una ricerca che sia scientifica e non impiegatizia non abbiamo bisogno di istituzioni che disciplinino: abbiamo bisogno di istituzioni che abilitino. “Lasciateci fare!” Non si tratta, infine, di scegliere tra una scienza aperta governata da ANVUR e una scienza aperta governata da Elsevier – anche perché la bibliometria di stato e quella editoriale hanno finora operato di concerto. L’alternativa è, invece, tra una conoscenza organizzata come bene per tutti, e una conoscenza organizzata, al servizio di pochi, come risorsa da controllare o da valorizzare economicamente. Se la quinta libertà europea non è solo una finzione propagandistica, il compito del governo non dovrebbe essere dirigere la scienza per interposta agenzia valutativa bensì garantire le risorse materiali e le condizioni infrastrutturali che consentano alle comunità scientifiche di esercitare la loro piena e costituzionale libertà di ricerca – così da rendere di nuovo facile qualcosa che è divenuto difficile, vale a dire riconoscere sia l’autorevolezza della scienza, sia l’autorità della repubblica. -------------------------------------------------------------------------------- 1. Sulla valutazione amministrativa si veda (Alberto Baccini, “COARA Will Not Save Science from the Tyranny of Administrative Evaluation” (arXiv, 2024), https://doi.org/10.48550/arXiv.2408.05587)︎ 2. Paolo Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa (Roma-Bari: Laterza, 2015).︎ 3. Maria Chiara Pievatolo, “La bilancia e la spada: scienza di stato e valutazione della ricerca,” Bollettino telematico di filosofia politica, 2017, secs. 2 n10, https://commentbfp.sp.unipi.it/maria-chiara-pievatolo-la-bilancia-e-la-spada-scienza-di-stato-e-valutazione-della-ricerca/.︎ 4. “Le penne si limitano reciprocamente da sé, così da non perdere la loro libertà” (I. Kant, Sul detto comune: «questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica», 1793 AK VIII, 304)︎ 5. Francesco Scotognella, “L’affermazione di una teoria nella comunità scientifica: Lo scienziato-parresiasta, il collettivo di pensiero e il mutuo appoggio,” Bollettino telematico di filosofia politica, 2021, https://commentbfp.sp.unipi.it/francesco-scotognella-laffermazione-di-una-teoria-nella-comunita-scientifica-lo-scienziato-parresiasta-il-collettivo-di-pensiero-e-il-mutuo-appoggio/.︎ 6. Mario Biagioli, “Fraud by Numbers: Metrics and the New Academic Misconduct,” Los Angeles Review of Books, September 2020, https://lareviewofbooks.org/article/fraud-by-numbers-metrics-and-the-new-academic-misconduct: quanto scrivo in un testo conta ancora, ma non perché occorra leggerlo, bensì perché vettore di computazioni a uso valutativo.︎ 7. Fenomeno, questo, noto come legge di Goodhart ((Michael Fire and Carlos Guestrin, “Over-Optimization of Academic Publishing Metrics: Observing Goodhart’s Law in Action,” GigaScience 8, no. 6 (2019), https://doi.org/10.1093/gigascience/giz053) e non difficile da prevedere ((Alessandro Figà-Talamanca, “L’Impact Factor nella valutazione della ricerca e nello sviluppo dell’editoria scientifica,” in SINM 2000 : un modello di sistema informativo nazionale per aree disciplinari, 2000, https://www.roars.it/online/limpact-factor-nella-valutazione-della-ricerca-e-nello-sviluppo-delleditoria-scientifica/).︎ 8. Adam Marcus and Ivan Oransky, “The Scientific Literature Can’t Save You Now,” The Atlantic, 2025, https://www.theatlantic.com/science/archive/2025/02/rfk-kennedy-vaccines-scientific-literature/681681.︎ 9. Phie Jacobs, “One-Fifth of Computer Science Papers May Include AI Content,” Science, 2025, https://www.science.org/content/article/one-fifth-computer-science-papers-may-include-ai-content.; (John Drake, “AI Slop Is Flooding Academic Journals. A Top Journal Measured It,” Forbes, 2026, https://www.forbes.com/sites/johndrake/2026/04/30/ai-slop-is-flooding-academic-journals-a-top-journal-measured-it/); (H. Holden Thorp, “AI in scientific publishing: Slower, worse, and more expensive,” Science 393, no. 6808 (2026): 225, https://doi.org/10.1126/science.aek5570).︎ 10. “’Intelligenza artificiale’ è un’espressione di marketing” (Daniela Tafani, Dieci miti sull’intelligenza artificiale. Un progetto reazionario e le sue storie, 2026, 7, https://doi.org/10.5281/zenodo.21891513).︎ 11. Margaret Thatcher, “Interview for Sunday Times,” 1981, https://www.margaretthatcher.org/document/104475. (Adam Mastroianni, “Incentives Are for Losers,” Experimental History, 2026, https://www.experimental-history.com/p/incentives-are-for-losers) spiega perché, e in chi, è così facile cambiarli.︎ 12. Mats Alvesson, Yiannis Gabriel, and Roland Paulsen, Return to Meaning. A Social Science with Something to Say (Oxford: Oxford University Press, 2017), 18.︎ 13. Alvesson, Gabriel, and Paulsen, 9.︎ 14. Perfino dalla prospettiva di (Alvesson, Gabriel, and Paulsen, 33), che è quella dell’economia aziendale, il gioco della pubblicazione a punteggio bibliometrico pare costoso per la società e penoso per le persone: una gara poco olimpica che non appassiona il pubblico, non diverte i partecipanti e ai perdenti dà meno di nulla.︎ 15. Kathleen Lynch, “Control by Numbers: New Managerialism and Ranking in Higher Education,” Critical Studies in Education, 2014, http://dx.doi.org/10.1080/17508487.2014.949811: chi gioca la partita del pubblica-o-muori non ha tempo di fare l’intellettuale pubblico︎ 16. Maria Chiara Pievatolo, “Se l’università può essere liberale,” Bollettino telematico di filosofia politica, 2021, https://btfp.sp.unipi.it/it/2020/06/universita_liberale.︎ 17. Alvesson, Gabriel, and Paulsen, Return to Meaning. A Social Science with Something to Say, capitoli VI, VII e VIII.︎ 18. Francesca Di Donato, “Una questione di qualità o una formalità? L’Agreement on Reforming Research Assessment e il processo di riforma della valutazione della ricerca in Europa,” Bollettino Telematico Di Filosofia Politica, 2022, https://commentbfp.sp.unipi.it/francesca-di-donato-una-questione-di-qualita-o-una-formalita-lagreement-on-reforming-research-assessment-e-il-processo-di-riforma-della-valutazione-della-ricerca-in-europa.︎ 19. La traduzione italiana dell’accordo di riforma si trova in F.Mura, C. Cicatiello, L. Gavioli, E. Roma, C. Sganga, Accordo sulla riforma della valutazione della ricerca, https://doi.org/10.5281/zenodo.13629063, 2024. Gli impegni citati di seguito si trovano alle pagine 11-15.︎ 20. F. Di Donato et al., “Mind the Gap: From Policy to Practice at CNR an Analysis of Career Advancement Criteria in Light of the Agreement on Reforming Research Assessment [Version 2; Peer Review: 3 Approved],” Open Research Europe 6, no. 127 (2026), https://doi.org/10.12688/openreseurope.23373.2.︎ 21. Forse anche perché la sua azione è centralizzata e dunque bisognosa di armi di valutazione di massa ((AISA, “Di statistica e virtù: i criteri della VQR 2020-2024 e la riforma europea della valutazione della ricerca,” 2024, https://aisa.sp.unipi.it/di-statistica-e-virtu-i-criteri-della-vqr-2020-2024-e-la-riforma-europea-della-valutazione-della-ricerca).︎ 22. Maria Chiara Pievatolo, “Avanti piano, quasi indietro: la riforma europea della valutazione della ricerca in Italia: riassunto operativo dei lavori della conferenza: “Avanti piano, quasi indietro: la riforma europea della valutazione della ricerca in Italia”, Bologna 2024,” 2024, https://doi.org/10.5281/zenodo.11390127.; citation” data-cites=”aisacoanvur2024″>(AISA, “Di statistica e virtù”).︎ 23. AISA, “Anvur, reclutamento, università: l’Epifania della valutazione di stato,” 2026, https://aisa.sp.unipi.it/anvur-reclutamento-universita-lepifania-della-valutazione-di-stato.︎ 24. Caso. Roberto, “Il mio nome è ANVUR: agente (dipendente) con licenza di valutare (numericamente),” 2026, https://www.robertocaso.it/2024/01/21/il-mio-nome-e-anvur-agente-dipendente-con-licenza-di-valutare-numericamente., (Fiorella Kostoris, “L’esperienza del CIVR e le prospettive dell’ANVUR nella valutazione della ricerca in Italia,” Statistica e Società, 2008, https://www.sis-statistica.it/old\_upload/contenuti/files/pdf/2011/statistica\__societ\_2008\_speciale\_valutazione\_delle\_ricerca\_in\_statistica.pdf).︎ 25. Alessandra Algostino, “L’università inquieta della Costituzione e l’università neoliberale,” Il Ponte, no. 1 (26 AD): 86–89.︎ 26. AISA, “L’ANVUR, agenzia dipendente per la valutazione di stato, diventa ancora più governativa,” 2026, https://aisa.sp.unipi.it/lanvur-agenzia-dipendente-per-la-valutazione-di-stato-diventa-ancor-piu-governativa.︎ 27. Molti editori commerciali preferiscono presentarsi come fornitori di servizi di analisi dei dati ((Dfg-Committee on Scientific Library Services and Information Systems, “Data tracking in research: aggregation and use or sale of usage data by academic publishers. A briefing paper of the Committee on Scientific Library Services and Information Systems of the Deutsche Forschungsgemeinschaft (DFG, German Research Foundation),” Zenodo, 2021, 3, https://doi.org/10.5281/zenodo.5937995)): pubblicazione e scienza – per le quali tali oligopolisti sono, se non anche dannosi, superflui – rimangono ormai solo come pretesto.︎ 28. Immanuel Kant, Il conflitto delle facoltà, trans. Domenico Venturelli (Morcelliana, 1994)., con qualche modifica alla traduzione (AK VII, 19-20 n2).︎ 29. Francesca Di Donato, “Università, scienza e politica nel ’Conflitto Delle Facoltà’,” Bollettino telematico di filosofia politica, 2006, http://btfp.sp.unipi.it/dida/streit/.︎ 30. Elisabeth Anderson, Private Government: How Employers Rule Our Lives (and Why We Don’t Talk about It (Princeton: Princeton University Press, 2017).: il mercato libero presuppone lavoratori autonomi, padroni di se stessi: ma a partire dalla rivoluzioni industriale i lavorato de iure o de facto dipendenti sono governati dai loro padroni. Le aziende sono, per lo più, sistemi autoritari.︎ 31. Kant fu – a suo modo – un lettore precoce di Adam Smith ((Samuel Fleischacker, “Values Behind the Market: Kant’s Response to the “Wealth of Nations,” History of Political Thought 17, no. 3 (1996): 379–407)), in un ambiente culturale ancora dominato dalla cameralistica︎ 32. Alvesson, Gabriel, and Paulsen, Return to Meaning. A Social Science with Something to Say, 40. non critica radicalmente neppure i cosiddetti ranking perché danno pressione esterna a una vita accademica altrimenti rilassata; secondo (Alvesson, Gabriel, and Paulsen, 43) la competizione fra università può scuotere la “laissez-faire culture” che determina endogamia e favoritismo.︎ 33. Alvesson, Gabriel, and Paulsen, 121–22.︎ 34. “Tra tutte le caratteristiche della società d’affari moderna, tre – tutte impossibili da ottenere solo in via contrattuale – hanno contribuito più delle altre al suo successo: lo scudo societario (entity shielding), lo spostamento delle perdite e il prospetto dell’immortalità. Lo scudo societario crea diritti di proprietà su determinati insiemi di cespiti, ognuno con i suoi creditori distinti che si possono limitare a monitorare un solo insieme, ma che non hanno accesso alla torta più ampia. Lo spostamento delle perdite consente ai proprietari di limitare il loro passivo trasferendo ad altri il rischio di fare affari: ai creditori extracontrattuali o contrattuali dell’azienda, o all’intera collettività richiedendo l’intervento del governo quando il fallimento costituirebbe una minaccia per l’intera economia. Questa opzione put è tipica delle società finanziarie, ma non è insolita anche per le società non finanziarie, come dimostra il salvataggio di molte grandi case automobilistiche durante la crisi del 2008 negli Stati Uniti. Infine, l’immortalità aumenta la vita delle entità poste in forma d persona giuridica estendendone pertanto la durata. Le persone giuridiche, come le altre aziende, non sono immuni al fallimento, ma devono essere condannate a morte dai loro creditori con un procedimento di bancarotta, o dagli azionisti tramite lo scioglimento volontario” ((Katharina Pistor, The Code of Capital. How the Law Creates Wealth and Inequality (Princeton – Oxford: Princeton University Press, 2019), 55) trad.it Il codice del capitale, Luiss U.P., 2021, p .83 – con qualche modifica). L’opzione put è una scommessa finanziaria che comporta un impegno ad acquistare un titolo a un certo prezzo: nel caso di salvataggio di un’azienda tramite denaro pubblico l’acquirente obbligato – e scommettitore involontario – è il contribuente.︎ 35. Colleen Flaherty, “The Costs of Publish or Perish,” Inside Higher Education, 2015, https://www.insidehighered.com/news/2015/10/12/study-suggests-pressure-publish-impedes-innovation.︎ 36. William Clark, Academic Charisma and the Origins of the Research University (Chicago: The University of Chicago Press, 2006), 12 ss.︎ 37. Come capitò nel 1723 a Christian Wolff, licenziato dall’università di Halle anche in virtù di un suo discorso rettorale che elogiava la cultura cinese come illuminata: (Clark, 93–95)︎ 38. Come capitò a Kant stesso, che ricevette un rescritto personale di censura da parte di Federico Guglielmo II Hohenzollern, documentato nella prefazione del Conflitto delle facoltà.︎ 39. Algostino, “L’università Inquieta della Costituzione e l’università neoliberale” osserva che l’università italiana ed europea di oggi è indirizzata dagli stati sia al servizi delle aziende, cioè di interessi privati, sia per la propaganda e gli usi bellici.︎ 40. Maria Chiara Pievatolo, “Conflitto nelle università: studenti, professori e guerre,” Centro Per La Riforma Dello Stato, 2024, https://doi.org/10.5281/zenodo.11111484.︎ 41. Questo vale non solo per l’editoria e la bibliometria, ma a fortiori per l’infrastruttura di rete: come scrive (Massimo Carboni, “Dal primo pacchetto IP al GARR: la rete come scelta politica,” Agenda Digitale, 2026, https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/dal-primo-pacchetto-ip-al-garr-la-rete-come-scelta-politica/), “il 98% dei dati mondiali viaggia attraverso cavi sottomarini, infrastrutture fisiche che attraversano oceani, controllate da soggetti sempre più privati, al centro di campagne geopolitiche che nulla hanno a che fare con i valori fondativi della rete aperta. Chi conosce le mappe dei cavi telegrafici dell’impero britannico riconosce la geometria del potere: controllare le infrastrutture significa controllare la comunicazione, e quindi la libertà.”︎ 42. Rick Anderson, “Where Did the Open Access Movement Go Wrong?: An Interview with Richard Poynder,” The Scholarly Kitchen, 2023, https://scholarlykitchen.sspnet.org/2023/12/07/where-did-the-open-access-movement-go-wrong-an-interview-with-richard-poynder/.: Poynder, però, come osservato da J.-C. Guédon nei commenti, trascura il ruolo dell’editoria scientifica commerciale e degli indicatori su di essa e da essa costruiti nella valutazione amministrativa della ricerca.︎ 43. Paola Galimberti, “Open Science: cambiamento culturale cercasi” (Zenodo, 2020), https://doi.org/10.5281/zenodo.4014989. su cui (Maria Chiara Pievatolo, “Scienza aperta: solo una questione di adempimenti?” Bollettino telematico di filosofia politica, 2020, https://btfp.sp.unipi.it/it/2020/09/scienza-aperta-solo-una-questione-di-adempimenti).︎ 44. Michael Hagner, “Open Access, Data Capitalism and Academic Publishing,” Swiss Medical Weekly 148, no. 14600 (2018), https://doi.org/10.4414/smw.2018.14600. Per non parlare del paradossale doppio legame che si verrebbe a creare: la prescrizione “fai scienza aperta” diventerebbe la grottesca versione anvuriana del classico paradosso psicologico “sii spontaneo”.︎ 45. Paola Borgna et al., eds., Perché la valutazione ha fallito, 2023, https://morlacchilibri.com/universitypress/index.php?content=scheda&id=1209.︎ 46. Laura Rothfritz, W. Benedikt Schmal, and Ulrich Herb, “Trapped in Transformative Agreements? A Multifaceted Analysis of >1,000 Contracts,” 2024, https://doi.org/10.48550/arXiv.2409.20224.; (Jon Tennant,“‘Transformative’ Open Access Publishing Deals Are Only Entrenching Commercial Power”, Times Higher Education (THE), 2019); (Elena Simukovic, “Transformative Agreements Are a Blind Alley,” Katina Magazine, 2024, https://doi.org/10.1146/katina-20241008-1).︎  
October 12, 2026
ROARS
Quando i dati spariscono: l’opacità dell’editoria sotto la lente degli strumenti open
Un’analisi pubblicata nel 2025 sulla diminuzione della copertura dei metadati di affiliazione nell’infrastruttura aperta OpenAlex, basata su oltre 13 milioni di articoli pubblicati da grandi editori commerciali tra il 2018 e il 2025, conclude che il fenomeno è “probabilmente” dovuto al fatto che alcuni editori non hanno fornito a Crossref metadati di affiliazione sufficienti e vengono citati esplicitamente editori come Elsevier e Springer Nature. Tradotto: non basta dire che “mancano i dati”; bisogna ammettere che spesso qualcuno ha scelto di non depositarli in modo completo. Il problema, allora, non è semplicemente che “OpenAlex ha buchi”. Il problema è che una parte rilevante dell’ecosistema editoriale internazionale continua a beneficiare dell’uso pubblico dei risultati della ricerca senza restituire al pubblico metadati completi, aggiornati e interoperabili. E quando gli strumenti aperti fanno emergere questa carenza, il bersaglio polemico diventa il tool che la mostra, non l’attore che la produce. È il solito gioco: privatizzare il controllo dell’informazione e socializzare i costi dell’opacità. Se oggi si prova a costruire una lettura critica della comunicazione scientifica usando infrastrutture aperte, ci si imbatte subito in due strumenti interessanti: Journal Trends e Author Trends di cui si parla anche in un recente articolo su Nature. Il primo è un tool che visualizza, per una rivista, l’andamento delle pubblicazioni nel tempo, le distribuzioni per paese, istituzione e autore, e aggiunge segnali di integrità come i flag del Problematic Paper Screener (PPS) e lo stato di indicizzazione o delisting in Scopus. Il secondo fa qualcosa di analogo sul versante dei singoli ricercatori: mostra statistiche di pubblicazione anno per anno, citazioni, collaborazioni, geografia, temi, retractions e altri segnali di rischio, sempre a partire da dati aperti (OpenAlex). Entrambi si presentano, correttamente, come strumenti di visualizzazione e analisi costruiti su dati aperti, non come oracoli infallibili. Ed è proprio qui che comincia il problema vero. Perché quando questi strumenti mostrano buchi, coperture incomplete o metadati mancanti, la reazione più comune è sempre la stessa: “vedete? gli strumenti aperti non sono affidabili”. Il punto, però, non è solo che il dato manca. Il punto è capire perché manca. Su questo la letteratura recente è molto meno indulgente di quanto non siano molti commentatori. Un’analisi pubblicata nel 2025 sulla diminuzione della copertura dei metadati di affiliazione in OpenAlex, basata su oltre 13 milioni di articoli pubblicati da grandi editori commerciali tra il 2018 e il 2025, conclude che il fenomeno è “probabilmente” dovuto al fatto che alcuni editori non hanno fornito a Crossref metadati di affiliazione sufficienti, pur segnalando anche possibili problemi tecnici nella transizione a una nuova versione di OpenAlex. Nel testo vengono citati esplicitamente editori come Elsevier e Springer Nature. Dunque: non solo limiti dell’infrastruttura aperta, ma anche — e in modo rilevante — limiti nella condivisione a monte dei metadati da parte degli editori. Questo punto è essenziale, perché ribalta una narrazione diventata quasi automatica. Gli editori raccolgono informazioni sulle affiliazioni, sugli autori, sui finanziamenti, sulle versioni, sui DOI e sugli apparati editoriali nei loro flussi di submission e produzione. Eppure, quando si tratta di restituire queste informazioni in forma aperta, interoperabile e riutilizzabile, la completezza evapora. Non sempre, certo. Non allo stesso modo per tutti. Ma abbastanza spesso da produrre effetti strutturali sui sistemi che poi quei metadati dovrebbero usare per il monitoraggio, la valutazione e l’analisi. Uno studio del 2026 su PLOS One osserva che è ampiamente noto come molti editori rendano disponibili alcuni metadati ma non altri, e mostra che editori che usano lo stesso sistema di submission possono avere livelli di completezza molto diversi: segno che il problema non è soltanto tecnologico e che “sono in gioco anche altre considerazioni”. Tradotto: non basta dire che “mancano i dati”; bisogna ammettere che spesso qualcuno ha scelto di non depositarli in modo completo. A rendere il quadro ancora più istruttivo è la posizione di Crossref* stessa. Nella documentazione ufficiale, Crossref ricorda ai propri membri che far parte della comunità significa condividere i metadati con il mondo della ricerca, che i record devono essere mantenuti “clean, complete and up-to-date”, che è possibile correggere omissioni o errori e che non ci sono costi per aggiornare i metadati dopo la registrazione iniziale (basta volerlo). Raccomanda inoltre di depositare metadati ricchi e di completare anche i record retrospettivi. Insomma: la scusa dell’inevitabilità tecnica regge poco. Se i metadati mancano, non è perché il sistema aperto non li vuole; molto spesso è perché chi controlla i contenuti non li ha depositati, non li ha aggiornati o non li ha resi disponibili in forma adeguata. La stessa documentazione di OpenAlex è sorprendentemente esplicita. Quando un’istituzione non trova le proprie pubblicazioni correttamente collegate, OpenAlex indica tra le cause più comuni il fatto che i metadati di affiliazione nel record dell’opera siano inaccurati o incompleti, e suggerisce di farlo presente all’editore, che potrebbe dover aggiornare i record registrati presso un’agenzia DOI come Crossref. È un’ammissione importante: il problema dei metadati mancanti non nasce nel momento in cui OpenAlex li usa, ma in quello in cui la filiera editoriale li deposita male, parzialmente o non li deposita affatto. A questo punto diventa più chiaro anche il valore reale di Journal Trends e Author Trends. Non sono interessanti soltanto perché producono grafici eleganti o aggiungono segnali di integrità. Sono interessanti perché rendono visibile il non detto. Journal Trends mostra che una rivista può avere una quantità significativa di articoli per cui i dati geografici sono assenti, e proprio per questo ha introdotto una categoria “unknown” per evitare che il grafico simuli una copertura completa che non esiste. Author Trends, dal canto suo, visualizza per i ricercatori non solo citazioni e collaborazioni, ma anche retractions, segnali provenienti dal Problematic Paper Screener e pubblicazioni in riviste dismesse da Scopus, presentandosi come un tool beta che dipende dai dati di OpenAlex e che mette in guardia sugli errori di attribuzione dei profili. In entrambi i casi il merito non è l’illusione della perfezione, ma la trasparenza sull’imperfezione. Ed è proprio questa trasparenza a risultare scomoda. Perché per anni il sistema della valutazione ha tollerato, e spesso interiorizzato, l’idea che i database commerciali fossero una sorta di natura fatta sistema: opachi, costosi, poco contestabili, ma considerati affidabili per definizione. Le infrastrutture aperte come OpenAlex spezzano questo automatismo non perché siano magicamente prive di problemi, ma perché espongono i problemi alla vista. Uno studio del 2024 su otto banche dati accademiche aperte rileva che i database di terza parte, tra cui OpenAlex, hanno in generale più metadati e una maggiore completezza rispetto ai motori accademici, ma soffrono anche di perdite di informazione dovute all’integrazione di fonti diverse. Questo non è un argomento contro l’open; è un argomento contro la favola secondo cui si possa fare valutazione seria ignorando come i dati vengono prodotti, depositati e trasformati. Il problema, allora, non è semplicemente che “OpenAlex ha buchi”. Il problema è che una parte rilevante dell’ecosistema editoriale internazionale continua a beneficiare dell’uso pubblico dei risultati della ricerca senza restituire al pubblico metadati completi, aggiornati e interoperabili. E quando gli strumenti aperti fanno emergere questa carenza, il bersaglio polemico diventa il tool che la mostra, non l’attore che la produce. È il solito gioco: privatizzare il controllo dell’informazione e socializzare i costi dell’opacità. Bisognerebbe dirlo con chiarezza: l’assenza di metadati non è una fatalità naturale del mondo aperto; è spesso il prodotto di una scelta, di una trascuratezza o di una gerarchia di interessi dentro la filiera editoriale. Journal Trends e Author Trends non risolvono questo problema. Ma hanno almeno il merito di renderlo finalmente visibile. E in un sistema abituato a chiamare “qualità” ciò che in realtà è solo opacità ben confezionata, non è poco * Crossref è un’infrastruttura no‑profit che raccoglie e collega i metadati delle pubblicazioni scientifiche e assegna i DOI per renderle identificabili, citabili e interoperabili
July 3, 2026
ROARS
ANVUR, la grande finzione: quindici anni di “indipendenza” al servizio dei partiti
Per quindici anni ci hanno raccontato la favola dell’ANVUR “tecnica”, “terza”, “indipendente”. Adesso, grazie al governo Meloni e alla ministra Bernini, la maschera è definitivamente caduta: l’università italiana è stata governata per 15 anni da una cabina di regia politica travestita da autorità neutrale. ANVUR è sempre stata il dispositivo bipartisan con cui governi di centrodestra e centrosinistra hanno commissariato università e ricerca, aggirando il Parlamento attraverso algoritmi, indicatori e retoriche meritocratiche. Bernini non ha inventato nulla: ha solo avuto il cattivo gusto di rendere esplicito ciò che per anni il PD e i sacerdoti dell’accountability avevano nascosto dietro il linguaggio della “valutazione indipendente”. Le opposizioni insorgono per la spartizione partitocratica condotta dal governo per i ben remunerati posti nel direttivo ANVUR. I cittadini dovrebbero invece ringraziare il governo Meloni e la ministra Bernini perché hanno fatto finalmente cadere il velo sul modo in cui l’università e la ricerca italiane sono state governate nello scorso quindicennio. Specificamente ha svelato che l’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca, difesa e etichettata per un quindicennio come “indipendente”, è ed è sempre stata lo strumento, rigorosamente bipartisan, con sui sono state condotte le politiche di finanziamento e di reclutamento delle università italiane sottraendole di fatto al controllo parlamentare. Ma andiamo con ordine. Le opposizioni insorgono perché il Consiglio dei ministri ha ratificato i vertici dell’ANVUR scelti dalla ministra. Il presidente è un giurista (Tor Vergata) Venerando Marano che lascia il suo ruolo di presidente del Tribunale Vaticano. Si dice che in vaticano arriverà Felice Uricchio, cioè il presidente uscente del ANVUR, che era già membro dell’agenzia di valutazione della ricerca delle università cattoliche (AVEPRO). I membri sono, Aurelio Tommasetti, professore di ragioneria all’università di Salerno e già rettore di quella università, nonché, fino a dicembre 2025, consigliere regionale campano della Lega. Matteo Lorito, patologo vegetale, che arriva all’ANVUR giusto allo scadere del suo mandato come Rettore dell’Università Federico II di Napoli. Animatore degli stati generali dell’università di Forza Italia. Pare che Giorgia Meloni avesse pensato a Lorito come candidato ‘civico’ per guidare le liste di centrodestra nelle elezioni in Campania. Figura tra gli animatori degli stati generali di Forza Italia anche Giovanna Cassese, napoletana, già direttrice dell’accademia di belle arti di Napoli, attualmente presidente del Consiglio nazionale per l’alta formazione artistica e musicale. Infine, Francesco Priolo, fisico, arriva all’ANVUR dopo il mandato di rettore all’Università di Catania. Non è ben chiaro perché queste nomine dovrebbero essere più scandalose di alcune delle precedenti. Certo, mentre adesso la composizione del direttivo riporta direttamente a partiti di centrodestra al governo, nei direttivi precedenti le connessioni erano più bipartisan, con una presenza sempre ben nutrita di accademici di area PD. Non è lontana la stagione in cui i consiglieri ANVUR e l’attuale segretario generale del MUR, Marco Mancini, animavano gli eventi su università e ricerca organizzati dal PD. Nessuno si scandalizzò a suo tempo per la nomina nel direttivo di Miccoli all’epoca inseguito dalle Iene per aver riprodotto letteralmente parti di libri scritti da altri nel documento di candidatura all’ANVUR (si veda qui ). E nessuno chiese conto al consigliere Anvur Daniele Checchi -vicino ai Bocconi Boys renziani – quando sosteneva che le università del Sud si erano suicidate e che la soluzione più semplice: “uccidere i docenti inattivi che sono presenti nelle università del Sud e rimpiazzarli con docenti nuovi freschi”, non fosse praticabile. Nessuna forza politica ha alzato la voce quando le risorse per la ricerca venivano distribuite alle università sulla base di algoritmi con errori fatali messi a punto dai membri del consiglio direttivo di ANVUR (con tanto di firma di un futuro premio Nobel). ANVUR fu a suo tempo istituita dal ministro Mussi durante il secondo governo Prodi e resa operativa dalla Ministra Gelmini con la sua riforma nel 2010. Il direttivo di ANVUR è sempre stato di nomina governativa. Alla ministra Bernini è bastato modificare un semplice regolamento ministeriale per garantirsi la possibilità di evitare la barocca procedura prevista precedentemente per la nomina del direttivo e che faceva sostenere ai difensori di ANVUR l’indipendenza dell’agenzia. I lettori forse non sanno, ma è bene ricordarlo – e forse qualcuno dovrebbe chiederne conto alla ministra-, che la rosa da cui scegliere i membri del direttivo era già stata predisposta da oltre un anno da una commissione presieduta da un membro dell’Accademia dei Lincei. Evidentemente quella rosa non era gradita al ministero. Gli atti di quella commissione sono adesso sepolti in qualche cassetto ministeriale e la ministra ha messo in moto una nuova commissione presieduta proprio da Marco Mancini, che ha lavorato celermente e ha evidentemente dato i risultati desiderati dalla ministra. Il velo è caduto, come si diceva. Nessuno adesso potrà negare che la politica ha messo definitivamente le mani su (ciò che resta del) l’università, dopo un quindicennio di riforme bipartisan. Per governare l’università italiana, senza passare dal parlamento, è sufficiente controllare ANVUR l’agenzia che ha reso sistematico l’uso di indicatori di performance, come l’Europa ci chiedeva con forza nella famosa lettera di Trichet a Draghi. ANVUR fu disegnata da Prodi-Mussi con il contributo chiave del sottosegretario Luciano Modica (PD) come strumento di modernizzazione forzata dell’università. Fu poi implementata dalla Riforma Gelmini e rafforzata da Matteo Renzi, ministra Valeria Fedeli, su consiglio dei Bocconi Boys. A noi non resta che ringraziare per la lungimiranza Mussi, Modica e tutta la banda di accademici del PD che raccontando la storia delle sorti magnifiche e progressive dell’accountability e del quasi mercato, ha regalato ai trinariciuti della destra al governo tutti gli strumenti per smantellare le garanzie costituzionali contro cui avrebbero sbattuto il naso.  
May 25, 2026
ROARS
Libera università? Un dialogo critico con Montanari
Il saggio Libera Università di Montanari merita di essere discusso. Apre una riflessione che interroga tutte le componenti delle università italiane, dai rettori agli e alle studenti, passando per docenti ordinari e associati e intercettando alcune istanze poste dalle Assemblee Precarie Universitarie (APU), che in questi mesi si sono organizzate per contrastare le riforme in essere e per denunciare le responsabilità dell’accademia italiana nell’alimentare il regime di guerra che si sta materializzando nelle nostre vite. > Una delle argomentazioni che ricorrono nella tesi proposta da Montanari è > un’idea dell’accademia come corpo unico, come spazio sociale che per sua > vocazione dovrebbe essere critico o conflittuale nei confronti di governi e > poteri. Si tende, in altri termini, a confondere la natura epistemologicamente conflittuale della scienza con una propensione altrettanta naturale al conflitto dei soggetti che elaborano, sistematizzano e divulgano la conoscenza. L’autore sostiene questo a partire dal proprio desiderio, pienamente condivisibile, di immaginare un’accademia orientata a sostenere i processi democratici, l’empatia, la solidarietà e la messa a disposizione delle intelligenze per trasformare il mondo a partire da questi principi, senza negare tuttavia che «per lottare per l’università come potrebbe (o dovrebbe) essere, dobbiamo mettere in discussione l’università com’è oggi, frutto di scelte politiche scellerate, ma anche di una diffusa acquiescenza, o peggio complicità, interna al mondo accademico» (p. 57). Nel quadro storico e politico attuale, la nostra attenzione dovrebbe essere dunque posta non tanto sull’ideale mobilitazione dell’Università in quanto tale, quanto piuttosto sul far emergere posizionamenti e tensioni politiche che abitano in modo sempre più palese i nostri atenei. In questo contesto, l’obiettivo preliminare di chi vuole costruire un’università diversa dovrebbe concentrarsi sul far emergere questa acquiescenza e queste complicità, costruendo schieramenti, smascherando posizionamenti e individuando controparti. Da questo punto di vista, seguendo la ricostruzione genealogica proposta da Montanari, in questi anni solo studentə e precarə hanno tentato di organizzarsi contro il disegno autoritario di ristrutturazione delle università, contro l’ulteriore precarizzazione del mercato del lavoro accademico e, più recentemente, contro l’arruolamento degli atenei nel regime di guerra incombente. Al contrario, il silenzio assordante che si è manifestato è quello dellə strutturatə, in gran parte appiattitə e titubantə di fronte ai continui ricatti che arrivano dall’esecutivo. Eppure, chi vive i corridoi dei dipartimenti percepisce che in tutte le componenti della comunità accademica c’è la consapevolezza di quanto radicali siano le trasformazioni epocali che si stanno prospettando. > La domanda che è emerge è dunque la seguente: chi, se non quellə che hanno il > privilegio di avere una posizione tutelata e di potere, dovrebbe proporre > spazi di partecipazione collettiva per ragionare riflessivamente sulla > comunità educante e democratica che dovrebbe rappresentare la composizione > sociale accademica? Rispondere a questa domanda, significherebbe però mettere in discussione tutto, significherebbe in primis interrogarsi sulle forme organizzative e sulle processualità amministrative delle università, mettendo in discussione strutture di potere e posizionamenti acquisiti. Significherebbe, dunque, mettere in discussione la ragione valutativa e i suoi obiettivi, i quali minano l’autonomia delle istituzioni universitarie ma soprattutto la libertà della scienza e di chi la pratica. La riforma della governance universitaria è un atto autoritario di inaudita gravità. Sulla scia di Orbán e dell’amministrazione Trump, anche l’Italia si appresta a mettere sotto commissariamento tutte le università del Paese. Inserire un commissario del governo nei CDA degli atenei, con poteri legati alla dimensione finanziaria e all’indirizzamento delle traiettorie della ricerca e della didattica, significa sottomettere la libertà e l’autonomia della scienza alle disposizioni ideologiche dei governi in carica. In questo senso, sono pienamente condivisibili le preoccupazioni e le esortazioni alla mobilitazione di Montanari, presenti nel suo libro e sulla lettera pubblicata su ROARS pochi giorni fa. Tutto giusto, ma se vogliamo sviluppare una critica agli ultimi provvedimenti non possiamo non interrogarci su quello che fin qui è stato e su come si strutturi oggi la dimensione dell’autonomia degli atenei. La riforma Meloni-Bernini, infatti, non nasce dal nulla. Non si può ragionare della pericolosa fase politica che stiamo attraversando senza constatare che la ragione valutativa – e le infrastrutture organizzative che la sostengono – avessero esattamente l’obiettivo di governare i soggetti che si occupano di ricerca e di indirizzare e gerarchizzare saperi e conoscenze da sviluppare nelle università. LA VALUTAZIONE NEOLIBERALE Dal primo punto di vista, a quindici anni dall’approvazione della legge 270, appare ormai chiaro che le retoriche utilizzate per sostenere la trasformazione dell’università italiana in chiave neoliberale (merito, eccellenza, competizione, produttività, etc.) sono servite in modo efficace ad amministrare la dismissione economica e culturale del carattere pubblico dell’accademia, producendo un conflitto orizzontale tra i soggetti precari che ambivano ad accedere a una posizione stabile. Ricordiamo come il dibattito pubblico degli anni ’10 rappresentasse queste riforme come strumenti per combattere il baronato e sostenere una nuova trasparenza dei processi di reclutamento. Nella realtà, abbiamo assistito a una concentrazione di poteri violenta, che a fronte del costante definanziamento della ricerca pubblica ha irrobustito e reso più forti i sistemi feudali che governano i nostri atenei. Le commissioni dell’ASN, l’indicizzazione delle riviste, la spinta continua ad una iper-produttività sono tutti ambiti in cui è evidente come nessuna neutralizzazione delle dinamiche baronali sia sorta da queste trasformazioni. > Al contrario, la costante valutazione e sorveglianza delle pratiche di ricerca > e dei suoi prodotti hanno reso le relazioni tra i soggetti che si occupano di > saperi e conoscenze ancor più autoritarie e volte al ricatto di quanto lo > siano mai state nell’Italia Repubblicana. Siamo di fronte a una grande rappresentazione distorta, in cui in gioco ci sono le vite dellə precariə della ricerca e la libertà della scienza, che senza adeguati finanziamenti e sotto il ricatto dell’ANVUR, che decide in modo arbitrario chi e come ha il diritto di continuare a fare ricerca, viene ontologicamente messa in discussione. I PROGETTI DI RICERCA Veniamo qui al secondo punto, ovvero al fatto che le procedure valutative servono anche, e soprattutto, a indirizzare e gerarchizzare saperi e conoscenze, definendo dall’alto quali traiettorie di ricerca abbiano il diritto o meno di essere sostenute e finanziate. L’elemento che mostra con chiarezza questa dinamica è connesso ai processi di progettazione nazionale ed europea, i quali dal punto di vista economico sono i principali meccanismi di sostegno della ricerca pubblica in sostituzione del Fondo di Finanziamento Ordinario. Per poter accedere alla grandissima maggioranza di questi finanziamenti è necessario proporre dei progetti su delle linee programmatiche decise dall’alto, o dal MUR o dall’Unione Europea, istituzioni che quindi definiscono quali saperi siano necessari e quali, invece, non abbiano il diritto di essere sviluppati. Emblematiche e preoccupanti sono in questo senso le notizie che giungono in questi giorni sulle discussioni che all’interno dell’UE si stanno avendo sul programma quadro HORIZON 2028-2034. Dopo circa 40 anni in cui l’Unione Europea aveva assunto come questi finanziamenti dovessero essere utilizzati esclusivamente per ricerche che avessero uno scopo civile, la Commissione Europea, attraverso il piano ReArms Europe, sta tentando di togliere questo vincolo indirizzando questi finanziamenti verso ricerche dual-use, ovvero che abbiano applicazioni sia civili che militari. Torneremo poi sulla relazione tra guerra e università, ma qui è indispensabile sottolineare la non neutralità dei meccanismi di finanziamento nazionali ed europei che passano dalla progettazione, facendo emergere come le forme di finanziamento della ricerca pubblica e i diversi meccanismi valutativi che in essa agiscono siano processi amministrativi dei sistemi accademici che ne limitano, se non inibiscono, la libertà. > Ed è qui che l’idea dell’autore sembra insufficiente se non si mettono in > discussione tutti i dispositivi che limitano la libertà della scienza e che > controllano chi la pratica. Per mobilitarsi contro l’attacco del governo Meloni all’autonomia della istituzioni universitarie bisogna essere sinceri e affermare con chiarezza che già oggi la libertà accademica sta subendo, da oltre vent’anni, un attacco violento che si è dato attraverso riforme sostenute dalla retorica fuorviante della valutazione e del merito. Ripensare l’intero assetto amministrativo e retorico che governa l’università contemporanea italiana è necessario quando si vuole lottare per riconsegnare alla conoscenza il compito di criticare l’esistente e di sorvegliare sulla tenuta della democrazia. In altre parole, è necessario uscire dall’autoreferenzialità radicale con cui oggi il lavoro universitario viene rappresentato e agito da chi lo sviluppa, ricominciando a pensare i saperi in rapporto con la società, rendendoli spendibili, affermando di nuovo e con coraggio che studiare, fare ricerca, connettere le intelligenze e farle cooperare sono elementi indispensabili per rendere il mondo un posto migliore di com’è. Che un’università libera è necessaria per difendere la democrazia, per lottare per i diritti di tuttə, per migliorare la vita delle persone e la salute del Pianeta, per prevenire e rifiutare le guerre. In definitiva, per lottare contro tutti quei poteri, più o meno democratici, che stanno decidendo di investire e scommettere con grande nonchalance sulla barbarie e sulla catastrofe. LO STATO DELLA MOBILITAZIONE In conclusione, poche note su quello che sta succedendo dal basso e sulle cose di cui ci sarebbe oggi una vitale necessità. Nel corso di questi mesi, abbiamo capito che della precarietà che investe gran parte dellə ricercatorə italianə non interessa a nessuno, che le sorti dellə 20000 precariə della ricerca che rischiano l’espulsione dalle accademie non sono un tema che interessa i professori strutturati. Nonostante questo ci lasci sbigottitə e inorriditə, siamo anche dispostə a comprendere questo atteggiamento a fronte di un mondo in subbuglio, in cui i fascismi e la guerra stanno definendo una nuova epoca storica con cui confrontarsi. Purtroppo, dobbiamo tuttavia constatare che anche di fronte all’intensità del dispiegarsi del regime di guerra in tutti gli ambiti della società troppo silenzio si sente. In questi mesi, le APU e la componente studentesca, senza privilegi e con tutto da perdere, si sono mobilitate, esponendosi al ricatto e alla violenza del governo, di chi dirige i nostri dipartimenti e atenei, ma anche al ricatto dei propri professori di riferimento. I professori strutturati, semplicemente, non hanno detto niente, non si sono mai presi responsabilità adeguate alla storia che si sta tetramente esprimendo. A ben vedere, richiamando Montanari, anche in assenza della richiesta di firmare un giuramento, non sembra che la situazione sia particolarmente diversa dal 1931. Eppure, chi attraversa i dipartimenti sa bene che ci sono tante persone disgustate dalla situazione, che sono contro la guerra e contro l’autoritarismo, che sostengono la pace e la democrazia. Rimane vero, però, che se non si ha il coraggio di prendere posizione, di agire conflitti che potrebbero mettere in discussione privilegi e posizioni di rendita, questo disgusto resta un elemento simbolico che non qualifica queste persone in modo diverso dai tanti che invece sostengono la guerra e vedono di buon occhio l’ulteriore smantellamento delle prassi democratiche negli atenei. > Mai come in epoca di guerra, il silenzio significa assenso e complicità. È > quindi questo il momento di rimettere al centro il tema del conflitto come > dimensione che sostiene e rappresenta in pieno la democrazia. Si tratta di > aprire spazi in cui la comunità accademica ricominci a discutere di se stessa > e del mondo, non di definire a priori quale sia il conflitto buono e quello > cattivo e quale immagine questo debba assumere. Chi, se non quelli che hanno il privilegio di essere tutelati dal punto di vista soggettivo devono assumersi la responsabilità di rivendicare con forza questi spazi? Cos’hanno da perdere gli strutturati se non posizioni di rendita, accesso a finanziamenti che in ogni caso non intaccherebbero il loro salario o accesso alle gerarchie organizzative del proprio dipartimento? Siamo in un momento storico in cui essere responsabili significa esporsi, perché l’oggi non è uguale allo ieri e l’epoca che stiamo vivendo è tanto nuova quanto violenta. Da questo punto di vista, emergono inevitabilmente delle domande, a cui sarebbe bello trovare delle risposte attraverso la vita pubblica e democratica dei nostri atenei: è possibile che il corpo docente assista senza toccare palla, e senza volerla toccare, a questa serie di riforme che piombano sulle loro teste? Il corpo docente è d’accordo con la nuova presidente CRUI quando dice che non c’è bisogno di nuove risorse per l’università e la ricerca? Il corpo docente è d’accordo con l’ingresso dei commissari del ministero nei CDA degli atenei? Il corpo docente accetta che il nuovo programma Horizon sia dedicato alla guerra e alle sue esigenze? Purtroppo, fino a prova contraria, pare che gli strutturati di questo paese siano tutti d’accordo. Nel concreto, in attesa di essere sorpresi da una loro mobilitazione che affermi in modo chiaro il rifiuto della guerra e dell’autoritarismo, e che essi ricomincino a lottare per un’università libera e democratica, si dovrebbero sostenere le battaglie delle APU, agevolando i propri ricercatori e ricercatrici e sollecitandoli alla mobilitazione, difendendolə dalle aggressioni che subiscono pubblicamente e tutelandolə dalle sicure ritorsioni che subiranno. Si dovrebbero fornire spazi materiali e simbolici per le iniziative e le prese di parola della ricerca precaria e dellə studentə. Si dovrebbe richiedere alle amministrazioni degli atenei di metterci la faccia e condividere con la comunità accademica tutta che cosa sta succedendo, innanzitutto convocando formalmente e invitando democraticamente a una partecipazione più ampia possibile, assemblee di dipartimento e di ateneo in tutte le università del paese. Se solo si scorgessero questi piccoli segnali, allora forse l’università potrebbe ricominciare ad esprimere quella intima vocazione alla critica e al conflitto che Montanari racconta nel suo libro. Altrimenti, dovremmo semplicemente constatare la complicità del corpo docente universitario italiano alla guerra, all’autoritarismo e al definitivo tramonto delle università come luogo della critica e della democrazia. A ognuno, dunque, le proprie riflessioni e le proprie responsabilità. La copertina è di Guilhem Vellut (Flickr) e ritrae il campus Einaudi dell’Università di Torino SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Libera università? Un dialogo critico con Montanari proviene da DINAMOpress.
November 25, 2025
DINAMOpress
Il conflitto sulle Nuove Indicazioni e sulle Linee Guida, atti del convegno
ATTI DEL CONVEGNO DI BOLOGNA, 10 OTTOBRE 2025 SCUOLA: INVERTIRE LE TENDENZE, PRODURRE SAPERE CRITICO IL CONFLITTO SULLE NUOVE INDICAZIONI E SULLE LINEE GUIDA Il volume raccoglie gli atti del Convegno dal medesimo titolo svoltosi venerdì 10 ottobre 2025, ore 8.30-17.30 a Bologna presso l’ITIS Aldini Valeriani. L’organizzazione è stata curata dalla sede Cesp di Bologna con la collaborazione delle sedi Cesp di: Arezzo, Cagliari, Catania, Grosseto, Lucca, Modena, Padova, Palermo, Ravenna, Reggio Emilia, Siracusa, Terni, Torino, Varese. I testi costituiscono la base delle relazioni tenute al convegno. Ognuno di essi è emerso da gruppi di lavoro che hanno coinvolto oltre cinquanta insegnanti e attivist* del Cesp delle numerose sedi citate; l’autrice o autore indicati per ogni testo sono gli estensori che hanno sintetizzato le idee emerse nei gruppi di lavoro. Leggi qua gli atti del convegno Il conflitto sulle Nuove Indicazioni e sulle Linee Guida – Atti 2025 (1)Download
October 17, 2025
CESP
Scuola: invertire le tendenze, produrre sapere critico, contrastare le Nuove Indicazioni e le Linee Guida
SCUOLA: INVERTIRE LE TENDENZE, PRODURRE SAPERE CRITICO CONTRASTARE LE NUOVE INDICAZIONI E LE LINEE GUIDA VENERDÌ 10 OTTOBRE 2025, ORE 8.30-17.30 IIS ALDINI VALERIANI Leggi tutto: Scuola: invertire le tendenze, produrre sapere critico, contrastare le Nuove Indicazioni e le Linee Guida BOLOGNA – VIA BASSANELLI, 9/11 (IN PRESENZA) LINK PER ISCRIVERSI, CLICCA QUI SCARICA LA LOCANDINA E IL MODULO PER RICHIEDERE IL PERMESSO -------------------------------------------------------------------------------- CONVEGNO NAZIONALE DI FORMAZIONE Ricordiamo che il personale ispettivo, dirigente, docente e ATA ha diritto all’ESONERO DAL SERVIZIO con diritto alla sostituzione in base all’art.36 del CCNL2019/2021 (che sostituisce gli articoli 63 e 64 del CCNL 2006/2009). Il CESP è Ente Accreditato/Qualificato per la formazione del personale della scuola (D. M. 25/07/06 prot.869, Circolare. MIUR PROT. 406 DEL 21/02/06, Direttiva 170/2016-MIUR) —> Fai richiesta alla segreteria del tuo istituto del permesso per formazione oppure utilizza il modulo in allegato alla locandina -------------------------------------------------------------------------------- Le Nuove Indicazioni nazionali sono state rese pubbliche in bozza dal ministero l’11 marzo 2025. Attorno ad esse si è aperto subito un ampio dibattito, che ne ha contestato i principali elementi che le contraddistinguono. Sono le Indicazioni di “Solo l’Occidente conosce la storia”, l’incredibile incipit della sezione dedicata alla storia che bene esprime il carattere etnocentrico del nuovo testo.  Nonostante le numerose proposte di modifica la Commissione ha deciso in luglio di confermare sostanzialmente tutti gli elementi che contraddistinguono queste Indicazioni. Come Cobas però riteniamo che la battaglia non sia per nulla perduta, ma sia da condurre nel medio periodo. Il prossimo appuntamento di approfondimento che abbiamo organizzato è il convegno nazionale del 10 di ottobre a Bologna. Prima e dopo il convegno parteciperemo a tutte le iniziative che si indirizzeranno a contrastare i contenuti di queste Nuove Indicazioni, a partire da quelle organizzate insieme alla Rete bolognese per la scuola pubblica di cui facciamo parte. -------------------------------------------------------------------------------- PROGRAMMA: h. 8.30 iscrizioni e registrazioni h. 9.00 * Gli ultimi 25 anni: dall’Autonomia scolastica alla celebrazione dell’Occidente e della Nazione. * I curriculi della destra: Educazione civica, Indicazioni e Linee guida. h. 10.00: dibattito h. 10.30: pausa caffè * Comunicazioni tematiche, tra tendenze ministeriali e proposte per contrastarle * genere * decolonizzazione * valutazione * inclusione * competenze/saperi * digitalizzazione Relazioni e comunicazioni sono preparate da gruppi di lavoro di insegnanti del Cesp h. 13.00: pausa pranzo Pomeriggio h. 14.30: laboratori paralleli sulle tematiche delle comunicazioni affrontate in breve al mattino 1. genere 2. decolonizzazione 3. valutazione 4. inclusione 5. competenze/saperi 6. digitalizzazione h. 16.30-17.30 restituzioni e confronto in plenaria
September 3, 2025
CESP