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Una pioggia di premi per gli oppositori alla giunta del Myanmar
Nel 2022 le organizzazioni umanitarie internazionali nominarono il Movimento di Disobbedienza Civile birmano, abbreviato in CDM, per il Nobel per la pace: “Per il coraggio e la determinazione dimostrata nel portare avanti i loro ideali di democrazia” di contro a una giunta militare crudele, aggiungo. L’accademia svedese del Nobel per la pace oggi dopo quattro anni ha dimostrato ampiamente di non stare dalla parte della pace ma della politica, e come le sue assegnazioni suscitino a volte perplessità.  Ma al di là del Nobel per la pace, premi importanti sono stati assegnati a individui e gruppi che lottano per la democrazia sia all’interno che all’esterno del martoriato Myanmar. Forse il più importante in assoluto è stato assegnato lo scorso 3 dicembre a Stoccolma da quello che in gergo viene chiamato il “Nobel Alternativo” ma in realtà si intitola “Premio per la giusta sostenibilità”. L’edizione 2025 ha assegnato cinque premi di cui uno al collettivo giornalistico d’inchiesta “Justice for Myanmar” che vive in esilio e il comunicato di ringraziamento lo ha letto in loro vece Greta Thumberg. Il collettivo ha dedicato il premio al popolo del Myanmar per la loro resistenza, per il loro coraggio. Le inchieste di questo collettivo, attraverso i dati forensi e il controllo dei dati bancari, hanno portato grandi partner internazionali a ritirarsi da progetti economici in partnership con la giunta, assestando danni considerevoli alle tasche dei militari e impedendo così l’utilizzo del denaro per l’acquisto di ulteriori armi. Quest’ultimo è il vero, dichiarato obiettivo delle inchieste: smantellare uno a uno i contratti e togliere l’ossigeno alla giunta per l’acquisto di nuove armi impiegate contro la popolazione.  Il “Right livelihood award” (Il premio per una Giusta Sostenibilità) è nato nel 1980, istituito da un filantropo con doppia cittadinanza svedese e tedesca, ex membro del parlamento europeo Jacob von Uexkull; premia i coraggiosi e le coraggiose change makers che “offrono soluzioni pratiche ed esemplari al mondo per i problemi e le sfide sociali e ambientali più urgenti”. Il premio venne istituito dopo che l’accademia svedese del Nobel si rifiutò di aggiungere nuovi premi sulla giustizia sociale e la conservazione ambientale premiando in particolare i visionari dal sud globale. Fra i suoi passati vincitori troviamo SOS Mediterranee (2023), Greta Thunberg nel 2019 ma anche organizzazioni come Syria Civil Defence (2016), Emergency  (2015), il più famoso whistleblower di tutti i tempi Edward Snowden nel 2014, e Vandana Shiva nel 1993, tra i tanti altri.  Nel 2018, la UN Correspondents Association nella categoria “eccellenze nel raccontare l’ambiente” ha premiato la giornalista birmana Thin Lei Win per il suo lavoro sulla sicurezza alimentare e l’agricoltura. Lei Win ha partecipato anche all’edizione del 2018 del festival Internazionale del giornalismo di Perugia.  Lei Win ha denunciato a più riprese come la condizione di malnutrizione e carestia presente nel suo paese sia la conseguenza di una scelta intenzionale della giunta militare. Malgrado  il Myanmar sia sempre stato un paese esportatore di riso, da decenni vede fame e malnutrizione diffusa, particolarmente nelle zone delle minoranze etniche come il Rakhine-diventato tristemente famoso nel 2017 per la crisi dei Rohingya- e il Chin. La giornalista birmana, dopo il colpo di stato del primo febbraio 2021, ha ospitato nel suo sito online The Kite Tales i racconti dei colleghi giornalisti che vivono alla macchia. I loro sono racconti anonimi sulla vita sotto il regime costellata di brutalità e sofferenza.  “Una delle cose che la giunta dei militari vogliono da noi e dal mondo è che ci dimentichiamo del Myanmar invece queste storie ci dicono che tra tanta sofferenza la resistenza va avanti e che la gente cerca di sopravvivere nonostante i continui attacchi dei militari”. Il 23 maggio scorso, in Thailandia presso l’Università di Chiang Mai, è stato assegnato il premio per la diciassettesima edizione del Citizen of  Burma, un’organizzazione americana, all’attivista veterano  Min Ko Naing da quattro decenni impegnato sul fronte Pro- democrazia, imprigionato nel 1989 liberato successivamente nel 2004. Dopo il colpo di stato del 2021 è scappato e vive in esilio. Non ha potuto ritirare personalmente il premio che consiste in diecimila dollari americani. L’anno scorso il premio era stato assegnato a Aung San Suu Kyi e a ritirarlo fu il figlio Kim Aris. È notizia del 25 giugno: la rete dal basso per la democrazia in Myanmar, che dopo il colpo di Stato del 1 febbraio 2021 ha dato vita alla cosiddetta “rivoluzione di primavera”, è tra i vincitori del premio americano per la democrazia, organizzato annualmente dal National Endowment for Democracy (NED). “Il loro sforzo nel difendere il diritto di riunirsi liberamente, continua ad ispirare molte persone nel mondo che lottano per le libertà fondamentali” motiva l’organizzatore del premio. Il premio annuale viene assegnato a “Individui e gruppi che hanno dimostrato un coraggio eccezionale nel sostenere la democrazia e i diritti umani”. Gli altri gruppi a ricevere il premio provengono dalla Russia, da Cuba, dalla Siria e dall’Etiopia. La cerimonia di premiazione si terrà il prossimo settembre in Virginia al George Washington’s Mount Vernon. Alla cerimonia, ad assegnare i premi, sono importanti figure politiche del partito democratico, come ad esempio Nancy Pelosi. In passato il premio è andato due volte ai movimenti pro democrazia birmani e anche personalmente alla leader Aung San Suu Kyi. L’assegnazione dei premi per i diritti umani, a onor del vero, ha un’agenda geopolitica che li guida, e spesso riflettono le più ampie dinamiche globali in atto. Generalmente sono strumenti per legittimare politiche estere, amplificare e dare visibilità a delle specifiche narrative. Nel nostro caso, i premi servono a sostenere figure e movimenti che si oppongono alla giunta militare in Myanmar in conflitto ideologico con i poteri occidentali, ma soprattutto un regime che rischia di entrare definitivamente nell’orbita della Cina.   Donna Reporter
July 1, 2026
Pressenza
Aung San Suu Kyi, una leadership politica nonviolenta senza eguali nel mondo
Il 1 giugno è partita ufficialmente la campagna lanciata dal figlio minore di Aung San Suu Kyi, Kim Aris, in occasione del 81º compleanno della madre il 19 giugno. Kim chiede che i militari forniscano prove sulla salute della leader birmana di cui non si sa più nulla, ufficialmente dalla primavera del 2023 quando il ministro degli esteri thailandese ebbe una visita con lei. Chiede alle istituzioni internazionali e ai governi di fare pressioni sulla giunta militare del Myanmar. Kim Aris non ha colto con sollievo l’annuncio del 30 aprile scorso dello spostamento della madre a una “residenza designata”, in realtà non ha alcun contatto con lei da anni e dubita possa essere viva. Per esperienza, ha visto in questi trent’anni l’abilità della giunta nell’ingannare l’opinione pubblica internazionale. Aung San Suu Kyi, in prigione dal 1 febbraio 2021, con il colpo di Stato che pose fine al breve esperimento democratico da lei guidato, rimane sempre viva nei cuori del suo popolo. “Sebbene i militari l’abbiano nascosta agli occhi delle persone” racconta Kyang Zaw Moe, editorialista per il giornale birmano Irrawaddy “la maggior parte dei birmani continua a seguire il suo esempio di resistenza incrollabile contro il regime e continua a ribellarsi. Incluso i giovani della ‘generazione Z’ che ne chiedono il rilascio. Numerose sono le testimonianze, le fotografie e i video che pervengono in occasione del suo compleanno il 19 giugno. Ogni anno in questa occasione, sia i giovani nelle città che i ribelli nella giungla, tengono delle preghiere e delle cerimonie per la sua salute”.  A tutt’oggi, il peggior nemico della giunta è lei, la persona che più temono,  quella che riesce ad avere il sostegno incondizionato del suo popolo. “Se la presidenza del Myanmar fosse decisa dal voto delle persone” continua l’editorialista “dal 1990 sarebbe presidente Aung  San Suu Kyi. Il suo partito ha vinto nel 1990, nuovamente nelle elezioni del 2015 e del 2020. Ma i generali hanno cospirato per assicurarsi che lei non prendesse mai la carica di presidente”. A questo scopo nel 2008 hanno redatto una Costituzione che la bandisce per sempre dall’assumere questa carica, con l’articolo 59; una costituzione che è stata condannata da molti studiosi internazionali come la meno democratica nel mondo. Sottolinea Kyang Zaw Moe: “A tutt’oggi nel mondo vi è una sola persona che ha vinto così tante elezioni e non è mai stata eletta presidente del suo paese: lei”.  La leader birmana è stata il cavallo di Troia della giunta militare, per legittimarsi agli occhi della comunità internazionale e poter avviare accordi economici. Durante i lunghi decenni di chiusura del Myanmar, poche aziende estere erano disposte a lavorare con una dittatura. Nel 2010, la giunta dei militari decide di aprire il paese al mondo esterno, dopo essersi dati una ripulita, sostituendo le divise militari con abiti civili, cede di buon grado alle pressioni internazionali che da lungo tempo chiedevano la liberazione di Aung San Suu Kyi dagli arresti domiciliari e decide che è molto più conveniente da quel momento in poi usarla come pedina per far giungere i capitali nel paese, e nelle loro tasche. Con la sua entrata in parlamento nelle elezioni del 2012, ma soprattutto con la sua nomina a Consigliere di Stato nel 2016, la leader birmana perseguiva un difficile gioco di equilibrio per poter mantenere il suo partito al governo e portare avanti il suo programma per la democrazia. Alcuni analisti politici vedono l’accordo che lei ha fatto con i militari nel 2016 come una trappola che le è stata tesa e in cui è caduta. Infatti, Aung San Suu Kyi  e il suo partito, in parlamento, era costretta a governava in una posizione di continua complicità e compiacenza con i militari. Quando è esplosa nel 2017 la crisi sempre latente con la minoranza musulmana dello stato del Rakhine si è ritrovata con le mani legate, impotente ad intervenire, perché l’accordo sottoscritto con i militari glielo impediva. Per la sua leadership basata sulla nonviolenza e il suo impegno al sacrificio, per la lotta per la democrazia, la comunità internazionale le ha conferito molti premi e onori, incluso il Nobel per la pace nel 1991. Ma una volta acuitasi la crisi dei Rohingya nel 2017, la comunità internazionale l’ha accusata per il suo silenzio, per non prendere le difese della minoranza musulmana perseguitata. A questo hanno fatto seguito il ritiro dei premi che le erano stati conferiti e una condanna generale. “È stata questa la sua sconfitta personale sul palco  internazionale” dice Kyang Zaw Moe sull’Irrawaddy. ”Per quanto riguarda invece il suo paese, anche se ha dovuto confrontarsi con un certo criticismo, la maggior parte delle persone ha capito la sua scelta di mettere davanti la riconciliazione nazionale, la transizione pacifica, il processo per la democrazia. Sebbene abbia avuto critiche e umiliazioni sulla scena internazionale a livello interno il suo supporto non è diminuito ma anzi alle elezioni del 2020 le persone hanno dato al suo partito più voti che nelle elezioni precedenti”.  Il suo stile di leadership è sempre stato molto chiaro agli occhi dei birmani: non destabilizzare il processo di pace e di riconciliazione mettendosi in rotta di collisione con i generali. Una decisione difficile che ha minato la fiducia verso di lei da parte di alcuni. Era visibile a tutti la difficoltà politica di governare in un contesto dominato dai generali.  Il motto di Aung San Suu Kyi è sempre stato “prima le persone” una differenza fondamentale con i militari. Da quel primo febbraio 2021 il percorso di riconciliazione nazionale con i militari si è fermato e ha lasciato il posto alla rivoluzione armata. “Oggi negoziare con assassini e criminali è impossibile” confessa l’editorialista “Non solo non porterebbe alla pace e alla sicurezza ma significherebbe semplicemente arrendersi a loro”.  La crisi nel Rakhine  In questa regione al confine con il Bangladesh, da 200 anni è presente una comunità di indiani musulmani, i Rohingya, che i birmani chiamano bengali  portata dagli inglesi quando colonizzarono il paese dalla vicina India, allora non ancora Bangladesh. Gli indiani si stabilirono nella regione ma non gli furono mai riconosciuti lo status di minoranza etnica e quindi non ebbero mai diritti civili né politici. Negli anni ci sono stati tumulti ma la situazione precipita nel 2016 e arriva ad essere esplosiva: la comunità musulmana si organizza con una milizia armata per rispondere al clima ostile creato dai monaci buddisti nazionalisti che incitano i birmani contro di loro. Questa “degenerazione” dei monaci buddisti dallo spirito del buddismo stesso, è il frutto della calcolata politica della giunta militare che dopo le grandi manifestazioni del 1988, hanno  favorito i monasteri che dimostrano ossequio ai militari e marginalizzato e punito invece quei monasteri che appoggiano il movimento democratico.  Nel 2016, in questo contesto, la leader birmana, nella sua nuova veste di Consigliera di Stato, cerca di pacificare la regione ricorrendo all’aiuto internazionale. Istituisce la Commissione con a capo l’ex presidente delle Nazioni Unite Kofi Annan per valutare le radici del problema e trovare una road map che porti, nelle intenzioni di Aung San Suu Kyi, al riconoscimento della cittadinanza per la minoranza musulmana. Quello che invece accade è che, non solo la giunta dei militari che governa con lei non riconosce alcuna legittimità alla Commissione, ma gli stessi birmani le si rivoltano contro affermando che gli stranieri non possono capire i problemi dei birmani. Sull’altro fronte, nemmeno i Rohingya, hanno alcuna fiducia nella Commissione. Il fronte armato dei Rohingya, appena costituitosi, decide di attirare l’attenzione della comunità internazionale con le armi e innesca una rivolta: poche ore prima l’annuncio di Kofi Annan sui risultati della Commissione, sferra un attacco. I militari, con Aung Min Hlaing allora a capo dell’esercito, oggi presidente auto proclamato del paese, ne approfittano non solo per rispondere agli attacchi ma per dare avvio a una vera e propria pulizia etnica mettendo la leader birmana con le spalle al muro. Infatti, secondo la loro costituzione la Consigliera di Stato non ha alcun potere di interferire nelle decisioni militari.  Ora la regione è completamente in fiamme e in balia degli eserciti. Esattamente quello che Aung San Suu Kyi aveva cercato in tutti i modi di evitare. Una grave sconfitta per tutti, non solo per lei. L’aver fatto appello alla comunità internazionale nel tentativo di trovare una soluzione, non solo era stato vano, in più era diventato un boomerang: ora le veniva chiesto di rendere conto di quanto stava accadendo, condannando i militari cosa che non poteva fare. Lei che più di ogni altro, se non l’unica, aveva cercato attivamente una soluzione per questo popolo, veniva messa sul banco degli imputati. L’accusa di genocidio dei Rohingya e il rapporto con i militari  Il direttore del quotidiano birmano Irrawaddy pensa, ma non è il solo in questo, che i tentativi di addomesticare i generali di Aung San Suu Kyi in realtà l’hanno portata alla sconfitta. Nel dicembre del 2019 all’udienza all’Aja davanti alla Corte di Giustizia Internazionale la Consigliera di Stato prese le difese del suo paese contro l’accusa di genocidio, ammise che vi fu persecuzione e crimini contro l’umanità e che si sarebbe personalmente impegnata in un percorso di dare alla giustizia i responsabili. Si scatenò in Europa e altrove una campagna contro di lei, una propaganda visto che i fatti, di cui sopra, vennero opportunamente trascurati. Dopo l’udienza alla Corte di Giustizia dell’Aja, i militari capiscono che è arrivato finalmente il momento tanto atteso: liberarsi una volta per tutte della loro spina al fianco. Aung San Suu Kyi, ora non ha più il sostegno della comunità internazionale, non è più la loro paladina dei diritti umani, l’hanno tolta dal piedistallo in cui l’avevano posta trent’anni prima. Dopo appena quattordici mesi viene arrestata assieme al presidente neo eletto e altri membri eletti.  La leader che ha provato a unire gli opposti Aung San Suu Kyi incarna in sé una serie di opposti: essere figlia di un eroe nazionale le ha dato la consapevolezza di un destino predestinato, indissolubilmente legato al suo paese. L’essere figlia di un militare e per di più fondatore dell’esercito bimano, cresciuta circondata da militari, le ha dato quella sicurezza di poter trattare con i cinici generali della giunta che si opponevano al disegno di una Birmania democratica, nella speranza che alla fine avrebbe avuto la meglio.  La lunga pratica della meditazione buddista nei difficili decenni della clausura agli arresti domiciliari, le ha dato quella fibra morale necessaria per mantenere l’equilibrio nel difficile esercizio di rimanere integra nelle burrasche della politica birmana. Questa donna, birmana di nascita e occidentale per educazione, ha una visione e un’esperienza del mondo di certo più sofisticata e profonda di quanto l’abbiano coloro che qui da noi hanno gridato al tradimento. Il suo stile di leadership, votato alla nonviolenza, ostinatamente alla ricerca di un dialogo con interlocutori cinici e crudeli nella convinzione che nel lungo tempo avrebbe avuto la meglio su di loro, è unico nel panorama politico internazionale. Unico e incompreso. Le grandi agenzie internazionali umanitarie, quelle che le hanno ritirato i premi, e l’Europa in generale, non si sono dimostrate all’altezza. Alla fin fine, è stato più semplice ricadere nelle semplificazioni: o bianco o nero, o stai dalla parte dei diritti o non ci stai, scegliere il “politicamente corretto”. Nessuna volontà o capacità di una lettura politica, storica e culturale approfondita. L’arroganza consolidata di guardare una “cultura altra” con i nostri occhi e con i nostri metri di misura, ha ancora una volta avuto il sopravvento, l’Europa non è stata mai brava in questo. Ma neppure interessata a farlo. E dopo tutto quello che è successo a Gaza, l’Europa complice di un genocidio durato quasi tre anni, può ancora puntare il dito e giudicare Aung San Suu Kyi ? Aveva tutti i numeri per portare avanti il suo ambizioso progetto di riconciliazione nazionale nonviolenta, solo lei poteva farlo per le ragioni fin qui descritte. La sua leadership è stata fin dall’inizio una ricerca costante di alleanze dentro e fuori il paese. E’ riuscita grazie al suo carisma e il suo impegno a riunire attivisti, politici, artisti e cittadini comuni, a creare conversazioni che hanno ispirato azioni collettive. Dopo il suo arresto il 1 febbraio 2021 nelle giornate in cui i birmani hanno protestato per le strade pacificamente, cartelli sono apparsi chiedendo scusa ai Rohingya e questa nuova consapevolezza è sicuramente merito suo. Nel  governo della rivoluzione (NUG), nato a pochi mesi dal colpo di Stato, è stato eletto anche un rappresentante Rohingya. Il viaggio umano e politico di questa donna singolare- per la tempra, per il destino, nel disegno politico- è, tra le altre cose, una testimonianza inequivocabile del potere della solidarietà, quando si estende dal tuo paese al mondo, e ti solleva dalle avversità. Fiorella Carollo
June 19, 2026
Pressenza
Trentotto anni di tiro alla fune. Aung San Suu Kyi e i generali
Dal 6 all’8 maggio si è tenuto a Cebu nelle Filippine il 48º Summit ASEAN-l’associazione dei paesi del sud-est asiatico- e la questione Myanmar era inclusa nelle discussioni. Fin dall’apertura del Summit, l’inviata speciale dell’ASEAN per il Myanmar, la ministra degli esteri filippina Theresa Lazaro, ha chiesto di poter incontrare la leader birmana e che anche alla sua famiglia sia concesso di vederla. Una maggiore trasparenza sulle sue condizioni di detenzione rappresenterebbe un segnale concreto di impegno verso la riconciliazione nazionale. L’appello è finora stato ignorato dalla giunta. Questa richiesta, infatti, pone una sfida al presidente in carica, Min Aung Hlaing, il quale ha mandato in prigione Aung San Suu Kyi con delle accuse prefabbricate. Come può permettere a degli inviati speciali o ai ministri degli esteri, di incontrarla, lei che sa la verità? L’Assemblea ha evitato di riconoscere formalmente le ultime elezioni che si sono tenute a gennaio in Myanmar e a cui ha fatto seguito l’auto proclamazione come presidente di Min Aung Hlaing. Il paese continua a versare in condizioni terribili, è in corso una vera e propria crisi umanitaria. Il programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (WFP) ha avvertito che i livelli di fame nel paese hanno raggiunto livelli inaccettabili, dove bambini e madri sopravvivono con diete estremamente povere, spesso limitate a riso o zuppe acquose. Il rapporto tra la leader birmana e i generali Fin dal 1988, ricorda l’editorialista senior Kyaw Zwa Moe, i giornali internazionali avevano coniato l’espressione “La bella e la bestia” per descrivere il rapporto tra Aung San Suu Kyi e i generali che la perseguitavano, un rapporto che può essere descritto come un perenne tiro alla fune. Dietro l’espressione la Bella sicuramente c’è lei, ma per estensione, anche tutti i birmani che credono nella democrazia, i diritti umani e la giustizia. La “Bestia”, sono i generali che li hanno brutalmente e incessantemente oppressi in questa lunga lotta tra il popolo birmano e i militari, per portare la democrazia e far cadere la dittatura che imperversa da più di sessant’anni. Aung San Suu Kyi ha affrontato per 38 anni l’imprigionamento, le molestie, incessanti attacchi, attentati alla sua stessa vita, tuttavia è rimasta sempre salda. Nel frattempo, i generali perseguitavano studenti, attivisti e politici. Nel 1991 hanno addirittura costretto i leader del suo partito ad estrometterla dal partito (NLD), pena la chiusura definitiva del partito, e così fecero a malincuore i suoi compagni, con l’assenso della stessa leader. I generali hanno manipolato l’opinione pubblica internazionale all’infinito con i loro trucchi. Il loro ultimo inganno è datato 30 aprile 2026: proclamare il suo confinamento agli arresti domiciliari un atto di clemenza, quando invece si tratta di imprigionamento sotto mentite spoglie. Lo stesso annuncio è l’espressione della loro malizia politica: essere confinata agli arresti domiciliari vuol dire essere rinchiusa nella propria casa, invece lei è rinchiusa in una “residenza designata”, cioè imprigionata. Aung San Suu Kyi è da sempre una spina nel fianco dei generali: non potevano tenerla imprigionata all’infinito, ma non potevano nemmeno lasciarla libera. Ad un certo punto hanno pensato di liberarsene, cacciandola dal paese e nel 1999, quando il marito chiese ripetutamente di poter vedere la moglie glielo rifiutarono e invece offrirono a lei la possibilità di raggiungerlo in Inghilterra ad Oxford. Ma non avrebbe più potuto rientrare in Birmania. Lei rifiutò per rimanere accanto al suo paese, e il marito morì senza che si potessero vedere per un’ultima volta. Oggi come oggi è stata in prigione per un totale di 2000 giorni, trattata come una criminale, da cinque anni negate le visite agli avvocati e alla famiglia. È stata spesso paragonata al grande Nelson Mandela, ma in realtà il suo destino è diverso: Nelson Mandela venne liberato dopo 27 anni di prigione mentre lei fu arrestata tre volte, rilasciata tre volte solo per essere imprigionata di nuovo. Nelson Mandela dopo quattro anni dalla liberazione, divenne presidente del Sudafrica dimostrando che il paese era veramente in una via di riconciliazione nazionale. Aung San Suu Kyi quattro anni dopo essere stata eletta Consigliera di Stato, è stata nuovamente imprigionata interrompendo il processo democratico. La verità è che questo paese non ha mai avuto delle vere riforme, i generali, non sono mai veramente cambiati. La Birmania non ha vissuto un momento di vero cambiamento e riconciliazione come è accaduto in Sudafrica. Nemmeno nel 2016, quando la Lega nazionale per la democrazia (NLD) ha formato il primo governo, i generali hanno smesso di governare il paese, cosa che l’Occidente non ha capito e il suo aver girato le spalle alla Consigliera di Stato, l’ha esposta all’arresto e ha posto fine a quel poco di democrazia. “La battaglia per la democrazia è ancora molto lunga e il Myanmar è oggi in mano a un manipolo di generali spietati” sono le parole del direttore editoriale del Irrawaddy Kyaw Zwa Moe “Aung San Suu Kyi verrà liberata solo quando la giunta ne vedrà una convenienza”. Fiorella Carollo
May 15, 2026
Pressenza
Verità sotto tiro
In occasione della giornata mondiale dedicata alla libertà di stampa, il 3 maggio, le ambasciate di Inghilterra e Olanda hanno chiesto la libertà per tutti i giornalisti e lavoratori dei Media imprigionati in Myanmar. Hanno poi sottolineato come la libertà di stampa sia gravemente compromessa in quel paese, gli organi di stampa sono costretti a chiudere e i lavoratori della stampa portano avanti il loro lavoro eroicamente, sopportando pressioni e minacce. “Le prigioni sono un barometro della libertà: vuoi sapere se un paese è libero? Guarda alle sue prigioni. Più persone vengono imprigionate per le loro convinzioni meno libertà è presente in quella società” dice il direttore del Irrawaddy.  Fino a poco fa il Myanmar era in cima alla lista dei paesi con il maggior numero di prigionieri politici – sorpassato solo dall’Egitto e dalla Siria- tra loro ci sono studenti, dottori, insegnanti, avvocati, monaci, giornalisti e cittadini ordinari che si sono rifiutati di inchinarsi all’oppressione. Per questa ragione la giunta ha cominciato a camuffare i capi d’accusa per diminuire il numero dei prigionieri politici ufficiali. Per quanto riguarda la libertà di stampa, le cose non vanno meglio secondo il rapporto sulla libertà di stampa mondiale del 2026, rilasciato da Reporters Without Borders, la libertà di stampa nel mondo è scesa ai suoi livelli minimi negli ultimi 25 anni con più di metà dei paesi che si trovano in condizioni difficili o molto serie. Il Myanmar si trova agli ultimi posti di questa classifica al 166º posto su un totale di 180 paesi appena al di sopra del Vietnam. Reporters Without Border nota che il giornalismo in Birmania porta con sé un rischio significativo di essere torturati, imprigionati o addirittura assassinati. Il paese è diventato una delle più grandi prigioni nel mondo per i giornalisti, è sorpassato solo dalla Cina. Dal colpo di Stato del 2021 la giunta militare ha imprigionato duecento giornalisti e di questi 47 sono tuttora nelle loro prigioni su un totale di 31.000 persone arrestate e/o detenute, secondo quanto raccolto dall’associazione per l’assistenza per i prigionieri politici (AAPP). Quello che deve finire è “la cultura delle prigioni” dice l’attuale direttore del giornale birmano in esilio Irrawaddy, lui stesso imprigionato per otto anni dal 1991 al ‘99 come studente nelle dimostrazioni pro democrazia del 1988, poi giornalista.  La storia stessa di questo quotidiano è paradigmatica dello stato della libertà di stampa nel paese: fondato nel 1993 in esilio, torna in patria con l’apertura democratica del Myanmar nel 2012, di nuovo in esilio dopo che nel giugno del 2022 il suo editore viene condannato a cinque anni di prigione a causa di un articolo-denuncia in un caso di corruzione che vedeva implicato quello che è oggi l’attuale presidente autoproclamato Min Aung Hlaing. Da allora i suoi giornalisti hanno dovuto darsi alla macchia o fuggire all’estero. L’Irrawaddy oggi pubblica dalla Thailandia, stessa traiettoria per il noto organo di stampa DVB (Democratic Voice of Burma), fondato a Oslo nel 1992 da giornalisti esiliati birmani per contrastare la propaganda della giunta militare, torna in Birmania con l’apertura democratica del 2012 per riuscire con il colpo di Stato del 2021, opera dalla Norvegia mentre alcuni dei suoi giornalisti sono all’interno del Myanmar e operano alla macchia.  Il quotidiano Mizzima, fondato da due studenti del movimento pro democrazia del 1988 in India fin dagli anni Novanta, si appoggia a giornalisti locali che vivono in Myanmar o in esilio ai suoi confini. Fiorella Carollo
May 4, 2026
Pressenza
Aung San Suu Kyi: la donna più temuta dai generali è di nuovo libera
Aung San Suu Kyi, la leader birmana premio Nobel per la Pace, ha qualcosa che i generali non hanno mai avuto: è legittimata dal mandato che il popolo le ha conferito per governare il paese. I generali invece non sono mai stati eletti e agli occhi del popolo non hanno alcuna autorità riconosciuta. Nel suo primo discorso politico il 26 agosto del 1988, una donna quarantatreenne digiuna di politica che fino a poche settimane prima viveva a Cambridge con il marito e due figli, gettata nella mischia dai capi della rivolta che le chiesero in virtù del suo lignaggio come figlia dell’eroe nazionale dell’indipendenza birmana di mettersi a capo della rivoluzione, ebbe l’ardire di definire l’insurrezione popolare in corso dall’ottobre agosto, la “seconda lotta di indipendenza” e da quel momento entrò in politica. Il suo messaggio politico da allora è stato di sfidare diligentemente ogni autorità e ordine ingiusto. Incoraggiava le persone ad impegnarsi in una resistenza politica nonviolenta. Il suo goal politico è sempre stato chiaro e apertamente dichiarato: rovesciare il regime dittatoriale e stabilire un ordine democratico per assicurare uguali diritti e dignità in uno stato confederato.  Proprio grazie all’insurrezione generale dell’agosto 1988 la consapevolezza degli ideali democratici tra i birmani da allora è aumentata in modo significativo. Per questa ragione i generali la misero agli arresti domiciliari già dal 20 luglio 1989. Da allora sono passati più di trentacinque anni e venti di questi Aung San Suu Kyi li ha passati agli arresti domiciliari se non proprio in prigione come questi ultimi cinque. Ma oggi finalmente è arrivata la notizia che tutti aspettavamo: questa notte è stata liberata e portata in “una casa”, sicuramente agli arresti domiciliari. Speriamo di avere presto sue notizie. Fiorella Carollo
April 30, 2026
Pressenza
Non l’hanno liberata, ma Aung San Suu Kyi è viva?
No, non l’hanno liberata. La giunta militare del Myanmar che ha posto fine a un decennio di quasi democrazia con il colpo di stato del 1° febbraio 2021 in quello stesso giorno imprigionò la Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi e il presidente democraticamente eletto U Win Myint. Nei giorni scorsi, Min Aung Hlain, il Presidente autoproclamato del nuovo governo militare del Myanmar, ha annunciato che in occasione della tradizionale amnistia per il primo dell’anno birmano che ricorre il 17 aprile, verranno liberati più di 4.000 detenuti- di questi solo 290 sono detenuti politici. Ma lei non c’è. Hanno rilasciato di prima mattina il presidente eletto U Win Myint e con il passare delle ore è diventato sempre più chiaro che la consigliera non era tra i detenuti liberati; non si sa se verrà nuovamente posta agli arresti domiciliari, come molti sperano. Il figlio più giovane di Aung San Suu Kyi, Kim Aris, il 19 aprile ha lanciato l’ennesima appello perché la giunta dia notizie sulle condizioni di salute della madre. In questi giorni sui social media giovani birmani  attivisti per i diritti civili hanno lanciato la campagna  “Proof of Life”: chiedono di fornire prove che la Consigliera di Stato sia ancora viva. Il 19 giugno compirà 81 anni. Da quando è stata arrestata la Cina ha fatto rinnovate richieste di poterla incontrare, ma senza successo. L’ultima notizia risale al 2023, quando il Ministro degli Esteri thailandesi disse che gli era stato concesso un incontro di un’ora con lei e ne diede conto in un incontro dell’ASEAN nel luglio di quell’anno. Agli appelli sul suo rilascio si sono aggiunti quelli ufficiali dell’ambasciata inglese a Yangon e quello della rappresentante per gli affari esteri dell’Unione Europea, ma è evidente che l’Europa non è più interessata alle vicende di quella che considera una ex “paladina dei diritti umani”. Ignora che è proprio grazie ad Aung San Suu Kyi se generazioni di birmani hanno conosciuto prima e abbracciato poi le politiche dei diritti umani e sempre grazie a lei, dopo il colpo di Stato del 1° febbraio 2021 hanno dato vita a quel movimento nonviolento, unico nel suo genere oggi nel mondo, di difesa dei diritti umani, diventato la spina dorsale della Resistenza e che il 1° febbraio 2026 ha compiuto cinque anni: il Movimento di Disobbedienza Civile (CDM). Le reazioni si sono fatte sentire soprattutto in Asia, in particolare l’appello per il suo immediato rilascio dal Paese in carica per la presidenza dell’ASEAN (Association of South East Asia Nations), le Filippine. Il Myanmar è stato bandito dall’ASEAN a causa del continuo stato di violenza in cui versa il Paese e del suo rifiuto di rilasciare i numerosi prigionieri politici. Ciò nonostante, proprio in questi giorni Ming Aung Hlaing, in vesti civili, dismesse quelle di generale dell’esercito da quando si è proclamato Presidente, ha chiesto di poter tornare a far parte dell’ASEAN, nel tentativo di legittimare se stesso e il suo governo di militari. Questa richiesta fa parte del percorso in cui da qualche tempo si trova il Myanmar, una road map disegnata del suo potente partner commerciale, la Cina. Ma su di lui e altri undici membri del suo governo, pendono rinnovate sanzioni per crimini di guerra della Corte Penale Internazionale (ICP) e le accuse di genocidio in corso presso la Corte di Giustizia Internazionale (ICJ).     Fiorella Carollo
April 23, 2026
Pressenza
[entropia massima] Emergenza zero
Puntata 27 di EM, quinta del ciclo Emerrgenza Zero, parliamo del terremoto del Myanmar dello scorso 28 marzo con Carlo Doglioni, geologo, ordinario alla Sapienza, ex presidente dell’Istituto Nazioinale di Geofisica e Vulcanologia.
June 16, 2025
Radio Onda Rossa