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Riflessioni a partire da “l’università critica come nemico interno” di Gennaro Avallone – di Francesco Maria Pezzulli
Il testo di Gennaro Avallone pubblicato recentemente su Effimera è importante per più motivi, mi limito con queste libere riflessioni a sottolinearne soltanto alcuni, augurandomi che la discussione possa estendersi e approfondirsi. Un motivo è quello di aver ribadito il nesso tra protagonismo studentesco (e giovanile) e movimento in solidarietà con la resistenza palestinese, [...]
April 7, 2026
Effimera
7 APRILE 1979: QUARANTASETTE ANNI FA L’ATTACCO ALL’AUTONOMIA OPERAIA
7 aprile 1979 – 7 aprile 2026: quarantasette fa, l’ondata repressiva contro l’Autonomia Operaia. Il teorema del pm Pietro Calogero della Procura della Repubblica di Padova, morto il 6 aprile 2026 alla vigilia dell’anniversario, partiva dall’assunto che l’Autonomia fosse il volto “presentabile” di una più presunta organizzazione occulta, rappresentante – addirittura – la “direzione delle direzioni” del lottarmatismo rivoluzionario, partendo – ca va sans dire – dalle Brigate Rosse. A sostegno di quest’ipotesi che già nell’immediatezza dei fatti fu giudicata surreale da chiunque avesse un minimo di conoscenza dei movimenti italiani del periodo, il magistrato padovano  nei suoi ordini di cattura accusava gli arrestati  di reati come la “formazione e partecipazione di banda armata” e “l’insurrezione armata contro i poteri dello Stato“, sostenendo che dalle pubblicazioni di Autonomia Operaia e da altri documenti, oltre che da sedicenti testimonianze, erano affiorati “sufficienti indizi di colpevolezza“. Risultato: centinaia di mandati di cattura spiccati, gogna mediatica e il collegamento, offerto in pasto all’opinione pubblica del post-affaire Moro, tra l’Autonomia Operaia (e l’ex formazione di Potere Operaio) e le esperienze delle organizzazioni combattenti. L’impianto accusatorio, che riguardava complessivamente un centinaio di persone, cadrà comunque miseramente negli anni successivi. Uno dei compagni contro cui furono spiccati i mandati di cattura, Pietro “Pedro” Greco, non vedrà però la fine del processo. Il 9 marzo 1985 fu giustiziato davanti al portone di casa, a Padova,  da Nunzio Maurizio Romano, agente del Sisde (i Servizi Segreti), Giuseppe Guidi, viceispettore della Digos, Maurizio Bensa e Mario Passanisi, agenti della Digos. I quattro diranno poi di avere “confuso” l’ombrello di Pedro per un’arma. Gli assassini di Pedro rimasero impuniti, mentre il pm Calogero, legato al Pci, proseguirà indisturbato la sua carriera giudiziaria. Di seguito, la trasmissione speciale di Radio Onda d’Urto realizzata nel 2019 a 40 anni dal 7 aprile 1979. Ascolta o scarica
April 7, 2026
Radio Onda d`Urto
L’incertezza al comando
QUELLO CHE GLI USA DI TRUMP FANNO E DICONO NON È SOLO ORRIBILE, MA QUASI SEMPRE CONTRADDITTORIO. CERTO, GLI USA HANNO MENO POTERE GLOBALE DI UN TEMPO. MA È ALTRETTANTO CERTO CHE NON È LA PRIMA VOLTA CHE ANNUNCI DI GUERRA O DI SVOLTE GEOPOLITICHE SERVONO IN REALTÀ A MUOVERE I MERCATI. LA NOVITÀ ORA È CHE LA CONTRADDIZIONE È DIVENTATA LA LEVA SISTEMATICA DI OSCILLAZIONE: L’INCERTEZZA NON È DUNQUE SOLO GESTITA, MA PRODOTTA E SFRUTTATA IN TEMPO REALE PER FARE SOLDI. SCRIVE MASSIMO DE ANGELIS: «IL PROBLEMA, ALLORA, NON È SOLO SMASCHERARE IL FAKE, MA CAPIRE COME SOTTRARSI, ALMENO IN PARTE, A QUESTO CIRCUITO. E QUESTA È GIÀ UNA QUESTIONE POLITICA CONCRETA: RICOSTRUIRE SPAZI DI VITA E COOPERAZIONE CHE NON SIANO CONTINUAMENTE ESPOSTI A QUESTE OSCILLAZIONI, DOVE LA RIPRODUZIONE DELLA VITA POSSA RIACQUISTARE UNA PROPRIA AUTONOMIA RISPETTO ALLA VOLATILITÀ DEL COMANDO…» Sudario per Gaza al Mulino di comunità della Casa delle agricoltura di Castiglione d’Otranto (maggio 2025). Da sette anni, in Salento c’è un mulino che è al tempo stesso un luogo di ricerca e di condivisione, dove qualsiasi piccolo produttore può utilizzare le macine a pietra, scambiare semi, proteggere grani antichi, produrre farine bio a prezzi equi, sperimentare margini di autonomia – come fanno su altri versanti anche le comunità energetiche, i Gruppi di acquisto solidale, le Mag-Mutue di autogestione… – dentro un sistema che tende invece a negarli -------------------------------------------------------------------------------- In questi giorni Donald Trump sta sostenendo, allo stesso tempo, di aver già vinto la guerra, di starla vincendo ora, di aver bisogno di aiuto per vincerla e, insieme, di non aver bisogno di alcun aiuto. Tutto questo per distruggere un programma nucleare che, a suo dire, aveva già distrutto l’anno scorso. A ciò aggiunge che serve un deal, senza il quale la guerra non può finire, salvo poi dichiarare che gli Stati Uniti potrebbero uscirne comunque tra poche settimane, anche senza accordo. A ogni dichiarazione i mercati salgono o scendono. E il sospetto è evidente: Trump ha trovato il meccanismo perfetto per fare soldi — lui e la sua cricca — sapendo in anticipo cosa verrà detto alla prossima conferenza stampa. Non è la prima volta che annunci di guerra o di svolte geopolitiche muovono i mercati — è successo molte volte nella storia — ma qui la novità è che la contraddizione stessa del discorso diventa leva sistematica di oscillazione: una forma di crisiscraft comunicativo in cui l’incertezza non è solo gestita, ma prodotta e sfruttata in tempo reale. E qui il punto si radicalizza: in un contesto del genere, ogni dichiarazione tende a funzionare come fake, anche quando è “vera”. Non perché sia necessariamente falsa in senso fattuale, ma perché il suo valore di verità è subordinato alla sua funzione performativa nelle oscillazioni, diventa un segnale più che un contenuto. In questo senso, la distinzione tra vero e falso slitta verso un regime in cui, direbbe Michel Foucault, la verità è inseparabile dai dispositivi di potere che la producono: non è ciò che corrisponde ai fatti, ma ciò che opera efficacemente dentro un campo di forze. Qui la “fake news” non è più l’eccezione patologica, ma la forma normale di un discorso che organizza mercati, guerra e aspettative attraverso la gestione strategica dell’incertezza. Valorizzazione, riproduzione e rischio sistemico Il punto chiave è che questa gestione attiva dell’incertezza è una risorsa sistemica per il capitale. Non solo perché consente agli insider di trarne profitto, ma perché alimenta la volatilità — materia prima della finanza — disciplina i comportamenti dal basso, e giustifica interventi eccezionali che riallineano il sistema senza metterne in discussione le gerarchie. L’incertezza, in questo senso, non è disfunzione: è strumento di governo. Ma proprio qui emergono i rischi. Se ogni enunciato è insieme vero e falso a seconda della sua funzione, la fiducia si deteriora. Gli attori — investitori, imprese, governi, ma anche famiglie — smettono di reagire alle informazioni e iniziano a reagire alla loro presunta manipolazione: gli investitori vendono per paura che il segnale sia “gonfiato”, le imprese rinviano investimenti perché non si fidano delle prospettive, i governi accumulano scorte o alzano barriere in via precauzionale, le famiglie riducono i consumi o si indebitano in modo difensivo. Si aprono così dinamiche di panico, fuga o paralisi. La produzione di incertezza rischia allora di oltrepassare una soglia: da strumento di regolazione diventa fattore di disintegrazione. In altre parole, nel breve periodo ciò che alimenta la valorizzazione — soprattutto in alcuni settori specifici come armamenti, energia (dove spesso si tratta di rendite legate ai prezzi) e finanza — può trarre profitto dalla volatilità; ma nel medio-lungo periodo questa stessa dinamica finisce per erodere le condizioni della riproduzione, sia del capitale nel suo insieme (che richiede un minimo di affidabilità per investire e coordinarsi), sia soprattutto della riproduzione sociale, cioè la capacità concreta di organizzare e sostenere la vita. E noi, dentro tutto questo, non siamo spettatori. Siamo corpi che assorbono e metabolizzano queste oscillazioni: nei prezzi che paghiamo, nell’energia che consumiamo, nelle scelte quotidiane che dobbiamo continuamente riadattare. La volatilità che genera profitto in alto si traduce in instabilità della riproduzione sociale in basso. Ma c’è di più. In questo regime, diventiamo anche co-produttori involontari di quel circuito: reagendo, condividendo, cercando di anticipare la prossima mossa, adattandoci a segnali instabili. È così che il potere — ancora con Michel Foucault — non si limita a imporre verità, ma organizza le condizioni in cui noi stessi le produciamo e le facciamo circolare. Il problema, allora, non è solo smascherare il “fake”, ma capire come sottrarsi — almeno in parte — a questo circuito. E questa è già una questione politica concreta: ricostruire spazi di vita e cooperazione che non siano continuamente esposti a queste oscillazioni, dove la riproduzione della vita possa riacquistare una propria autonomia rispetto alla volatilità del comando. Una nuova normalità nella forma del comando? A partire da queste dinamiche, si può leggere quella che appare come “metodologia trumpiana” non semplicemente come uno stile personale, ma come un possibile salto di soglia nel modo in cui il comando governa la variabilità del sistema. Non si tratta più — o non solo — di ridurre l’incertezza per stabilizzare, ma di produrla e modularla attivamente per orientare comportamenti, aspettative e flussi di valore. In questo senso, la contraddizione comunicativa non è rumore, ma strumento: una forma di crisiscraft che opera direttamente sul terreno della valorizzazione e della coordinazione sociale. Questo apre una domanda decisiva: si tratta di una parentesi legata a una figura specifica, o di una modalità destinata a sedimentarsi oltre e dopo Donald Trump come tratto della governance capitalistica? La questione non è secondaria, perché ciò che qui si intravede è un possibile spostamento del regime di regolazione: da una legittimità fondata su coerenza, previsione e compromesso, a una legittimità fondata sulla capacità di navigare — e produrre — instabilità. In questo senso, per quanto distruttivo possa apparire, questo metodo possiede una sua razionalità sistemica. Di fronte a contraddizioni sempre più difficili da comporre in forma “progressista” — entro i vincoli stessi dell’accumulazione capitalistica — come le diseguaglianze globali, la crisi ecologica e la saturazione dei circuiti di valorizzazione, la produzione e gestione dell’incertezza diventa una modalità di governo della complessità eccedente. Ma proprio qui sta il limite di questa razionalità: nel momento in cui l’incertezza diventa principio ordinatore, cresce il rischio che il sistema perda la capacità di coordinarsi e riprodursi su basi stabili. È una strategia che può funzionare come adattamento alla crisi, ma che tende anche ad approfondirla, spingendo sempre più oltre la soglia tra regolazione e disintegrazione. Resta allora aperta la domanda — che è insieme analitica e politica — se questo passaggio rappresenti una fase transitoria o l’emergere di una nuova normalità del comando, in cui la gestione attiva della crisi e della variabilità diventa il modo ordinario di governare il capitalismo contemporaneo a fronte delle profonde crisi della riproduzione sociale che il capitalismo, in quanto tale, non può risolvere. In questo senso, la domanda su Trump — se rappresenti un’eccezione o un anticipo — torna a essere immediatamente pratica. Se questa modalità di governo dell’incertezza tende a sedimentarsi come nuova normalità del comando, allora la questione non è solo interpretarla, ma disinnescarne gli effetti sulla vita quotidiana. Non si tratta di uscire dall’incertezza in astratto, ma di riconfigurare i circuiti della riproduzione in modo che non siano integralmente esposti alla sua manipolazione: ridurre la dipendenza dai segnali instabili del mercato, rafforzare forme di cooperazione che non reagiscono in tempo reale alle oscillazioni del comando, costruire spazi in cui il valore della vita non sia continuamente tradotto in volatilità. È qui che la critica del fake incontra il terreno del commoning: non come rifugio, ma come pratica attiva di sottrazione e ricomposizione, capace di riaprire margini di autonomia dentro un sistema che tende invece a chiuderli. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Create due, tre, molte arche -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’incertezza al comando proviene da Comune-info.
April 3, 2026
Comune-info
Organizzare la cultura: un dialogo con Gennaro Avallone – di Osvaldo Costantini
Chiarisco subito che questa non è una critica, né una risposta all’articolo di Gennaro Avallone, bensì una reazione ad essa e un tentativo di cogliere alcuni degli spunti che lancia e portarne altri nella speranza che altre persone possano aggiungersi a questo dialogo che qui propongo, e che, diciamo, costituisce la messa in pubblico [...]
March 30, 2026
Effimera
La costruzione dell’università critica come nemico interno – di Gennaro Avallone
L'università come spazio critico (nonostante tutto) Nel 2024 e nel periodo settembre-ottobre 2025 l’università è tornata a essere uno spazio centrale nella società e politica italiana, in particolare nel movimento in solidarietà con la resistenza palestinese. Nonostante il lungo processo di ristrutturazione neoliberista attivo a livello globale dagli anni '80, accelerato in Italia dai [...]
March 21, 2026
Effimera
Firmare e fermare – di Gianni Giovannelli
Lasciate ogni speranza voi ch’entrate Queste parole di colore oscuro Vid’io scritte al sommo d’una porta; Per ch’io: “Maestro il senso lor m’è duro”. Ed elli a me, come persona accorta: “Qui si convien lasciare ogni sospetto Ogni viltà convien che qui sia morta”. Dante, Inferno, Canto III, 9-15   La maggioranza parlamentare che sostiene [...]
December 30, 2025
Effimera
SIRIA: SULLA COSTA MANIFESTAZIONI PER “FEDERALISMO E AUTODETERMINAZIONE”. DURA REPRESSIONE DI DAMASCO, ALMENO 8 VITTIME
In Siria, ieri, domenica 28 dicembre 2025, migliaia di abitanti delle città lungo la costa e dell’area centrale del Paese sono scesi in strada dando vita a imponenti manifestazioni contro le politiche del governo di transizione di Damasco (retto dall’autoproclamato presidente Al Sharaa). In particolare, i manifestanti chiedono la fine delle violenze nei confronti delle minoranze e rivendicando un sistema federale, che garantisca il diritto all’autodeterminazione a tutte le componenti linguistiche, culturali e religiose che vivono in Siria. Le manifestazioni si sono svolte a Latakia, Jableh, Tartous e Homs. Sui cartelli e gli striscioni portati in piazza dai manifestanti si leggevano scritte come: “Alawiti, sunniti, cristiani, curdi e druzi: siamo tutti fratelli”, “Federalismo non significa divisione, ma diritti per tutti i popoli”, “No alla guerra civile, sì al federalismo” e “Vogliamo la decentralizzazione politica”. Alcuni video mostrano manifestanti bruciare bandiere della Turchia, principale sostenitore del governo di transizione dell’ex-qaedista Al-Sharaa. Fin dal mattino di ieri, la presenza di forze di sicurezza del governo di Damasco era stata massiccia, con blocchi stradali in diverse zone e tentativi di impedire ai manifestanti di raggiungere i punti di concentramento delle manifestazioni. Diverse agenzie di stampa locali riferiscono di violenze, pestaggi, arresti e distruzioni di telefoni cellulari dei manifestanti da parte delle milizie fedeli ad Al-Sharaa. Nelle immagini che circolano online si vedono scene di scontri, con i manifestanti che rispondono alla repressione governativa con il lancio di pietre e la costruzione di barricate nelle strade. Alla fine della giornata, il bilancio sarebbe di almeno 8 vittime e decine di feriti tra i manifestanti. La versione del regime di Damasco – e del suo principale alleato, la Turchia – è che sostenitori dell’ex presidente siriano Assad (ora rifugiato in Russia) avrebbero attaccato le forze di sicurezza nel corso delle manifestazioni. L’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est (DAANES) – che da anni propone il modello del confederalismo democratico e dell’autonomia dei popoli all’interno di una Siria unita – ha condannato con un comunicato l’intervento del governo di transizione per reprimere le manifestazioni pacifiche, che ha causato vittime tra i civili e costituisce “una palese violazione del diritto dei siriani di esprimere pacificamente le proprie opinioni e avanzare le proprie legittime richieste”. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani oggi, lunedì 29 dicembre, nelle località interessate dalle manifestazioni e dagli scontri di ieri è tornata una calma tesa. Su Radio Onda d’Urto è intervenuto Michele Giorgio, direttore di Pagine Esteri, corrispondente de Il Manifesto da Gerusalemme, rientrato pochi giorni fa da un viaggio-reportage in Siria. Ascolta o scarica.
December 29, 2025
Radio Onda d`Urto
I Settanta sovversivi o il futuro anteriore del nostro presente
di FRANCESCO FESTA. C’è un tempo che ritma il passo della lettura del libro di Michael Hardt, I Settanta sovversivi. La globalizzazione delle lotte (Derive Approdi, 2025, pp. 309), ed è quello del futuro anteriore, o come ebbe a dire Ernest Bloch, del «ricordo del futuro». L’idea che il passato non sia mai compiuto, ma contenga potenzialità ancora vive in attesa di essere realizzate. Walter Benjamin parla dell’«affiorare di una potenzialità che attende ancora di essere realizzata»: ciò che è accaduto non si esaurisce nel fatto storico, ma continua a vibrare nei corpi e nei movimenti sociali. Bloch aggiunge che «ciò che è accaduto è sempre accaduto solo a metà»: ogni evento storico è incompiuto, ogni rivoluzione conserva parte della propria energia utopica, pronta a riemergere in altri tempi e luoghi. Il passato, in questa prospettiva, si presenta come un archivio sempre aperto. E il libro restituisce proprio l’idea di una memoria viva che connette passato e presente, e viceversa, in un rinvio continuo dove la ripetizione aggiunge nuovi elementi o una nuova composizione spostando rapporti sociali in un campo di forze mai definito. Gli anni Settanta diventano così anticipazione del presente. E appaiono come uno spartiacque fra un prima, legato al lungo dopoguerra – “l’età dell’oro” del capitalismo, dal 1943 al 1973: piena occupazione, welfare state, operaio massa, fordismo e keynesismo – e un dopo, con la frammentazione dei cicli produttivi, la riconfigurazione dei rapporti di produzione e della composizione sociale – l’emergere di nuove soggettività sociali, l’operaio sociale, la fabbrica diffusa e il post-fordismo. Proprio in tale iato affiorano elementi che troveranno materializzazione nei decenni a venire. Sono anni che anticipano anche e soprattutto le pratiche dei movimenti sociali, icasticamente raffigurati nell’ultima pagina del libro nell’immagine della «staffetta» e del «testimone» (p. 273) fra gli anni Settanta e noi. Certo, i Settanta sono stati anche gli anni della nascita del neoliberismo, con le dittature dei Chicago boys e gli esperimenti di “neoliberismo autoritario”; ma Hardt di tutto ciò fa qualche cenno, poiché la sua attenzione è verso la storia dei «movimenti progressisti e rivoluzionari», osservati con metodi assolutamente innovativi. Fin dalle prime pagine, il libro produce un senso di sprovincializzazione o di straniamento sottraendo l’attenzione a letture storiche cui siamo assuefatti che relegano, ad esempio, gli anni Settanta al seguito del Sessantotto italiano; mentre apre a una prospettiva globale, dove le lotte di diversi continenti si connettono in una trama transnazionale di esperienze globali. Il sottotitolo, La globalizzazione delle lotte è precipuo nell’enucleare lo spirito internazionalista del libro, infatti, uno dei metodi di osservazione dei movimenti è quello della «connessione internazionale, genealogica e trasversale» – di cui parleremo più avanti. Un altro approccio molto convincente nella lettura dei movimenti è l’aver archiviato le letture propriamente storiciste: per cui la storia venga misurata in base alle vittorie o alle sconfitte. Hardt piuttosto si interroga su quali visioni, pratiche e teorie innovativi siano emersi nelle situazioni di lotta. Un esempio fra i tanti è il racconto del movimento autogestionario in Portogallo nel 1975, dopo la Rivoluzione dei Garofani, con centinaia di fabbriche e gestite dai lavoratori (circa 895), case e terre occupate. Il coordinamento di questo movimento era la “Comune di Lisbona”, in cui riecheggiava lo spirito della Comune di Parigi. Hardt osserva come il valore di quella rivoluzione risieda non tanto nel successo o nel fallimento ma nella capacità di immaginare una democrazia e una proprietà diverse dal socialismo di Stato, una democrazia del comune. «Il processo rivoluzionario – scrive Hardt – può anche essere valutato non in base alla sua vittoria finale, ma alla forza delle sue innovazioni principali, che possono essere riassunte nel fatto che ha dato origine a un percorso rivoluzionario alternativo per due aspetti, rispetto alla democrazia e alla proprietà, entrambi in contrasto con i principi consolidati del socialismo di Stato esistenti» (p. 92). Sono le potenzialità trasformative, più che i loro esiti, cui vale la pena di guardare, il che è anche un invito prezioso a valutare le scelte nelle situazioni di lotta: il fallimento è la deflagrazione di una scelta, la sconfitta invece è un passo intermedio, un insegnamento. Così le esperienze autogestionarie portoghesi si connettono ad altre situazioni autogestionarie, come l’esempio del 1974 – citato nel libro – dell’esperienza della Lip, la fabbrica di orologi nella regione francese del Jura; e va da sé, il collegarle alle fábricas recuperadas argentine degli anni Duemila o all’esperienza italiana della Gkn di Campi Bisenzio. L’uso del metodo genealogico, trasversale e internazionale intreccia, invece, le vicende dei movimenti in diversi continenti con echi e rimandi continui: è come una trama complessiva e invisibile che riconnette i movimenti oltre il tempo e lo spazio, restituendo una visione d’insieme delle connessioni e delle risonanze. «Indagare queste connessioni internazionali, trasversali e genealogiche – osserva Hardt – è un metodo potente per lo studio dei movimenti sociali e politici. Ogni singola lotta offre una prospettiva leggermente diversa da cui osservare le aspirazioni comuni […] I molteplici punti di vista e le connessioni tra i movimenti mettono a fuoco concetti che risuonano con le problematiche della nostra situazione politica contemporanea» (p. 264). Emerge così una lettura multipiano e trasversale, in cui si intrecciano protagonisti differenti e movimenti internazionali tra loro eterogenei. L’«altro movimento operaio» in America ed Europa; le lotte anticoloniali che attraversano l’Africa — dal Mozambico all’Angola, fino alla Guinea-Bissau —; i movimenti per la democrazia radicale e il potere popolare in Portogallo, Corea del Sud e Giappone; le lotte del movimento di liberazione omosessuale tra Nord America ed Europa; la teologia della liberazione di ispirazione cristiana dell’America Latina; l’esperienza dei rivoluzionari marxisti-sciiti in Iran; gli operai cileni che rivendicano l’autonomia dal processo di statalizzazione della produzione nel Cile di Allende; i movimenti dell’autonomia dal comando del capitale sul lavoro vivo; le lotte di donne e migranti contro le strutture patriarcali e razziali del capitalismo; i primi movimenti ecologisti e antimilitaristi sorti in opposizione alla minaccia nucleare. Questa molteplicità è accomunata dal carattere “sovversivo”, che si manifesta nel tentativo di «smantellare e rovesciare le strutture sociali di dominio» costruendo, allo stesso tempo, «le basi per la liberazione» (p. 6). Sovversione e liberazione, secondo Hardt, procedono di pari passo. Pars destruens e pars costruens, due variabili comunicanti. La critica diviene tanto decostruzione negativa quanto costruzione affermativa di mondi alternativi e confliggenti rispetto all’esistente. E questa azione sottrattiva e costruttiva è riconoscibile in tanti movimenti degli anni Settanta e successivamente. A tal proposito, vien da ricordare l’esperienza dei movimenti dei disoccupati e dei precari a Napoli, dopo il colera del 1973 e nei decenni a seguire. La rivendicazione di quei movimenti si traduceva, da una parte, in sottrazione dal potere delle clientele e dei partiti, e altresì in sottrazione dal recupero delle logiche del collocamento sotto il controllo dei sindacati; e dall’altra parte, nell’affermazione dell’accesso al lavoro e al reddito attraverso le “liste di lotta”; dunque era la partecipazione diretta, nella lotta e non delegata alle strutture dello Stato-piano, che poteva garantire il diritto al lavoro e al reddito. Negli anni Ottanta, la rivendicazione si differenziò in «né con lo Stato, né con la camorra», ma con le liste di lotta per l’accesso al reddito. Hardt inoltre smonta alcuni miti ormai inconfutabili nel dibattito pubblico ed entrati a pieno titolo nei libri di storia. Fra questi vi è la dialettica tra Sessanta e Settanta. Il Sessantotto è l’anno da ammirare, cui rinviare la riflessione quando si evoca la rivoluzione; mentre il Settantasette è l’anno da dimenticare e bandire. L’uno, il decennio dei sogni, l’altro della polvere (da sparo). In realtà, per Hardt, gli anni Settanta sono il tentativo di concretizzare le teorie solamente ipotizzate nel decennio precedente. Purtroppo l’attenzione psicopatologica alla lotta armata, ogni qualvolta si parli di quel decennio, oscura la ricchezza di esperienze collettive, sociali e culturali che hanno animato quegli anni. Gli anni Settanta sono stati veramente un laboratorio di sperimentazioni sociali. E del resto la storiografia del “Secolo breve” ha consumato pagine e pagine per fissare la contrapposizione fra comunismo versus capitalismo, dove il comunismo ha avuto una e solo una applicazione: quella di Stato. Invece I Settanta sovversivi ci mostra come siano esistite forme alternative tanto al capitalismo quanto al comunismo di Stato: forme di democrazia rivoluzionaria in cui la partecipazione diretta si è tradotta concretamente nel governo della proprietà. Un altro mito del Novecento smontato nel libro è il mito della crisi economica degli anni Settanta (crisi petrolifera, finanziaria e economico-sociale). In realtà la crisi è stata la risposta del capitale all’insubordinazione operaia e all’autonomia dal comando del capitale sul lavoro vivo. Da quella ristrutturazione della fabbrica e dell’accumulazione fordista sono emersi una pluralità di soggetti che hanno segnato il passaggio dalla classe unitaria all’eterogeneità. In questa eterogeneità viene individuata la chiave per leggere i mutamenti della composizione di classe e così della politica contemporanea: non più un unico soggetto rivoluzionario, ma una molteplicità di istanze che si articolano e si rafforzano reciprocamente. Le lotte antirazziste si intrecciano con quelle femministe, queer ed ecologiste; le battaglie anticapitaliste con i diritti civili. È la pratica dell’intersezione delle lotte che costruisce un terreno comune senza annullare le differenze. Questa pratica emerge e si diffonde grazie alle lotte dei movimenti femministi e alle pratiche emancipative dei movimenti omosessuali. Fra le tante conseguenze dell’esplosione della classe nell’eterogeneità vi è la fine dell’unità della sinistra, e da quel momento in poi la ricerca della sua ricomposizione, senza soluzione di continuità. Al contrario Hardt non ne parla negativamente o come una fine, anzi, vi intravede una ricchezza: gli esiti sono le possibilità di articolazione delle molteplici istanze che vanno emergendo dall’eterogeneità di classe, il che è un metodo organizzativo proposto nelle ultime pagine del libro. All’altezza dell’eterogeneità sociale Hardt avanza l’ipotesi dell’uso dell’«articolazione strategica della molteplicità»: la sfida è di organizzare l’eterogeneità senza cercare un’unità artificiale, ma tenendo insieme e potenziando le differenti istanze, dove l’una non predomina sull’altra, o meglio l’una trae forza articolandosi con le altre. Per spiegare questa forma organizzativa nel libro si individuano quattro concetti chiave: autonomia, molteplicità, democrazia rivoluzionaria e liberazione. L’autonomia è l’indipendenza dei movimenti da partiti e Stato; la molteplicità è la nuova soggettività collettiva, orizzontale e composita; la democrazia rivoluzionaria è la capacità di inventare nuove istituzioni e forme di cooperazione; la liberazione è un processo quotidiano di trasformazione dei rapporti sociali e personali. Da qui discendono alcune riflessioni, come una sorta di assiomi. Il primo è che i movimenti sono sempre eccedenti rispetto alla democrazia rappresentativa, alle istituzioni borghesi e alle formule elettorali. Costretti in contenitori elettorali, i movimenti perdono la propria potenza, e in realtà non corrispondono alla potenza che invece esprimono nelle mobilitazioni. Due esempi su tutti. Nell’anno 2001 ci sono state manifestazioni moltitudinarie del movimento no global, ciò nondimeno in Italia siamo transitati dal governo D’Alema, nelle giornate di marzo a Napoli, al governo Berlusconi, nel luglio genovese. Così come le mobilitazioni contro il genocidio a Gaza delle ultime settimane non trovano spazio nelle forme di rappresentanza, né tantomeno nei partiti di sinistra. Un altro assioma è che i movimenti depotenziano i partiti che vogliano investire su di essi o mettersi alla testa degli stessi per altri scopi, mentre quei partiti possono fungere da cinghie di trasmissione fra le istituzioni e le parti sociali, in virtù della fruibilità delle risorse, degli strumenti e delle informazioni. Un ultimo assioma è che il conflitto e il consenso sono le variabili e gli strumenti di misurazione dell’intelligenza collettiva dei movimenti, tanto le pratiche incontrano il consenso nella società civile, tanto moltiplicano la partecipazione, articolano le istanze delle parti in lotta e perseguono gli obiettivi dell’eterogeneità sociale. Hardt non fa mistero di un obiettivo de I Settanta sovversivi: discutere alcune questioni per riaprire un’opzione di pensiero e pratica potenzialmente rivoluzionari, i cui semi sono stati gettati proprio negli anni Settanta. Anche se il rompicapo è sempre lo stesso: l’organizzazione. Un rompicapo introdotto da due domande. C’è la domanda che ci portiamo dietro dai Settanta: qual è la nostra parte? E a questa Hardt risponde proponendo di arricchire la molteplicità tramite il metodo dell’articolazione strategica. In effetti le lotte contro il genocidio a Gaza dovrebbero giocoforza connettersi a quelle in difesa dei diritti sociali, lavorativi, di genere, ecc. così come, le lotte contro lo stato di guerra articolarsi con le lotte sul welfare, il salario, ecc. E non in ultimo, l’altra domanda è relativa a un dato tangibile nelle ultime settimane: i movimenti sono in grado di costruire “egemonia” – in termini gramsciani – nella società, ma come possono mantenere aperte opzioni costituenti, costruendo istituzioni del comune, dentro e contro la democrazia rappresentazione e liberale? L'articolo I Settanta sovversivi o il futuro anteriore del nostro presente proviene da EuroNomade.
October 13, 2025
EuroNomade
Una risposta a Bifo
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 4 ottobre. Foto Assopacepalestina -------------------------------------------------------------------------------- Penso sia meraviglioso che due milioni di persone, molte altre in tutta Europa, siano scese in piazza per esprimere la loro rabbia e indignazione per il genocidio e l’attacco alla Flotilla. È necessario che la popolazione sappia che ci sono molte persone indignate, ma è anche positivo che chi detiene il potere lo sappia. Ma soprattutto, è essenziale che il popolo palestinese, e tutti i popoli oppressi del mondo, sappiano che ci sono persone solidali disposte non solo a protestare, ma anche a collaborare per la sopravvivenza di coloro che sono sotto attacco. Credo che l’ultima domanda di Franco (Una sollevazione etica. E adesso?) sia fondamentale: come possiamo continuare? Anzi, come possiamo trasformare l’energia dell’indignazione e della rabbia in modi che intervengano nella vita quotidiana, al di là delle proteste e quando queste necessariamente svaniscono. Non posso dire a nessuno cosa fare. Vi ricordo solo che in America Latina stiamo protestando, forse non proprio ora, ma lo facciamo da tanto tempo quanto voi. Ma c’è un’altra cosa che vorrei mettere sul tavolo. Mentre con una mano alziamo i pugni per la rabbia, con l’altra costruiamo spazi autonomi, fuori dal controllo del capitale e dei governi. Consideriamo questi spazi strategici, anche se è chiaro che questa parola ha un sapore decisamente anni Settanta. Ogni iniziativa autonoma in materia di edilizia abitativa, sanità, istruzione e produzione alimentare ci aiuta in due modi: sottraendo al capitale la sua base riproduttiva, per quanto piccola, e creando spazi che ci aiutino a mantenere viva la resistenza. Sono assolutamente certo che molti di questi spazi esistano in Italia. Ecco perché vi dico, ricordando Che Guevara in questi giorni: “Create due, tre, tanti Mondeggi!”, “Create due, tre, tanti Chiapas!”. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MASSIMO DE ANGELIS: > La Flotilla, le piazze e la vita che esonda -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una risposta a Bifo proviene da Comune-info.
October 7, 2025
Comune-info