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A Roma le fontane sono itineranti
Sono tante le fontane romane che sono state spostate dalla sede originaria per motivi diversi. Alcune a seguito degli sventramenti come quella di piazza Scossacavalli ora davanti la Chiesa di Sant’Andrea della Valle o la fontana rionale nei pressi del Vaticano ora sulla via Cassia. C’è poi la fontana dell’Acqua Paola di Sisto V, oggi a piazza Trilussa, che era a via del Pellegrino, alla fine di via Giulia.  E anche la fontana di piazza del Popolo che prima della sistemazione del Valadier fu spostata al Gianicolo a  San Pietro in Montorio per finire definitivamente installata a Piazza Nicosia dove finalmente zampilla in pace. La fontana del Leone costruita nel 1579 e collocata in via di Panico oggi si trova in piazza San Salvatore in Lauro. Lo spostamento fu dovuto agli sventramenti e al riassetto urbanistico della zona. La fontana che oggi vediamo a  via Goffredo Mameli un tempo era nei giardini della distrutta villa Montalto all’Esquilino. > Ma lo spostamento recente di una fontana nel centro di Roma ha una > particolarità. Siccome le offese fatte alla città non vengono mai sole, e anzi l’una tira un’altra come le ciliegie, al grande obbrobrio della distruzione di piazza della Chiesa Nuova se ne è aggiunto un altro, un obbrobrio minore ma collegato. Si trovava sulla piazza una cinquecentesca fontana, opera di Giacomo della Porta: francamente non una fontana bellissima, anche perché dovette subire già in tempo antico l’aggiunta di un “coperchio” per impedire che il popolo del mercato la usasse per mettere in fresco la frutta (non sia mai!); così la fontana ebbe dal popolo romano il meritato appellativo di “terrina” (o zuppiera). Fu spostata nel 1889 da piazza Campo de’ Fiori, per far posto alla statua di Giordano Bruno. Degli scalini scendevano sotto il livello della strada per consentire l’afflusso dell’acqua (esattamente come la Barcaccia) e la fruizione comoda dell’acqua da più bocchettoni per gli assetati. > Ebbene ora anche questa fontana non c’è più: per far luogo alla devastante > fermata della Metro C, è stata spostata a piazza dell’Orologio, una piccola > bella piazza con un prezioso lato borrominiano, che risulta a sua volta > devastato da questa ingombrante intrusione. Ma ecco la particolarità che la rende forse unica fra tutte le fontane itineranti: la fontana “terrina” è una fontana senz’acqua! Ora è innalzata sopra la piazza, con i bocchettoni ancora visibili ma otturati, e nessuna acqua da nessuna parte. Ora è veramente solo un brutto monumento a una Terrina. Si potrebbe dire che una fontana senz’acqua è un po’ come la città del sindaco Gualtieri,  senza che nessuno ne controlli e ne blocchi le devastazioni. Comunque chi volesse bere può sempre rivolgersi ai bar a pagamento, che hanno occupato con i dehors e trasformato in spazio privato ciò che un tempo era marciapiede pubblico e passaggio. la copertina è di Rossella Marchini Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo A Roma le fontane sono itineranti proviene da DINAMOpress.
October 1, 2026
DINAMOpress
“Io ero la numero 5”
Io ero la numero 5. Racconti di donne palestinesi nelle carceri israeliane è una lettura necessaria, direi indispensabile. Il popolo palestinese sta subendo un vero e proprio genocidio ad opera dell’entità sionista “israele”. Numerose sono le vere e proprie armi di guerra usate dall’occupazione: fame, siccità, distruzione del patrimonio culturale, […] L'articolo “Io ero la numero 5” su Contropiano.
September 25, 2026
Contropiano
CPR: nessuna persona è idonea (a essere torturata). La cura non è un reato
Lunedì 21 settembre 2026 ore 18 Piazza San Babila, Milano Che le sempre più frequenti intimidazioni subite dal personale medico chiamato a certificare l’idoneità al trattenimento nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio potessero un giorno cedere il passo a iniziative giudiziarie volte a coinvolgere chi fosse “colpevole” di rilasciare “troppi” certificati con esito negativo, era qualcosa che fino a qualche tempo fa sembrava poter essere relegato a un romanzo distopico. Allora, credevamo nell’autonomia di giudizio del* medic*, quando questo giudizio rimane ancorato ad evidenze oggettive e ai principi fondamentali della materia, oltre che a quelli della deontologia medica. E’ arrivato poi però il caso “Ravenna” della scorsa primavera, a riportarci bruscamente con i piedi per terra, una terra in cui lo Stato pretende di condizionare questi giudizi e di criminalizzarne gli autori quando questi si allontanano dal risultato auspicato: quello di dare un senso ai CPR riempiendoli il più possibile, per giustificarne l’esistenza, l’esigenza e i costi, per così alimentare la propaganda securitaria fondata sulla paura di una perenne emergenza dell’invasione “aliena”. Ma i fatti delle ultime ore, con perquisizioni domiciliari mattutine in tutta Italia, degne dei peggiori criminali e l’imputazione del reato di associazione a delinquere a danno di chi, come il dr. Nicola Cocco, più si è speso ed esposto per denunciare e raccogliere documentazione della patogenicità dei CPR, ha davvero superato il limite dell’immaginazione, oltre che quello della democrazia. E questi fatti richiedono ora una ferma reazione, che in tante e tanti si sentono di condividere con noi. La pretesa di piegare un atto di cura a un atto di polizia non può infatti più essere tollerata. Specie ora che la pressione, con il Patto UE Migrazione e Asilo dello scorso giugno, si è fatta più forte e chiede che con un altro simile atto medico (quello di “screening”) si dia l’avallo formale alla detenzione amministrativa e alla deportazione – anche in Paesi terzi – di chiunque bussi alla fortezza Europa: uomini, donne e bambini. Teniamo però a sottolinearlo: questa pretesa deve essere contestata e arginata non tanto e non solo nell’interesse della categoria medica, nel nome della sua indipendenza, ma nell’interesse di chiunque si auguri di trovarsi ancora in un Paese in cui vengano garantiti i diritti e le libertà fondamentali di ciascun*. E in particolare, e ancor di più, una ferma presa di posizione collettiva deve essere assunta nell’interesse delle migliaia di persone che ogni anno, da quasi 30 anni, grazie a superficiali e frettolose certificazioni della loro pretesa “idoneità” al trattenimento, passano dal tritacarne della detenzione amministrativa e dalla deportazione, nell’indifferenza quasi generale, costrette – solo per il fatto di non essere in possesso di un pezzo di carta che la legge ha reso impossibile acquisire – a immolare tempo della propria vita e la propria salute sull’altare della propaganda securitaria di Stato. Perché quello che questi giorni insegnano è soprattutto questo: che è evidentemente deflagrata l’esigenza, ora più che mai, per chi ci governa, di nascondere quello che sta diventando invece sempre più evidente e noto: i CPR – proprio i “gioielli” di famiglia, fiero paradigma ostentato ed esportato – sono luoghi di sistematica oppressione e violenza psicofisica, nei quali gli abusi strutturali e le violazioni dei diritti fondamentali e della stessa dignità umana si combinano con condizioni di trattenimento disumane e con il sinistro utilizzo di queste strutture quale discarica sociale per le persone più fragili ed emarginate. Utilizzo che ha fatto registrare una vera e propria deriva manicomiale a ogni effetto, se non fosse che non si tratta di luoghi di cura, ma di abbandono e di violenza. Il logorio psicofisico del dubbio, nei detenuti, circa la propria sorte e la durata (e il senso!) di questa prigionia senza reato fanno poi il resto, accendendo fatalmente la miccia della spirale dell’autolesionismo, dei pestaggi e della somministrazione indiscriminata di sedativi, in questi luoghi che possono essere legittimamente definiti patogeni per chiunque vi entri. E che siano patogeni è ormai sostenuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dalla letteratura scientifica, oltre che comprovato da vagonate di cartelle cliniche e testimonianze video e fotografiche. Peraltro, che non vi sia garantito il diritto alla salute l’hanno detto chiaramente, in questi ultimi mesi, persino il Consiglio di Stato e la Corte Costituzionale, restando inascoltati. Il Comitato europeo di Prevenzione della Tortura ha evidenziato nel 2024 gravi criticità, tra cui “la pratica della diffusa somministrazione di psicofarmaci non prescritti alla popolazione trattenuta” e “casi di maltrattamenti fisici e di uso eccessivo della forza da parte del personale di polizia nei confronti di persone trattenute.” In tale contesto, non può meravigliare quindi se un* medic*, anzi tant* di loro, valutando in scienza e coscienza, e in conformità con l’art. 32 della Costituzione e del Codice di Deontologia Medica, possano considerare una o più persone inidonee al trattenimento in CPR. Semplicemente perché la verità (scientifica) è che NESSUNA PERSONA E’ IDONEA (A ESSERE TORTURATA) Sennonché, questa grande scontata ma nascosta verità – che nei CPR si pratichi ormai strutturalmente (da quasi 30 anni e oltre 40 morti) la tortura di Stato e che l’unica soluzione è che vadano chiusi – è quanto di più “pericoloso” possa esserci per chi ha fatto dei CPR il proprio cavallo di battaglia politica. E allora va colpito chi dice, certifica e documenta questa verità. E quale miglior espediente che quello di sbattere il dottore in prima pagina e accusarlo di dire il falso o di organizzarne altri perché altri lo facciano? Ma ormai il re – e soprattutto la regina – sono nudi e chi li ha additati è dalla parte del giusto e non ha nulla da temere. E tutt* noi siamo con loro. Queste le nostre conclusioni, che soprattutto dopo questi giorni, sono sempre più condivise e vanno difese e rivendicate: – Il vero crimine è la violenza di Stato sulle persone migranti: nei CPR, nei cosiddetti “luoghi idonei”, alla frontiera, con le deportazioni, con la clandestinità forzata e con la criminalizzazione. E noi andremo avanti a denunciarlo. – Solidarietà all* medich* coinvolt* dalle perquisizioni e dalle indagini di questi giorni, criminalizzat* per aver detto il vero, sulla base di evidenze scientifiche e principi deontologici e non certo ideologici. – I CPR sono strutturalmente fondati sulla violenza, luoghi irrimediabilmente patogeni e vanno quindi chiusi. Per adesioni (entro le 13 di lunedì): presidio21settembre@gmail.com Per info: noaicpr@gmail.com Mai più lager – NO ai CPR Redazione Milano
September 19, 2026
Pressenza
CPR: ESTATE INFERNALE TRA PROTESTE, AUTOLESIONISMO E DENUNCE DI ABUSI
“Ad agosto si parla sempre meno dei CPR poi, guarda caso, purtroppo le vittime sono molto spesso ad agosto, come nel CPR di Palazzo San Gervasio, ancora una volta, una vittima quest’estate” racconta ai microfoni di Radio Onda d’Urto Teresa Florio della rete Mai più Lager – No ai CPR. Nei CPR, l’estate amplifica una situazione già segnata da proteste, autolesionismo e denunce di abusi: il personale è numericamente ridotto e gli avvocati sono più difficili da raggiungere. Come in Via Corelli, a Milano, dove le proteste non si sono fermate. Negli ultimi mesi infatti sono diventati sempre più frequenti i gesti di protesta che vedono persone arrampicarsi sul tetto del cortile interno, minacciando di buttarsi, a volte dopo essersi procurate ferite. La Rete Mai più Lager – No ai CPR denuncia anche l’utilizzo di pratiche punitive. Tra queste, la cosiddetta “punizione della sedia”: “vieni portato nel corridoio, fuori dall’infermeria, dove ci sono delle sedie che dovrebbero fungere da sorta di sala d’attesa. Lì rimani da solo, anche per sei o otto ore, controllato a vista dagli agenti. Adesso, a parte la sedia, si è aggiunto questo locale adiacente all’infermeria dove c’è un materasso e li vengono buttare le persone che protestano troppo. La novità è che vengono tenuti ammanettati, che sia sulla sedia o nella stanza” racconta Teresa Florio. Al Cpr di via Corelli, inoltre, vengono segnalati ostacoli nell’accesso alla difesa: tra il 24 e il 25 agosto sarebbero state presentate quattro segnalazioni per ritardi o rifiuti nella formalizzazione delle nomine degli avvocati di fiducia. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuta Teresa Florio, della Rete Mai Più Lager – No ai CPR. Ascolta o scarica.
August 31, 2026
Radio Onda d`Urto
Per la prima volta la tratta dei migranti in Tunisia (finanziata dall’UE) finisce in tribunale
La Tunisia, partner di primo livello per l’Italia e l’UE nelle politiche di contenimento dei flussi migratori, sarà chiamata a rispondere davanti a un tribunale internazionale per le sistematiche violenze inflitte alle persone migranti che attraversano il suo territorio per la prima volta nella sua storia. Quattro ricorsi sono stati infatti presentati alla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli di Arusha dall’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e dall’avvocato tunisino Brahim Belguith, per conto di quattro cittadini dell’Africa subsahariana. Le accuse riguardano detenzioni arbitrarie, torture, espulsioni collettive nel deserto, tratta di esseri umani e violenze sessuali. Il procedimento in questione potrebbe protrarsi per anni, ma rappresenta una svolta storica nel riconoscimento giudiziario di abusi sistematici finora documentati solo da organizzazioni umanitarie, agenzie ONU e stampa indipendente. Non si tratta di un processo penale contro singoli funzionari, ma di un giudizio sulla responsabilità internazionale dello Stato. La novità consiste proprio nell’oggetto: la Corte ha già affrontato la deriva autoritaria tunisina, ma non si era mai pronunciata sistematicamente sul trattamento riservato ai migranti stranieri, scenario a cui apre la denuncia in questione. Le sue sentenze sono giuridicamente vincolanti e, in caso di condanna, possono ordinare risarcimenti e misure strutturali per porre rimedio alle violazioni, la cui attuazione viene successivamente monitorata, pur senza disporre di strumenti coercitivi paragonabili a quelli di un ordinamento nazionale. Le storie dei quattro ricorrenti evidenziano, secondo i loro legali, un copione ripetuto che migliaia di altre persone hanno subito. Una donna camerunense, dopo aver tentato la traversata, è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina, detenuta per oltre venti giorni in una gabbia nel deserto insieme a cento persone sottoposte a violenze continue, per poi essere venduta alle guardie di frontiera libiche e subire altri abusi. Un cittadino ivoriano ha denunciato di essere stato pestato con bastoni e cinture, privato dei suoi effetti e lasciato nel deserto, dove due persone del suo gruppo sarebbero decedute. Un guineano sostiene di essere stato deportato verso il confine, detenuto per tredici giorni in un luogo in cui ha assistito a stupri commessi su altre donne detenute – e venduto a trafficanti libici, che lo hanno liberato dopo il pagamento di un riscatto. Infine, un cittadino della Sierra Leone ha visto la sua imbarcazione speronata deliberatamente dalla motovedetta tunisina: molti passeggeri sono annegati, lui è sopravvissuto nuotando, per poi essere ammanettato, picchiato e abbandonato nel deserto con i sopravvissuti. Secondo Amnesty International, dal 2023 la politica migratoria tunisina ha assunto una marcata dimensione razziale. Tra giugno 2023 e maggio 2025 l’organizzazione ha registrato almeno 70 espulsioni collettive, le quali hanno coinvolto oltre 11.500 persone, in gran parte nere: in seguito ad arresti mirati o intercettazioni in mare, a essere condotti nelle aree desertiche al confine con Libia e Algeria, spesso senza acqua né cibo e dopo la confisca degli averi personali, sarebbero state anche donne incinte e bambini. Amnesty ha inoltre documentato vari episodi di tortura e stupro da parte delle forze di sicurezza. La repressione ha investito anche almeno sei ONG: dal maggio 2024, secondo Amnesty, otto operatori e due ex funzionari locali sono stati arrestati arbitrariamente. Nel giugno 2024, le autorità tunisine hanno ordinato la cessazione del ruolo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) nell’esame delle richieste di asilo, eliminando di fatto l’unica via per ottenere asilo nel paese. Questo sistema è stato, nei fatti, rafforzato dalla cooperazione europea. Il memorandum firmato il 16 luglio 2023 ha infatti destinato 105 milioni di euro al controllo delle frontiere e alle intercettazioni in mare. Almeno 65 milioni di questa somma risultavano già contrattualizzati per l’addestramento e l’equipaggiamento della Guardia costiera e il sostegno del centro tunisino di coordinamento dei soccorsi. Secondo i legali dell’ASGI, un’eventuale condanna non provocherebbe l’automatico invalidamento del memorandum e non eliminerebbe la Tunisia dalla lista europea dei Paesi di origine sicuri, ma potrebbe trasformarsi in un fattore rilevante nell’ambito delle controversie sull’utilizzo del Paese come luogo sicuro di sbarco o come Paese terzo sicuro per i migranti che lo hanno attraversato, oltre ad aumentare la pressione politica sulla Commissione UE. The post Per la prima volta la tratta dei migranti in Tunisia (finanziata dall’UE) finisce in tribunale appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 22, 2026
L'INDIPENDENTE
Il poliziotto del Pilastro è “recidivo”
L’agente di polizia coinvolto nella morte di Fakir al Pilastro, sarebbe stato protagonista di un altro episodio che ha provocato lesioni ad una persona fermata lo scorso 10 luglio. Coincidenza vuole che anche in questo caso il “placcato a terra” fosse un cittadino straniero. Insomma, l’ipotesi di una profilazione razziale […] L'articolo Il poliziotto del Pilastro è “recidivo” su Contropiano.
July 22, 2026
Contropiano
L’accordo UE-Tunisia sulla migrazione peggiora le violazioni dei diritti umani
L’Unione Europea (UE) e i suoi Stati membri dovrebbero denunciare pubblicamente le violazioni dei diritti umani in Tunisia e smettere di finanziare le attività abusive di controllo dell’immigrazione, hanno affermato 46 organizzazioni umanitarie e per i diritti umani in una dichiarazione congiunta diffusa oggi. L’appello giunge a tre anni dalla firma, il 16 luglio 2023, del protocollo d’intesa (MoU) tra l’UE e la Tunisia, motivato in gran parte dalla ricerca della cooperazione tunisina per impedire le partenze irregolari di imbarcazioni che trasportano migranti e richiedenti asilo verso l’Europa. Il MoU ha alimentato e normalizzato gravi violazioni dei diritti umani in Tunisia. In alcuni casi, questi abusi hanno persino portato alla morte di persone migranti. Il proseguimento della cooperazione in materia di migrazione con la Tunisia rende l’UE complice delle violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza tunisine, hanno affermato le organizzazioni. Nell’ambito della componente migratoria dell’accordo, l’UE e i suoi Stati membri hanno stanziato 105 milioni di euro per le intercettazioni in mare e le attività di controllo delle frontiere in Tunisia. Almeno 65 milioni di euro sono già stati stanziati per addestrare ed equipaggiare entità responsabili di abusi, in particolare la Guardia Costiera tunisina e il Centro di coordinamento tunisino per il soccorso in mare. “Le persone che abbiamo soccorso da situazioni di pericolo in mare hanno raccontato al nostro equipaggio storie strazianti di torture, violenze sessuali e abusi razzisti subiti in Tunisia”, ha affermato Marie Michel, esperta di politiche presso SOS Humanity. “La Guardia Costiera tunisina, sostenuta dall’UE, agisce con violenza contro le persone in pericolo in mare e le riporta con la forza in un sistema di abusi che comporta un alto rischio di essere deportate nel deserto o verso la Libia. Con ogni euro versato alle forze di sicurezza responsabili, l’UE sta consolidando un sistema di abusi contro persone in cerca di protezione.” Da quando l’accordo è stato firmato, gli organismi delle Nazioni Unite, le organizzazioni per i diritti umani e le organizazzioni umanitarie hanno documentato gravi violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza tunisine nei confronti di rifugiati, richiedenti asilo e migranti, tra cui comportamenti pericolosi e violenti durante le intercettazioni in mare; detenzioni arbitrarie; torture e altri maltrattamenti, compresa la violenza sessuale ed espulsioni collettive verso i Paesi confinanti. La retorica razzista e le pratiche discriminatorie dei funzionari tunisini nei confronti degli africani neri, compresi i cittadini tunisini, hanno alimentato la violenza razzista e il profiling razziale. Le autorità tunisine hanno preso di mira le organizzazioni della società civile che forniscono assistenza indispensabile a rifugiati e richiedenti asilo, ricorrendo anche ad arresti e procedimenti penali. A partire da giugno 2024 hanno sospeso le attività relative all’asilo e le procedure di riconoscimento dello status di rifugiato da parte dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), eliminando di fatto l’accesso all’asilo nel Paese. «Da quando il presidente ha definito la migrazione un “piano criminale volto a modificare la composizione demografica della Tunisia” – discorso che ha preceduto la firma del protocollo d’intesa – i nostri meccanismi di assistenza legale hanno registrato un forte aumento delle richieste da parte di migranti e richiedenti asilo», ha affermato Emma Cabrol, direttrice regionale Euro-Mediterranea di Avocats Sans Frontières. «Queste richieste provengono generalmente da persone arrestate nel corso di operazioni di sicurezza su larga scala in cui i loro diritti non sono stati rispettati, da persone sfrattate con la forza dalle loro abitazioni o sottoposte ad abusi da parte di privati, nonché da richiedenti asilo che incontrano gravi ostacoli nell’accedere alla protezione.» «Le testimonianze che raccogliamo attraverso la nostra assistenza legale rivelano livelli senza precedenti di violenza e vulnerabilità subiti dai migranti in Tunisia, sia da parte di attori statali che non statali. Con l’aggravarsi degli ostacoli nell’accesso all’alloggio, al lavoro e a percorsi sicuri per lasciare il Paese, molti migranti descrivono la loro situazione come una prigione a cielo aperto». Nonostante le gravi preoccupazioni e le raccomandazioni sollevate dal Mediatore europeo e dalla Corte dei conti europea nel 2024, la Commissione Europea non è riuscita a dimostrare che il proseguimento dei finanziamenti, della formazione, della fornitura di attrezzature e del sostegno operativo alle autorità tunisine sia conforme agli obblighi giuridici dell’UE e alle garanzie contenute nei suoi strumenti di finanziamento, hanno affermato le organizzazioni. La cooperazione in materia di migrazione non dovrebbe essere considerata separatamente dal contesto dei diritti umani in Tunisia. Le stesse istituzioni statali tunisine, sostenute da finanziamenti dell’UE e responsabili del controllo delle frontiere e dell’applicazione delle norme sull’immigrazione — in particolare la Guardia Nazionale tunisina e la polizia — sono anche implicate nella repressione in corso contro il dissenso, l’indipendenza giudiziaria e la criminalizzazione delle organizzazioni non governative, in atto dal 2021, quando il presidente Kais Saied ha preso il potere. Le autorità tunisine hanno intensificato gli abusi contro gli oppositori politici, i giornalisti, gli avvocati e le organizzazioni della società civile, ricorrendo anche ad arresti arbitrari, detenzioni, indagini penali, restrizioni amministrative e altre forme di repressione. Nel febbraio 2026, l’UE ha aggiunto la Tunisia a un elenco dei cosiddetti «Paesi di origine sicuri», nonostante le conclusioni di esperti delle Nazioni Unite, di Amnesty International, di Human Rights Watch, dell’Organizzazione mondiale contro la tortura (OMCT) e di giornalisti d’inchiesta secondo cui la Tunisia non è un «luogo sicuro» ai sensi del diritto marittimo. La cooperazione dell’UE in materia di migrazione senza garanzie efficaci, se proseguita, si inserisce in un sistema più ampio di governance autoritaria — e rischia di rafforzarlo e perpetuarlo — hanno affermato le organizzazioni per i diritti umani e umanitarie. «L’UE non può fingere di difendere i diritti umani mentre rafforza la cooperazione con le autorità tunisine responsabili della repressione del dissenso e degli abusi nei confronti dei migranti», ha affermato Friederike Mager, coordinatrice senior per le attività di advocacy presso l’UE di Human Rights Watch. «A tre anni dal suo accordo illegittimo con la Tunisia, l’UE dovrebbe prendere posizione contro le violazioni e porre i diritti umani — non il controllo dell’immigrazione — al centro del proprio impegno, con parametri chiari e conseguenze concrete qualora gli abusi dovessero continuare.»   Redazione Italia
July 16, 2026
Pressenza
Dobbiamo credere che l’IDF abbia violentato prigionieri palestinesi con l’ausilio di cani?
Molti stanno leggendo con orrore e incredulità l’articolo di Nicholas Kristof (1) pubblicato sul New York Times, intitolato Il silenzio che accompagna lo stupro dei palestinesi. È davvero possibile che numerosi prigionieri palestinesi detenuti nelle strutture dell’IDF siano stati sottoposti ad abusi sessuali con l’ausilio di cani? Sembra una storia […] L'articolo Dobbiamo credere che l’IDF abbia violentato prigionieri palestinesi con l’ausilio di cani? su Contropiano.
June 9, 2026
Contropiano