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Elezioni presidenziali in Cile, vince il candidato di estrema destra Kast
Con 16,6 punti di differenza con la candidata comunista Jeannette Jara, il candidato di estrema destra José Antonio Kast Rist ha vinto il ballottaggio di ieri, 14 dicembre, alle elezioni presidenziali cilene. Non è stata una sorpresa, dato che i sondaggi lo davano già per vincitore, ma la percentuale è leggermente diversa rispetto alle previsioni, con Jeannette Jara che ha ottenuto il 41,79% dei voti, mentre il vincitore ha ottenuto il 58,21%. I voti nulli sono stati il 5,83%, mentre quelli bianchi l’1,23%, percentuali abbastanza comuni. Così, l’11 marzo 2026 Gabriel Boric dovrà passare il governo a colui che era stato suo avversario nel ballottaggio precedente. Kast imporrà quello che ha definito un governo “di emergenza”, riducendo il numero dei ministeri e concentrandosi sulle politiche di sicurezza e contro gli immigrati. Il progressismo perde così l’opportunità di continuare a governare, come è già successo in tanti Paesi latinoamericani, dove l’ondata di estrema destra ha preso vigore in questo momento storico caratterizzato da una forte crisi globale. Appena i risultati sono stati annunciati, il presidente Boric ha telefonato a Kast per dirgli: “Le porgo le mie congratulazioni per aver ottenuto una chiara vittoria. Sono molto orgoglioso della democrazia e ho chiesto a tutti i miei collaboratori di essere all’altezza dei coordinamenti necessari. La invito domani al Palazzo della Moneda, per poter discutere faccia a faccia della necessaria continuità.”. Riconoscendo la sconfitta, Jeannette Jara ha dichiarato: “Continueremo a lavorare insieme per un Paese migliore. Oggi la democrazia ha parlato forte e chiaro. Auguriamo successo a Kast per il bene del Cile. È nella sconfitta che si impara di più ed è lì che la convinzione democratica deve essere più forte. Continuerò a lavorare affinché la vita nel nostro Paese non sia una strada in salita. Saremo l’opposizione e la via dell’unità è l’unica che vale la pena di percorrere. Abbiamo costruito un’alleanza ampia, storica, abbiamo una forza politica, sociale e culturale che dobbiamo custodire. Oggi non c’è spazio per lo scoraggiamento, c’è un compito che continua. Il lavoro, la giustizia sociale, la democrazia e il rispetto dei diritti umani devono andare avanti e noi non faremo marcia indietro. Saremo fermi nel proteggere ciò che abbiamo ottenuto. Condanneremo la violenza, da qualunque parte provenga. Per il bene del Cile, lasciamoci alle spalle le asprezze e gli odi che hanno caratterizzato questa campagna. È fondamentale saper ascoltare e farlo con umiltà. Dobbiamo riflettere profondamente sulle condizioni che hanno portato a questa sconfitta. Rimango con la speranza che un Cile giusto sia possibile. L’unità è fondamentale e dovremo ampliarla e rafforzarla. La sconfitta è sempre breve, domani torneremo al lavoro, lottando con coraggio e ci ritroveremo, insieme e a testa alta.” Se c’è una parola con cui potremmo definire il futuro governo cileno sostenuto da tutte le diverse destre, è la sua caratteristica di anti-umanesimo che si è esplicitamente manifestata durante questa lunga campagna elettorale. Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo     Pía Figueroa
Secondo turno delle elezioni presidenziali in Cile: decidere se andare avanti o tornare indietro
Il secondo turno delle elezioni presidenziali è il momento della verità. È il momento in cui le parole devono trasformarsi in impegni chiari e le promesse devono essere misurate con la vita quotidiana di milioni di cileni e cilene. Il primo turno è stato caratterizzato dalla dispersione: otto candidati, molteplici discorsi e una cittadinanza che ha dovuto districarsi tra promesse e diagnosi diverse. Il secondo turno è diverso. Qui non si tratta di scegliere tra nomi, ma tra due progetti di Paese. Come ho già sottolineato, una cosa è competere tra otto candidati… e un’altra è confrontare due idee di Paese. Oggi il Cile si trova di fronte a una decisione cruciale: continuare sulla strada dell’ampliamento dei diritti e del rafforzamento democratico, o tornare indietro verso un modello che concentra i privilegi e indebolisce ciò che è stato conquistato. E in questo dibattito, la Pensione Garantita Universale (PGU) è diventata un simbolo di ciò che è in gioco. La PGU è stata creata per rispondere a decenni di ingiustizie nel sistema previdenziale, garantendo un livello minimo di dignità agli anziani. Non è un regalo: è un diritto conquistato grazie alla pressione sociale e alla volontà politica di avanzare verso un Paese più giusto. Jeannette Jara ha difeso e rafforzato questo diritto, promuovendone l’estensione e assicurando che raggiunga un numero maggiore di beneficiari. Il suo impegno è chiaro: la PGU non va toccata, va migliorata. Ma non è solo la PGU a essere in gioco. Il secondo turno mette anche a confronto visioni diverse sulla nostra storia recente e sul rispetto incondizionato dei diritti umani. José Antonio Kast ha dichiarato pubblicamente la sua disponibilità a concedere benefici o addirittura indulti ai condannati per crimini contro l’umanità detenuti a Punta Peuco, adducendo ragioni umanitarie per coloro che sono malati o anziani. Questa posizione, lungi dall’essere neutrale, rivela un atteggiamento compiacente nei confronti dei responsabili di gravi violazioni dei diritti umani durante la dittatura. Jeannette Jara invece rappresenta la garanzia che la democrazia si costruisce sulla memoria, la giustizia e la dignità delle vittime, riaffermando che i diritti umani non sono negoziabili, né possono essere relativizzati adducendo pretesti. Il secondo turno ci obbliga a chiederci senza mezzi termini: vogliamo un Cile che garantisca pensioni dignitose e sicurezza sociale universale, o un Cile che consegni questi diritti al business privato? Vogliamo una democrazia costruita sulla base dei diritti conquistati, o una democrazia che regredisce e normalizza l’esclusione? Non si tratta di sfumature. Si tratta di scegliere tra andare avanti o tornare indietro. Tra un Paese che riconosce la dignità di ogni persona e uno che normalizza l’esclusione. Tra un progetto che difende ciò che è stato conquistato e apre la strada a nuove trasformazioni e uno che minaccia di smantellare ciò che è costato tanto costruire. Il secondo turno è il momento della verità. È il momento in cui le parole devono trasformarsi in impegni chiari e le promesse devono essere misurate con la vita quotidiana di milioni di cileni e cilene. E in questo confronto, Jeannette Jara è la scelta migliore per salvaguardare la democrazia, difendere i progressi compiuti e garantire che il Cile continui ad essere un Paese di diritti, non di privilegi. Perché alla fine, votare non significa solo scegliere una persona. Significa decidere che tipo di Paese vogliamo essere. E oggi la scelta è tra un Cile che avanza con giustizia e democrazia, o un Cile che regredisce verso la disuguaglianza, la paura e l’impunità. Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante Revisione di Anna Polo Tomás Hirsch
Cile: nubi minacciose sulla contesa elettorale
Secondo i sondaggi, è molto probabile che più della metà della popolazione cilena rimanga insoddisfatta di chiunque vincerà la corsa presidenziale. Né la vittoria di una candidata comunista, né l’eventuale vittoria del leader del Partito Repubblicano, potranno soddisfare quel centro politico frammentato che non è stato in grado di imporre qualcuno del proprio settore all’interno dei due maggiori raggruppamenti, sia nel centro-sinistra che nel centro-destra. Finora, coloro che hanno maggiori possibilità di passare al secondo turno elettorale sono Jeannette Jara (sinistra) e José Antonio Kast (destra). Vale a dire, gli estremi dell’arcobaleno politico cileno. Si stanno compiendo enormi sforzi a montare delle campagne di terrore a danno di entrambi i candidati. Tuttavia, queste manovre non hanno influenzato le intenzioni di voto dei cittadini cileni. Molto più impatto sembra avere la serie di errori commessi dagli stessi contendenti, così come dai partiti che rappresentano. Ma questo può al massimo favorire il voto nullo o bianco, posizione che è stata insinuata dai democratici cristiani, dagli autodefiniti socialisti “democratici” e da alcuni leader di altre formazioni riluttanti al trionfo dei candidati che oggi sono meglio quotati. Va considerato che, parallelamente, gli elettori dovranno rinnovare tutti i membri della Camera dei deputati e metà del Senato in elezioni che stanno gradualmente concentrando gli interessi dei partiti. Soprattutto quando si presume che chiunque sarà il futuro presidente della Repubblica non otterrà una maggioranza parlamentare che gli consenta di governare senza grandi intoppi con il potere legislativo. In sostanza, i partiti politici scommettono che sarà in entrambe le camere che si giocherà la grande battaglia per il proprio futuro politico e quello del Paese. Per questo motivo molti analisti prevedono una situazione di ingovernabilità e di nuovi conflitti sociali. È in questo senso che si spiegano le tensioni vissute dalla candidata Jara e dalla sua stessa comunità. Per quanto il Partito Comunista abbia concesso autonomia alla candidata del partito di governo, in pratica il PC disapprova quella che definisce la posizione socialdemocratica assunta da lei nel tentativo di ottenere sostegno e fiducia degli otto partiti che rappresentano la sua candidatura. Sembra che i comunisti non vogliano che le loro posizioni più radicali vengano offuscate, il che potrebbe compromettere le loro aspirazioni di aumentare la loro rappresentanza di deputati e senatori. Questo raffreddamento dei dirigenti comunisti nei confronti della loro candidata presidenziale sarebbe favorito dalla constatazione che il sostegno popolare a Jeannette Jara sembra aver raggiunto il limite massimo, oltre alle scarse possibilità che avrebbe nella disputa con uno qualsiasi dei tre candidati della destra. Vale a dire, lo stesso Kast, Evelyn Matthei e Johannes Kaiser. In definitiva, né l’anticomunismo né l’antipinochetismo sono riusciti a influenzare in modo significativo le campagne elettorali. La cosa più chiara è che i cileni preferiscono una soluzione radicale piuttosto che la continuità, in una chiara espressione del malcontento generale nei confronti di tutti i principali attori politici e partiti. A poco più di due mesi dal voto, c’è ancora il 25% degli elettori senza un candidato e apparentemente senza un grande interesse a votare. Sebbene il voto sia obbligatorio, ciò influirà comunque sui risultati. È evidente che l’opposizione è più sicura della vittoria e del buon risultato elettorale di tutti i suoi candidati presidenziali. Ma questo entusiasmo non riesce a dissuadere i suoi partiti dalle aspre controversie in tutto il settore. E se si suppone anche che al secondo turno saranno tutti costretti a trovare un accordo elettorale, non mancano coloro che prevedono che Kast non troverà persone delle file di Renovación Nacional o dell’UDI disposte a entrare a far parte del suo governo. Sapendo, inoltre, che nemmeno i repubblicani entrerebbero a far parte di un eventuale governo di Evelyn Matthei. Da parte del governo, c’è molta più vocazione al potere. I suoi partiti hanno già co-governato nell’amministrazione di Gabriel Boric e, prima ancora, in quella della Nueva Mayoría (Michelle Bachelet) e della Concertación Democrática (Patricio Aylwin, Ricardo Lagos ed Eduardo Frei). Ma la vittoria alle primarie di Jeannette Jara ha incrinato la piena armonia. Una situazione che potrebbe diventare più evidente al momento dell’insediamento del nuovo potere legislativo. Queste tensioni hanno provocato il fallimento del presidente Boric nell’imporre la piena unità del suo settore, il che ha portato alla nascita di una lista parallela di candidati al Congresso Nazionale. Si tratta del Partito Umanista e dei Verdi Regionalisti. Una scissione elettorale che ha provocato l’ira del capo dello Stato e lo ha portato a destituire dal suo incarico il ministro dell’Agricoltura, Esteban Valenzuela, militante di un partito del settore. Considerato da molti uno dei suoi segretari di Stato più efficienti, in quella che è stata definita una vendetta del presidente. Questo incidente dimostra la perdita di leadership di Boric e la decisione dei partiti politici di governo di ignorare i suoi desideri e le sue istruzioni, in un panorama che certamente cospira contro le intenzioni presidenziali di Jeannette Jara. In questo scenario polarizzato, sembra che le candidature presidenziali di Franco Parisi, Marco Enríquez Ominami ed Eduardo Artes abbiano poche possibilità di raccogliere molti sostenitori, di “rubare”, come si dice, voti ai principali avversari. Si presume già che ottenere le firme dei cittadini per iscriversi alle elezioni ufficiali sia un buon affare, poiché il Registro Nazionale Elettorale dovrà concedere dei fondi anche ai candidati alla presidenza e alle migliaia di candidati al Congresso Nazionale. Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. Juan Pablo Cárdenas
Tomás Hirsch: “Jeannette Jara rappresenta la speranza che in Cile sia possibile cambiare le cose in modo profondo”
Il 29 giugno in Cile Jeannette Jara ha vinto le primarie della sinistra e sarà la candidata delle forze democratiche, progressiste, indipendenti e umaniste alle elezioni presidenziali che si terranno a novembre, dove dovrà affrontare i rappresentanti della destra e dell’estrema destra. Discutiamo della situazione politica e sociale del Paese, delle prospettive aperte da questa vittoria e delle proposte della coalizione di sinistra con Tomás Hirsch, deputato e presidente di Acción Humanista, che ha partecipato con entusiasmo alla campagna elettorale che ha portato alla schiacciante vittoria di Jeannette Jara. Dopo quasi quattro anni di governo Boric, come vedi la situazione politica e sociale in Cile? Quali sono stati i principali progressi in questo periodo e quali le sconfitte? Indubbiamente in questi quasi quattro anni di governo del presidente Gabriel Boric, a cui abbiamo partecipato come Acción Humanista, sono stati compiuti importanti progressi, ma non abbastanza da poter dire che il Cile è un Paese in cui esistono una vera giustizia sociale e diritti sociali garantiti come quelli a cui aspiriamo. Sono stati fatti dei progressi, ma c’è ancora molta strada da fare. Perché c’è ancora molta strada da fare? Fondamentalmente perché, pur stando al governo, non avevamo la maggioranza al Congresso e questo ha significato un impedimento permanente da parte della destra a realizzare le principali trasformazioni proposte nel nostro programma di governo. Si trattava di trasformazioni strutturali nei settori della sanità, dell’istruzione, della casa, del lavoro e delle pensioni. Allo stesso tempo, la sconfitta subita nel plebiscito per l’approvazione di una nuova Costituzione è stata un colpo durissimo, che ha generato frustrazione e smobilitazione in molte persone. Da quel momento in poi c’è stato un cambiamento nelle priorità del governo, con una forte enfasi sulla sicurezza e su altre questioni che non erano incluse nel programma iniziale. In breve, credo che ci siano stati grandi progressi nei diritti delle donne, nei diritti del lavoro, nella riforma del sistema pensionistico e in quella del sistema educativo, per finire con il sistema di crediti e pagamenti per gli studenti, ma c’è ancora molta strada da fare e questa è la possibilità che si apre con un governo guidato da Jeannette Jara. Jeannette Jara ha sconfitto Carolina Tohá, la candidata del Socialismo Democratico, che fino a pochi mesi fa i sondaggi davano per sicura vincitrice. Quali sono stati, secondo te, gli elementi che l’hanno portata alla vittoria?   Credo che ci siano diversi elementi che hanno contribuito alla vittoria di Jeannette Jara. In primo luogo, le sue caratteristiche personali. La gente la percepisce come una persona genuina, sincera, vera, che non finge di essere ciò che non è, riconoscibile come una persona che viene dal popolo, con una madre che era una donna delle pulizie, con lei stessa che è stata una lavoratrice stagionale in gioventù, una bracciante agricola, ma allo stesso tempo come una persona che come Ministra del Lavoro è riuscita a far approvare importanti leggi come la riduzione della giornata lavorativa, l’aumento del salario minimo e la riforma del sistema pensionistico. In breve, direi che c’è un rifiuto dell’élite politica, un rifiuto di un ritorno alla vecchia Concertación, espresso nel voto molto basso per Carolina Tohá, che è stata percepita come un membro dell’élite, come una persona “distante”, che spiegava come dovrebbero essere le cose. La gente è stanca di quelli che vengono a pontificare, che vengono a spiegare dall’alto come dovrebbero essere le cose. Allo stesso tempo, credo che ci sia un’aspirazione a muoversi verso trasformazioni profonde come quelle proposte da Jeannette Jara e un rifiuto, una distanza da ciò che si percepiva di Carolina Tohá, come una politica che voleva rifondare, riprendere quella che era la vecchia Concertación. C’è stato anche un voto punitivo per il Frente Amplio, che credo rifletta anche la frustrazione per ciò che questo governo non ha fatto, per tutte le promesse e gli impegni non mantenuti, anche se in molti casi questo mancato adempimento è dovuto al fatto che l’opposizione di destra ha la maggioranza al Congresso. Jeannette Jara rappresenta quindi la speranza, il ritorno della speranza che sia possibile cambiare le cose in modo profondo. Credo che questo elemento abbia avuto una forte influenza, rafforzato anche dalle sue caratteristiche personali. Jeannette viene percepita come una persona molto semplice, comunicativa, che vive e conosce davvero i problemi di cui soffre la stragrande maggioranza della gente. In un certo senso queste elezioni primarie sono state definite come una scelta tra “popolo ed élite”. Vedi delle analogie con un’altra vittoria inaspettata e incoraggiante, quella di Zohran Kwame Mamdani alle primarie del Partito Democratico per il candidato sindaco di New York?  Si possono certamente riconoscere delle analogie con la vittoria molto incoraggiante di Zohran Kwame Mamdani alle primarie del Partito Democratico per la candidatura a sindaco di New York. In Cile e negli USA queste vittorie esprimono una ribellione alle vecchie proposte conservatrici che promettono, ma alla fine non cambiano nulla. Credo che entrambi rappresentino la freschezza del nuovo, la possibilità di cambiare, le speranze delle nuove generazioni. In breve, mi sembra che ci siano delle analogie e che ci siano anche delle somiglianze con quanto abbiamo visto in Messico con l’elezione e le politiche portate avanti da Claudia Sheinbaum, l’attuale presidente del Paese. Che cosa ha spinto Acción Humanista a sostenere la candidatura di Jeannette Jara? In Acción Humanista abbiamo deciso di sostenere Jeannette Jara diversi mesi fa, quando nessuno la vedeva come una candidata con possibilità di vincere le elezioni primarie. La decisione è stata presa in un ampio consiglio generale all’unanimità e grazie a un registro di coerenza. Abbiamo ritenuto che fosse la cosa giusta da fare, che non si trattava di un calcolo elettorale, ma che dovevamo fare la nostra scelta sulla base di un registro di coerenza, che lei rappresentava le aspirazioni più sentite del mondo dell’umanesimo, che la sua proposta rifletteva le nostre priorità, le nostre lotte fondamentali. Va sottolineato che, oltre ai comunisti, il suo partito, Acción Humanista è stata l’unico altro partito a sostenerla alle primarie. Da questo punto di vista, tralasciando tutti i calcoli, e pensando all’epoca che molto probabilmente non avrebbe vinto, c’è stato un consenso per appoggiare la sua candidatura. Lo abbiamo fatto in modo molto attivo, ci siamo uniti al suo direttivo, siamo stati tra i principali portavoce della sua campagna, sia la deputata e vicepresidente di Acción Humanista, Ana María Gazmuri, sia il nostro sindaco Joel Olmos, sia io, come deputato e presidente di Acción Humanista. La nostra gente ha partecipato molto attivamente in tutte le regioni e i Comuni in cui siamo presenti. Abbiamo anche creato un legame umano molto stretto con Jeannette e credo che siamo riusciti a dare un contributo in termini di sguardo, di stile, di atteggiamento, di collocazione dell’umanesimo nel rapporto che stavamo costruendo con lei, che andava avanti già da prima e che ora è proiettato verso il primo turno delle elezioni,  a novembre. Valutando la nostra decisione ora che Jeannette ha vinto con una maggioranza schiacciante alle primarie, crediamo che sia stato un atto molto valido, che ci permette di guardare al futuro con grande speranza. Come umanisti siamo molto impegnati a continuare a lavorare insieme, a contribuire con uomini e donne ai rispettivi team di lavoro, a collaborare negli aspetti programmatici, editoriali, organizzativi e comunicativi. Sappiamo che in questa nuova fase confluiranno anche le équipe degli altri partiti progressisti che hanno perso alle primarie e hanno promesso il loro sostegno, per cui si formerà un direttivo molto più ampio e diversificato e continueremo a contribuire con la visione e le proposte dell’umanesimo. Quali sono i punti principali del programma della sinistra? I punti principali del programma sono, in primo luogo, passare da un salario minimo, che è già cresciuto molto con questo governo, a quello che noi chiamiamo un salario vitale, cioè un salario che permetta a una famiglia di vivere in modo decente e dignitoso.  In secondo luogo, portare avanti e approfondire la riforma del sistema pensionistico, auspicabilmente fino a porre fine alle “Administradoras de Fondos de Pensiones” ( AFP)[1].  In terzo luogo, portare avanti un modello di sviluppo e crescita con una migliore distribuzione del reddito, dando priorità ai progressi verso un maggiore valore aggiunto nell’economia del Paese, che è fondamentalmente un’economia estrattivista ed esportatrice di materie prime. Quarto, migliorare le condizioni nello sfruttamento dei nostri minerali, aumentando le royalties e puntando a recuperare l’industria del litio come industria strategica per il nostro Paese. Quinto, fare progressi nella riforma del sistema sanitario, rafforzando la sanità pubblica, che oggi soffre ancora di enormi carenze a causa della mancanza di finanziamenti adeguati che le permettano di competere meglio con i sistemi sanitari privati. In sesto luogo, una politica che ponga l’accento sulla protezione dell’ambiente, tenendo conto delle crisi climatiche, del riscaldamento globale e dei rischi che queste crisi climatiche comportano oggi per il nostro Paese. Pertanto, i criteri ambientali costituiscono un aspetto strategico e fondamentale del nostro programma di governo. Settimo, rafforzare e far progredire le relazioni internazionali con la nostra regione, mantenendo i legami con i Paesi dei cinque continenti, ma promuovendo una politica di pace, soprattutto nella nostra regione latinoamericana. Questi sono alcuni degli aspetti del programma di governo, che in questa fase sarà arricchito con le proposte programmatiche degli altri candidati che hanno partecipato alle primarie e hanno perso. Ci siamo impegnati a includere anche le loro proposte, per elaborare un programma comune a tutto il progressismo e l’umanesimo. Quali prospettive vedi per le elezioni presidenziali di novembre? Qualche tempo fa si dava per scontato che le elezioni di novembre sarebbero state vinte dalla candidata di destra Evelyn Matthei e c’era anche il rischio che vincesse un candidato di estrema destra come José Antonio Kast. Oggi direi che questo scenario è cambiato. I primi sondaggi dopo le primarie danno un ottimo primo posto a Jeannette Jara, molto più avanti di Matthei e Kast. Naturalmente il panorama è ancora aperto, mancano cinque mesi e possono succedere molte cose, ma credo che oggi sia un’elezione aperta e che il mondo della sinistra, del progressismo e dell’umanesimo possa vincere. Metteremo tutto in gioco per ottenere questa vittoria, che probabilmente non sarà al primo turno di novembre, ma al secondo turno di dicembre. Oggi Jeannette Jara è chiaramente una candidata molto competitiva, che sta generando una grande speranza in molte persone, soprattutto tra i giovani. Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo [1] Un sistema istituito nel 1981 dal regime militare di Pinochet, affidando le pensioni a società finanziarie private che gestivano i contributi dei lavoratori senza alcun intervento statale o contributo da parte dei datori di lavoro. Anna Polo
Jeannette Jara: la prima comunista che guiderà la sinistra cilena
Alle primarie delle elezioni cilene ha vinto Jeannette Jara per il Partito Comunista con oltre il 60% dei voti. Domenica 29 giugno si sono tenute le primarie della sinistra cilena. L’elezione vedeva confrontarsi quattro candidati: Carolina Tohá per il PPD, partito di centrosinistra membro della storica Concertación; Gonzalo Winter per il Frente Amplio, la coalizione del presidente Boric; Jaime Mulet, della Federación Regionalista Verde Social, e Jeannette Jara per il Partito Comunista. Ha vinto Jara, che con oltre il 60% dei voti ha ottenuto una vittoria non solo netta, ma anche storica: per la prima volta, infatti, una militante del Partito Comunista guiderà la candidatura presidenziale della sinistra cilena. Fino a oggi, il Partito Comunista del Cile (PCCh) aveva partecipato a numerose candidature e governi della sinistra cilena. Il governo del presidente Boric, quello di Salvador Allende o il secondo mandato di Bachelet sono alcuni degli esempi più rilevanti. In questi governi e nelle candidature che li hanno portati alla Moneda, il PCCh era presente, ma sempre in secondo piano. I comunisti fornivano disciplina, lavoro e forza militante, ma si riteneva che un candidato di quell’area fosse un suicidio politico. Il Cile era un paese troppo conservatore, o troppo anticomunista, perché qualcuno del PCCh potesse raggiungere la presidenza. Questa narrazione è durata a lungo ed è stata presente persino nella precedente primaria presidenziale, in cui il comunista Jadue partiva come favorito, ma fu ampiamente superato da Gabriel Boric che, oltre a fare una campagna migliore, era considerato più competitivo per la corsa presidenziale. Oggi, per la prima volta, questo racconto si è spezzato e Jara si è imposta con una forza che neppure le più ottimiste si sarebbero aspettate. L’ex-ministra di Boric ha vinto in tutte le regioni e ha ottenuto il doppio dei voti rispetto all’altra ex-ministra Carolina Tohá, che inizialmente molti consideravano come la favorita. Ha dimostrato chiaramente di essere la miglior candidata della primaria e ora resta da vedere come si muoverà in un terreno più difficile: l’elezione presidenziale. Foto di Luca Profenna JARA PUÒ VINCERE? La grande domanda che aleggia nella conversazione pubblica cilena è se Jeannette Jara abbia la possibilità di vincere un’elezione presidenziale. La candidata comunista ha già rotto lo schema delle primarie, ma riuscirà anche a rompere quello di un’elezione presidenziale? La prima cosa da dire è che Jara affronterà la sfida elettorale in un contesto estremamente difficile. La candidata della sinistra cilena avrà molte difficoltà non solo per essere comunista, infatti, molte delle sfide che dovrà affrontare sarebbero toccate a qualunque altro vincitore delle primarie. La prima di queste è il clima di smobilitazione che sta vivendo la sinistra cilena. La campagna ne è stata un chiaro riflesso: mentre la primaria del 2021 fu vibrante, intensa e pervasa da un certo sentimento di speranza, quella del 2025 è stata monotona, noiosa e ha faticato a suscitare l’interesse dei cileni. I numeri della partecipazione parlano da soli: nel 2021 votarono 1,7 milioni di persone in una primaria tra Frente Amplio e Partito Comunista; nel 2025 sono stati solo 1,4 milioni, nonostante questa volta partecipasse anche il centrosinistra e ci fossero quattro candidati. Le differenze non sono solo quantitative, ma anche qualitative: è sembrato che nel 2021 si corresse per vincere, mentre nel 2025 si è corso per sopravvivere. Il secondo elemento che complica qualsiasi candidatura da sinistra è l’usura del governo di Gabriel Boric. Un altro cambiamento del 2025 rispetto al 2021 è che “la primaria della sinistra” è diventata “la primaria del governo” e qualsiasi candidatura vincente sarà la rappresentante dell’attuale esecutivo nel prossimo agosto. Il governo di Boric non è affondato nei consensi, tutt’altro, e a differenza degli ultimi governi Piñera e Bachelet ha mantenuto percentuali stabili fino alla fine del mandato. Il problema è che questi numeri non sono sufficienti, poiché si aggirano attorno al 30% dell’elettorato, più o meno la percentuale che lo sostenne al primo turno nel 2021. Per arrivare al ballottaggio, Jara dovrà inizialmente conquistare quel 30% da cui al momento è piuttosto distante. Nelle elezioni di ieri ha votato solo il 9% del corpo elettorale e la candidata comunista, con i suoi 800.000 voti, dovrà arrivare almeno a due milioni per avere possibilità di giocarsi il secondo turno. Non è impossibile, ma certo non sarà una passeggiata. Il terzo punto critico per la sinistra è un’agenda mediatica sbilanciata a destra, dove l’insicurezza e la lotta alla criminalità restano i temi dominanti del dibattito pubblico e le principali preoccupazioni dei cileni. Questi temi, come già nel 2021, continuano a penalizzare la sinistra, oggi anche considerata responsabile per non averli risolti durante il mandato. In questo contesto, le ricette securitarie e i discorsi della mano dura di Kast, Matthei o Kaiser risultano molto più in sintonia con il sentire comune e hanno maggiori possibilità di crescere rispetto a una sinistra che fatica ancora a trovare tono e proposte. L’unico lato positivo è che almeno la candidata non sarà l’ex-ministra dell’interno – Carolina Tohá – che avrebbe avuto molte difficoltà a convincere qualcuno di essere la soluzione per problemi che non è riuscita a risolvere nell’ultima legislatura. Nonostante uno scenario tutt’altro che promettente, ci sono tre elementi chiave che sono stati determinanti nella vittoria di Jara e su cui si può costruire una candidatura presidenziale vincente. Foto di Luca Profenna LE BUONE CHANCES Il primo è che Jara è l’unica candidata in grado di articolare, in qualche modo, un discorso anti-establishment. A differenza di Winter e Tohá, la candidata comunista è cresciuta in un quartiere popolare e ha una storia personale che può connettere con il cileno medio, evitando di essere percepita come parte dell’élite. Questo è fondamentale nel contesto cileno, dove il rifiuto delle élite è stato una costante negli ultimi anni. Questo rifiuto ha avuto espressioni tanto a destra quanto a sinistra, a seconda del momento politico, ma è presente dal estallido social [una serie di manifestazioni scoppiate in Cile, principalmente nella capitale Santiago, a partire dal 7 ottobre 2019, inizialmente contro l’aumento del costo del biglietto della metropolitana, ma ben presto estese alla protesta contro il carovita e la corruzione, ndt] del 2019. È stato presente nelle proteste contro il governo Piñera, nel rigetto di due proposte costituzionali e anche in un’elezione presidenziale in cui Boric riuscì a incorniciare il secondo turno come uno scontro tra “il nuovo e il vecchio”, che lo portò alla vittoria su Kast. Se Jara vuole vincere l’elezione dovrà in qualche modo cavalcare questo sentimento diffuso tra molti cileni. Avrà un’occasione, dato che i suoi principali avversari – Matthei, Kast e Kaiser – provengono da famiglie con generazioni alle spalle in posizioni di potere politico o militare. Il punto sarà capire se riuscirà a farlo in un contesto di forte distacco verso un governo di cui ha fatto parte attivamente. Il secondo elemento che favorisce Jara è che probabilmente è colei che meglio può sopravvivere al sentimento antigovernativo oggi prevalente in Cile. Tra tutte le misure adottate dal governo in questi quasi quattro anni, quelle uscite dal ministero di Jara sono state le più apprezzate dalla popolazione cilena. La riduzione della giornata lavorativa e l’aumento del salario minimo sono state tra le poche promesse che il governo Boric ha mantenuto in modo soddisfacente, insieme alla riforma delle pensioni, che pur se insufficiente, almeno indica una direzione. Dunque, se si tratta di difendere l’eredità del governo Boric, Jeannette Jara è probabilmente la più preparata a farlo e la meno esposta alle critiche sull’insoddisfazione verso l’esecutivo. Il terzo punto a favore di Jara riguarda il suo rapporto con il partito. Si è ripetuto fino alla nausea che la sua militanza comunista potrebbe condannarla al fallimento, ma Jara non è percepita come una comunista tipica. Il suo rapporto con il partito è stato molto teso negli ultimi mesi e la candidata si è notevolmente distanziata, senza però rompere del tutto con la cupola comunista. Jara ha dichiarato che chi «vince la primaria sarà la candidata di una coalizione ampia, non di un solo partito» e ha evitato di prendere posizione sugli orientamenti internazionali del partito in temi delicati come Cuba o Venezuela, questioni su cui Jadue perse terreno nelle passate primarie. L’ex-ministra del lavoro sa perfettamente che se sarà percepita come una comunista intransigente non avrà nessuna possibilità in queste elezioni, per cui negli ultimi mesi ha cercato di distaccarsi da quella immagine. La figura di Jara, quindi, non è quella di una militante comunista tradizionale, ma quella di una persona che, tanto per il suo percorso personale quanto per la sua traiettoria politica, può essere considerata a suo modo un’outsider – e questo, negli ultimi anni, ha avuto un certo valore nella politica cilena. Per molti, la nuova candidata ricorda più Bachelet per il suo carisma e la sua empatia nel rapporto con le persone, rispetto a una tipica candidata comunista; questo potrebbe aiutarla nelle prossime elezioni. Come detto, per Jara sarà una sfida molto difficile ed è bene essere consapevoli della realtà e non farsi troppe illusioni, nonostante la forza della sua vittoria. Tuttavia, la campagna delle primarie ha mostrato chiaramente – come già si era visto nel suo lavoro di governo – che è una persona capace di connettere con la gente e che ha delle qualità come candidata. Non sarà la candidata ideale, ma è senza dubbio di gran lunga, colei che meglio può rappresentare la sinistra tra coloro che possono (e vogliono) farlo. Articolo pubblicato originariamente in castigliano su El Salto Diario. Traduzione in italiano di Alessia Arecco per DINAMOpress Immagine di copertina di Voceria de Gobierno de Chile, 2022, da commons.wikimedia L'articolo Jeannette Jara: la prima comunista che guiderà la sinistra cilena proviene da DINAMOpress.