Tag - PNRR

Auletta: una storia meridionale di lotta
di Sara Manisera (*) Introduzione: re-immaginare i margini Nell’ambito degli studi sullo sviluppo territoriale e sulla transizione ecologica, i cosiddetti “margini” svolgono un ruolo cruciale nell’elaborazione di alternative sociali e istituzionali. Come sostiene l’intellettuale afroamericana bell hooks, il margine non è solo una categoria geografica, ma uno spazio epistemico, politico di “apertura radicale”, capace di produrre visioni non assimilate ai centri
Faenza: buco nero per il crossodromo
Il Comune di Faenza ha acquistato un ampio terreno a Tebano con 185 mila euro, contraendo debiti con la CDP (Cassa depositi e prestiti), per costruire una nuova strada di accesso al campo da cross Monte Coralli, con consumo di suolo e aumento del dissesto idrogeologico, in un territorio che già letteralmente si sbriciola sotto i piedi. Il terreno acquistato (specie nelle particelle 103-104) comprende una fascia boscata, che sarà probabilmente rasa al suolo dai lavori. Il vice sindaco Fabbri prevede un costo (aggiuntivo all’acquisto) per la strada di 450 mila euro. E già sono stati spesi milioni di fondi pubblici (PNRR) in questo campo da moto cross, gestito (ricordiamolo) da un privato. A carico del comune finora ci sono stati 600 mila per il rifacimento del tracciato, 200 mila euro per rimettere a posto una frana (dopo gli imponenti sbancamenti), altri 180 mila per l’illuminazione notturna del crossodromo, 550 mila per la torre cronometristi, a questi si aggiungono 180 mila per acquisto terreno, e 450 mila per la realizzazione della strada. In tutto più di 2 milioni di euro dal Comune che si sommano ai 4 milioni del PNRR. In compenso il comune non ha soldi e tempo per dipingere le strisce pedonali davanti al campo di atletica in via Graziola, mettendo a rischio ogni giorno centinaia di bambini (per dirne una). Ricordiamo un altro aspetto taciuto dal Comune, ma gravissimo: tutti i lavori dal 2023 ad oggi sono stati fatti senza Valutazione di impatto ambientale, pur col consenso del comune, perché i proponenti si sono “dimenticati” di fare la richiesta di assoggettamento a Via, obbligatoria per quel tipo di impianti. E’ stato solo grazie al nostro accesso agli atti e al nostro esposto, che la Regione Emilia-Romagna (estate 2025) si è accorta che mancava la richiesta di assoggettamento a VIA, ha imposto il pagamento di una multa a Dovizioso, aprendo quindi una procedura ancora oggi in corso. Faenza eco-logica è stata la sola associazione a presentare osservazioni, visibili nel sito della Regione. https://serviziambiente.regione.emilia-romagna.it/…/6712 Le nostre osservazioni sono state citate dalle successive richieste di integrazione presentate dalla Regione Emilia-Romagna, che hanno ribadito le gravi criticità dell’impianto in termini ambientali. A livello di inquinamento acustico, ma anche luminoso, in quanto l’illuminazione notturna dell’impianto (pagata con soldi comunali) potrebbe non essere a norma e potrebbe essere necessario sostituirla (con altri soldi pubblici). Citiamo dalla relazione: “l’’impianto ricade nella Zona di particolare protezione assegnata all’Osservatorio “Urania-Lamonia” sito in Faenza e pertanto l’uso di sorgenti LED è limitato a quelle di temperatura di colore non superiore a 3000K e non 4000K come scritto nell’’Allegato SPA-01 pg. 46”. Criticità rilevate anche per lo spreco idrico, per lo scolo delle acque reflue e per il trattamento degli oli esausti, tanto che si chiede “di effettuare una caratterizzazione analitica delle acque meteoriche di dilavamento convogliate nei rii circostanti l’impianto per Zinco, Rame, Nichel, Cadmio, Piombo, Idrocarburi totali”. Inoltre come anche noi avevamo sottolineato, l’inquinamento da polveri non può essere compensato dalle nuove piantumazioni, che sono ovviamente molto giovani, mentre il proponente le aveva considerate sulla carta “adulte” per far “tornare i conti”. Non si tiene conto inoltre dell’ulteriore inquinamento causato dall’aumento del traffico veicolare attirato da questo nuovo impianto. Polveri che saranno respirate dai polmoni di tutti noi, per il profitto di pochi. Ribadiamo quello che diciamo da anni: lo 04 Park è un buco nero per i fondi pubblici, ma anche per la natura, che lentamente ne viene risucchiata. Riteniamo scandaloso che il Comune continui a spendere soldi pubblici e ampliare l’area di sbancamento e di impatto ambientale, quando la Regione Emilia-Romagna non ha ancora emesso una decisione definitiva sulla VIA (il termine è stato nuovamente prorogato al 26 marzo). C’è da provare davvero vergogna davanti a questo modo superficiale e arrogante di trattare i soldi pubblici, il suolo e la natura, per i profitti di pochi privati. Comunicato di Faenza eco-logica Redazione Romagna
March 2, 2026
Pressenza
Senza casa: far qualcosa a Ulm e niente in Italia
articoli di Gianluca Cicinelli e Massimo Pasquini da “Diogene-lotta alla povertà” Dormire fuori al gelo: a Ulm, un riparo che funziona di Gianluca Cicinelli A Ulm, nel sud della Germania, da anni c’è un oggetto che dice una cosa semplice: la povertà estrema non si “risolve” con un’idea, ma si può evitare che uccida mentre aspettiamo soluzioni più grandi. Si
February 28, 2026
La Bottega del Barbieri
Contro la scuola neoliberale
Il 30 gennaio è uscito per nottetempo Contro la scuola neoliberale, a cura di Mimmo Cangiano, con contributi di Daniele Lo Vetere, Marco Maurizi, Marina Polacco, Rossella Latempa, Attilio Scuderi, Emanuela Bandini, Emanuele Zinato, Roberto Contu. Pubblichiamo un estratto del sesto capitolo: Piuttosto che niente è meglio piuttosto? Riflessioni intorno al PNRR Scuola di Emanuela Bandini. --------------------------------------------------------------------------------  UN PIANO NAZIONALE DI RIPRESA O DI RIFORMA? Quando sulla scuola italiana si è abbattuta la pioggia di miliardi del pnrr, la maggior parte di chi a scuola ci lavora (docenti, dirigenti, personale amministrativo e collaboratori scolastici) ha sperato che tutti quei soldi sarebbero stati utilizzati, finalmente, per mettere mano, in modo diffuso e definitivo, all’edilizia scolastica sistemando aule, ristrutturando servizi igienici, migliorando l’accessibilità per le persone disabili, mettendo finalmente a norma gli oltre ventimila edifici che mancano del certificato di agibilità o di quello di prevenzione incendi – per non parlare delle otto scuole (e mezza) su dieci non progettate secondo le norme antisismiche [1]. Invece, i finanziamenti europei della Missione 4 del Piano nazionale di ripresa e resilienza sono diventati l’occasione per un tentativo di riforma generale della scuola, che investe anche, fra gli altri, gli ambiti della formazione iniziale e del reclutamento dei docenti (questi, come al solito, a costo quasi zero), quello dei percorsi d’istruzione (con il potenziamento degli istituti tecnici superiori e la riforma dell’istruzione tecnica e professionale) e quello del monitoraggio del sistema attraverso l’estensione dei test PISA e INVALSI. Non si affronteranno, qui, le questioni generali legate all’insieme di tutte queste iniziative, che sollevano anche una serie di interrogativi di tipo più strettamente politico (per esempio, sugli effetti generali dell’adozione del sistema di governance europea anche nella scuola) e di visione complessiva del sistema d’istruzione (il dibattito sul concetto di competenza; il peso enorme ormai assegnato alla digitalizzazione e alle STEM, le discipline scientifico-tecnologiche; il rapporto tra scuola e mondo del lavoro [2], quanto le criticità e le incongruenze della realizzazione concreta del PNRR con cui le scuole e i docenti si sono dovuti confrontare da un paio d’anni a questa parte. La struttura generale della Missione 4 del PNRR Innanzitutto, il cosiddetto PNRR Scuola, che ammonta a 17,59 miliardi di euro, è diviso in tre blocchi: il primo relativo alle Riforme generali, che, come si diceva, sono quasi a costo zero (il che significa, come gli insegnanti ben sanno dalla “Riforma” Gelmini [3] in poi, un aggravio della funzione docente o un taglio delle cattedre, e comunque che a pagare le riforme generali saranno, in qualche modo, insegnanti e studenti), a parte una trentina di milioni di euro per la creazione di Scuole di Alta formazione per docenti; il secondo dedicato alle Infrastrutture (12,66 miliardi di euro) e il terzo alle Competenze (4,9 miliardi di euro) [4]. Degli oltre 12 miliardi di euro messi a bilancio sotto la voce Infrastrutture, solo 4 (scarsi) sono stati riservati in modo specifico alla messa in sicurezza e riqualificazione delle scuole (oltre a 800 milioni per la costruzione di nuovi edifici e 300 milioni per le strutture sportive): se li dividiamo per i più di quarantamila istituti italiani, significano un po’ meno di 40.000 euro per ciascuno. Spiccioli, come sa chiunque abbia ristrutturato anche solo il bagno di casa. In realtà, come si vedrà, la somma non è stata ripartita in modo uguale fra le scuole ma, con il sistema dei bandi, alcune hanno ricevuto parecchie decine di migliaia di euro, altre quasi nulla – nonostante gli interventi edili e infrastrutturali (si tratti di impianti di riscaldamento vecchi, scale antincendio assenti o soffitti ammalorati…) siano una delle necessità più diffuse e urgenti per quasi tutti gli istituti scolastici della penisola, dal momento che quasi il 90% degli edifici è stato costruito prima del 2000. Invece, una parte non indifferente di questo capitolo di spesa relativo alle infrastrutture, di oltre 2 miliardi di euro, è stata riservata ad accompagnare la scuola italiana verso la definitiva informatizzazione non solo delle procedure burocratiche, ma soprattutto della didattica: si tratta di denaro destinato alla realizzazione di aule, laboratori e segreterie con dotazioni informatiche d’avanguardia. I restanti 5 miliardi scarsi dei 17 totali rientrano sotto la voce Competenze e, anche di questi, quasi 2 sono dedicati, in modi e percentuali diverse, alla “digitalizzazione” di docenti, studenti e personale scolastico attraverso appositi corsi di formazione che hanno al centro le STEM e la didattica digitale. Si comincino a notare due elementi: il primo è il fortissimo accento sull’innovazione digitale, a cui è riservato, tra interventi strutturali e di formazione, quasi un terzo dell’intero pacchetto di fondi (secondo il recente paradigma per cui “innovazione”, “digitalizzazione” e “miglioramento” sono ormai praticamente sinonimi), senza alcuna attenzione non solo alle voci critiche sull’uso del digitale nella didattica, ma neppure al problema della rapidissima obsolescenza delle tecnologie: chi oggi acquisterebbe un modello di laptop o di smartphone o di stampante 3d vecchio anche solo di cinque anni? Che fine faranno, tra cinque anni, gli “ambienti smart” con schermi o pareti touch e i visori per la realtà virtuale di cui stiamo riempiendo le scuole? Non sarebbe stato meglio investire quei fondi in realizzazioni a più lunga scadenza come la messa a norma degli impianti elettrici, l’isolamento termico delle aule (forse, così, si potrebbe davvero discutere di tenere le scuole aperte d’estate), le bonifiche da amianto (sono oltre duemila gli edifici scolastici in cui è ancora presente), la creazione e l’ampliamento delle biblioteche scolastiche (che non esistono ancora nel 22% degli istituti, e quando esistono sono piccole, poco fornite e aperte solo qualche ora a settimana)? Il secondo elemento è che (a esclusione dei fondi dedicati alla realizzazione di asili nido e scuole dell’infanzia e al potenziamento dei servizi mensa nel i ciclo) sembra mancare una progettazione preliminare e complessiva che stabilisca le priorità di investimento e le aree territoriali su cui operare: vanno bene i laboratori STEM e di lingue, vanno bene i corsi sull’uso didattico dell’AI, ma in quale ordine? Che cosa è necessario o accessorio, al di là delle roboanti dichiarazioni d’intenti sul “rafforzare le condizioni per lo sviluppo di una economia ad alta intensità di conoscenza, di competitività e di resilienza, partendo dal riconoscimento delle criticità del nostro sistema di istruzione, formazione e ricerca”? Da dove cominciare, insomma, e secondo quali tappe procedere? Invece, come si è accennato, i fondi non vengono distribuiti dai Ministeri competenti secondo una progettualità chiara, condivisa e trasparente, magari indirizzata da studi preventivi e corredata di una road map che individui un risultato finale auspicato, ma sono i singoli istituti scolastici a dover partecipare ai bandi per ottenerli (con una modalità operativa molto simile a quella del PON, il Programma operativo nazionale, finanziato anch’esso, tra il 2014 e il 2020, con fondi europei), e ogni bando è indipendente dagli altri. Infatti, non solo è vincolata la ripartizione generale dei fondi nei tre macro-capitoli di spesa di cui si è già parlato, ma ciascuno di essi è ulteriormente suddiviso in comparti, ognuno dei quali è reso operativo da decreti ministeriali attuativi che i docenti hanno imparato a riconoscere dalla sigla: DM 64 STEM e multilinguismo, DM 65 Nuove competenze e nuovi linguaggi, DM 66 Didattica digitale integrata e formazione alla transizione digitale per il personale scolastico, DM19 Riduzione dei divari e contrasto alla dispersione ecc… Questo sistema non tiene conto delle reali ed effettive necessità delle scuole (che non sono state consultate prima di mettere in piedi la macchina dei finanziamenti, né, soprattutto, prima di deciderne la ripartizione), che quindi non possono richiederli e utilizzarli per una concreta e determinata esigenza espressa dal collegio docenti o dalla comunità studentesca – come rifare i bagni del terzo piano o l’impianto di riscaldamento, oppure organizzare un corso di teatro o di lingua cinese. Inoltre, poiché non è assolutamente permesso spendere i fondi ricevuti in modo autonomo e flessibile (alla faccia della legge sull’autonomia), adattandoli alle specifiche caratteristiche e necessità dell’istituto, si possono generare paradossi come quello di scuole che devono usarli per allestire laboratori avveniristici in strutture che restano ai limiti della fatiscenza, o per erogare corsi stem senza avere a disposizione tutta la strumentazione tecnologica necessaria. Sarebbe importante, invece, di fronte a finanziamenti così cospicui come tutti quelli che arrivano e arriveranno in futuro dall’Unione Europea, dare alle scuole la possibilità di spenderli in modo più elastico, magari anche consorziandosi in reti su base territoriale, così da poter progettare soluzioni che rispondano sia alle urgenze che a bisogni di lunga durata: per esempio, in aree a forte presenza di studenti con background migratorio, un laboratorio di italiano l2 con meno ore settimanali ma spalmato su un triennio o un quinquennio potrebbe essere più efficace, e i suoi risultati più durevoli, di una full immersion di poche settimane seguita dal vuoto spinto. Ma, si sa, le regole della governance aziendalistica applicata alla scuola italiana del xxi secolo lasciano pochi spazi di manovra, anche al buonsenso. -------------------------------------------------------------------------------- [1] Dati del xxii Rapporto sulla sicurezza delle scuole di Cittadinanzattiva. [2] Per una panoramica generale sulle questioni legate alla scuola capitalista, cfr. Rossella Latempa, Davide Borrelli, “Leggere ‘La nuova scuola capitalista’ oggi”, 10/03/2025, https://www.leparoleelecose.it/ leggere-la-nuova-scuola-capitalista-oggi/ [3] Tra virgolette poiché non si è trattato di un progetto di riforma vero e proprio, con una serie di norme a sé stanti, ma di una serie di provvedimenti conseguenti alla legge finanziaria 133/2008. [4] Tutti i dati numerici presenti in questo articolo sono desunti dalla brochure https://pnrr.istruzione.it/wp-content/uploads/2023/12/PNRR_ Istruzione_presentazione.pdf, a cui si rimanda anche per i dettagli.
February 9, 2026
ROARS
Come degradare l’Appennino fra Liguria ed Emilia
del GRIG (Gruppo di intervento Giuridico). A seguire il link per firmare la petizione «Sì all’energia rinnvabile, no alla speculazione energetica». Il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) ha inoltrato un atto di intervento (5 febbraio 2026) nell’ambito del procedimento di valutazione d’impatto ambientale (V.I.A.) relativo al progetto per la realizzazione della centrale eolica Ferriere proposto dalla società milanese Ferriere Wind s.r.l.
February 7, 2026
La Bottega del Barbieri
Benvenuti al sud? …ma non per lavorarci!
Due articoli di Francesca Moriero e Luca Pons, tratti da Fanpage Al Sud si lavora meno e si guadagna peggio: 27 giorni in meno all’anno e stipendi più bassi del 35% Ogni anno un dipendente del Nord lavora quasi un mese in più di un collega del Sud. Non solo: guadagna di più, ha contratti più stabili e lavora in
February 7, 2026
La Bottega del Barbieri
“Nella mia fine è il mio principio”: i commissariamenti nazionali della scuola e il caso toscano
Questo articolo esce contemporaneamente su La letteratura e noi, Le parole e le cose e ROARS per scelta condivisa delle redazioni. La pubblicazione incrociata vuole sottolineare il carattere nazionale delle questioni affrontate e favorire la circolazione del testo tra comunità di lettori e di ricerca diverse ma contigue. La decisione risponde anche alla necessità di evidenziare l’urgenza politica del commissariamento di quattro regioni italiane, non come fatto locale, ma come dispositivo di governo che attraversa oggi più ambiti del discorso pubblico.   -------------------------------------------------------------------------------- «Che cos’è?» chiese Harry con voce incrinata. «Questo? Si chiama Pensatoio» rispose Silente. «A volte, e sono certo che conosci questa sensazione, ho l’impressione di avere semplicemente troppi pensieri e troppi ricordi stipati nella mente». «Ehm…» rispose Harry, che in tutta sincerità non poteva dire di aver mai provato niente del genere. «Quando mi capita» proseguì Silente «uso il Pensatoio. Basta travasare i pensieri in eccesso dalla propria mente, versarli nel bacile e esaminarli a piacere. Diventa più facile riconoscere trame e collegamenti, sai, quando assumono questa forma». (J. K. Rowling, Harry Potter e il calice di fuoco) -------------------------------------------------------------------------------- 1. Presente: 12 gennaio e dintorni Il 12 gennaio scorso, il comunicato stampa numero 155 ha informato la cittadinanza che “il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Giorgia Meloni e del Ministro dell’istruzione e del merito Giuseppe Valditara, ai sensi dell’articolo 12 del decreto-legge 31 maggio 2021, n. 77, ha deliberato l’esercizio del potere sostitutivo in merito ai piani di dimensionamento della rete scolastica per l’anno 2026/2027 delle regioni Emilia-Romagna, Sardegna, Toscana e Umbria”. Il provvedimento “si è reso necessario al fine di assicurare il raggiungimento degli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) in materia di dimensionamento scolastico”. L’atto coinvolge le quattro regioni, tutte governate dal centrosinistra, ritenute “inadempienti” e che, sul dimensionamento, avevano presentato (con esito negativo) ricorsi a vari livelli (TAR, Consiglio di Stato). Il 10 novembre Umbria e Toscana hanno inoltre presentato un ulteriore ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, tuttora pendente. Secondo quanto dichiarato dal presidente della regione Eugenio Giani, il ricorso della Toscana si basa su una richiesta di riconteggio del numero di alunni iscritti: il decreto 124/2025 calcola “una popolazione di 428.679 studenti, ma i dati dell’USR della Toscana aggiornati a maggio scorso, parlano di 436.671”. Si tratta dunque anche di una richiesta di puntuale verifica sui numeri proposti dal decreto governativo. Sulla stessa linea, il ricorso straordinario della regione Umbria, nelle parole dell’assessore all’istruzione Barcaioli: sono state assegnate “all’Umbria 130 autonomie, due in meno rispetto a quanto si ritiene corretto, perché il ministero ha calcolato i posti in base a stime previsionali e non sul numero effettivo di studenti iscritti” (GR Rai Umbria 10/11/2025). La scelta del governo di procedere all’esercizio dei poteri sostitutivi con una delle prime delibere del 2026 è stata letta da più parti – dalle opposizioni alle principali organizzazioni sindacali – come una scelta di natura eminentemente politica. Il richiamo al PNRR è stato usato, in questo contesto, per rimandare a un vincolo esterno e sovraordinato, nel nome di un impegno sottoscritto, per di più, dal governo precedente (un aut aut non aggirabile imposto in una sede ulteriore ed europea). La lettura di quanto oggettivamente previsto in merito al dimensionamento nel testo del Piano di Ripresa e Resilienza (lo ha sottolineato in un comunicato la FLC-CGIL) restituisce però un quadro che non evoca nessun automatismo: “Riforma 1.3: Riforma dell’organizzazione del sistema scolastico La riforma consente di ripensare all’organizzazione del sistema scolastico con l’obiettivo di fornire soluzioni concrete a due tematiche in particolare: la riduzione del numero degli alunni per classe e il dimensionamento della rete scolastica. In tale ottica si pone il superamento dell’identità tra classe demografica e aula, anche al fine di rivedere il modello di scuola. Ciò, consentirà di affrontare situazioni complesse sotto numerosi profili, ad esempio le problematiche scolastiche nelle aree di montagna, nelle aree interne e nelle scuole di vallata”. Una puntuale analisi del testo permette infatti di notare che, nell’unica porzione del Piano in cui ricorre la parola “dimensionamento” riferita all’organizzazione scolastica, il focus è puntato sulla necessità di pensare a molto generiche “soluzioni concrete”. Il dimensionamento viene esplicitamente legato alla “riduzione del numero degli alunni per classe”, una misura che, per sua natura, comporta investimenti maggiori e non risparmi nella scuola pubblica. È utile ricordarlo, questo passaggio, così come è utile ricordare che da molti mesi il ministro Valditara sostiene che il numero di alunni per classe non faccia differenza per la qualità dell’insegnamento e che “studi di INVALSI” confermerebbero “che quando il rapporto è troppo basso il rendimento non migliora, anzi peggiora persino”. Se dunque con il mancato dimensionamento l’Italia rischia “di dover restituire una parte della seconda e della quarta rata e di mettere in discussione il pagamento dell’ultima”, come ha affermato sempre Valditara in un’intervista al Corriere della Sera del 13 gennaio scorso, si vorrebbe chiedere come mai questo rischio non si presenti a fronte di una inadempienza inequivocabile come il non mettere mano alla “riduzione del numero degli alunni per classe”. Quest’ultimo elemento è infatti scritto a lettere ben più chiare in quello stesso passaggio del PNRR che il governo cita a sostegno del commissariamento (e proprio sulla riduzione del numero di alunni è in corso una raccolta firme promossa da Alleanza Verdi e Sinistra). Nella delibera del governo sono anche individuati contestualmente i nomi dei commissari ad acta; si tratta dei Direttori dei quattro Uffici Scolastici delle regioni coinvolte: “Bruno Di Palma (Emilia-Romagna); Francesco Feliziani (Sardegna); Luciano Tagliaferri (Toscana); Ernesto Pellecchia (Umbria). Leggendo i nomi dei commissari (e prima ancora ‘provveditori’), chi vive in Umbria e soprattutto in Toscana incontra due figure centrali negli eventi che hanno attraversato l’opinione pubblica e scolastica nell’ultimo mese. 2. Passato: 11-29 dicembre L’11 dicembre scorso, infatti, un articolo di Repubblica (ripreso il giorno dopo da Arezzo notizie)  annuncia la mancata riconferma di Ernesto Pellecchia (il cui contratto è in scadenza) nel ruolo di Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale della Toscana (se ne anticipa la destinazione in Umbria, una regione a minore complessità amministrativa rispetto alla Toscana). Al suo posto è dato per certo l’arrivo di Luciano Tagliaferri, preside del liceo artistico Piero della Francesca e del convitto Vittorio Emanuele II di Arezzo, descritto dal quotidiano aretino in questi termini: “Più volte Tagliaferri ha fatto notizia con la sua organizzazione scolastica, primo a inserire il badge per l’ingresso degli studenti a scuola, così come a inserire, prima della circolare del ministro leghista, gli armadietti con il lucchetto dove depositare il cellulare prima dell’inizio delle lezioni con il relativo regolamento per il divieto di uso in classe”. L’annuncio non ottiene particolare visibilità al di fuori dei circoli di addetti ai lavori, probabilmente anche oscurato dal fatto che in quegli stessi giorni la luce sulla scuola toscana è tutta concentrata sul clamore suscitato a livello politico dall’organizzazione, in diversi istituti, di incontri di approfondimento online con Francesca Albanese, contro i quali il giorno prima dell’annuncio (il 10 dicembre) il consigliere comunale pontederese di Fratelli d’Italia Matteo Bagnoli ha preso posizione in un post di Facebook che porterà alla richiesta (esplicitata il 12/12) da parte di Valditara di una “immediata ispezione per verificare quanto accaduto in alcune scuole in Toscana”. Per una quindicina di giorni sull’annunciato cambio della guardia non emergono ulteriori dettagli, né dai siti istituzionali né dalla stampa. Infine, il 29 dicembre, decisamente in sordina, viene pubblicato sul sito istituzionale di alcune scuole toscane il “Saluto del direttore generale USR Toscana Ernesto Pellecchia assegnato ad altro incarico”. La lettera, piuttosto lunga, è datata “28/12/2025 23:09:49” ed è indirizzata a un’altrettanto lunga lista di destinatari, che comprende (oltre, canonicamente, a tutti i presidi delle scuole pubbliche e paritarie toscane): l’intero personale scolastico, studenti e famiglie, destinatari politici (il presidente Giani, l’assessora all’istruzione Nardini, tutti i sindaci e tutti i presidenti delle province) e tutte le organizzazioni sindacali regionali del comparto scuola. Nella lettera, l’ancora per 50 minuti Direttore Generale chiarisce che la decisione assunta dall’Organo di vertice politico-amministrativo del MIM – per lui “inaspettata” e “inspiegabile” – non gli consente, come “avrebbe desiderato di proseguire nell’incarico fino ad ora svolto presso l’USR Toscana”, che è “costretto a lasciare, con rammarico”. Senza mezzi termini, Pellecchia sottolinea poi come il suo “percorso di vita e professionale” sia stato “specchiato”, tale da consentirgli “di andare avanti a testa alta e schiena dritta” e “di procedere senza condizionamenti o, peggio ancora, ricatti, rifuggendo da qualsivoglia compromesso il più delle volte a danno dell’interesse pubblico e della collettività”. Rivendica di avere “sempre e con forza contrastato ogni forma di illegalità, di abuso, di sopraffazione e arroganza, intervenendo ogni volta che è stato necessario per affermare il giusto, il diritto e il rispetto delle regole”. Aggiunge anche: “Non mi sono mai tirato indietro, io e i miei collaboratori, soprattutto quando si è reso necessario contrastare irregolarità, sviamenti, abusi, nell’intento di ripristinare la legalità e mettendo i responsabili di fronte alle proprie responsabilità”. Per concludere infine, facendo riferimento al nuovo incarico nella “terra di San Francesco d’Assisi”, con “l’auspicio che la vita e le opere del Poverello in Cristo siano per tutti noi esempio di amore e rispetto per il prossimo e per il creato”. Lunghezza, destinatari, contenuto (in un passo viene citata anche “Cannella, la cagnolina di casa”) rendono le ultime parole in Toscana di Ernesto Pellecchia decisamente poco rituali, ma, nella sonnacchiosa atmosfera dei giorni spiccioli tra natale e capodanno, l’invio poco fa notizia. 3. Passato prossimo: 30 dicembre-11 gennaio Nel frattempo, il 30/12, mentre escono i primi provvedimenti USR firmati con il suo nome, Luciano Tagliaferri rilascia alla Nazione Arezzo una delle prime interviste da Direttore Generale. Tra le varie osservazioni, diventa particolarmente interessante, in specie per un lettore del 2026, una parte di intervista dedicata proprio al “nodo da sciogliere degli accorpamenti” e a “come finisce questa partita”. “La Regione ha individuato 16 istituti ma ha congelato il provvedimento”, risponde Tagliaferri, che prosegue, anticipando con lungimiranza proprio quanto sarà deciso, di lì a poco, in sede nazionale: “il mio primo passo sarà confrontarmi con la Regione. Se il congelamento non verrà confermato, scatterà il potere sostitutivo dello Stato”. In una seconda intervista, sempre del 30/12 e sempre per la Nazione Arezzo ripresa e rilanciata anche sul sito dell’ex scuola da lui diretta (che dedica un’ampia rassegna stampa alle azioni del neo-direttore),Tagliaferri torna a parlare del dimensionamento, dedicandosi in maniera specifica alla provincia aretina (assente, a oggi, dai tagli richiesti dal governo alla regione Toscana): “Il calo demografico è un dato strutturale, non un’emergenza improvvisa. Anche ad Arezzo, oggi no, ma tra uno o due anni il tema degli accorpamenti potrebbe arrivare. Il punto è non subirli: programmare, parlarne prima, evitare guerre tra territori. Il cambiamento è inesorabile, va governato”. L’anno solare finisce così, senza ulteriori aggiornamenti e, per circa una settimana, non succede più niente. Il 7 gennaio, alla ripresa delle scuole, il nuovo Direttore Generale pubblica sul sito dell’USR il suo “Saluto e avvio del mandato”, ma a fare notizia è in realtà soprattutto quanto pubblicato l’8 gennaio da Teletruria, cioè l’assunzione ad interim da parte di Tagliaferri, dal 01 gennaio, della direzione anche degli ambiti territoriali scolastici delle province di Arezzo e Siena. “Tagliaferri, cosa è successo?” gli viene chiesto in un’intervista sulla Nazione Arezzo dell’11 gennaio (dal titolo: “Tagliaferri ’monarca’ della scuola”, uscita anche, identica e con altro titolo, sulla Nazione Siena). “La scuola non può permettersi vuoti, nemmeno temporanei. Gli incarichi di Arezzo e Siena erano annuali e sono scaduti il 31 dicembre 2025. Io mi sono insediato il 29 dicembre: era oggettivamente impossibile avviare nuove procedure in due giorni. La normativa prevede il potere sostitutivo ed è esattamente ciò che sto esercitando”. Alla scadenza di mandato dei due dirigenti tecnici (membri del corpo ispettivo di USR Toscana) facenti funzioni di dirigenti territoriali (rispettivamente: Renata Mentasti per Siena e Lorenzo Pierazzi per Arezzo) la decisione del nuovo direttore generale è dunque quella di intestare a suo nome entrambi gli incarichi sostitutivi. 4. Futuro? L’annuncio di questa summa di funzioni precede di pochissimo il comunicato del governo sul commissariamento delle quattro regioni “inadempienti”. A oggi, il Direttore Generale Regionale Tagliaferri si troverà a interloquire con il commissario ministeriale Tagliaferri, andando a incontrare, tra gli altri, il direttore dell’ufficio scolastico provinciale di Siena Tagliaferri, per discutere degli accorpamenti richiesti, in un continuo e curioso gioco di specchi che trasforma in monologo il dialogo istituzionale.
January 22, 2026
ROARS
Alberi centenari a Caserta? Tagliamoli tutti
di Ipazzia (*) GLI ALBERI SONO USA E GETTA? LA LOGICA CONSUMISTICA CHE ORMAI DIVORA ANCHE I BENI CULTURALI E PAESAGGISTICI, PERFINO ALLA REGGIA DI CASERTA. In molti campi del vivere “civile” assistiamo purtroppo all’avverarsi delle profezie di Orwell sull’utilizzo della semantica (La pace è guerra, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza) ovvero sull’utilizzo manipolatorio di idee contraddittorie per
January 11, 2026
La Bottega del Barbieri
Meloni: economia-spot
di Mario Sommella (*) L’economia raccontata come spot: dove la narrazione del governo inciampa sui numeri di Mario Sommella (*) C’è un trucco vecchio come la propaganda: prendere un dato vero, isolarlo dal contesto, gonfiarlo con aggettivi e poi usarlo come prova generale di una “svolta”. Funziona perché parla alla pancia stanca di un Paese che vorrebbe credere a un
January 10, 2026
La Bottega del Barbieri
La manovra della stabilità: quando il rigore diventa la sola politica
Riprendiamo i tratti più salienti del contributo sulla Legge di Bilancio 2026-2028 che i due economisti hanno pubblicato sul sito del ‘Collettivo Effimera’, a cui si rinvia per la lettura integrale a pié di pagina della nostra sintesi_ Con l’approvazione della Legge di Bilancio 2026-2028, il governo italiano ha scelto di non scegliere, adeguandosi ai dettami e ai vincoli imposti dal nuovo Patto di Stabilità e Crescita europeo. Si conferma così la linea di questo governo impavido: una linea fondata su grandi proclami ideologici (tutto va bene!) e promesse di riforme strutturali a cui non segue una capacità decisionale degna di tal nome. D’altra parte, il non fare è il sistema migliore per non sbagliare e mantenere un riconoscimento elettorale, soprattutto in presenza di una stampa compiacente e di una opposizione inconcludente. Nel campo macroeconomico si rinuncia così di esercitare il potere discrezionale della politica economica. È una legge che non governa l’economia, ma la registra; non apre prospettive, ma le rinvia. Nel più classico stile neoliberista, che vede ogni intervento pubblico di indirizzo una bestemmia contro il mercato. Dopo il Documento di economia e finanza e la Nota di aggiornamento, il trittico della programmazione pubblica si chiude con un bilancio che, al netto del Piano nazionale di ripresa e resilienza, equivale a una manovra “a saldo zero”. Le risorse aggiuntive effettive sono limitate: solo 900 milioni nel 2026. Si tratta di numeri che, nella sostanza, descrivono un bilancio statico, coerente con il nuovo quadro europeo che impone la riduzione graduale del debito e un avanzo primario crescente, ma del tutto privo di un progetto di sviluppo autonomo. 1. Il ritorno del Patto e la politica dell’obbedienza Il nuovo Patto di Stabilità e Crescita, negoziato nel 2024, rappresenta il compromesso tra la richiesta dei Paesi “frugali” di tornare al rigore e il tentativo, soprattutto da parte della Francia e Germania, di introdurre margini di flessibilità per gli investimenti pubblici e la transizione verde e sottotraccia la difesa. Ma nella pratica, il suo impianto resta quello di sempre: l’equilibrio dei conti prevale su ogni altra priorità economica o sociale. L’Italia, nel redigere la manovra, avrebbe potuto interpretare in modo più elastico le regole, valorizzando lo spazio di manovra consentito dal saldo strutturale e dall’avanzo primario. Non lo ha fatto. Il governo ha scelto di applicare il Patto in modo pedissequo, trasformando un vincolo tecnico in un vincolo politico. 2. La manovra “neutra”: crescita zero, politica zero Il quadro macroeconomico allegato alla legge di bilancio conferma questa impressione. Le differenze tra gli scenari tendenziali e quelli programmatici sono minime: appena uno o due decimali di PIL in più nel 2027 e nel 2028. I consumi privati restano fermi, i consumi pubblici crescono solo nella misura consentita dal nuovo Patto, e se gli investimenti mostrano un modesto recupero, ciò è dovuto ai soldi del PNRR. Senza il PNRR, che contribuisce alla crescita per circa 1,7 punti percentuali nel 2026, il tasso di espansione del PIL sarebbe negativo di quasi due punti. 3. Le risorse: 18 miliardi di aggiustamenti, non di sviluppo Nel complesso, la Legge di Bilancio mobilita circa 18 miliardi di euro, distribuiti tra minori entrate fiscali, tagli di spesa e risorse ricavate dalla minor spesa per PNRR. Ma la struttura interna della manovra rivela molto più della cifra complessiva. I ministeri subiscono una riduzione di circa 8,5 miliardi nel triennio, mentre le minori entrate fiscali ammontano a 26,5 miliardi. La copertura arriva da una combinazione di contributi straordinari e maggiori entrate dal settore finanziario e assicurativo, oltre che dal rinvio di spese già previste nel PNRR. 4. Fisco categoriale e regressività sociale La parte fiscale della manovra rappresenta uno dei punti più problematici. L’impianto tributario italiano, già profondamente segmentato, si frammenta ulteriormente con il proliferare di regimi speciali e aliquote agevolate. Il taglio dell’IRPEF dal 35% al 33% per i redditi tra 28.000 e 50.000 euro è finanziato interamente con i tagli ai ministeri. È un’operazione neutra sul piano macro, ma regressiva sul piano distributivo: riduce il peso fiscale senza correggere la disuguaglianza. Per di più, nonostante i proclami, ha un effetto minimo sulle tasche dei 13,6 milioni contribuenti che ne potrebbero beneficiare, la maggior parte dei quali si colloca sotto i 40.000 euro annui. Il risparmio fiscale infatti varia da ben 40 euro! all’anno (per chi ha 30.000 euro) e a ben 240 euro all’anno (per chi arriva a 40.000 euro l’anno), sino ad un massimo di 440 euro per chi dichiara redditi da 40.000 a 200.000 euro l’anno. 5. Politiche sociali e welfare: risorse insufficienti Sul fronte sociale, la manovra appare debole e frammentata. Gli stanziamenti aggiuntivi per la sanità ammontano a poco più di 2,4 miliardi nel 2026 e 2,65 miliardi dal 2027: cifre che non bastano a colmare il divario accumulato negli ultimi anni. Il Servizio Sanitario Nazionale continua a operare sottorganico e con strutture obsolete, mentre la spesa sanitaria pubblica in rapporto al PIL resta tra le più basse d’Europa. Per di più la quota di spesa sanitaria pubblica che finanzia la spesa privata è in costante aumento ed è oggi arrivata a superare il 25% (esattamente 25,75%, secondo il rapporto 2025 Gimbe). L’aumento simbolico delle pensioni minime (12 euro!) e il temporaneo blocco dell’età pensionabile per i lavori usuranti non compensano il ridimensionamento delle politiche previdenziali. Il messaggio di fondo è chiaro: la spesa sociale è vista come un costo da contenere, non come un investimento per la coesione. 6. Imprese il miraggio della competitività Sul fronte delle imprese, la Legge di Bilancio punta ancora una volta su incentivi fiscali e superammortamenti, confermando che quel poco di politica espansiva in Italia viene declinata esclusivamente in termini di sostegno al lato dell’offerta (leggi sistema delle imprese) e non alla domanda (supply-side economics). Gli investimenti in beni strumentali potranno essere maggiorati fino al 220% se legati alla transizione green, ma la misura riproduce un meccanismo noto: sostenere il capitale più che l’innovazione. Anche nel settore bancario la logica è quella della stabilità: proroghe fiscali sulle perdite e agevolazioni per le imposte differite attive (DTA), senza un vero disegno di riequilibrio del credito verso il sistema produttivo. 7. Imposta sulle banche e assicurazioni e sugli affitti brevi Trattiamo per ultimo i due temi che più hanno attirato l’attenzione dei giornali: il contributo chiesto alle banche e assicurazioni con l’introduzione di un’imposta del 27,5% per il 2025 e del 33% per l’anno successivo (art. 20) su quella parte di utili netti che viene detenuta sotto forma di attività patrimoniale e l’aumento dell’aliquota sul reddito derivante dagli affitti brevi (ma solo quelli intermediati dalle piattaforme digitali come Air-BnB) dall’attuale 23% al 26%. Queste due misure hanno dato adito a posizioni assai divergenti tra i tre partiti della maggioranza, sino a parlare per quanto riguarda le banche di imposizione di tipo sovietico e per quanto riguarda gli affitti brevi di tassazione patrimoniali. È probabile pertanto che queste misure possano essere revisionate durante il dibattito parlamentare con l’effetto di ridurre il loro effetto sulle entrate fiscali. 8. Le voci di bilancio non contemplate: Difesa e PNRR Un capitolo a parte riguarda la difesa. Il governo ha confermato l’intenzione di aumentare gradualmente la spesa militare per raggiungere gli obiettivi NATO, ma rinvia la decisione a giugno 2026, per essere sicura di aver ottenuto l’obiettivo del tetto del 3% del rapporto deficit/Pil. In ogni caso, il governo italiano ha già fatto sapere che intenderà ricorre per una cifra pari a 14,5 miliari al fondo SAFE (Security Action for Europe), la cui liquidità per finalità di sicurezza e riarmo europeo (Progetto Re-Arm Europe) viene reperita sui mercati dei capitali internazionali e sarà erogata sotto forma di prestiti diretti agli Stati membri che ne faranno richiesta, comunque da restituire entro 10 anni. Per l’Italia si tratta del quinto contributo più sostanzioso, dopo quelli offerti a Polonia (43,7 miliardi), Romania (16,8 miliardi), Francia e Ungheria (16,2 miliardi per ciascuno). Per quanto riguarda il PNRR, il governo contabilizza nel 2026 le riduzioni delle spese previste per il PNRR (oltre 5 miliardi nel 2026)… La mancata spesa del 2026, come concordato con la Commissione Europea, sarà rinviata agli anni successivi attraverso la creazione di uno specifico meccanismo che eviterà la perdita delle prossime rate del PNRR. 9. Il bilancio come strumento politico (svuotato) Il punto politico centrale della manovra non è tanto ciò che contiene, ma ciò che omette. La Legge di Bilancio 2026-2028 segna la fine della concezione espansiva della politica fiscale inaugurata con il PNRR. In un contesto di crescita debole e inflazione rallentata, il governo sceglie di ritirare la spesa pubblica proprio quando sarebbe più necessaria per sostenere domanda e investimenti. Si tratta di una decisione coerente con la dottrina del rigore, ma incoerente con la realtà economica. Mentre Stati Uniti e Cina continuano a utilizzare la spesa pubblica come leva per orientare l’economia, l’Europa si riavvita su sé stessa, preoccupata più dei saldi che della sostanza. 10. Conclusione: il rigore come destino? La Legge di Bilancio 2026-2028 non è una manovra “sbagliata” in senso tecnico: i conti tornano, i parametri sono rispettati, le previsioni appaiono prudenti. Ma è una manovra povera di politica. Non affronta la questione salariale, non riforma il fisco in senso progressivo, non rilancia gli investimenti pubblici. È il segno di un governo che interpreta la disciplina di bilancio non come strumento, ma come fine. E di un Paese che rinuncia a definire la propria strategia di crescita: come si decideva all’inizio, decide di non fare. L’Italia si muove così dentro un paradosso: più la finanza pubblica è stabile, meno la società lo è. Meno il bilancio rischia, più l’economia si indebolisce. È la contraddizione di un’Europa che ha fatto della stabilità il suo dogma, dimenticando che la stabilità, senza sviluppo e senza giustizia sociale, non è un equilibrio: è solo immobilità. Ma le società di rating brindano e i mercati speculativi e i poteri forti gioiscono! Redazione Italia
October 25, 2025
Pressenza