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Buon compleanno Sicurezza!
di avv. Giuseppe Romano* A un anno dalla sua approvazione, il principale strumento repressivo del governo Meloni è già sotto assedio nei tribunali. Giudici, procure e avvocati ne contestano la …
Senza Basaglia il Far West
di Claudio Dionesalvi* Vagano per le strade gelide o roventi delle nostre città, sbattono la testa contro i muri e le saracinesche dei negozi, urlano, imprecano contro il nulla, lanciano …
Cuori ancora connessi. Sulle collaborazioni tra multinazionali e forze dell’ordine
«Vai da Conad! Conviene!»: così recita lo slogan di una delle recenti campagne pubblicitarie dei supermercati. Ma Conad non è solo questo: come ha scritto già un anno fa Stefano Bertoldi sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, il gruppo ha altre ambizioni, vuole fare del bene alle nostre famiglie, ai nostri adolescenti. Lo fa, come segnalava già Bertoldi, tramite la sua Fondazione, ente non profit, terzo settore (ETS). Il consorzio di cooperative, come spiega il sito dell’azienda, ha creato un Osservatorio (il vocabolo sta diventando inflazionato…tutti sembrano tener d’occhio qualcosa, qualcuno, ed è davvero così) per studiare fenomeni sociali non solo italiani, ma nel mondo (https://www.fondazioneconadets.it/la-fondazione/i-soci-fondatori). Infatti, grazie alla collaborazione (call, si dice) con la società IPSOS-Doxa (https://www.ipsos.com/it-it), ventimila professionisti sono al lavoro dal 1975 per perfezionare tecniche di mercato, per i quali la dòxa, l’opinione, diventa episteme, sapere certo, quando tutto si cerca e si documenta in sicurezza: «You act better when you are sure», è la frase-guida dei ricercatori. Ma le due parole chiave sono mercato e sicurezza. Vendere-consumare in ragione della messa a valore, nel caso che commentiamo, delle preoccupazioni delle famiglie che hanno bisogno non solo di cibo e detersivi, ma di un aiuto qualificato per affrontare le dipendenze dei figli, dalla tecnologia, dalle droghe, da ogni altro malessere dell’età e tipiche del momento storico-sociale. La sicurezza, in vario modo declinata, è ormai entrata a far parte della nostra vita quotidiana grazie ai provvedimenti del governo (nella fattispecie del trio interministeriale Piantedosi-Crosetto-Valditara) che la enfatizza come obiettivo della repressione di Stato. Le iniziative recenti della Fondazione Conad sono improntate al Rispetto, in tutte le sue forme, per le differenze di genere, nell’uso dei social, per condurre una vita sostenibile nelle nostre città, perché non si impedisca alle donne di accedere al tetto di cristallo (si chiama empowerment, il possibile oltre il probabile, nella vita, soprattutto nella carriera). Ovviamente, come ormai consuetudine, non manca la collaborazione attiva della Polizia di Stato. L’identità di genere, il rispetto, si precisa per tutti i generi, rientra nel novero dei Diritti Umani, quindi nella loro difesa, anche armata, come ci hanno insegnato le guerre umanitarie passate e in corso. Il filosofo Slavoj Žižek, nelle sue affilatissime analisi, derubricava la locuzione come una forma di perverso godimento politico, un modo per coprire con la genericità dell’assunto la sostanziale inacessibilità ad essi proprio mentre, nell’attuale assetto neoliberista, vengono proclamati. Per dargli ragione basta guardare come oggi, nelle nostre galere, nei centri per migranti, nei conflitti scatenati dalla furia israeliana e statunitense, essi sono una farsa. Ma sono questioni da lasciare alle forme necessarie della violenza di Stato, perché, ci vien detto, essa deve essere riconosciuta nel consorzio sociale dove alligna, e fatta battere in ritirata con buone pratiche sociali ed educative. Basta – Conad dixit – affidarsi ai materiali didattici di supporto per insegnanti, ai manuali per genitori, alle buone letture, di cui ci ha raccontato già Stefano Bertoldi (Luca Pagliari, Cuori connessi. Cyberbullismo, bullismo e storie di vita, realizzato con il supporto della Polizia di stato e di Unieuro, azienda di informatica, di telefonia, di videogiochi e dispostivi vari – Unieuro Polizia di Stato Cuori connessi marketing militarizzazione https://share.google/Tjih5ZhOBf89f6C8O). La campagna sulla sicurezza nel web è anche una preoccupazione europea visto che un’altra giornata gli è stata dedicata e si aggiunge, sempre per il mercato, alla Festa della Mamma, del Papà, dei Nonni, ecc. (https://www.internetfestival.it/programma/cybersecurity-day/). All’operazione della campagna della Fondazione Conad collaborano anche altri attori, diversamente collocati sul mercato dei beni materiali e culturali: – la rassegna della Giornata Mondiale della Gioventù che si celebra in Europa il 17 novembre, fin dal 1941, in ricordo degli eccidi e delle deportazioni naziste in Boemia del 1939; promossa dal MIM con un editoriale del Ministro Valditara sul sito del dicastero, in collaborazione con l’Università RomaTRE, quest’anno cerca fra gli studenti i talenti e le loro performances celebrative (entreranno come crediti nel curriculum finale, prima – forse – nelle   ore di Educazione Civica); – le iniziative call to action (contro le deep fake e tutto il resto che fa immondizia in rete, almeno quella che si vede, ben altro si nasconde nei magazzini sotterranei del web), le ritroviamo anche nell’ambito della Giornata della Sicurezza in Rete (Safer Internet Day SID, dal 2005), quest’anno svoltosi il 9 febbraio, promossa dalla Commissione Europea (https://www.generazioniconnesse.it/site/it/2026/01/14/sid-safer-internet-day-2026/); – il Festival del Cinema di Giffoni, dedicato lo scorso anno all’intelligenza artificiale, il prossimo luglio (17-25) propone la rassegna “The impossible things”, come guardare alle esperienze che sembrano impossibili e tali non sono: «[…] gli esseri umani sono capaci di vedere ciò che non c’è. L’impossibile cede terreno lì, nell’immaginazione. È biologia del desiderio». Un bel messaggio non c’è dubbio (https://www.giffonifilmfestival.it/). E sul filo del desiderio di crescere sicuri i propri figli, nella difesa immunitaria da coloro che rappresentano un pericolo, che siano bulli, stranieri, o semplicemente adolescenti, giovani, si muove il mercato. E si muovono le onnipresenti divise di tutti i corpi militari, mobilitati a occupare gli spazi dove serva far capire che, solo grazie alla persuasiva disciplina, al rispetto dell’ordine costituito, si deve quella difesa tanto desiderata. Per leggere, vedere film, giocare, meglio mettersi in divisa. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Grosseto, avanza la presenza delle forze armate e delle forze dell’ordine negli spazi civili ed educativi
Non solo nelle scuole, ma anche nelle fiere, negli eventi sportivi e nelle manifestazioni pubbliche. A Grosseto, – come nel resto del Paese – continua a crescere la presenza militare in tutti quegli spazi dedicati all’educazione, alle attività di svago e scambio sociale e a quelle civiche e della società civile. Una presenza raccontata come educativa, rassicurante o perfino ludica, ma che contribuisce a normalizzare una cultura dell’obbedienza, della militarizzazione e della sicurezza come principio dominante della vita sociale (clicca qui per la notizia). L’ultimo episodio risale alla visita degli alunni della scuola primaria “P. Aldi” alla caserma dei carabinieri. L’iniziativa è stata presentata come un momento di curiosità e scoperta tra uniformi, mezzi in dotazione e cani antiesplosivo. Ma dietro questa narrazione apparentemente innocua emerge una questione pedagogica e politica molto più profonda. Non si insegnano, infatti, la convivenza, la cooperazione e la gestione non violenta dei conflitti. Il messaggio, neanche tanto implicito, è piuttosto un altro: il rispetto delle regole coincide con l’obbedienza all’autorità e la loro violazione comporta controllo, punizione e repressione. La legalità viene ridotta a disciplina. Queste attività non sono casi isolati. Open day militari, PCTO (così si chiama l’ormai famigerata alternanza scuola-lavoro) con l’esercito, incontri con le forze dell’ordine, orientamento scolastico nelle caserme e presenza di uomini in divisa negli istituti scolastici stanno diventando una componente sempre più ordinaria della scuola italiana. Adolescenti, ma anche bambini della scuola primaria, vengono progressivamente abituati a considerare naturale la presenza degli apparati militari e securitari dentro gli spazi della formazione pubblica. La stessa dinamica si ritrova anche fuori della scuola. Sempre a Grosseto, ad esempio, la 33^ edizione di Game Fair Italia, svoltasi dal 24 al 26 aprile, ha ospitato i paracadutisti della Brigata Folgore, del reggimento “Savoia Cavalleria”, trasformando così una manifestazione ricreativa e familiare in una vetrina promozionale delle forze armate. Succede così che i mezzi militari, le tecnologie e le divise vengono presentati in forma spettacolare e accattivante, soprattutto verso i più giovani, mentre scompaiono completamente gli effetti reali della guerra: morte, distruzione e devastazione sociale. SI NORMALIZZA, IN TAL MODO, LA PRESENZA MILITARE E DELLE FORZE DELL’ORDINE DENTRO LA VITA CIVILE, PRESENTANDONE GLI ELEMENTI COME NEUTRI, EDUCATIVI E PERFINO RICREATIVI. Questa narrazione entra però in contraddizione con la realtà quotidiana. Ogni volta che emergono episodi di violenza, abuso o corruzione da parte delle forze dell’ordine, il discorso pubblico parla immediatamente di casi isolati, le “mele marce”. Ma quando casi simili si ripetono, il problema non può più essere liquidato come eccezione individuale. Le vicende giudiziarie, passate e recenti, che coinvolgono appartenenti alle forze dell’ordine, e anche il dibattito sul cosiddetto “scudo penale”, mostrano il rischio di una progressiva deresponsabilizzazione degli apparati repressivi dello Stato. Parallelamente, il nuovo decreto sicurezza amplia ulteriormente i poteri coercitivi e restringe gli spazi del dissenso, spostando l’equilibrio sempre più verso il controllo sociale. In questo contesto risultano emblematiche anche le violente cariche contro gli studenti avvenute a Pisa e Firenze nel febbraio 2024. Di fronte a manifestazioni studentesche pacifiche, la risposta è stata quella della repressione fisica. Eppure, gli stessi apparati che manganellano studenti inermi vengono poi invitati nelle scuole come modelli educativi e rappresentanti della “legalità”. La questione assume un significato ancora più grave nel contesto internazionale attuale. Come ricorda il fisico Carlo Rovelli, “il mondo sta riproducendo molti dei meccanismi che precedettero le grandi guerre del Novecento: corsa al riarmo, nazionalismi, logica dei blocchi contrapposti e convinzione che la pace possa essere garantita attraverso la deterrenza armata”. È esattamente questa logica che ha accompagnato tutte le grandi guerre moderne. Con una differenza decisiva: oggi esistono migliaia di armi nucleari capaci di distruggere la civiltà umana. Continuare a normalizzare la cultura militare proprio dentro gli spazi educativi significa allora contribuire ad abituare le nuove generazioni all’idea che guerra e riarmo siano elementi inevitabili della società. Anche per questo la presenza dei militari nelle scuole entra in conflitto con l’articolo 11 della Costituzione: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Eppure, la narrazione proposta agli studenti insiste spesso sul fascino della tecnica militare, del volo, delle missioni all’estero e dell’innovazione tecnologica, evitando accuratamente di affrontare il rapporto tra ricerca scientifica, industria bellica e distruzione. La militarizzazione è inoltre anche una questione economica e sociale. A Grosseto, la presenza di militari e forze dell’ordine viene stimata intorno alle quattromila unità in una città di circa ottantamila abitanti: una proporzione altissima. Mancano studi specifici per Grosseto su quanto questa presenza possa incidere sull’assetto sociale ed economico della città, ad esempio sul mercato immobiliare. Ma il fatto che, pur non essendo una città economicamente “ricca” come Firenze o Milano, mantiene canoni relativamente sostenuti e domanda stabile come avviene per altre città a forte connotazione militare (La Spezia, Taranto, Vicenza) o addirittura per paesi come Aviano, in provincia di Pordenone, dove il canone suddetto si estende nelle aree limitrofe interessando più municipalità. Dando uno sguardo più generale, cresce costantemente la spesa militare del pianeta e l’Italia non fa eccezione. Si tratta di miliardi di euro destinati a riarmo, missioni militari e apparati di sicurezza, ma anche alla ricerca in settori duali in cui la linea di confine fra spesa militare e civile è inesistente. Il bilancio della difesa di numerosi paesi riporta solo una parte delle spese effettuate lasciando fuori capitoli di bilancio che risultano a carico di altri ministeri. La conseguenza è che scuola, sanità e servizi pubblici continuano a soffrire tagli cronici. In questo quadro, emerge anche la debolezza crescente della scuola e del corpo docente. Sempre più schiacciati da burocrazia, precarizzazione e conformismo istituzionale, molti insegnanti faticano a esercitare una reale funzione critica e autonoma. Le decisioni sull’ingresso dei militari negli istituti spesso aggirano persino il collegio docenti, mentre la partecipazione alle mobilitazioni sindacali diminuisce. Una scuola impoverita culturalmente e resa sempre più passiva diventa più permeabile alla propaganda militarista e securitaria. La domanda finale allora è inevitabile: la scuola deve formare cittadini critici, capaci di cooperazione e partecipazione democratica, oppure individui educati principalmente all’obbedienza, alla gerarchia e alla normalizzazione della guerra? Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Grosseto -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Mantova, IC di Asola lezioni di legalità con i Carabinieri
La dirigente scolastica dell’IC di Asola, in provincia di Mantova, recentemente ha organizzato con i Carabinieri della stazione locale e il nucleo Carabinieri Forestali di Castiglione delle Stiviere due incontri nel suo istituto. Il 27 febbraio scorso ha partecipato la scuola secondaria di primo grado “A. Schiantarelli” (clicca qui) con circa 100 studenti e studentesse, il 13 marzo le classi quinte delle scuole primarie  “L. Mangini”, “Don M. Maraglio”, “Don L. Milani”, “V. Somenzi” e del Comune di Mariana (clicca qui), per un totale di 80 studenti e studentesse.  Il fine dichiarato di queste due mattinate era la sensibilizzazione alla cultura della legalità delle giovani generazioni. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università afferma invece che bisogna considerare queste iniziative da un’altra prospettiva: in tutta Italia gli appuntamenti di questo tipo si sono moltiplicati nel giro di pochi anni, in concomitanza con i venti di guerra che stanno interessando l’Europa e con la repressione diffusa del dissenso politico interno e delle libertà sociali. Di conseguenza le gite scolastiche nelle caserme, i concorsi a tema militarista in occasione delle ricorrenze della Grande Guerra o del 4 novembre, l’intervento a vario titolo di soggetti militarizzati nell’ambito della scuola pubblica sarebbero, in realtà, espressione di una propaganda militare, affinché la normalizzazione delle guerre arrivi indisturbata alla coscienza dei ragazzi e delle ragazze, e non possa più essere messe in discussione. Noi dell’Osservatorio critichiamo queste iniziative perché crediamo che la scuola debba educare innanzitutto alla pace; per questo abbiamo scritto un Vademecum per quei/quelle docenti, genitori e studenti maggiorenni che la pensino come noi e vogliano sottrarsi e sottrarre i loro figli e le loro figlie alle attività organizzate con Forze Armate e Forze dell’Ordine. Vi invitiamo a stampare e usare il modulo che più si addice al caso vostro; se avete dubbi o segnalazioni da fare contattateci a questo indirizzo osservatorionomili@gmail.com  Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: MAKE A ONE-TIME DONATION Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Donate -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A MONTHLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate monthly -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A YEARLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate yearly
Codice Rosso a Fiumicino
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha ricevuto una segnalazione che riguarda una conferenza organizzata lo scorso aprile dalla Polizia di Stato di stanza a Fiumicino, comune della Città Metropolitana di Roma, in un istituto superiore. L’argomento dell’incontro con i poliziotti rientra nella divulgazione del testo di legge 10 luglio 2019 denominata “Codice Rosso”. Fra le materie di interesse della legge rientrano le misure per affrontare la violenza di genere, soprattutto quella domestica ben nota alle cronache. Sappiamo quante e quanto complesse siano le cause del disagio nelle famiglie di cui la parte più fragile, donne e bambini, sono vittima. Purtroppo, non tutto corre così veloce e in modo efficace quando una donna si rivolge a un commissariato o una caserma per denunciare la situazione di rischio o gli espliciti atti violenti a cui è esposta. Capita continuamente che la decisione – già di per sé difficile in alcune condizioni di fragilità culturale ed economica – di percorrere la via legale subisca ritardi o non venga messa in atto. Come mi riferisce un’operatrice di un’associazione che gestisce un Centro Anti Violenza (CAV), nato in seno alla “Casa Internazionale delle Donne” di Roma, in assenza di testimonianze dirette o di segni di attacco fisico, succede che la denuncia venga rifiutata. È il CAV stesso allora che procede consigliando i passaggi da effettuare, in forza della legge citata che prevede la protezione immediata della donna e dei minori e il patrocinio gratuito per affrontare il percorso legale. Ma anche per ricorrere a un CAV una donna ha bisogno di conoscerne l’esistenza, di avere una rete intorno a sé che la sostenga, soprattutto quando si tratta di donne non italiane. Dalla segnalazione penso che sia stato tema nell’incontro ancora il bullismo giovanile, visto che esistono team nelle caserme e nei commissariati dedicati al suo contrasto nelle scuole e sui canali social. La gestione dei conflitti che nascono nelle classi, scontri verbali e fisici spesso legati all’appartenenza di genere, culturalmente imposta dai codici di comportamento appresi, è un problema educativo. Il bullismo, sempre di incerta definizione (ragazze e ragazzi cattivi?), e la tendenza a “immunizzarsi dal diverso”, sono legati strettamente ai contesti relazionali in cui si manifestano, dunque sono questione che interroga gli insegnanti, non le Forze dell’ordine. La marginalizzazione della funzione docente, direi la sua umiliazione, passa anche attraverso la sottrazione del compito di in-segnare. Sia nel senso di lasciare il segno dei saperi disciplinari, sia soprattutto nella capacità di scambiarlo come effetto della responsabilità adulta verso i minori affidati. Vengo a tre punti che dovremmo considerare, al di là del contenuto delle segnalazioni che arrivano all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, anche nell’ottica di sostenere coloro che ci informano. 1. Una circolare interna è un atto amministrativo di indirizzo che occupa l’ultimo gradino della gerarchia delle fonti giuridiche. Molti docenti spesso balbettano che, se l’ha scritti il dirigente, quella indicazione, quel suggerimento, sono norma a cui obbedire. Spesso, pur nel suo impianto direttivo (chi, cosa, quando) invita i docenti interessati a contattare i colleghi più in alto nell’organizzazione dei progetti, insomma lo staff (la corte del DS). Poiché si tratta di prestare ore di lezione, sacrificando le discipline, un insegnante può sottrarsi semplicemente affermando di non essere interessato. A tal proposito invito alla lettura di un testo sull’argomento della dignità legata all’esercizio della libertà di insegnamento e al tentativo ormai abituale di limitarla, anche quando si tratta di progetti legati alle nuove tecnologie, con i soldi del PNRR (Giovanni Scarafile, Il ventriloquo. Etica dell’insegnamento al tempo dell’algoritmo. Yod ed., 2025). A tutti i progetti dell’azienda verticalizzata, definiti nel Piano dell’Offerta Formativa ai clienti, si può dire di no. 2. Riflettendo sulle questioni di genere, non posso non notare che la dirigenza scolastica è soprattutto femminile (dati ISTAT). Maestre e professoresse rompono il tetto di cristallo a fanno carriera. Ma è davvero così? Se la giovane età di alcune dirigenti non ha più alcuna parentela con i diversi flussi storici del femminismo, sicuramente spesso hanno familiarità con una forma di emancipazione mimetica al maschile, al maschile deputato al comando così come storicamente declinato, anche nelle superiori democrazie occidentali. Il paradosso è che al paternalismo dei dirigenti-papà che accarezzano i bimbi all’ingresso a scuola, si interessano di tutto perché tutto gli viene comunicato e su tutto si chiede loro consiglio, si unisce un mieloso – e non meno prepotente – “maternage” femminile. Come se non si potesse immaginare un’autorevolezza fatta di distribuzione del potere, fuori da logiche binarie. Servirebbe nelle relazioni a scuola un cambiamento di paradigma orientato a una “parola” che non viene né da padri, né da madri ma – come ho detto – è sotto il segno della responsabilità del contrappeso dei poteri. Anche questo è parte di un clima culturale in cui il comportamento adulto è modello implicito per i minori che lo osservano, lo vivono, lo subiscono. 3. Fiumicino, è un contesto territoriale con una lunga storia che ne costituisce ancora la peculiarità, l’antico Portus, con il suo Tiber, la sua Isola Sacra. Oggi, saltando i secoli, Fiumicino ha il suo aeroporto. Sono 84.000 circa gli abitanti, stipati in un’area fortemente gentrificata, dove le caratteristiche tipiche di un paese di mare sono inghiottite dall’anonimato di una grande periferia. Le case stanno a un passo dalle piste dell’aeroporto: inquinamento luminoso, sonoro e da scarichi si sommano fra loro. Concludo. I docenti capaci di disobbedire si potrebbero occupare con le loro classi di geostoria, decostruendo la disciplina di recente introduzione negli istituti tecnici. Potrebbero tornare al significato che, prima delle deforme delle indicazioni, dei programmi e del conformismo dei manuali, avevano la storia e la geografia. Potrebbero insegnare come il progresso ha devastato interi territori, privandoli perfino della loro identità storica. La pesantezza del sentirsi, in quanto giovani, sempre potenzialmente cattivi, sbagliati, potrebbe essere trasformata da una visione del futuro come frutto non banale della conoscenza del luogo dove si cresce, si vive, di cosa è accaduto sotto la mano pesante del progresso. La scuola potrebbe essere un luogo dove le creature giovani diventano consapevoli che anche lo squallore, la bruttezza, generano violenza, frustrazione, pensieri rancorosi. Renata Puleo – Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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L’obiettivo della destra: l’impunità per le forze dell’ordine
C’è un metodo nella pervicace avversione delle destre per le leggi che puniscono la tortura. E ci sono almeno due chiari obiettivi politici: il primo, accattivarsi una volta per tutte le simpatie (e i voti) degli appartenenti alle forze dell’ordine; il secondo, la progressiva demolizione della dottrina dei diritti umani. […] L'articolo L’obiettivo della destra: l’impunità per le forze dell’ordine su Contropiano.
July 5, 2025
Contropiano