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BASE USA DI SIGONELLA ATTIVA DALL’INIZIO DELL’ATTACCO ALL’IRAN: QUAL È IL RUOLO DELL’ITALIA?
La base militare statunitense di Naval Air Station Sigonella, in Sicilia, sarebbe stata utilizzata attivamente fin dalle prime ore dell’attacco congiunto israelo-statunitense contro l’Iran, iniziato sabato 28 febbraio. “Abbiamo sicuramente due dati rilevanti che smentiscono assolutamente la posizione bonista del governo italiano che dichiara di non essere coinvolto nelle operazioni di guerra e di non essere, tra l’altro, neanche stato informato e di queste” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto Antonio Mazzeo, giornalista, scrittore e attivista antimilitarista. Nelle ore immediatamente precedenti l’attacco su Teheran, dalla base di Sigonella sarebbe decollato un velivolo da pattugliamento marittimo Boeing P-8 Poseidon, utilizzato anche per attività di intelligence e guerra elettronica. Il suo compito, secondo quanto riferito, sarebbe stato quello di individuare obiettivi strategici e trasmettere informazioni ai cacciabombardieri impegnati nell’operazione. Sempre nelle ore precedenti, sarebbe atterrato a Sigonella un drone da ricognizione Northrop Grumman RQ-4 Triton, impiegato per diversi giorni in operazioni di monitoraggio e raccolta immagini, verosimilmente finalizzate all’individuazione dei bersagli poi colpiti. Non solo Sigonella: un ulteriore elemento riguarda il sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS (Mobile User Objective System), presente a Niscemi. Si tratta di una rete composta da satelliti e terminali terrestri che consente alla Marina militare statunitense di trasmettere ordini, piani operativi, flussi video e comunicazioni criptate in qualsiasi area del mondo. “Le guerre non si fanno soltanto lanciando missili” osserva Mazzeo. “Prima c’è un lavoro complesso di pianificazione, raccolta dati, individuazione degli obiettivi. È questo il ruolo degli aerei spia e dei droni che operano da Sigonella”. L’intervista completa di Radio Onda d’Urto a Antonio Mazzeo, giornalista, scrittore e attivista antimilitarista. Ascolta o scarica.
March 4, 2026
Radio Onda d`Urto
Attacco Usa-Israele all’Iran, la Sicilia “in prima linea”
Nel contesto dell’area del Medio Oriente in fiamme in seguito all’aggressione Usa-Israele contro l’Iran  la Sicilia è in prima linea con le attivita’ della base militare Usa e Nato di Sigonella e con il Muos di Niscemi. “Sigonella – denuncia il professore e attivista antimilitarista Antonio Mazzeo (Antonio lo scorso […] L'articolo Attacco Usa-Israele all’Iran, la Sicilia “in prima linea” su Contropiano.
March 2, 2026
Contropiano
L’uragano Harry@0
Parliamo dell’uragano Harry che si è formato nel Mediterraneo e si è abbattuto su Sicilia, Calabria e Sardegna, ma parliamo anche delle specificità e delle lotte di questi territori, al di là dell’emergenze, contro la militarizzazione, il consumo di suolo, la turistificazione. Iniziamo da Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dove il centro storico sta crollando e 1500 persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni a causa di una frana. Il terreno franoso aveva giò, in passato, causato altre frane, ma a Niscemi l’unica manutenzione in proposito viene fatta per il Muos, infrastruttura militare statunitense che comprende tre grandi antenne paraboliche, e si trova a pochi chilometri dal centro abitato di Niscemi, cosa che solleva non poche preoccupazioni per i rischi sanitari e ambientali legati alle emissioni. Lx abitanti di Niscemi si oppongono da più di 10 anni al Muos, che sorge su un’area protetta che dovrebbe tutelare gli ultimi ettari di quella che un tempo era la più grande sughereta mista a lecceta della Sicilia centrale. Ci spostiamo poi sulla costa, a Catania, per parlare della furia con cui Harry si è riversato sul litorale. Così come nel caso di Niscemi, chi abita sotto l’Etna lamenta una mancanza di accesso a servizi quali la salute e la mobilità, la mancanza di prevenzione e cura del territorio, e lo sfruttamento del territorio a fini turistici o per grandi opere pericolose e costose, come il Ponte sullo stretto. Con l’intervento di Valentino, dalla Calabria, andiamo a vedere le richieste di chi conosce e cura la terra in cui abita. Serve un cambio di paradigma, non le misure emergenziali della protezione civile: fermare il consumo di suolo, lo sfruttamento dei territori a scopi turistici o militari, frenare la corsa veloce verso l’autodistruzione.
February 7, 2026
Radio Blackout - Info
L’uragano Harry@1
Parliamo dell’uragano Harry che si è formato nel Mediterraneo e si è abbattuto su Sicilia, Calabria e Sardegna, ma parliamo anche delle specificità e delle lotte di questi territori, al di là dell’emergenze, contro la militarizzazione, il consumo di suolo, la turistificazione. Iniziamo da Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dove il centro storico sta crollando e 1500 persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni a causa di una frana. Il terreno franoso aveva giò, in passato, causato altre frane, ma a Niscemi l’unica manutenzione in proposito viene fatta per il Muos, infrastruttura militare statunitense che comprende tre grandi antenne paraboliche, e si trova a pochi chilometri dal centro abitato di Niscemi, cosa che solleva non poche preoccupazioni per i rischi sanitari e ambientali legati alle emissioni. Lx abitanti di Niscemi si oppongono da più di 10 anni al Muos, che sorge su un’area protetta che dovrebbe tutelare gli ultimi ettari di quella che un tempo era la più grande sughereta mista a lecceta della Sicilia centrale. Ci spostiamo poi sulla costa, a Catania, per parlare della furia con cui Harry si è riversato sul litorale. Così come nel caso di Niscemi, chi abita sotto l’Etna lamenta una mancanza di accesso a servizi quali la salute e la mobilità, la mancanza di prevenzione e cura del territorio, e lo sfruttamento del territorio a fini turistici o per grandi opere pericolose e costose, come il Ponte sullo stretto. Con l’intervento di Valentino, dalla Calabria, andiamo a vedere le richieste di chi conosce e cura la terra in cui abita. Serve un cambio di paradigma, non le misure emergenziali della protezione civile: fermare il consumo di suolo, lo sfruttamento dei territori a scopi turistici o militari, frenare la corsa veloce verso l’autodistruzione.
February 7, 2026
Radio Blackout - Info
L’uragano Harry@2
Parliamo dell’uragano Harry che si è formato nel Mediterraneo e si è abbattuto su Sicilia, Calabria e Sardegna, ma parliamo anche delle specificità e delle lotte di questi territori, al di là dell’emergenze, contro la militarizzazione, il consumo di suolo, la turistificazione. Iniziamo da Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dove il centro storico sta crollando e 1500 persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni a causa di una frana. Il terreno franoso aveva giò, in passato, causato altre frane, ma a Niscemi l’unica manutenzione in proposito viene fatta per il Muos, infrastruttura militare statunitense che comprende tre grandi antenne paraboliche, e si trova a pochi chilometri dal centro abitato di Niscemi, cosa che solleva non poche preoccupazioni per i rischi sanitari e ambientali legati alle emissioni. Lx abitanti di Niscemi si oppongono da più di 10 anni al Muos, che sorge su un’area protetta che dovrebbe tutelare gli ultimi ettari di quella che un tempo era la più grande sughereta mista a lecceta della Sicilia centrale. Ci spostiamo poi sulla costa, a Catania, per parlare della furia con cui Harry si è riversato sul litorale. Così come nel caso di Niscemi, chi abita sotto l’Etna lamenta una mancanza di accesso a servizi quali la salute e la mobilità, la mancanza di prevenzione e cura del territorio, e lo sfruttamento del territorio a fini turistici o per grandi opere pericolose e costose, come il Ponte sullo stretto. Con l’intervento di Valentino, dalla Calabria, andiamo a vedere le richieste di chi conosce e cura la terra in cui abita. Serve un cambio di paradigma, non le misure emergenziali della protezione civile: fermare il consumo di suolo, lo sfruttamento dei territori a scopi turistici o militari, frenare la corsa veloce verso l’autodistruzione.
February 7, 2026
Radio Blackout - Info
CICLONE HARRY: NISCEMI EPICENTRO DI UN DISASTRO ESTESO A MEZZO SUD ITALIA. TRASMISSIONE A PIU’ VOCI TRA SICILIA E CALABRIA
Niscemi (Sicilia), dove nei prossimi giorni potrebbe tornare a piovere e la popolazione trattiene il fiato. Qui il governo non interviene per decreto, come vuole fare contro le manifestazioni di piazza ma balbetta e traccheggia, mentre continua a muoversi la frana, lunga 4 chilometri, con almeno ancora 1.300 sfollati. Oggi, martedì 3 febbraio, è precipitata nel baratro sottostante l’auto simbolo della frana, fotografata e ripresa più volte mentre era in bilico. Per la Protezione civile i movimenti della massa franosa – una volta e mezzo quella, devastante, del Vajont, nel 1963 – sono infatti sì “rallentati, ma non terminati, visto che resta ancora molta acqua a impregnare il terreno”. Intanto domenica 8 febbraio il Movimento No Muos chiama una piazza aperta, una presa di parola collettiva per la popolazione. “Niscemi non cade. Niscemi resiste. Niscemi parla” l’appello a partecipare all’iniziativa (ore 10, largo Mascione, a Niscemi), per uno “spazio di ascolto, confronto e denuncia”, aperto alla “realtà sociali, i movimenti, le associazioni, le singole persone solidali”. Non solo Niscemi, comunque: mezza Sicilia e Calabria contano i danni e le ferite inferte al territorio dal ciclone Harry, mentre in mare, nel Mediterraneo, sarebbero un migliaio i migranti dispersi durante la violenta tempesta dei giorni scorsi. Cosa pensa e chiede chi vive i territori, nel silenzio imbarazzato delle autorità, da quelle regionali al governo nazionale? Radio Onda d’Urto ha realizzato una trasmissione ad hoc, con Concetta Gualato, presidente del Comitato Mamme No Muos Niscemi; Salvo Torre, docente di geografia a Catania e tra i curatori della trasmissioni “Parole” e “Il Mondo Nuovo” su Radio Onda d’Urto; Mimmo Lucano, europarlamentare AVS e sindaco di Riace (Reggio Calabria); Tonino Perna, docente di sociologia economica all’Università di Messina e Danilo Lo Giudice, sindaco di Santa Teresa di Riva, provincia di Catania. Ascolta o scarica
February 3, 2026
Radio Onda d`Urto
Ciclone Harry: i fondi per le armi vengano destinati alla ricostruzione e al risollevamento della Sicilia
Appena 33 milioni stanziati dal governo Meloni per far fronte all’emergenza provocata dal ciclone Harry, un terzo di quelli stanziati da Musumeci per tutte e tre le Regioni del Sud colpite, nel totale una somma risibile rispetto ai 741milioni di euro di danni stimati dalla Protezione Civile. Dopo anni di […] L'articolo Ciclone Harry: i fondi per le armi vengano destinati alla ricostruzione e al risollevamento della Sicilia su Contropiano.
January 28, 2026
Contropiano
Frana a Niscemi: non è una fatalità, è il modello che crolla!
In questi giorni una grave frana ha colpito Niscemi, in provincia di Caltanissetta, producendo oltre mille sfollati e rendendo inagibili interi quartieri: un burrone profondo 50 metri con una linea di frana posizionata a 150 metri dal bordo e la quasi certezza che le case entro 50-70 metri crolleranno. Il […] L'articolo Frana a Niscemi: non è una fatalità, è il modello che crolla! su Contropiano.
January 28, 2026
Contropiano
CALABRIA E SICILIA DEVASTATE DAL CICLONE HARRY, ASSEMBLEA NO PONTE: “NON SI PUÒ LIQUIDARE COME UN’EMERGENZA IMPREVEDIBILE”
La costa Jonica tra Calabria e Sicilia, compresa la Sardegna, sono state colpite in questi giorni da violenti nubifragi e mareggiate causate dal ciclone Harry. Oggi l’allerta è scesa da rossa ad arancione per la Sardegna; gialla in Calabria, Puglia e Sicilia dove si contano i danni dopo le violente mareggiate e il forte vento di due giorni fa al Sud. Tra Sardegna e Sicilia si parla, come prima stima, di quasi 1 miliardo di euro di danni. Su questo oggi Giunta straordinaria in Regione Sicilia per la dichiarazione dello stato di crisi. Sulla costa Jonica gli scenari sono devastanti: lungomari distrutti, muri di abitazioni abbattuti, negozi, case e scantinati allagati. Le mareggiate in diverse zone sono state definite le più violente da almeno 50 anni. Decine di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case, soprattutto tra Catania e Messina. La devastazione, però, “non può essere liquidata come un’emergenza imprevedibile”, come spiega ai microfoni di Radio Onda d’Urto Federico Alagna, dell’assemblea No Ponte da Messina. Ascolta o scarica.
January 22, 2026
Radio Onda d`Urto
Migliaia in corteo a Messina: il Sud unito contro il Ponte sullo Stretto
Ancora una volta in migliaia abbiamo percorso le strade di Messina. Lo abbiamo fatto insieme a tante realtà del Sud con le quali condividiamo la decisione di difendere i nostri territori dalla furia devastatrice delle politiche coloniali ed estrattiviste. In questi giorni la governance del ponte ha subito un duro colpo, ma noi non ci facciamo illusioni. È possibile che tornino ancora, perché il dispositivo del ponte è uno strumento troppo succulento per il blocco sociale che lo sostiene. Noi ci saremo ancora, ma, soprattutto, continueremo la nostra lotta per rivendicare le risorse destinate al ponte affinché vengano soddisfatti I bisogni che i nostri territori esprimono. Abbiamo fatto un altro passo. Tantissime volte ci siamo ritrovati in questa piazza alla fine di un corteo no ponte. E siamo sempre stati in tanti. Sì, perché questo è sempre stato il movimento no ponte, un movimento di popolo, un movimento dal basso, un movimento di abitanti che vogliono decidere del proprio futuro. Questo è sempre stato il movimento no ponte, un luogo d’incontro per tutte le lotte territoriali. Oggi, collegati con la manifestazione che intanto si svolge a Roma, questo luogo è anche la Palestina. > Perché Gaza è oggi il nome comune di ogni ingiustizia e perché il progetto di > ricostruzione di Gaza è la manifestazione più feroce delle politiche > estrattiviste e coloniali di cui anche il ponte è espressione. Quelle stesse > politiche estrattiviste e coloniali che portano con sé morte e repressione, > repressione che colpisce i movimenti con arresti, multe, misure sempre più > restrittive della libertà di manifestare, Saremmo potuti venire in piazza convinti di dovere dare l’ultima spallata, convinti che, alla fine, un giudice metterà fine a questa follia e che ci preserverà dalla devastazione. Saremmo potuti venire in piazza convinti che fosse riconosciuta la ragionevolezza delle nostre argomentazioni, che, alla fine, le bugie hanno le gambe corte e la giustizia prevale sempre. Noi, però, abbiamo imparato che non è così. In tutti questi anni abbiamo imparato che la storia del ponte è fatta di un’alternanza di fasi e che a uno stop segue sempre una ripresa. Non è, d’altronde, solo la storia del ponte. È la storia delle grandi opere e avviene perché intorno alle grandi opere si forma un blocco sociale che si nutre delle risorse pubbliche. Per questo ci fidiamo così poco delle forze politiche, perché gli abbiamo visto cambiare opinione troppe volte. E anche quando si sono schierate per il no al ponte gli abbiamo visto usare troppo spesso un no condizionato. «Il nostro non è un no ideologico», dicono. E quale sarebbe il no ideologico? «Questo progetto non sta in piedi», dicono. E, se stesse in piedi, diventeremmo per quello a favore del ponte? Noi pensiamo, invece, che dalla storia del ponte bisogna uscire definitivamente. Il ponte non è emendabile, non esiste il ponte ecologico, non esiste il progetto che non impatta sul territorio, soprattutto non esiste un ponte che non sperpera enormi quantità di risorse pubbliche che andrebbero usate per la messa in sicurezza del territorio, per scuole, ospedali, reddito. Così come abbiamo scritto nell’appello “Il Sud unito contro il ponte”. * * di Flashmood …MA CHE COS’È QUESTO SUD? Potremmo partire dal dire che c’è sempre qualcuno più a Sud… nel piccolo e nel grande: a Messina, città del Sud, c’è una zona sud: quella che non ha la spiaggia più bella secondo il National Geographic, quella che nei decenni è stata sacrificata prima all’industria e poi al consumo, quella che non fa notizia, non esiste, non importa… e quella che, in qualche modo, è colpa di chi ci abita se ogni giorno è ancora là… Il Sud: il Sud dove manca il progresso (quella nozione circondata dalla nebbia che, come ricordavamo questa estate, anche nella teoria di chi ci governa dovrebbe essere tutt’altro da una grande opera inutile e impattante); il Sud dove manca la civiltà; il Sud dove manca la voglia di lavorare; il Sud dove manca la coscienza; il Sud dove manca la legalità. Ma non si sa perché a nessuno interessa che manchino (queste davvero) la sanità, la cultura, la cura per i territori, le basi per avere la libertà di decidere come vivere… E in questo contesto un po’ di spaesamento con qualche deriva razzista, noi, che siamo il Sud dell’Italia, guardiamo al Sud del Mediterraneo, al Nord Africa, per cercare alleati, amici, compagni; e loro, quelli del Nord dell’Africa, a loro volta guardano al Sud del Sahara, e forse si continua così fino al polo, chissà… Se fossimo (per dirne una) nei Balcani, o anche egiziani (strano ma vero), le nostre percezioni cambierebbero: non ci sentiremmo “a Sud” ma “a Est”; e allora potremmo dire che c’è sempre qualcuno più a Est (palestinesi, siriani, curdi, iracheni, iraniani, afgani e via dicendo…). E questo è già un primo paradosso. Il secondo paradosso è che negli ultimi anni è diventata palese una strana emigrazione di “progresso”: i meccanismi più beceri di estrazione di profitto sono arrivati, palesemente, al Nord: cantieri senza una fine, incompiute, opere pubbliche fatte coi piedi, ricatto occupazionale… Insomma: quelle cose che sono cose del Sud… E intanto, dall’altro versante, la “democrazia illiberale” (come la chiamano in tv per non allarmarci troppo), quella cosa dell’Est, si è palesata, senza più veli, a Ovest: repressione sempre più violenta, pene sempre più severe, giustizialismo sempre più cieco, un’emergenza eterna e l’idea che dietro ogni parola non conforme c’è un nemico. Repressione che in questi mesi ha colpito con arresti, multe e denunce le lotte contro il ponte e il ddl sicurezza, il movimento contro la guerra e solidale col popolo palestinese. > Sud, Nord, Est, Ovest… sono convenzioni per capire dove siamo su una cartina > geografica (che è a sua volta una convenzione) e vengono, da chi ha più > potere, usate come convenzioni anche per stabilire chi sta sopra e chi sta > sotto. Perché il sistema ha bisogno di qualcuno che sia sempre più in basso; > di qualcuno a cui manchi sempre qualcosa; di qualcuno a cui continuare a > togliere per poi dargli l’illusione di ricevere una grazia. Ma non sono le convenzioni stabilite da altri che possono definire chi siamo, che è indissolubilmente legato a dove scegliamo di essere, ai territori che decidiamo di vivere. E quindi, tornando alla domanda: che cos’è questo Sud? Quello che vogliamo che sia. Tutto quello che ha di potenziale nei nostri desideri. Il Sud può diventare, se lo vogliamo, un concetto intersezionale: non un modo per tracciare nuovi confini identitari, ma una parola collettiva che riunisce e rimanda a tutte le comunità e singolarità che ogni giorno, in ogni parte del mondo vengono ingannate, sfruttate, impoverite, tarpate, ignorate, bombardate, asfaltate e continuano a resistere. Il Sud, può essere la parola con cui immaginiamo, in un mondo che ci vorrebbe tutti uguali sotto i più uguali degli altri, una collettività delle differenze. * * di Flashmood CONVERGENZE E forse è per questo che siamo qua: se è vero (e, in fondo, è vero) che nessuno si salva da solo, vogliamo desiderare, insieme, un nuovo modo di resistere e di esistere; e andare in quella direzione. Ed è in risposta a tutto questo che oggi abbiamo dato vita a questo bellissimo spezzone, ampio e plurale, che ha riempito le strade di Messina e che si ritrova qui, con le tantissime di persone di questa piazza. Una piazza che mette al centro la lotta contro l’estrattivismo delle grandi opere, contro la devastazione di tutti i territori di tutti i Sud e che parte dalla necessaria urgenza della solidarietà tra tutte le comunità in lotta, ecco una piazza così, questa piazza non può che essere invasa dalla consapevolezza che tocca a noi adesso chiudere definitivamente la partita del ponte. Solo la nostra mobilitazione può far sì che i nostri territori smettano di essere ostaggio di un’opera già crollata su se stessa e che i 13 miliardi e mezzo di euro destinati al ponte vengano impiegati per realizzare scuole, ospedali, infrastrutture di mobilità sostenibile, messa in sicurezza idrogeologica e sismica, riammodernamento della rete idrica e tanto altro. Siamo chiare, siamo chiari: tocca a noi farlo. È una lotta che non possiamo, né vogliamo delegare. È una lotta delle persone, dei comitati, dei collettivi, dei movimenti, delle comunità – e nessuno se ne può appropriare. E il primo obiettivo per archiviare la questione ponte per noi è evidente: chiudere la Stretto di Messina SpA. Lo gridiamo forte a chi è al governo – a Meloni, Salvini, Tajani –, ma lo ricordiamo anche a chi ha avuto responsabilità di governo in passato e non lo ha fatto. Oggi alcuni di questi soggetti hanno manifestato per le strade di Messina, ma vogliamo essere chiare, e altrettanta chiarezza pretendiamo, con chi magari un giorno tornerà al governo del Paese: chiudere la Stretto di Messina SpA. Il problema non è solo il ponte di Salvini, il problema è il ponte in sé. * * di Flashmood Questa piazza chiama anche i governi regionali e locali a un’assunzione collettiva di responsabilità, perché non siamo disposte, e mai lo siamo state, a tollerare complicità più o meno aperte con questi progetti di saccheggio da parte di chi dovrebbe tutelare gli interessi dei territori in cui viviamo. E non possiamo che cominciare dal sindaco di Messina, Federico Basile, che chiamiamo, per l’ennesima volta, a prendere una posizione chiara e netta, a dirci se vuole assumere una iniziativa politica in difesa di Messina o contribuire a regalare la città a Webuild, in cambio di quattro spicci per le opere compensative. Questo spezzone, questa piazza, ci consegnano ancora una volta la piena consapevolezza che la lotta No ponte è molto più di una battaglia ambientale o locale. È il punto cruciale in cui i territori del Sud tornano a essere voce collettiva, tornano a mettere al centro se stessi, i propri bisogni, la propria dignità. No al ponte, ma, ancora di più, no a una classe politica che per anni ci ha trattato come territori di conquista, come luoghi da sfruttare e svuotare. > E allora lo ripetiamo, limpide e determinate, quello che vogliamo. Vogliamo > che i miliardi oggi destinati alla devastazione dei territori e alle armi > vengano invece investiti nei servizi essenziali e per la tutela dei diritti > fondamentali, dalla Palestina allo Stretto, passando per tutti gli altri Sud. > Vogliamo una sanità pubblica efficiente, capillare, di qualità. Vogliamo > infrastrutture davvero sostenibili, che uniscano persone e comunità, non che > le dividano. Vogliamo l’acqua nelle case, vogliamo scuole e ospedali che funzionino, vogliamo poter nascere, crescere e invecchiare con dignità, con servizi pubblici che non lascino indietro nessuno. Vogliamo poter scegliere: scegliere di restare o di partire, senza essere costrette a scappare. Vogliamo questo e molto di più. Dalla piazza di Messina, da questa piazza, nasce un’onda che non potrete fermare. Copertina e galleria di fotografie dal corteo a cura del collettivo Flashmood, che ringraziamo per la collaborazione. Il comunicato No Ponte è stato pubblicato sulla pagina facebook No Ponte. SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Migliaia in corteo a Messina: il Sud unito contro il Ponte sullo Stretto proviene da DINAMOpress.
December 2, 2025
DINAMOpress