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Israele ha rapito oltre 23.000 palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme dall’inizio del genocidio di Gaza
Palestina occupata. Secondo il Club dei prigionieri palestinesi, le forze israeliane hanno arrestato e rapito oltre 23.000 palestinesi nella Cisgiordania occupata e nella parte orientale di Gerusalemme, dall’inizio del genocidio. L’organizzazione mette in guardia contro l’escalation degli abusi, gli arresti di massa di donne e bambini e le migliaia di persone detenute in regime di sparizione forzata. Il Club dei prigionieri ha affermato che le forze israeliane hanno eseguito oltre 23.000 rapimenti nella Cisgiordania occupata e nella parte orientale di Gerusalemme, dall’inizio del genocidio nella Striscia di Gaza. Il gruppo ha diffuso i dati in una nota che evidenzia un netto aumento delle campagne di detenzione. L’organizzazione ha sottolineato che queste cifre non includono i rapimenti avvenuti a Gaza. Ha affermato che le forze israeliane hanno rapito migliaia di persone anche lì, molte delle quali sono sparite, senza alcuna informazione chiara sul loro destino o sulla loro ubicazione. I dati comprendono tutti i palestinesi rapiti, inclusi coloro che sono ancora detenuti e coloro che sono stati successivamente rilasciati. Le forze israeliane hanno rapito persone dalle loro case, ai posti di blocco militari o dopo averle costrette ad arrendersi sotto pressione. In alcuni casi, le forze hanno tenuto individui in ostaggio e li hanno usati come scudi umani durante gli attacchi. Donne e bambini sono stati vittime di un numero significativo di questi rapimenti. L’organizzazione ha documentato oltre 700 casi di rapimento di donne palestinesi, provenienti da aree all’interno di Israele, così come da Gaza e dalla Cisgiordania. Le autorità hanno anche rapito circa 1.800 bambini nello stesso periodo. Anche i giornalisti sono stati presi di mira direttamente. L’organizzazione ha registrato oltre 240 rapimenti di operatori dei media, dall’inizio del genocidio. Le autorità israeliane continuano a detenere 43 giornalisti, tra cui tre donne. Un giornalista, Marwan Harzallah di Nablus, è morto in custodia israeliana, sollevando ulteriori preoccupazioni sulle condizioni di detenzione. Il Club ha affermato che le campagne di rapimento si sono intensificate parallelamente alle operazioni militari su larga scala. Queste campagne spesso comportano gravi percosse, minacce contro gli ostaggi e le loro famiglie e la distruzione diffusa di abitazioni. Durante gli attacchi, le forze israeliane hanno anche sequestrato veicoli, denaro contante e oro. Il rapporto evidenzia ingenti danni alle infrastrutture, soprattutto nei campi profughi di Jenin e Tulkarm. Il gruppo ha aggiunto che, durante alcune operazioni, le forze israeliane hanno effettuato esecuzioni sul campo. In alcuni casi, queste uccisioni hanno preso di mira i familiari degli ostaggi. Allo stesso tempo, le forze hanno intensificato gli interrogatori, coinvolgendo migliaia di persone in Cisgiordania e a Gaza. Secondo gli ultimi dati diffusi all’inizio di aprile, le autorità israeliane detengono attualmente oltre 9.600 ostaggi palestinesi. Tra questi, 86 donne e circa 350 bambini. La cifra rappresenta un aumento dell’83% rispetto ai livelli pre-genocidio, quando i palestinesi in carcere erano circa 5.250. Le organizzazioni per i diritti umani avvertono che il forte aumento dei rapimenti riflette una più ampia politica di punizione collettiva. Affermano che la portata e le modalità dei rapimenti continuano a sollevare serie preoccupazioni di natura legale e umanitaria. (Fonti: Quds Press, agenzie).
April 20, 2026
InfoPal
Giornata dei Prigionieri Palestinesi: i dimenticati dal mondo
Asia Occidentale/InfoPal. Mentre la cosiddetta comunità internazionale richiede il rilascio dei prigionieri israeliani, oltre 9.600 palestinesi rimangono dietro le sbarre israeliane: donne, bambini, giornalisti, molti dei quali senza accusa né processo. Da ottobre 2023, il numero dei detenuti è quasi raddoppiato. Migliaia sono trattenuti in detenzione amministrativa, mentre continuano a essere documentati e denunciati diffusi casi di tortura, stupri, negligenza medica e decessi sotto la custodia israeliana. Per decenni, la prigionia ha toccato quasi ogni famiglia palestinese: si stima che 1 palestinese su 5 sia stato detenuto dal 1967. In occasione della Giornata dei Prigionieri Palestinesi, che si celebra oggi, la campagna Red Ribbon chiede un’azione globale, poiché i 9.600 detenuti politici palestinesi rimangono rinchiusi nelle famigerate prigioni israeliane, con un aumento dell’83% rispetto ai livelli precedenti alla guerra genocida nella Striscia di Gaza. Tra i detenuti ci sono donne e bambini; oltre 3.532 palestinesi sono detenuti senza accusa né processo in regime di detenzione amministrativa, e 1.251 provengono da Gaza e sono incarcerati in base alla “Legge sui Combattenti Illegittimi” israeliana. Tra le 86 donne detenute nelle carceri israeliane, tre ragazze adolescenti si trovano in condizioni disperate, soffrono di forti dolori fisici, non hanno accesso a cibo e cure adeguate e subiscono traumi psicologici. Oggi non è solo una data. È un monito: #FreePalHostages (Fonti: Quds News, PIC, Telegram).
April 17, 2026
InfoPal
Marwan Barghouthi, 24 anni di prigionia
Il 15 aprile 2002, le forze israeliane arrestarono il leader politico palestinese Marwan Barghouthi nella sua abitazione. Oggi sono 24 anni dall’inizio della sua detenzione nelle carceri israeliane. In seguito, Barghouthi è stato condannato a cinque ergastoli più ulteriori 40 anni di reclusione. Durante la sua prigionia, ha scritto un libro intitolato “Mille giorni in isolamento”, in cui documenta la sua esperienza in cella di isolamento. Il suo avvocato ha rivelato che il più importante prigioniero politico palestinese è stato aggredito violentemente per ben tre volte nelle ultime settimane. * 8 aprile (carcere di Ganot): picchiato brutalmente e lasciato lì per oltre due ore; gli è stata negata l’assistenza medica nonostante le ripetute richieste. * 25 marzo: aggredito durante il trasferimento tra i carceri di Megiddo e Ganot. * 24 marzo (carcere di Megiddo): le guardie sono entrate nella sua cella con un cane, lo hanno gettato a terra e lo hanno aggredito con l’animale. Questi attacchi si sono verificati nel contesto di una crescente violenza contro i prigionieri palestinesi. Proprio la settimana scorsa, un esperto delle Nazioni Unite ha avvertito che l’abuso dei prigionieri è diventato “dottrina di Stato” in Israele, trasformando “le carceri in strumenti di genocidio e tortura”. L’unico modo per garantire la sicurezza di Marwan è la sua liberazione. Le istituzioni che si occupano dei detenuti affermarono che il caso di Barghouthi è diventato un simbolo della sofferenza dei detenuti palestinesi, sottolineando che è stato detenuto in isolamento prolungato e sottoposto a ripetute aggressioni all’interno di un sistema sistematico di repressione nelle carceri israeliane. (Fonti: Quds News, telegram, web).
April 15, 2026
InfoPal
Ben-Gvir: “Abbiamo tolto tutto ai prigionieri, ora vogliamo togliere loro la vita”
Palestina occupata. Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, si è vantato di una legge recentemente approvata che prevede esecuzioni di massa contro detenuti e ostaggi palestinesi. Parlando durante la sua incursione nella Moschea di Al-Aqsa, lunedì sera, Ben-Gvir ha dichiarato: “Hamas afferma che la pena di morte è immorale. Io dico che abbiamo tolto tutto ai terroristi nelle prigioni, e ora vogliamo togliere loro la vita”. Le forze israeliane hanno scortato Ben-Gvir mentre faceva irruzione nel complesso attraverso Bab al-Maghariba, dirigendosi verso Bab al-Silsila. La sua incursione è avvenuta mentre le autorità israeliane continuano a limitare l’accesso alla moschea sacra, che è chiusa ai fedeli palestinesi da 38 giorni consecutivi. Il Dipartimento del Waqf islamico a Gerusalemme occupata ha dichiarato che il raid è avvenuto mentre le forze israeliane impedivano ai fedeli di entrare nella moschea. Le autorità israeliane hanno inoltre mantenuto chiusa la Chiesa del Santo Sepolcro dal 28 febbraio, con il pretesto di “preoccupazioni di sicurezza legate alle tensioni regionali”. Legge disumana e suprematista. Le dichiarazioni provocatorie di Ben-Gvir arrivano pochi giorni dopo che la Knesset israeliana ha approvato una legge disumana che consente l’esecuzione di ostaggi e detenuti palestinesi condannati per aver ucciso israeliani. La legge, proposta inizialmente da Ben-Gvir durante la sua campagna elettorale del 2022, ha superato le letture finali ed entrerà in vigore una volta ufficialmente pubblicata. La legge si applica solo ai palestinesi nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza. Non si applica agli israeliani ebrei, che restano soggetti al diritto civile. Questa distinzione evidenzia il carattere discriminatorio della legge e il suo radicamento nel sistema giuridico militare imposto ai palestinesi. Secondo la nuova legge, le autorità devono eseguire le condanne entro 90 giorni da una sentenza definitiva. Il primo ministro può approvare una singola proroga di 90 giorni. La legislazione impedisce inoltre al governo di concedere la grazia o di includere i condannati a morte in eventuali futuri accordi di scambio di prigionieri. Tra le principali disposizioni vi è l’esecuzione per impiccagione, effettuata da un agente penitenziario mascherato per nasconderne l’identità. La legge garantisce piena immunità legale a coloro che sono coinvolti nelle esecuzioni, proteggendoli da responsabilità penali o civili. Vieta, inoltre, appelli o riduzioni della pena dopo l’emissione della condanna a morte, consentendo persino ai tribunali di imporre l’esecuzione senza una richiesta del pubblico ministero. Tombe viventi: il ritorno alla Barbarie. La legge prevede, inoltre, l’isolamento degli ostaggi e dei detenuti condannati in celle sotterranee. Le autorità negheranno loro visite fino al momento dell’esecuzione. Le organizzazioni per i diritti umani stimano che circa 9.500 detenuti e ostaggi palestinesi siano attualmente nelle carceri israeliane. Questo numero include circa 350 bambini e 66 donne. Molti di loro affrontano condizioni dure, tra cui tortura, stupri, fame e negligenza medica. Dall’ottobre 2023, almeno 88 detenuti palestinesi sono morti in detenzione a causa di torture e mancanza di cure mediche, secondo gruppi per i diritti umani. Altre stime collocano il numero più vicino a 100. Esperti legali e attivisti descrivono queste morti come gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani. Le famiglie dei detenuti e degli ostaggi hanno descritto le carceri israeliane come “tombe viventi”. Affermano che le condizioni continuano a peggiorare, con riduzione delle forniture di cibo, accesso limitato all’assistenza sanitaria e ripetuti divieti di visite familiari. (Fonte: Quds News).
April 7, 2026
InfoPal
Archiviazione del caso di stupro di un detenuto palestinese a Sde Teiman: una concreta dimostrazione della politica di impunità di Israele
Territori Palestinesi Occupati – EuroMed Monitor. L’archiviazione delle accuse contro cinque soldati israeliani implicati nello stupro e nelle torture di un detenuto palestinese di Gaza nel carcere di Sde Teiman costituisce un’ulteriore prova del crollo strutturale e deliberato del sistema giudiziario e di responsabilità israeliano. Ciò conferma il coinvolgimento attivo dello Stato nel proteggere i colpevoli dalla responsabilità anziché perseguirli, dimostrando concretamente, inoltre, l’adozione da parte di Israele di una politica di impunità per i crimini commessi contro i palestinesi. L’archiviazione dell’accusa non nega il crimine né scagiona i responsabili e sottolinea la complicità sistemica del sistema giudiziario israeliano con le autorità militari, di sicurezza e politiche. Il rapporto rivela che i crimini commessi contro i palestinesi non vengono trattati come violazioni che meritano verità e riparazione, ma piuttosto come atti che i meccanismi legali possono proteggere, consentendo ai responsabili di eludere una vera responsabilità, anche nei casi più gravi e ben documentati. Il 5 luglio 2024, cinque soldati israeliani nel carcere di Sde Teiman, nel deserto del Negev, hanno brutalmente aggredito un detenuto palestinese di Gaza, ammanettato e bendato. L’aggressione includeva lo stupro con un oggetto appuntito inserito nell’ano, che ha provocato fratture alle costole, la perforazione di un polmone e lacerazioni interne al retto. Questi atti costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani, documentati in un video e successivamente diffuso da fonti israeliane. Le riprese di sorveglianza trapelate mostrano i soldati che scortano il detenuto in un angolo della stanza, lo circondano, uno di loro con un cane, e utilizzano deliberatamente equipaggiamento antisommossa per nascondere le loro azioni. Il detenuto, successivamente rilasciato, continua a soffrire di gravi conseguenze fisiche e psicologiche a causa delle torture e delle violenze sessuali subite, vivendo nel costante timore di nuovi abusi o di essere preso di mira dalle autorità israeliane. Le autorità israeliane si sono concentrate sulla diffusione del video piuttosto che condurre un’indagine seria su questo crimine documentato. L’ex procuratore generale militare, il generale Yifat Tomer Yerushalmi, si è dimesso nell’ottobre 2025 dopo aver ammesso di aver autorizzato la diffusione di parte del video ai media a seguito di pressioni politiche e campagne di disinformazione volte a minare l’indagine. L’appoggio politico all’archiviazione del caso, comprese le dichiarazioni del primo ministro Benjamin Netanyahu e di figure di destra che hanno definito i soldati “eroi”, dimostra che la questione va oltre il fallimento giudiziario e si configura come una deliberata volontà politica di ridefinire gli atti criminali come dovere nazionale. Questo trasforma un crimine che richiede condanna e responsabilità in un atto celebrato come patriottico. L’atto d’accusa è stato archiviato per motivi procedurali, adducendo presunte complicazioni probatorie, il rimpatrio del detenuto a Gaza e rivendicazioni di “diritto di difesa” in merito al diritto dell’imputato a un processo equo. Tali giustificazioni non negano il reato in sé né le prove disponibili, che includono filmati di sorveglianza, documentazione medica e referti di medici israeliani, tutti elementi che forniscono prove indipendenti sufficienti del reato. L’utilizzo da parte di Israele di scuse procedurali, incluso il trasferimento del detenuto a Gaza, rappresenta un’ulteriore prova dell’incapacità delle autorità di preservare le prove, proteggere i testimoni e adempiere al loro obbligo di condurre un’indagine efficace e seria. Le rivendicazioni di diritto a un processo equo per l’imputato non esonerano lo Stato dal suo dovere primario di indagare su torture, violenze sessuali e trattamenti crudeli e di perseguire i responsabili. Le vittime non si limitano ai presunti “terroristi d’élite”; includono civili, giornalisti e personale medico. Le tutele del diritto internazionale contro la tortura, le violenze sessuali e i trattamenti crudeli sono assolute e non possono essere sospese in base allo status del detenuto o alle presunte attività. I tentativi di giustificare la protezione dei soldati dipingendo i detenuti come “mostri brutali” sono propaganda e violano i diritti delle vittime e le loro garanzie legali fondamentali. Questo caso non può essere considerato un incidente isolato. Deve essere compreso all’interno di un quadro più ampio di violazioni sistematiche e documentate contro i prigionieri palestinesi, tra cui torture fisiche e psicologiche, violenza sessuale, umiliazioni, denudamenti obbligati, scosse elettriche, aggressioni genitali, uso di cani, negazione di cure mediche e altre forme di trattamento disumano e degradante, documentate dalla Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta, dall’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e da altre organizzazioni israeliane e internazionali per i diritti umani. La chiusura del caso da parte di Israele riflette una deliberata pressione politica volta a impedire fin dall’inizio l’accertamento delle responsabilità, supportata da incursioni estremiste a Sde Teiman e Beit Lid da parte di ministri e membri della Knesset, dalla difesa pubblica dei sospettati da parte di figure governative e parlamentari e da una retorica che dipinge l’indagine stessa come un attacco agli “eroi”. Le dichiarazioni del membro della Knesset Hanoch Milwidsky, che ha definito “completamente legale” l’inserimento di un bastone nell’ano di un detenuto palestinese, illustrano il crollo morale e politico che circonda il caso. Le prove materiali sono chiare e inconfutabili e contraddicono le affermazioni secondo cui il caso si baserebbe su false accuse. Il divieto assoluto di tortura non può essere sospeso in nessuna circostanza, comprese le situazioni di guerra, emergenza o per motivi di sicurezza. Il diritto internazionale umanitario, il diritto internazionale dei diritti umani e lo Statuto di Roma classificano la tortura e la violenza sessuale come crimini internazionali che richiedono responsabilità, non eccezioni procedurali. Israele non si limita a chiudere i casi e a ostacolare l’accertamento delle responsabilità; Israele sta rimodellando a livello legislativo il quadro giuridico per ampliare gli strumenti di uccisione e di punizione eccezionale contro i palestinesi, mascherandoli da legittimità. Le proposte relative alla pena di morte e alla legislazione in merito agli eventi del 7 ottobre confermano che non si tratta più solo di un’applicazione della legge imperfetta, ma di un progetto volto a ristrutturare la legge stessa come strumento di omicidio giudiziario, giustizia selettiva e copertura istituzionale per ulteriori crimini contro i palestinesi. Euro-Med Monitor esorta il Procuratore della Corte penale internazionale a dare urgente priorità alle indagini sui crimini contro i detenuti palestinesi nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani, tra cui tortura, violenza sessuale e uccisioni sotto tortura, nell’ambito di un più ampio quadro di crimini internazionali che meritano di essere perseguiti e che richiedono un’adeguata rendicontazione. La comunità internazionale, comprese le Alte Parti contraenti delle Convenzioni di Ginevra, deve esercitare una pressione efficace su Israele affinché rispetti i propri obblighi giuridici e adotti misure concrete per porre fine ai crimini contro i detenuti palestinesi, tra cui l’imposizione di sanzioni internazionali, la sospensione della cooperazione militare e di sicurezza, l’interruzione dei trasferimenti di armi e l’applicazione di misure economiche, diplomatiche e legali efficaci. Tutti gli Stati dovrebbero applicare la giurisdizione universale sugli individui sospettati di coinvolgimento in torture, violenze sessuali e gravi maltrattamenti nei confronti di prigionieri e detenuti palestinesi, anziché affidarsi esclusivamente ai fallimentari meccanismi di responsabilità interna di Israele. È necessario imporre sanzioni mirate a coloro che sono responsabili di questi crimini e alle figure militari, politiche e giudiziarie che proteggono, incitano o ostacolano l’accertamento delle responsabilità, comprese sanzioni come divieti di viaggio, congelamento dei beni e sospensione della cooperazione che consente l’impunità. Una missione internazionale indipendente e specializzata dovrebbe essere inviata nei centri di detenzione israeliani per documentare le condizioni dei detenuti palestinesi, preservare le prove di torture e violenze sessuali e garantire che non vengano manomesse. Il CICR e gli organismi internazionali competenti devono intensificare la pressione per un accesso immediato e senza restrizioni a tutti i centri di detenzione palestinesi. È necessario il rilascio immediato di tutti i palestinesi detenuti arbitrariamente, in particolare del personale medico, degli operatori umanitari e dei giornalisti, e la divulgazione del destino di tutti i detenuti e delle persone scomparse in seguito a atti di forza. Israele deve essere obbligato a fornire un risarcimento completo ed equo alle vittime, ai sopravvissuti e alle loro famiglie per i danni fisici, psicologici e morali subiti, garantendo l’accesso a cure, riabilitazione e risarcimento. La comunità internazionale deve respingere qualsiasi legge israeliana eccezionale che estenda la pena di morte o crei percorsi giudiziari ritorsivi o discriminatori nei confronti dei palestinesi, poiché queste leggi aggravano la natura discriminatoria del sistema giuridico israeliano e forniscono una copertura formale per ulteriori gravi violazioni.
March 30, 2026
InfoPal
Israele porta avanti un disegno di legge sulla pena di morte per detenuti e ostaggi palestinesi dopo l’approvazione del comitato della Knesset
Palestina occupata – Quds News. Il Comitato per la Sicurezza Nazionale della Knesset israeliana ha approvato un controverso disegno di legge per imporre la pena di morte agli ostaggi e ai detenuti palestinesi, facendolo avanzare verso la seconda e terza lettura necessarie per diventare legge. La proposta proviene dal partito Otzma Yehudit, guidato dal ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir. Ben-Gvir ha dichiarato che la versione rivista del disegno di legge rimuove il potere decisionale dal consulente legale del governo, conferendo ai tribunali un’autorità più ampia per emettere sentenze di morte contro i palestinesi. La legge prende di mira ostaggi e detenuti palestinesi accusati di attacchi classificati come “nazionalisti o legati alla sicurezza”. Non si applica ai sospetti ebrei accusati di aver ucciso palestinesi. I dirigenti israeliani prevedono di portare il disegno di legge al voto finale la prossima settimana. I parlamentari hanno introdotto recenti modifiche dopo le pressioni del primo ministro Benjamin Netanyahu, che ha avvertito che la versione precedente superava persino gli standard statunitensi sulla pena di morte e avrebbe potuto esporre Israele a sfide diplomatiche e legali. Secondo i dettagli pubblicati dai media israeliani, i tribunali potrebbero emettere una condanna a morte anche se i pubblici ministeri non la richiedono. I giudici non avrebbero bisogno di una decisione unanime e una semplice maggioranza potrebbe approvare la sentenza. Il disegno di legge stabilisce che le esecuzioni sarebbero effettuate tramite impiccagione. Una guardia carceraria nominata dal commissario del Servizio Penitenziario israeliano eseguirebbe l’esecuzione, mentre le autorità manterrebbero segreta l’identità delle persone coinvolte e concederebbero loro piena immunità legale. Le autorità collocherebbero le vittime in strutture di detenzione separate. I funzionari limiterebbero le visite solo alle parti autorizzate, mentre gli avvocati comunicherebbero con ostaggi e detenuti tramite videochiamate invece che con incontri diretti. La legge stabilisce, inoltre, un termine fino a 90 giorni per eseguire le condanne dopo la sentenza. All’esecuzione assisterebbero un direttore del carcere, un rappresentante giudiziario, un osservatore ufficiale e un rappresentante della famiglia. L’ultima bozza rimuove i riferimenti alla persecuzione di coloro che sono coinvolti nell’operazione di resistenza del 7 ottobre. Tuttavia, amplia i poteri dei pubblici ministeri e introduce regole più severe, specialmente nella Cisgiordania occupata, dove la pena di morte potrebbe diventare obbligatoria in alcuni casi. Ben-Gvir sostiene da tempo l’esecuzione degli ostaggi palestinesi. Il suo ministero ha già inasprito le condizioni di detenzione, tra crescenti segnalazioni da parte di gruppi per i diritti umani su abusi, torture e negazione dei diritti fondamentali. La Knesset aveva già approvato il disegno di legge in prima lettura, a novembre. Ora attende i voti finali prima di poter diventare legge.
March 27, 2026
InfoPal
IOF riarresta 100 prigionieri liberati dopo i più recenti accordi di scambio
Ramallah. Le forze di occupazione israeliane (IOF) continuano ad intensificare la repressione e gli attacchi contro i prigionieri palestinesi liberati nell’ambito dei recenti accordi di scambio, attraverso ripetute campagne di arresto, interrogatori sul campo e persecuzioni dopo il rilascio. La Società dei Prigionieri Palestinesi (PPS) ha dichiarato in un comunicato diffuso martedì che tra i più recenti detenuti vi sono diversi prigionieri liberati da Qalqilya, tra cui Sameh Al-Shobaki, Ammar Al-Shobaki, Saeed Dhiab, Saed Al-Fayed e Hadi Jadou. La PPS ha descritto questi arresti come parte di una politica sistematica, aggiungendo che tali misure costituiscono una nuova violazione dei termini degli accordi di scambio e inviano un chiaro messaggio ai prigionieri rilasciati che rimarranno soggetti a continue persecuzioni e sorveglianza, anche dopo aver ottenuto la loro libertà. Secondo la PPS, sulla base della documentazione quotidiana, circa 100 prigionieri liberati sono stati nuovamente arrestati dopo gli accordi di scambio seguiti all’ultima guerra su Gaza, osservando che alcune persone sono state detenute più di una volta. La PPS ha inoltre sottolineato che le autorità di occupazione hanno rafforzato questo approccio attraverso ordini militari e legislazione che forniscono una copertura legale più ampia per perseguire gli ex detenuti. Ha evidenziato che le violazioni non si sono limitate alle misure successive al rilascio, ma hanno incluso anche aggressioni fisiche e minacce contro i prigionieri e le loro famiglie sia prima che dopo il rilascio. Nel frattempo, l’Ufficio Media Asra ha riferito che un totale di 3.985 prigionieri palestinesi sono stati rilasciati nell’ambito dell’accordo di scambio “Diluvio dei Liberi”, realizzato in tre fasi tra il 2023 e il 2025, segnando uno dei più grandi accordi di scambio di prigionieri nella storia del conflitto. (Fonti PIC e Quds News).
March 25, 2026
InfoPal
Albanese, Relatrice speciale ONU: Israele tortura sistematicamente i palestinesi in custodia
PressTv. Un’esperta delle Nazioni Unite afferma che il regime israeliano tortura sistematicamente i palestinesi su una scala “che suggerisce vendetta collettiva e intento distruttivo”. In un rapporto pubblicato venerdì, Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti nei territori palestinesi occupati dal 1967, ha dichiarato che dal 7 ottobre 2023, quando il regime israeliano ha avviato una guerra genocida su Gaza, i palestinesi in custodia “sono stati sottoposti a abusi fisici e psicologici eccezionalmente brutali”. Intitolato “Tortura e genocidio”, il rapporto “esamina l’uso sistematico della tortura da parte di Israele contro i palestinesi provenienti dal territorio palestinese occupato dal 7 ottobre 2023”. “La tortura in detenzione è stata utilizzata su una scala senza precedenti come vendetta collettiva punitiva”, afferma il rapporto. Pestaggi brutali, violenza sessuale, stupro, maltrattamenti letali, fame e privazione sistematica delle condizioni umane più basilari hanno inflitto cicatrici profonde e durature nei corpi e nelle menti di decine di migliaia di palestinesi e dei loro cari”, si legge nel rapporto. La tortura è diventata parte integrante del dominio e della punizione inflitta a uomini, donne e bambini, sia attraverso abusi in custodia sia attraverso una incessante campagna di sfollamento forzato, uccisioni di massa, privazione e distruzione di tutti i mezzi di vita per infliggere dolore e sofferenza collettivi a lungo termine, avverte. Dal mese di ottobre 2023, il rapimento di palestinesi nei territori occupati è “aumentato drasticamente”, con oltre 18.500 persone arrestate, tra cui almeno 1.500 bambini, aggiunge il rapporto. Circa 9.000 palestinesi risultano ancora detenuti, mentre più di 4.000 sono stati sottoposti a sparizione forzata. Il sistema di detenzione israeliano “è degenerato in un regime di umiliazione sistemica e diffusa, coercizione e terrore”, secondo il rapporto. Albanese ha chiesto a Israele di “cessare immediatamente tutti gli atti di tortura e maltrattamento del popolo palestinese come parte del suo genocidio in corso” e ha esortato tutti i Paesi “a fare tutto ciò che è in loro potere per fermare la distruzione di ciò che resta della Palestina”, poiché ogni ritardo “aggrava danni irreversibili e rafforza ulteriormente un sistema di crudeltà”. Ha esortato il procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI) a richiedere mandati di arresto per i ministri israeliani più intransigenti Israel Katz, Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Ha dichiarato di aver raccolto contributi scritti su queste atrocità, inclusi almeno 300 testimonianze, e che presenterà il suo rapporto al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite lunedì. Dal 7 ottobre 2023, il regime israeliano ha ucciso almeno 72.000 palestinesi a Gaza e ne ha feriti più di 172.000, la maggior parte dei quali donne e bambini.
March 24, 2026
InfoPal