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Londra: illegale la messa al bando di Palestine Action
Facciamo il punto sulle ricadute della sentenza dell'Alta Corte che, ieri, a Londra, ha definito illegale la messa al bando di Palestine Action, dichiarata organizzazione terroristica nel luglio dello scorso anno, con migliaia di persone fermate e centinaia di arresti. La sentenza, tra l'altro, ha un preciso peso politico perché fa a pezzi le posizioni del governo Labour, che aveva sostenuto con forza la messa al bando dell'organizzazione; per queste ragioni, il governo britannico è intenzionato a proporre appello alla decisione del tribunale. 
February 14, 2026
Radio Onda Rossa
Chi ha paura della contestazione?
Il caso Francesca Albanese La portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Marta Hurtado, ha dichiarato: “Esprimiamo profonda preoccupazione per l’escalation di attacchi e critiche nei confronti dei nostri esperti indipendenti, a seguito delle critiche dei governi europei rivolte all’esperta delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca Albanese. Tali pratiche distolgono l’attenzione dalle gravi questioni relative ai diritti umani. Prendere di mira gli esperti delle Nazioni Unite minaccia la loro indipendenza e mina il loro ruolo nel documentare le violazioni e nel fornire resoconti oggettivi alla comunità internazionale, sottolineando la necessità di rispettare i loro mandati e di proteggerli dalle pressioni politiche”. Questa presa di posizione dell’ONU non l’ha pubblicata nessun giornale in Italia. C’è da preoccuparsi per lo stato di salute dell’Informazione nel nostro Paese, dove su una fake news colossale si sono sperticati i maggiori commentatori. Nessuno finora ha chiesto scusa. Gran Bretagna È uno schiaffo sonoro per l’esecutivo laburista del premier Keir Starmer: Palestine Action ha vinto il ricorso contro la contestatissima messa al bando del governo inglese, per la falsa accusa di “terrorismo” nei confronti dell’organizzazione di solidarietà con il popolo palestinese e contro il sostegno britannico al genocidio israeliano a Gaza. Palestine Action è nota per azioni di disobbedienza civile, ma i suoi attivisti non sono mai stati responsabili di attentati di sorta contro le persone. La sentenza dell’Alta Corte frustra la criminalizzazione del dissenso del governo britannico che – ricordiamolo – ha ridotto in carcere 3mila persone, alcune delle quali hanno condotto uno sciopero della fame per oltre 50 giorni. Il pronunciamento dell’Alta Corte è molto forte: “provvedimento illegale, e per questo discriminatorio”. Il gruppo di attivisti, la scorsa estate, aveva compiuto una serie di azioni dimostrative contro l’indisturbata mattanza di palestinesi da parte dell’esercito israeliano, due delle quali aventi come bersaglio la fabbrica d’armi israeliana Elbit Systems e la base della Royal Air Force di Brize Norton. In ambedue i casi le azioni si sono risolte con danneggiamenti di strumenti di morte e l’immediato arresto degli attivisti. La messa al bando resta tuttavia in essere e il governo ha già annunciato che farà ricorso contro la sentenza. Unione Africana Il 39° vertice africano si tiene oggi e domani, ad Adis Abeba, per discutere di sicurezza e questioni climatiche e per cercare di porre fine ai conflitti interni che impediscono l’ascesa del continente, ricco di risorse ma impoverito dalle guerre interne fomentate dagli ex colonialisti. Prima dell’attuale vertice, il Comitato per la pace e la sicurezza dell’Unione africana si è riunito e ha discusso i dossier del Sudan e della regione del Sahel, in modo che i leader potessero avanzare proposte di soluzioni a queste crisi, che non si potranno mai concludere con le armi, ma piuttosto con il tavolo del dialogo fra tutte le parti. ANBAMED
February 14, 2026
Pressenza
Palestine Action vince anche in tribunale: “non è una organizzazione terrorista”
La rete di attivisti britannica Palestine Action ha vinto in primo grado il ricorso all’Alta Corte di Londra contro la messa al bando per “terrorismo” dell’organizzazione di solidarietà con la Palestina voluta dal governo Starner. Palestine Action è nota per alcune azioni dimostrative e di disobbedienza civile contro le sedi […] L'articolo Palestine Action vince anche in tribunale: “non è una organizzazione terrorista” su Contropiano.
February 14, 2026
Contropiano
L’Alta Corte del Regno Unito dichiara illegale il divieto verso Palestine Action
Dopo mesi di repressione e migliaia di arresti, la giustizia britannica dichiara illegale la messa al bando del gruppo: il governo ha usato le leggi antiterrorismo per colpire la solidarietà con la Palestina. Nel Regno Unito si apre una crepa nel muro della repressione: l’Alta Corte ha dichiarato illegale il divieto imposto dal governo britannico a Palestine Action, annullando la classificazione del gruppo come organizzazione terroristica. È una sentenza che pesa, perché non riguarda solo un’organizzazione specifica, ma la deriva securitaria che ha provato a trasformare la protesta politica in “minaccia alla sicurezza nazionale”. La messa al bando era stata decisa nel giugno 2025 dalla Ministra dell’Interno Yvette Cooper, che aveva inserito Palestine Action nel perimetro delle leggi antiterrorismo, accusando il gruppo di “danni criminali su larga scala” e di rappresentare una minaccia per la sicurezza. La giustificazione politica e mediatica era arrivata dopo l’azione contro la base militare RAF Brize Norton, nel sud dell’Inghilterra: un’incursione dimostrativa, legata alle proteste contro il genocidio in corso a Gaza, che secondo l’accusa avrebbe provocato danni per circa 9,3 milioni di dollari a due aerei della base. Ma ciò che il governo ha tentato di far passare come “terrorismo” era, nella sostanza, un’operazione di criminalizzazione dell’attivismo: un salto di categoria che non nasceva da una reale esigenza di sicurezza, bensì dalla volontà politica di spezzare un movimento che colpiva direttamente i gangli materiali della complicità britannica con Israele. La battaglia legale è stata guidata dalla cofondatrice Huda Ammori, che ha impugnato il provvedimento definendolo “uno degli attacchi più estremi alle libertà civili nella storia recente del Regno Unito”. Una definizione tutt’altro che retorica: con il bando, infatti, chiunque fosse stato ritenuto membro o sostenitore del gruppo avrebbe potuto rischiare fino a 14 anni di carcere. Non per violenza contro persone, non per attentati, ma per appartenenza politica e partecipazione a un’organizzazione di protesta. Già nell’agosto 2025 un giudice dell’Alta Corte aveva riconosciuto la gravità della questione, concedendo a Palestine Action il permesso di appellarsi: secondo la corte, la messa al bando costituiva un’interferenza potenzialmente sproporzionata con gli articoli 10 e 11 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che tutelano rispettivamente libertà di espressione e libertà di riunione pacifica. Il nodo era chiarissimo: un governo può usare la cornice del terrorismo per colpire la protesta politica? Può annullare il diritto di organizzarsi e manifestare semplicemente ridefinendo come “terrorismo” ciò che è dissenso? La sentenza che annulla il bando risponde: no. E lo fa in modo netto. L’Alta Corte ha stabilito che la decisione era sproporzionata e che il Ministro dell’Interno aveva persino violato la propria politica interna. Tradotto: il governo ha forzato la mano, ha abusato dello strumento più pesante disponibile — la legislazione antiterrorismo — per ottenere un risultato politico: mettere a tacere un movimento. Il dato più inquietante è che, nel frattempo, la repressione è andata avanti come se il bando fosse un fatto naturale. Dopo la messa al bando, sono state arrestate più di 2.300 persone. Un numero enorme, che racconta una strategia precisa: non punire singoli episodi, ma intimidire un’intera area sociale e politica, rendendo la solidarietà con la Palestina un rischio penale. Non è un dettaglio marginale. È il cuore della questione: il governo britannico non stava cercando di “fermare il crimine”, ma di costruire un precedente, stabilire che in nome della sicurezza lo Stato può schiacciare movimenti politici scomodi, ridefinendoli come terroristi. È la stessa logica che, in altri contesti, ha colpito movimenti ecologisti radicali, sindacati combattivi, gruppi antirazzisti, ma qui l’obiettivo era ancora più specifico: spezzare una campagna che denunciava e sabotava la complicità occidentale con il genocidio di Gaza. Nel frattempo, la repressione giudiziaria ha assunto tratti sempre più pesanti: detenzione preventiva prolungata, regime da terrorismo, isolamento, silenzio istituzionale. Una condizione che ha spinto prigionieri legati al caso Palestine Action a ricorrere perfino allo sciopero della fame, gesto estremo che mostra quanto la macchina repressiva fosse stata portata fuori scala. E qualcosa, lentamente, ha iniziato a incrinarsi anche nei tribunali: all’inizio di febbraio, il tribunale di Woolwich ha scagionato sei imputati dalle accuse più gravi. Segnali che, messi insieme alla decisione dell’Alta Corte, delineano una realtà scomoda per il governo: la narrazione “antiterrorismo” sta cedendo. La questione, però, non finisce con una sentenza. Resta aperto il problema politico: cosa succede ora a chi è stato arrestato? Quale risarcimento, quale riparazione, quale responsabilità istituzionale verrà riconosciuta per un’operazione repressiva che ha colpito migliaia di persone? E soprattutto: quanti altri movimenti rischiano, domani, lo stesso trattamento? Perché questo è il punto più grande, e più grave. Palestine Action non è stata solo attaccata per ciò che ha fatto, ma per ciò che rappresenta: un attivismo che non si limita a “sensibilizzare”, ma che mira a interrompere concretamente i meccanismi materiali della guerra e dell’occupazione. È esattamente questo che ha fatto paura. L’Alta Corte, con questa decisione, ha fatto qualcosa che in questi anni accade sempre più raramente: ha imposto un limite all’arbitrio securitario. Ha ricordato che la libertà di parola e di riunione non sono concessioni revocabili quando diventano scomode e ha smascherato il tentativo, profondamente politico, di usare il terrorismo come etichetta universale per colpire la solidarietà con la Palestina. La repressione, però, non si cancella con una firma. Resta nelle vite di chi è stato arrestato, nelle carriere spezzate, nelle settimane in carcere, nelle famiglie sotto pressione. Resta nella paura che lo Stato ha provato a inoculare: l’idea che schierarsi con la Palestina significhi esporsi alla macchina penale. Per questo la sentenza non è un punto d’arrivo, è un terreno di lotta e soprattutto è un messaggio chiaro: la solidarietà non è terrorismo. E chi prova a trasformarla in reato, oggi, lo fa per proteggere l’impunità di un genocidio.   Osservatorio Repressione
February 13, 2026
Pressenza
Assolti sei attivisti di Palestine Action. Perde pezzi la proscrizione per terrorismo
Riportiamo la traduzione di un post di Jonathan Cook apparso su Facebook, con allegata anche la traduzione di un articolo di circa tre settimane fa, apparso sul suo blog e a cui fa riferimento nello post stesso. Cook è un giornalista britannico che ha lavorato per anni sul tema Palestina, […] L'articolo Assolti sei attivisti di Palestine Action. Perde pezzi la proscrizione per terrorismo su Contropiano.
February 6, 2026
Contropiano
Assolti gli attivisti di Palestine Action dopo l’irruzione nella fabbrica Elbit
Il tribunale di Woolwich scagiona sei imputati dalle accuse più gravi: restano in sospeso alcuni capi d’imputazione e la procura valuta un nuovo processo Accusati in relazione a un’irruzione avvenuta il 20 agosto 2024 in una fabbrica di armamenti di proprietà israeliana, gestita da Elbit Systems, nei pressi di Bristol. Dopo oltre 36 ore di camera di consiglio, la giuria del Woolwich Crown Court ha dichiarato non colpevoli Leona Kamio, Samuel Corner, Fatema Rajwani, Zoe Rogers, Jordan Devlin e Charlotte Head dalle accuse di furto aggravato, disordine violento e — per quanto discusso nel procedimento — dagli aspetti più pesanti legati alla presunta aggressione. Secondo l’accusa, gli imputati sarebbero entrati nello stabilimento portando con sé mazze da demolizione non solo per danneggiare l’impianto, ma anche con l’intento di ferire le guardie di sicurezza “se necessario”. Una ricostruzione che gli attivisti hanno respinto, sostenendo invece che gli strumenti fossero destinati esclusivamente a provocare danni materiali e interrompere le attività della fabbrica. In aula, al momento della lettura dei verdetti, gli imputati si sono abbracciati, mentre i sostenitori presenti hanno reagito con applausi. Il processo tuttavia non si è chiuso su tutti i fronti. La giuria non è riuscita a raggiungere un verdetto sulle accuse di danneggiamento di proprietà, nonostante le ammissioni di diversi imputati circa la distruzione di armi e attrezzature. Inoltre, non è stato emesso un verdetto sull’accusa di lesioni gravi che riguardava Samuel Corner, lasciando aperta la possibilità di ulteriori sviluppi giudiziari. Durante le udienze, il giudice ha richiamato i giurati a non farsi influenzare dal contesto politico, definendo “irrilevanti” le opinioni sulle azioni di Israele a Gaza e insistendo sul fatto che la decisione dovesse basarsi esclusivamente sulle prove presentate. Un elemento centrale del dibattimento è stato proprio il tema dei filmati mancanti: diverse registrazioni di sorveglianza interne alla fabbrica non sarebbero state recuperate, circostanza che ha alimentato dubbi e interrogativi. In aula sono stati mostrati anche filmati di bodycam, che sembravano ritrarre una guardia di sicurezza colpire Devlin e poi avvicinarsi con una frusta, un dettaglio che ha aggiunto tensione e complessità alla ricostruzione degli scontri avvenuti all’interno della struttura. Il Crown Prosecution Service (CPS) ha infine dichiarato che valuterà se richiedere nuovi processi per i capi d’imputazione rimasti irrisolti e informerà il tribunale entro sette giorni. Una decisione che potrebbe riaprire la vicenda, nonostante l’assoluzione sui reati più gravi rappresenti già un esito significativo per gli imputati e per il movimento di protesta che li sostiene.   Osservatorio Repressione
February 5, 2026
Pressenza
Con la Palestina nel cuore e nelle lotte
articoli di  Indice. da Anbamed del 23 e 24 gennaio – ultime notizie dalla newsletter di Radio Onda d’Urto – ultime notizie sul Board of Peace dal Centro di Ateneo per i Diritti Umani Antonio Papisca una analisi sul “Board of Peace” da Diario Prevenzione sulla maternità a Gaza da Altreconomia su Cnr di Faenza ed Israele da Pressenza assemblea
January 24, 2026
La Bottega del Barbieri