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La Campania che cresce e non converge, Il benessere che manca
Secondo di due articoli sulla Campania nel 2025, fondati sul Rapporto annuale della Banca d’Italia “L’economia della Campania” (giugno 2026). Se l’occupazione cresce ma resta fragile, quali effetti produce sulle condizioni di vita delle famiglie? Redditi, povertà, welfare e benessere raccontano una regione che migliora, ma continua a inseguire la media nazionale. Il primo articolo di questo dittico ha documentato, dati alla mano, che il mercato del lavoro campano cresce per flussi ma non per struttura: più occupati nel 2025, ma salari reali erosi nel lungo periodo, tasso di occupazione lontanissimo dalla media nazionale, NEET al doppio del dato italiano. Questo secondo articolo racconta cosa produce quella struttura quando si misura il suo effetto sulle condizioni di vita delle famiglie. Il rapporto annuale della Banca d’Italia sull’economia campana, pubblicato nel giugno 2026, offre su questo terreno una documentazione di rara precisione. Il reddito disponibile lordo pro capite delle famiglie campane nel 2024 — ultimo anno con dati Istat definitivi — era di circa 17.200 euro, quasi un quarto in meno della media nazionale. Nel 2025 è cresciuto in termini reali dell’1,5%, più della media italiana (0,9%). Anche qui vale l’avvertenza già formulata per l’occupazione: crescere più velocemente della media quando si parte da un livello inferiore di un quarto non significa convergere, ma inseguire. E l’inseguimento, a questo ritmo, richiede decenni. La spesa familiare media mensile in Campania nel 2024 era di 2.100 euro, circa tre quarti di quella italiana. I consumi nel 2025 sono cresciuti dell’1,1% in termini reali, in linea con la media nazionale: anche qui la crescita c’è, ma parte da lontano. C’è un dato apparentemente positivo che il rapporto registra e che richiede una lettura attenta. L’indice di Gini — misura sintetica della disuguaglianza nei consumi — è in Campania pari a 0,29, inferiore al valore nazionale di 0,31. Anche il rapporto tra il 20% più ricco e il 20% più povero è inferiore alla media italiana: 4,2 contro 4,9. Ma la lettura può essere fuorviante: la minore disuguaglianza interna non deriva necessariamente da una redistribuzione riuscita, bensì da una compressione verso il basso. L’intera distribuzione campana è spostata verso livelli di spesa inferiori rispetto a quelli nazionali e le distanze interne risultano minori perché i valori più elevati sono meno elevati. La Campania appare più uguale nel modo in cui lo è una regione in cui la ricchezza è diffusamente assente, non diffusamente condivisa. La povertà relativa colpisce il 21% delle famiglie campane, contro l’11% della media italiana. Quasi il doppio. I dati sulla povertà assoluta, disponibili a livello di macroarea per il 2024, indicano che nel Mezzogiorno circa il 10,5% delle famiglie e il 12,5% degli individui presenta una spesa inferiore al livello minimo considerato essenziale. La distribuzione delle famiglie campane lungo i quinti di spesa nazionali mostra una marcata concentrazione nei primi due quinti, quelli con i livelli di consumo più bassi. In questi segmenti pesano maggiormente le famiglie con minori, quelle con componenti stranieri e quelle in cui la persona di riferimento possiede un basso titolo di studio. La povertà campana ha quindi un profilo demografico preciso: colpisce i bambini, colpisce chi è immigrato, colpisce chi ha minori opportunità formative. Non è una povertà distribuita casualmente, ma stratificata lungo le stesse linee di fragilità che attraversano l’intero Paese, amplificate da un contesto strutturalmente più debole. Su questo sfondo si innestano le misure di sostegno al reddito, che il rapporto documenta con dettaglio. L’Assegno di Inclusione (AdI), introdotto a inizio 2024 in sostituzione del Reddito di Cittadinanza, ha raggiunto nel 2025 poco più di 197.000 nuclei familiari campani, coinvolgendo quasi 528.000 persone. La quota di beneficiari residenti è salita al 9,5% della popolazione, contro il 7,2% della media del Mezzogiorno. La Campania presenta una concentrazione di destinatari dell’AdI superiore persino alla media meridionale: non è un primato, ma una misura della profondità del bisogno. L’importo medio mensile è salito a 819 euro dai 660 del 2024, per effetto dell’innalzamento delle soglie ISEE introdotto dalla legge di bilancio 2025. Più famiglie e importi più elevati: le modifiche normative hanno ampliato la platea. Ma l’ampliamento della platea dell’AdI non rappresenta di per sé un segnale di efficacia delle politiche di contrasto alla povertà: indica piuttosto che il numero di persone in difficoltà era più ampio di quanto la soglia originaria riconoscesse. Il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL), destinato ai soggetti considerati occupabili esclusi dall’AdI, ha raggiunto in Campania 48.000 individui, pari all’1,6% della popolazione tra i 18 e i 59 anni, contro lo 0,6% della media nazionale. Quasi tre volte tanto. Questo dato non suggerisce necessariamente una maggiore efficienza delle politiche attive regionali, ma segnala una distanza strutturalmente più profonda dal mercato del lavoro. I beneficiari campani dell’SFL hanno percepito il beneficio per una media di 4,7 mesi: nella maggior parte dei casi il percorso di formazione e accompagnamento non si è tradotto rapidamente in un’occupazione stabile. L’Assegno Unico e Universale ha raggiunto 674.000 famiglie campane nel 2025, con circa 1 milione e 90 mila figli beneficiari. L’importo medio mensile per figlio, pari a 186 euro, è leggermente superiore alla media italiana (173 euro), perché in Campania il 67% dei figli destinatari appartiene a nuclei con ISEE fino a 17.227 euro, contro il 51% registrato a livello nazionale. La componente economicamente fragile è dunque molto più ampia. Il bonus asili nido raggiunge il 25,5% dei bambini sotto i tre anni, contro il 32,8% italiano: un divario che non dipende esclusivamente dal reddito, ma anche dalla minore capacità dei servizi territoriali di soddisfare la domanda. La valutazione sintetica più sistematica proposta dal rapporto è quella degli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile (BES), elaborati dall’Istat. La Banca d’Italia costruisce un indice composito, denominato r-BES, che aggrega dodici domini in quattro macro-ambiti: economia e lavoro, relazioni e istituzioni, capitale umano e sociale, qualità del contesto e ambiente. La Campania si colloca sotto la media nazionale in tutti e quattro gli ambiti. Il divario più marcato riguarda il capitale umano e sociale, dove incidono condizioni di salute peggiori, livelli di istruzione inferiori e competenze giovanili più deboli. Seguono economia e lavoro, con indicatori occupazionali e reddituali che riflettono quanto già descritto, e relazioni e istituzioni, ambito nel quale la regione soffre soprattutto negli indicatori relativi alle relazioni sociali e alla valorizzazione del patrimonio culturale come fattore di sviluppo. Il rapporto registra però anche un elemento positivo che merita attenzione. Tra il 2018 e il 2024 l’indice r-BES campano è migliorato del 24,7%, più del doppio della crescita nazionale (12,1%) e sensibilmente oltre il dato del Mezzogiorno (21,2%). Il recupero è reale. Non si tratta di una narrazione politica, ma di una misurazione statistica. La Campania migliora più rapidamente della media in quasi tutti gli ambiti del benessere. Il problema è che questo recupero parte da una distanza tale dalla media nazionale che anche un ritmo di crescita superiore richiede ancora molti anni per colmare il divario. Sul piano provinciale, Benevento, Avellino e Salerno presentano indicatori migliori della media regionale; Napoli e Caserta si collocano al di sotto, pur con Napoli che mostra risultati relativamente migliori nell’ambito delle relazioni e delle istituzioni. Infine, la ricchezza. Alla fine del 2024 la ricchezza netta delle famiglie campane ammontava a 725 miliardi di euro, circa 130.000 euro pro capite: poco più dei due terzi della media nazionale. Ma il dato più significativo è quello di lungo periodo. In termini reali, tra il 2014 e il 2024, la ricchezza netta campana è diminuita del 10,5%. Le famiglie campane non soltanto guadagnano meno: nel corso dell’ultimo decennio sono diventate più povere anche dal punto di vista patrimoniale. Il calo del valore reale delle abitazioni, che rappresentano la componente principale della ricchezza delle famiglie, ha inciso più dell’aumento delle attività finanziarie. E poiché la casa costituisce per moltissimi nuclei l’unica forma di accumulazione patrimoniale disponibile, questa riduzione del valore immobiliare ha eroso anche quella riserva. Il quadro complessivo delineato dal rapporto è quello di una regione in cui le misure di welfare — AdI, SFL, Assegno Unico e bonus energetici — funzionano come ammortizzatori di una povertà strutturale più che come strumenti capaci di eliminarla. Non è un giudizio sulle singole misure, molte delle quali raggiungono effettivamente la popolazione che ne ha bisogno. È una considerazione sulla loro funzione: sostenere chi è in difficoltà, non trasformare le condizioni che producono quella difficoltà. La quota di beneficiari dell’AdI superiore alla media meridionale, l’incidenza dell’SFL quasi tripla rispetto al dato nazionale e una povertà relativa doppia rispetto alla media italiana misurano la distanza che la politica è chiamata a colmare. Una distanza che nessuna misura redistributiva può eliminare da sola senza una trasformazione strutturale del sistema produttivo, del mercato del lavoro e dei servizi territoriali. La Campania cresce. I dati lo confermano chiaramente e sarebbe scorretto non riconoscerlo. Ma cresce senza convergere. I salari reali si sono indeboliti nel lungo periodo, la povertà relativa resta doppia rispetto alla media nazionale e il benessere multidimensionale continua a essere inferiore in tutti gli ambiti misurabili. Questo non è il racconto di un fallimento totale. È qualcosa di più complesso e insidioso: il racconto di una crescita parziale che tende a legittimarsi attraverso i propri indicatori migliori, mentre quelli più problematici restano sullo sfondo, meno visibili, meno comunicati, ma non per questo meno reali. FONTI * Banca d’Italia – L’economia della Campania (giugno 2026) * ISTAT – Indagine sulle spese delle famiglie * ISTAT – Benessere Equo e Sostenibile (BES) * INPS – Assegno di Inclusione * INPS – Supporto per la Formazione e il Lavoro * INPS – Assegno Unico e Universale Francesco Russo
June 20, 2026
Pressenza
La diseguaglianza e la potenza – di Cristina Morini
Cristina Campo scrive che esistono due mondi, lei viene dall’altro. “Mondo celato al mondo”, ecco perché non a tutti e tutte è dato comprendere. “Compenetrato” ma allo steso tempo “ignoto” al mondo. Cosicché per arrivarci davvero bisogna avere il desiderio e il coraggio di farsi attraversare dalla resistenza incarnata da una materia altra[1]. In [...]
March 3, 2026
Effimera
Istat: i prezzi degli alimentari corrono molto più veloce dell’inflazione media
Tra l’ottobre 2021 e l’ottobre 2025, gli italiani hanno affrontato un’impennata dei prezzi alimentari del 24,9%, un aumento di quasi l’8% superiore a quello dell’indice generale dei prezzi al consumo armonizzato, che si è ‘fermato’ al 17,3%. Lo rileva l’Istat, che identifica la causa principale nello shock dei prezzi dell’energia […] L'articolo Istat: i prezzi degli alimentari corrono molto più veloce dell’inflazione media su Contropiano.
November 17, 2025
Contropiano
Napoli, stop alle “zone rosse”: cittadini e giuristi vincono contro i provvedimenti repressivi
Il TAR annulla le ordinanze prefettizie che delimitavano aree a regime speciale di sicurezza. Il Coordinamento denuncia: “La sicurezza urbana non si costruisce con misure emergenziali, ma con politiche sociali e partecipazione”. -------------------------------------------------------------------------------- I FATTI A dicembre 2024, il Prefetto della Provincia di Napoli ha istituito, per un periodo di tre mesi, le cosiddette “zone rosse”: aree della città in cui vige un regime speciale di sicurezza, con divieto di stazionamento per coloro che siano stati segnalati per alcuni reati e che assumono atteggiamenti aggressivi, minacciosi o insistentemente molesti, tali da determinare un pericolo concreto per la sicurezza pubblica e ostacolare la libera e piena fruibilità di quelle aree. L’ordinanza (n. 505525 del 31 dicembre 2024) viene poi prorogata per ben due volte, l’ultima il 30 giugno 2025. La misura è finalizzata a implementare la sicurezza della cittadinanza in alcune aree della città, sulla base dell’art. 2 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, che attribuisce all’Autorità di Pubblica Sicurezza il potere di adottare misure indispensabili per la tutela dell’ordine pubblico. I reati indicati sono spaccio di stupefacenti, lesioni, reati predatori, detenzione abusiva di armi e altri; sono invece esclusi l’omicidio e le molestie a sfondo sessuale. Il provvedimento si presenta dunque come misura straordinaria, ma soprattutto istituisce confini all’interno della città. LA REAZIONE È questo aspetto, in particolare, a destare preoccupazione in alcuni componenti della società civile. Nasce così un coordinamento di giuristi, abitanti, associazioni e spazi politici che temono una cristallizzazione delle divisioni sociali attraverso l’uso spinto di provvedimenti speciali. Il 13 marzo si riuniscono in un’assemblea pubblica presso lo Zero81 – laboratorio di mutuo soccorso. I componenti del Coordinamento – si legge nel primo comunicato – affermano che tali atti sono lesivi delle libertà fondamentali sancite dall’ordinamento democratico, senza garantire una migliore vivibilità della città. Pur riconoscendo che la sicurezza è un tema concreto che incide sulla qualità della vita degli abitanti e di chi attraversa lo spazio urbano, osservano che i problemi sociali vanno affrontati con interventi preventivi su servizi, istruzione, sanità, lavoro e casa, e non risolti attraverso modalità repressive. Il timore principale è che il provvedimento colpisca categorie sociali ed economiche marginali, come i migranti. Per questo viene lanciata una campagna informativa nei quartieri interessati. Alla campagna aderiscono A Buon Diritto Onlus, attiva dal 2001 per la tutela dei diritti fondamentali e l’assistenza a persone private della libertà, e ASGI, associazione nata nel 1990 che riunisce avvocati e giuristi esperti di immigrazione, asilo e cittadinanza. Particolarmente critica è la posizione dei consiglieri della II Municipalità Chiara Capretti e Pino De Stasio, che evidenziano il mancato rispetto del principio di sussidiarietà. A loro si aggiunge la voce del professore Alberto Lucarelli che, in un articolo del Corriere del Mezzogiorno del 16 aprile 2025, si dichiara sostenitore della campagna, sottolineando che, in base al provvedimento, gli agenti possono ordinare l’allontanamento anche solo a persone destinatarie di una denuncia o di una segnalazione per reati minori. “Per la presunzione di pericolosità – scrive Lucarelli – non è richiesta neppure una sentenza di primo grado. Emergono caratteristiche da stato di polizia: la gestione ordinaria dell’ordine pubblico si trasforma in permanente gestione dell’emergenza, utilizzando con enorme discrezionalità provvedimenti repressivi che mirano soprattutto a garantire il decoro urbano. L’ordinanza del Prefetto e le sue proroghe si presentano come repressive e liberticide e, tra l’altro, non sono pensate come reale controllo del territorio contro reati riconducibili alla criminalità organizzata”. I PRIMI DATI Il 7 aprile il Ministero dell’Interno ha pubblicato i risultati dei controlli effettuati fino al 31 marzo in applicazione dell’ordinanza: a Napoli, su un totale di 81.235 persone controllate, risultano 120 ordini di allontanamento, di cui 10 a carico di stranieri; a San Giorgio a Cremano, su 4.976 persone controllate, un solo ordine di allontanamento. Secondo la Prefettura, “i dati evidenziano i positivi risultati raggiunti al fine della prevenzione e del contrasto alla criminalità e a ogni forma di illegalità. Infatti, alla scadenza dei provvedimenti adottati per Napoli, Castellammare di Stabia, Pompei, Pozzuoli e San Giorgio a Cremano, il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, presieduto dal Prefetto Michele di Bari, ne ha disposto la proroga per ulteriori tre mesi. Non si esclude l’adozione di analoghi misure per altre comuni dell’area metropolitana”. IL BRACCIO DI FERRO TRA ASSOCIAZIONI E PREFETTURA Le associazioni non concordano e si preparano alla battaglia giuridica. Il 4 giugno viene depositato ricorso al TAR di Napoli dagli avvocati Stella Arena (Foro di Nola) e Andrea Eugenio Chiappetta (dottorando in Diritto costituzionale presso l’Università Federico II). Ricorrenti: ASGI, A Buon Diritto, residenti, cittadini, associazioni e consiglieri della II Municipalità. Il 17 giugno il TAR rigetta il ricorso, poiché l’ordinanza era in scadenza, attestandone però la fondatezza, ravvisando un difetto nell’esercizio di potere. Le associazioni tornano alla carica e, con la seconda proroga, ripresentano ricorso per motivi aggiunti. Il 22 luglio il TAR emette una sentenza di annullamento, riconoscendo che “difettano i presupposti per l’esercizio di potere e risulta comunque violato il principio per cui i provvedimenti contingibili e urgenti devono avere durata limitata nel tempo”. Il Prefetto, in una dichiarazione alla stampa, afferma di rispettare la pronuncia ma annuncia che “la sentenza sarà appellata innanzi al Consiglio di Stato”. GLI SVILUPPI Il Coordinamento No Zone Rosse Napoli continua il suo lavoro. La decisione della Prefettura di adottare nuove misure straordinarie relative ad altre zone della città – come lungomare e Coroglio – viene definita dai giuristi una forzatura, che rischia di trasformare Napoli in una città a spazi controllati e libertà ridotti, con provvedimenti eccezionali reiterati che il Tribunale ha già dichiarato illegittimi. Il 5 settembre si è svolta una nuova assemblea a Zero81 (Largo Banchi Nuovi, Napoli) per denunciare – si legge nel comunicato diffuso sul profilo Instagram @nozonerosse.napoli – l’uso distorto dei poteri prefettizi, l’assenza di trasparenza nelle ordinanze e per riaffermare che la sicurezza urbana non si costruisce con zone rosse, ma con politiche sociali, partecipazione democratica e cura dei territori. Il Coordinamento rivolge anche un appello al sindaco Gaetano Manfredi: chiarire se intenda governare una città aperta, inclusiva e rispettosa della Costituzione o condividere logiche emergenziali che limitano lo spazio pubblico. Il team legale annuncia nuove impugnazioni: “La Costituzione non ammette scorciatoie sui diritti”. ALCUNE RIFLESSIONI Questa vicenda non è solo una questione giuridica per addetti ai lavori: sono in gioco principi fondamentali. Il primo riguarda il rapporto fra Stato e territorio: la sicurezza nello spazio pubblico va garantita, ma nel rispetto dei diritti costituzionali. L’attuazione di regole di convivenza civile non dovrebbe essere affidata alla discrezionalità di poteri straordinari, come accade quando problemi endemici di ordine pubblico vengono affrontati con strumenti emergenziali invece che con politiche sociali mirate. C’è poi il nostro rapporto con la città: come la viviamo? come vengono trattati i bisogni collettivi dalle istituzioni? E i disagi delle categorie più fragili, come le persone a marginalità economica e sociale, o la questione abitativa? Se sicurezza e decoro diventano le uniche priorità, la città rischia di essere trattata come un luogo da abbellire, dimenticando che – soprattutto a Napoli, come ricorda l’UNESCO – il vero patrimonio è rappresentato dalle persone che la abitano. -------------------------------------------------------------------------------- FONTI * Prefettura di Napoli – Esiti controlli zone rosse, 31/0 * Fanpage, 30 luglio 2025 * Corriere del Mezzogiorno , 16 aprile 2025 (articolo di Alberto Lucarelli) Redazione Napoli
September 6, 2025
Pressenza
Modello Milano: il crimine è la rigenerazione urbana liberista
di Marco Bersani  “Non mi riconosco nella lettura della città che la Procura sta ricostruendo”. Così il Sindaco Sala ha commentato le indagini della magistratura che hanno portato al coinvolgimento di 74 persone tra politici, tra cui lo stesso Continua a leggere L'articolo Modello Milano: il crimine è la rigenerazione urbana liberista proviene da ATTAC Italia.
July 18, 2025
ATTAC Italia
Ladri di futuro
di Marco Bersani * *articolo pubblicato su il manifesto del 12 luglio 2025 per la Rubrica Nuova finanza pubblica Viviamo in Paese nel quale il 23,1% della popolazione (dati Istat 2024) si trova in almeno una delle seguenti condizioni: a Continua a leggere L'articolo Ladri di futuro proviene da ATTAC Italia.
July 12, 2025
ATTAC Italia