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Bardonecchia, i bambini tra corse vietate e prontezza militare con le forze dell’ordine
«Alla primaria non ci fanno più correre in cortile: è pericoloso». Questa è l’informazione che un bambino appena entrato in prima classe della primaria fornisce a mio nipote che, nello stesso cortile della stessa scuola, ancora nella sezione della scuola dell’infanzia, può correre. Occorre smettere di correre, di giocare ad acchiapparella, di saltare la corda, di andare in bicicletta per fare altro. Cosa? La prontezza prevista nel novero delle abilità non cognitive (soft skills) si guadagna in altri modi. E dire che le soft skills sono insieme fisiche, emotive e cognitive, perché i corpi che noi siamo non vivono in schizofrenica separazione fra facoltà mentali e abilità, destrezza fisiche. Aggiungo che, quando da dirigenti scolastici ci fecero fare i corsi al CONI per addestrare a nostra volta i docenti (lo so: è quasi comico), ci ricordavano a ogni lezione che le abilità primarie, di base, che presiedono all’armonia del movimento, sono correre, saltare, rotolare, lanciare, afferrare. Dove, allora, possono oggi esercitarle i bambini e le bambine? Non nei cortili, meno che mai in quelli condominiali, non nei parchi pubblici. Non per coloro che vivono in periferia, a Roma ad esempio, perché sono pochi, mal messi, spesso luoghi di spaccio. Riflessioni che vengono in mente guardando un filmato inviato come segnalazione all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università (https://www.facebook.com/reel/1346086810476006). Siamo a Bardonecchia, piccolo comune dell’Alta Val di Susa, Piemonte, posto non tanto di valligiani ma di villeggianti di lusso: la neve prestigiosa dei principi del capitalismo italiano, gli Agnelli, i Nasi, i Pininfarina (clicca qui). Tuttavia, le creature piccole sono tali in ogni luogo, giocano, ridono e imparano, qui fra i ricchi e nelle discariche o fra le macerie. Infatti, i bambini e le bambine che vediamo per pochi minuti sono ridenti, felici, e felici lo sono i poliziotti che li issano sulle potenti motociclette, che mostrano loro le attrezzature che servono a garantire la sicurezza dei cittadini, dei bambini e le bambine in primis. Felici coloro che plaudono nei commenti all’iniziativa, esperienza bellissima, di cui render grazie. Questo il mantra che i filmati, ne arrivano a centinaia, veicolano: la destrezza, la velocità, si imparano grazie all’imitazione di quel che viene mostrato dagli eroi in divisa. I neuroni specchio lavorano bene nelle giovani menti infantili, le sinapsi si muovono veloci. In altri filmati si vedono inseguimenti di scippatori e ladri in fuga (corrono!!!), e corrono i cani e i cavalli, anche loro – come direbbe la mia amica antispecista – creature ingenue dal cuore limpido come quello dei bambini, ma altrettanto plasmabili. Questione di addestramento a vedere, a provare, a immaginare di diventare forti, nuovi guerrieri nel quotidiano tran-tran delle nostre vite vulnerabili. Esiste una memoria dei gesti e una memoria emotiva. Se mi insegnano come impugnare un’arma, se mi fanno vedere quanto è potente e minaccioso, proprio per struttura, un mezzo militare, anche solo una grossa motocicletta, se mi insegnano a stare su una torretta per individuare un nemico, se mi dicono che la polizia attiva la sirena e corre in barba a qualsiasi divieto, se mi fanno credere che tutto questo è un bene, qualcosa che mi fa stare bene, sicuro, impugnerò quell’arma in futuro, cercherò il cecchino o lo diventerò, correrò forte perché a me è permesso. Logiche della memoria e logiche del potere. Perché, checché ne dicano i soloni della difesa, della sicurezza dal rischio che si elimina nel prevenirlo, siamo animali che si vulnerano, facilmente, si danneggiano, basta vivere, e si sa. Questo non vuol dire che siamo fragili e da proteggere. La fragilità viene dopo, quando abbiamo sperimentato la vulnerabilità, ed è bene che questa esperienza avvenga. La vulnerabilità nostra e dell’altro, di qualsiasi vivente, è fragilità soprattutto all’inizio e alla fine della vita, vale per una donna, un uomo, per un cane, per un albero. Si chiama ecopedagogia la cultura dell’educazione a vivere senza violenza la casa comune, a farsene carico. Ed è il contrario della psicoistruzione (Michele Lucivero, Andrea Petracca in AAVV, Cantiere scuola. Scavare nelle macerie e ricostruire fra utopie, visioni e attrezzi per andare oltre, Aracne, Roma 2026 p. 356), quella che si appropria del corazòn infantile (cuore e mente come dice il matematico Fernando Zalamea) e divora dentro. Un approfondimento su cui educatori, genitori, attivisti dovremmo sostare, è come proteggere davvero la vulnerabilità infantile.  Manon Pignot ha ricordato, in un convegno del 2025, a cura della Società delle Storiche, che crescere in contesti di guerra e genocidio dove si muore come Naza (effetto collaterale della strategia di guerra), vuol dire stare sotto il segno della violenza che, nelle parole della storica francese, è uno specchio del disordine sociale sperimentato come ingiustizia a cui far seguire risentimento e odio (clicca qui). La spirale continua a girare. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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“On the Road” arriva a Bari: quando l’educazione alla legalità passa dalla divisa
L’INIZIATIVA A Bari è stata lanciata la candidatura per “On the Road – La svolta consapevole”, tappa locale del progetto nazionale “Ragazzi On the Road”. Il bando, rivolto a ragazze e ragazzi sopra i 16 anni, propone un’esperienza sul campo per osservare da vicino il lavoro quotidiano della Polizia Locale cittadina. Bari compare già tra i comuni aderenti al progetto nazionale, con due comuni della provincia coinvolti secondo i dati dell’associazione promotrice. Il format non è nuovo, né isolato: nasce nel 2007 in Valle Seriana (Bergamo) e in quasi vent’anni ha coinvolto, secondo i dati dell’associazione, oltre 1.700 giovani in più di 160 comuni. Prevede che i partecipanti trascorrano una settimana affiancando in turni reali Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Locale, Vigili del Fuoco, Guardia Costiera e altri corpi, a bordo di pattuglie e mezzi di soccorso. Nel 2025 un protocollo interministeriale tra Ministero dell’Interno e Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ne ha fatto una sperimentazione nazionale coordinata dalle Prefetture, con la prima edizione post-protocollo svolta a Cantù (CO) alla presenza di un sottosegretario del Viminale. Ciò che arriva a Bari, dunque, non è un’iniziativa estemporanea della Polizia Locale, ma il tassello territoriale di un modello ormai istituzionalizzato a livello nazionale. PERCHÉ CONTINUIAMO A PORRE IL PROBLEMA Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università abbiamo già scritto, a proposito di questo stesso progetto e continuiamo a porci sempre la stessa domanda: perché il modello di riferimento proposto ai giovani è quasi sempre in divisa? Perché non si costruiscono percorsi altrettanto strutturati, sostenuti da protocolli interministeriali e raccontati con lo stesso risalto mediatico, che portino nelle scuole l’operatrice ecologica, l’operatore sanitario, l’addetta alla sicurezza sul lavoro nei dipartimenti ASL, o che riconoscano all’insegnante — la figura che i ragazzi incontrano ogni giorno — lo status di modello di cittadinanza che le è proprio? Non è una domanda retorica, ma la domanda che definisce che tipo di sicurezza si sta insegnando: quella che nasce dalla cura reciproca e dal riconoscimento del bisogno altrui, o quella che nasce dall’identificazione con chi esercita controllo e repressione. UN MODELLO CHE NON REGGE AL CONFRONTO CON I DATI Chi promuove “On the Road” lo presenta come avvicinamento tra giovani e istituzioni, accompagnato da supporto psicologico ed educativo. È una lettura che va presa sul serio, ma che va anche misurata su ciò che sappiamo, con dati verificabili, del modo in cui le stesse istituzioni operano fuori dal contesto protetto di una settimana di affiancamento. La profilazione non è un’opinione, è un problema documentato da organismi terzi. Il rapporto 2024 della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri, Consiglio d’Europa) ha rilevato in Italia una pratica diffusa di controlli di polizia basati su colore della pelle, origine etnica o religione percepita, rivolti in particolare verso persone di origine Rom o africana, e ha raccomandato al governo uno studio indipendente sul fenomeno — raccomandazione ribadita nel 2025 e finora respinta dall’esecutivo, che ha bollato le conclusioni come ingiuriose nei confronti delle Forze dell’Ordine invece di aprire un’indagine. Un monitoraggio sul campo dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (progetto Medea, 2021-2022) alla stazione di Ventimiglia ha rilevato che, su 247 persone fermate per controllo, solo 7 avevano fenotipo bianco. Sono gli stessi organismi a segnalare che l’Italia non raccoglie dati sistematici sui controlli di polizia: la mancanza di trasparenza non è un dettaglio tecnico, è essa stessa parte del problema che denunciamo. Il caso Ramy Elgaml mostra cosa può accadere quando l’inseguimento prevale sulla proporzionalità. Il diciannovenne di origine egiziana è morto il 24 novembre 2024 a Milano in un incidente al termine di un inseguimento dei Carabinieri, dopo che il mezzo su cui viaggiava aveva evitato un posto di blocco. Tre carabinieri sono indagati: il conducente dell’auto che guidava l’inseguimento per omicidio colposo stradale, altri due per falso e depistaggio, in relazione a filmati che mostrerebbero un contatto tra l’auto e lo scooter non riportato nel verbale. Il procedimento è tuttora in corso e le perizie tecniche finora raccolte sono contrastanti: non c’è quindi un accertamento giudiziario definitivo. Ma è precisamente questa incertezza, insieme alle proteste che ne sono seguite nei quartieri periferici, a mostrare quanto sia fragile la narrazione di Forze dell’Ordine come interlocutore univocamente rassicurante per tutti i giovani, e in particolare per quelli di seconda generazione. Non ignoriamo che le rilevazioni statistiche — l’ultimo Rapporto Italia di Eurispes, le serie storiche Istat — collocano le Forze dell’Ordine tra le istituzioni più accreditate presso i cittadini italiani, con livelli di fiducia superiori al 68% per Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza. Ma la fiducia media della popolazione non è la stessa cosa dell’esperienza di chi viene fermato in modo sproporzionato per il colore della pelle, né risponde alla domanda su quale modello di cittadinanza si stia costruendo nelle scuole. Sono due piani diversi, e chi promuove “On the Road” li sovrappone. NON È UN CASO ISOLATO, È UN IMPIANTO TEORICO Che l’espansione del linguaggio securitario nelle politiche pubbliche tenda a sostituire, più che integrare, gli strumenti di redistribuzione e di coesione sociale, non è una tesi che formuliamo per la prima volta come Osservatorio. È un impianto analitico consolidato nella criminologia critica e nella sociologia del controllo sociale. Alessandro Baratta ha impostato già nel 2001 la contrapposizione tra una sicurezza intesa come ordine pubblico e una sicurezza intesa come garanzia dei diritti (Diritto alla sicurezza o sicurezza dei diritti?); Giovanni Mosconi ha analizzato le torsioni retoriche della legislazione italiana in materia. Alessandro Dal Lago ha mostrato come il discorso sull’insicurezza costruisca l’esclusione di intere categorie di persone dal linguaggio dei diritti (Non-persone, 1999); Salvatore Palidda ha studiato in chiave critica il rapporto tra polizia e controllo delle migrazioni. Il sociologo francese Loïc Wacquant ha sostenuto, con dati comparativi internazionali, che l’espansione degli apparati penali sostituisce le politiche di welfare nelle società a redistribuzione ridotta, traducendosi in criminalizzazione della povertà più che della devianza (Punire i poveri, 2006). Più di recente, Vincenzo Marchio ha descritto gli strumenti di prevenzione coercitiva come elemento strutturale — non eccezionale — del controllo sociale nelle democrazie occidentali (La prevenzione coercitiva, Meltemi, 2025). “On the Road” si inserisce in questo quadro non perché i suoi promotori abbiano cattive intenzioni, ma perché propone un’unica chiave di lettura della sicurezza — quella della divisa, del pattugliamento, dell’emergenza — in un’età, quella adolescenziale, in cui i modelli di riferimento si formano anche per esposizione ripetuta, non solo per convinzione argomentata. COSA CHIEDIAMO L’adesione delle scuole a un format sostenuto da un protocollo interministeriale non può diventare un’acquiescenza automatica a un’idea di sicurezza che, i dati lo mostrano, non è affatto neutra né priva di criticità. La comunità educante ha gli strumenti per porre queste domande prima di firmare un’adesione. È il momento di usarli, anche a Bari. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Verona, il progetto INDIRE offre Patti Educativi Territoriali con forze armate e dell’ordine
Quest’anno alla Mostra di Venezia c’era anche l’Arma dei Carabinieri, con il docufilm “E’ più difficile” riguardante i temi del cyberbullismo e dell’inclusione sociale. Nel servizio televisivo trasmesso su Rainews24 il 12 settembre un rappresentante dell’Arma ha invitato i ragazzi e le ragazze a cercare «valori veri, modelli positivi» informando che per questo l’Arma ha coinvolto gli e le atlete del proprio Centro sportivo, che «dimostrano che i veri valori ci sono». Il cortometraggio sarà diffuso nelle scuole oltre che alle varie occasioni di incontro in contesti extrascolastici che i Carabinieri hanno con gli e le studenti. Le Forze Armate e di Polizia, se non ci saranno insegnati vigili, che si oppongono, entreranno nelle scuole sempre più, con mezzi innovativi di attrazione per la popolazione giovanile. Un’altra porta aperta alla militarizzazione delle scuole arriva dai Patti Educativi Territoriali del progetto dell’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa (INDIRE), diffuso su tutto il territorio nazionale e volto ad ampliare l’offerta formativa delle scuole e rafforzarne i rapporti enti pubblici e territoriali e con il terzo settore. Nei Patti Educativi è «la scuola che sceglie le sue allenze di prossimità, alleanze quindi che chiamano in causa il territorio più prossimo, gli attori più prossimi, per intervenire in suo supporto». Il problema che solleviamo come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è che nellla tre giorni di Verona (città pilota del progetto INDIRE) dedicati ai patti educativi territoriali e organizzati dal Comune nei giorni 2-4 settembre, hanno presentato le loro offerte anche La Polizia locale, la Questura e l’Arma dei Carabinieri (con ben 17 percorsi di “formazione”, compreso il bullismo e il cyberbullismo), l’Aereoporto Militare di Villafranca, i Vigili del Fuoco e l’Associazione Nazionale Alpini (ANA). Queste possibili “offerte formative” sono invece da problematizzare perché se presentate equiparandole a occasioni di crescita e formazione valide e senza secondi fini, concorrono a rendere naturale, nel pensiero degli e delle alunne, dei e delle docenti nonché delle famiglie, la presenza di uomini e donne in divisa nella scuola e permettono la diffusione di quella “cultura della sicurezza” su cui si basa in modo fondamentale uno stato poliziesco o autoritario. Come Osservatorio riconosciamo il valore del progetto di INDIRE ma invitiamo ad un approccio critico rispetto alla scelta dei patti proposti. In un contesto storico di riarmo, guerra cognitiva, ritorno della leva e valutazione dell’utilizzo di armi nucleari, occorre prendere coscienza della complessità in cui viviamo e agire conseguentemente. Questo è il primo patto educativo che abbiamo come comunità educante, e ce l’abbiamo nei confronti di chi ha ancora tutta la vita davanti. Diffidiamo quindi qualsiasi istituzione dal proporre ai ragazzi e alle ragazze qualsiasi progetto che favorisca il ritorno della guerra e l’orientamento a percorsi di vita che portano al fronte e da esso non fanno ritorno. Comunque, la scelta di chiamare o meno le Forze dell’Ordine all’interno dei Patti Educativi Territoriali è dei e delle docenti, dalle materne alle superiori, che per aderire devono compilare appositi moduli di prenotazione… Un invito a disertare. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Torino, Salone dell’auto: tra militarizzazione e propaganda bellica
Torino, un soleggiato fine settimana di inizio settembre: il “salotto buono” della città è invaso da una folla di appassionati di auto e di semplici curiosi che – complice la contemporanea inaugurazione della “nuova” via Roma, la via dello shopping che la recente pedonalizzazione rende ancora più appetibile per lo “struscio” di turisti e residenti – passeggiano tra gli stand del Salone dell’Auto. L’atmosfera è surreale: il processo di “vetrinizzazione” di Torino non si arresta, ma la sensazione di dissonanza cognitiva prodotta da questo Luna Park dell’automobile è forte nella città che la crisi dell’automotive sta gettando nelle braccia dell’industria bellica. Piazza Castello è chiusa al traffico e vigilata da camionette di carabinieri e polizia, a poche centinaia di metri il quartiere Vanchiglia è tuttora militarizzato dopo lo sgombero di Askatasuna. In questo contesto contraddittorio la festa si svolge blindata, alienata dalla vita della città, ma la sorpresa (che forse non dovremmo ritenere più tale) è che, addentrandosi nella cornice aulica dei Giardini Reali, troviamo una massiccia esposizione di mezzi delle Forze Armate e delle Forze dell’Ordine. Come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università segnala ormai da anni, il target di questo messaggio sono bambine e bambini, ragazze e ragazzi. Non appena bimbe e bimbi si avvicinano ai mezzi, sapientemente scelti in modo da suscitare curiosità e stupore, il personale in divisa le e li invita a salire, a fare un giro all’interno, a sbirciare tra i comandi, a farsi fare una foto, indossando, ovviamente, l’elmetto d’ordinanza. Così, tra uno zucchero filato e una granita, ci si arrampica sull’ambulanza dell’Esercito, si monta sulla motocicletta dei Carabinieri o della Polizia, si scambiano due battute con gli o più spesso (altra accortezza che ammorbidisce e rende familiare l’approccio) le agenti. La Guardia di Finanza propone un giro di giostra sul gatto delle nevi, nonché la simulazione di un inseguimento (sic!) tramite visori per la realtà virtuale. Ancora una volta le bambine e i bambini sono sedotte e sedotti da mezzi totalmente decontestualizzati rispetto alla loro funzione, la dinamica del gioco e la sollecitazione della curiosità e della meraviglia fanno sì che la fila si formi spontaneamente davanti agli stand dei militari. Nonostante il messaggio più evidente sia quello rivolto alle e ai più piccoli, avvicinandosi a curiosare troviamo però, sapientemente esposti, volantini e materiale informativo evidentemente rivolti alle e ai più grandi. Un opuscolo dell’Esercito intitolato “Devi solo scegliere. Percorso guidato per l’arruolamento” contiene informazioni sintetiche sui concorsi per entrare nelle Forze Armate, corredate da QRCode che rimandano al sito. Se abbiamo da una parte il reclutamento delle nuove leve, dall’altra si propone anche la rivista dell’Ufficio per il Sostegno alla Ricollocazione Professionale dei Volontari congedati, di cui viene seguito il reinserimento lavorativo. La Guardia di Finanza propone a sua volta un volantino decisamente più patinato con le indicazioni per i concorsi nei diversi ruoli. Gli agenti presenti regalano figurine in cui sono riprodotte le uniformi (peccato che evidentemente qui si trattava di buttare via un po’ di carta, perchè scopriamo che si tratta di piccoli calendari, risalenti però al 2024). La galleria fotografica che completa queste poche righe evidenzia ancora una volta in maniera efficace ed espressiva quanto la “cultura della Difesa” permei, senza che questo crei particolare scandalo, contesti a cui i militari dovrebbero essere totalmente estranei. “Panem et circenses”, dicevano i Romani: ma il pane a Torino è sempre più caro, mentre lo spettacolo dei “circenses” odierni continua imperterrito nel tentativo di ottundere e sedurre le coscienze. Sta a noi persistere nell’osservare, nel segnalare, nel denunciare. Irene Carnazza, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La polizia vannacciana avanza
A Torino un convegno con Roberto Vannacci è stato riconosciuto dalla Questura come aggiornamento professionale per i poliziotti. Il questore è annunciato per i saluti. Il SILP CGIL chiede la …
September 8, 2026
Osservatorio Repressione