Di fronte alle proteste generalizzate, Infantino ritira il piano di privatizzazione dei Mondiali
Ha avuto vita breve il piano di privatizzazione dei Mondiali annunciato in pompa
magna dal presidente della FIFA Gianni Infantino. Quest’ultimo, di fronte alle
critiche arrivate da decine di federazioni calcistiche, si è trovato costretto a
fare dietrofront e a ritirare il progetto del FIFA Forward Enterprise (FFE), il
nuovo ente che avrebbe dovuto gestire gli aspetti economici degli eventi FIFA,
Mondiali compresi. E lo avrebbe fatto coinvolgendo fondi di investimento
privati. Di fronte al blitz tentato, Infantino — già oggetto di critiche per gli
scandali visti ai recenti Mondiali americani — potrebbe non cavarsela così
facilmente. Le federazioni europee dichiarano di aver perso la fiducia nei suoi
confronti e rilanciano la necessità di una rifondazione per la massima
istituzione calcistica.
Prima con indiscrezioni lanciate ai giornali, poi attraverso un comunicato
ufficiale, la Federazione Internazionale di Calcio (FIFA) ha scosso il mondo del
pallone. Non bastavano le discusse novità infilate negli ultimi Mondiali
americani, come le pause che hanno di fatto introdotto i quattro tempi nel
gioco. Ad accendere gli animi di tifosi e dirigenze calcistiche è stato
l’annuncio del FIFA Forward Enterprise (FFE), il nuovo ente che, nelle
intenzioni di Infantino, avrebbe dovuto gestire gli eventi targati FIFA, con
particolare riguardo per l’aspetto commerciale (sponsorizzazioni, biglietti,
diritti televisivi) e quello operativo, relativo ad esempio al calendario delle
partite.
La nuova società avrebbe incluso, in via inedita, investitori privati esterni,
prevedendo la cessione del 21 per cento delle quote. Non piccoli risparmiatori
ma veri e propri giganti della finanza globale, come Joshua Kushner, a capo del
fondo di investimento Thrive Capital e fratello di Jared Kushner, genero del
presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Di fronte a questa ipotesi di cessione, le federazioni affiliate alla FIFA sono
insorte, denunciando il rischio della perdita di indipendenza
dell’organizzazione. Un’indipendenza già messa a dura prova durante gli ultimi
Mondiali americani, che con un eufemismo potremmo definire trumpcentrici.
L’apice si è raggiunto quando il presidente USA, legato a Infantino da una
profonda amicizia, ha fatto pressione su quest’ultimo affinché la FIFA ritirasse
l’espulsione dell’attaccante Folarin Balogun. Detto, fatto: appellandosi in via
inedita all’articolo 27 del suo codice disciplinare, la FIFA ha sospeso la
squalifica di Balogun e registrato un unicum nella storia dei Mondiali.
Mercoledì, a poche ore dal lancio del progetto del FFE, l’Unione delle
federazioni calcistiche europee (UEFA) ha lanciato un duro attacco nei confronti
dell’organizzazione guidata da Infantino: «l’anima e l’amministrazione del
calcio non sono beni da mettere in commercio, soprattutto in assenza di
trasparenza su chi ne trae i profitti finanziari. Nessuno di noi è proprietario
del calcio. Non spetta alla FIFA venderlo». La tensione è cresciuta di ora in
ora, fino alla minaccia di boicottare tutte le competizioni organizzate dalla
FIFA, il che avrebbe comportato, ad esempio, dei Mondiali senza le nazionali
europee. «Se investitori esterni acquisiscono quote di proprietà nelle
competizioni FIFA, il calcio cambia per sempre. Il profitto commerciale diventa
un obbligo permanente. Le aspettative degli investitori diventano una pressione
quotidiana», ha tuonato la UEFA. Alla sua protesta si sono unite anche altre
confederazioni, come quella del Nordamerica, Centroamerica e dei Caraibi
(CONCAF) e quella asiatica (AFC).
Di fronte agli attacchi pluridirezionali, Infantino ha ritirato anzitempo il suo
progetto, senza aspettare il voto in sede FIFA. Sullo sfondo c’è la volontà di
limitare i danni e puntare, l’anno prossimo, al quarto mandato da presidente.
Non è dello stesso avviso la UEFA, secondo cui «il compito di ricostruire la
fiducia nella FIFA è solo all’inizio».
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