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Contro la fascistizzazione della riproduzione sociale
Prendersi del tempo per scrivere è una tregua in mezzo a giornate turbolente dovute all’intensificarsi delle politiche fasciste negli Stati Uniti e ci consente di creare spazi per la circolazione di un altro tipo di prospettiva, di continuare un dialogo tra di noi con il desiderio di costruire altri luoghi da cui parlare, ricordare e costruire possibilità.  La militarizzazione si intensifica e negli Usa continuano le sparizioni e l’impunità. Potere esecutivo e stato di polizia L’intensificazione delle politiche autoritarie attuate dal potere esecutivo del presidente Donald Trump mira a smantellare la possibilità stessa di vita per tutto ciò che eccede la logica della supremazia bianca eteropatriarcale colonialista e imperiale. La nostra prospettiva è fondamentale per comprendere il contesto storico che sostiene la natura reazionaria dell’espansione fascista che stiamo vivendo oggi. Sebbene le varie ondate di movimenti negli Stati Uniti negli ultimi quindici anni non si siano concretizzate in forme di organizzazione coerenti e durature, in grado di costruire un panorama politico alternativo, è importante comprendere che hanno toccato una serie di nervi scoperti che ci aiutano a comprendere l’attuale intensificazione di politiche razziste ed eterosessiste-patriarcali volte a ristabilire un’identità nazionale colonialista e imperialista. Nei primi giorni del suo secondo mandato, gli obiettivi sono diventati chiari: Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti erano stati “invasi” dal Messico, ha anche emanato un ordine esecutivo per il riconoscimento di due soli sessi (maschio e femmina) con il pretesto di “difendere e proteggere” le donne dall’“estremismo dell’ideologia di genere” e ha attaccato direttamente ciò che la lunga storia delle mobilitazioni LGBTQIA2S+ aveva ottenuto, nonostante i tentativi di cattura istituzionale dei movimenti. I decreti presidenziali hanno comportato una reintegrazione suprematista contro ciò che le lotte antirazziste avevano stabilito nelle strade ma anche nell’ordine istituzionale: la piazza Black Lives Matter a Washington DC è stata smantellata e tutto ciò che era legato all’attuazione di una maggiore equità razziale e di genere è stato privato di fondi e perseguitato. Trump ha anche dichiarato lo stato di emergenza al confine con il Messico. La sua amministrazione ha sospeso l’app utilizzata per poter inoltrare le richieste di asilo al confine, e gli inseguimenti e le retate dei migranti sono diventati più drammatici e intensi, compresi gli arresti effettuati al momento dell’arrivo per gli appuntamenti concordati. Gli arrestati vengono trasferiti in centri di detenzione in altri stati, e persino in altri paesi, in attesa di espulsione senza nemmeno l’apparenza di un giusto processo. Le conseguenze delle rivolte Negli ultimi quindici anni negli Stati Uniti si sono avuti diversi momenti di lotta che hanno generato mobilitazioni sotto forma di esplosioni che hanno poi avuto un impatto importante a livello sia istituzionale che organizzativo, in grado di amplificare un altro tipo di orizzonte politico. Il potere patriarcale e razzista che oggi vuole riorganizzare “casa sua” e cerca di mettere tutti al posto che ritiene giusto è anche, in parte, una reazione a questa serie di mobilitazioni. C’è stato Occupy Wall Street (2011), come forma diretta di scontro con la finanziarizzazione della vita; movimenti contro il razzismo sistemico a partire da Black Lives Matter (2014); la marcia di massa delle donne, in diverse parti del Paese, come risposta al primo insediamento di Trump (2017). Queste e altre proliferazioni di proteste contro la natura quotidiana degli abusi hanno portato alla luce tensioni e complessità della violenza del sistema che stavano diventando palpabili. Nonostante le varie forme di “sussunzione” istituzionale e le divisioni interne seguite al primo Sciopero Internazionale delle Donne del 2017, i metodi di lotta contro il legame tra capitalismo ed eteropatriarcato sono stati riattivati e portati avanti attraverso il femminismo antirazzista e anti-carcerario. Da allora in poi, sono emerse diverse linee di lotta, che riflettono la necessità di ampliare la nostra comprensione dell’oppressione: il movimento #MeToo nelle carceri, organizzato da persone trans e non binarie detenute nelle prigioni; la lotta contro la sterilizzazione delle donne nei centri di detenzione per migranti; le reti di difesa collettiva e di mutuo soccorso come protezione dei quartieri contro l’intensificazione di retate, arresti e deportazioni dei migranti. Parte di questo ha portato alla creazione di quella che è stata poi dichiarata una rete di stati e città santuario [che si oppongono alla applicazione delle leggi sull’immigrazione e proteggono dalle incursioni dell’ICE, ndt]. La sequenza, che è culminata nello slogan “Defund the police” [meno finanziamenti alla polizia e più finanziamenti per i servizi sociali, ndt] per le strade, a partire dalla pandemia e poi in seguito agli omicidi di George Floyd e Breonna Taylor per mano della polizia [e oggi dovremmo aggiungere Renee Good, ndt], ha inserito la parola abolizione (delle carceri e della polizia) nel linguaggio quotidiano di milioni di persone. La guerra in casa   Negli Stati Uniti, dove vivo, non abbiamo mai usato così tanto la parola “guerra” per riferirci alle dinamiche che governano tutte le dimensioni della vita. Quando abbiamo iniziato a usare l’espressione “guerra” per nominare tutti i fronti dell’espropriazione della vita, uno dei pericoli è stato che questa parola porta sempre con sé un senso di impotenza, a causa della sua eccessiva e incommensurabile portata. Veronica Gago suggerisce che c’è un passo avanti rispetto a ciò che eravamo soliti chiamare guerra e crisi della riproduzione sociale, guardando a ciò che oggi sta emergendo come fascistizzazione della riproduzione sociale. Penso che questa sia una chiave importante che dobbiamo approfondire e che possiamo collegare a ciò che il Palestinian Feminist Collective ha chiamato “genocidio riproduttivo” per comprendere la portata delle politiche di morte e cancellazione di possibilità future che sono state messe in atto nel lungo attacco alla possibilità di vita palestinese. Il genocidio riproduttivo, elemento chiave del potere coloniale, implica la difficoltà di sostenere la vita in mezzo a meccanismi di assedio, criminalizzazione, prigionia e sparizione che erodono la capacità di intere comunità di rimanere in vita. Dimostra come il futuro, sia come possibilità per i popoli sia come strategia colonialista di mutilazione dell’infanzia e di creazione di traumi intergenerazionali, venga anch’esso ucciso. L’attacco alle migrazioni è direttamente collegato alla fascistizzazione della riproduzione, perché il bersaglio sono le persone che svolgono il lavoro riproduttivo che sostiene la vita: cura, cibo, assistenza infermieristica e istruzione, tra gli altri. Oggi, la possibilità di vivere al di fuori del ciclo di sparizione-detenzione-espulsione implica una logica di impossibilità: andare a lavorare potrebbe significare essere arrestati dagli agenti della sicurezza nazionale (ICE), ma rimanere chiusi a casa significa non avere mezzi per sopravvivere. Andare in tribunale significa rischiare l’arresto, e non andarci significa rischiare l’espulsione per mancata comparizione. L’importanza dei femminismi Dal femminismo impariamo a diffidare del senso di impotenza che nasce dall’idea di confrontarci con un contesto di guerra, perché siamo ferme in un mondo, e spesso intrappolate in un linguaggio, progettato per denigrarci e svalutarci. C’è qualcosa di radicalmente incommensurabile nello scontro tra la capacità di sostenere la vita collettiva e l’espansione delle guerre su tutte le scale. Di fronte all’avanzare della logica della guerra e della crudeltà, tutto sembra insufficiente . Tuttavia, è necessario attivare la conoscenza generata dai transfemminismi e dai movimenti antirazzisti in lotta, dove un meticoloso controllo quotidiano, la segregazione e i tentativi di addomesticamento sono stati storicamente parte di una storia che ora si sta dispiegando e intensificando. Come afferma la pensatrice e attivista Alessandra Chiricosta: “Nella logica della guerra opera la logica del mito della forza virile. Questo momento è il grande spettacolo del mito”.  Il suo dispiegamento ci fa supporre che sia molto radicato perché su quella scacchiera siamo sempre lasciati dalla parte dei “deboli” e degli insignificanti: si tratta di un mito indiscusso e di un mega “dispositivo di controllo” dell’eteropatriarcato che vediamo ingigantirsi nel presente e di fronte al quale sembra che tutto ciò che facciamo sia quasi niente . La nostra forza nasce da altrove: dal perfezionamento e dalla moltiplicazione della nostra capacità organizzativa. Dobbiamo coltivare altre forme di azione, differente e dissidente, su una scala diversa ma non meno importante. La chiave sta nella nostra capacità di agire in modo unito e organizzato, come quando vediamo piccoli gruppi di vicini organizzati che riescono a cacciare gli agenti dell’ICE dal loro isolato e cioè ci troviamo di fronte all’immagine di una sproporzione sorprendente perché si tratta della difesa della vita portata avanti proprio dai nostri vicini contro agenti dello Stato, vestiti e preparati come per la guerra. Cerco le soluzioni in questi gesti perché credo che ci permettano di vedere che anche in quell’immenso eccesso, abbiamo bisogno di rendere visibile un’altra logica che, in realtà, non è affatto insignificante. Susana Draper (traduzione di Cristina Morini) QUESTO ESTRATTO, TRATTO DAL PERIODICO DIGITALE OJALA, CHE RINGRAZIAMO, APPARTIENE A UN DIALOGO COLLETTIVO CURATO DA LA LABORATORIA. SPAZIO DI INCHIESTA FEMMINISTA, COLLETTIVA FEMMINISTA INTERNAZIONALISTA. IL CONFRONTO MUOVE DALLA DOMANDA SU QUALI STRUMENTI DEL FEMMINISMO SIANO STATI INVENTATI E APPLICATI CON SUCCESSO NELL’ULTIMO DECENNIO. L’INTERA RACCOLTA DI TESTI È DISPONIBILE NEL NUMERO DI DICEMBRE 2025. LA LABORATORIA È UNA RETE TRANSTERRITORIALE E INTERNAZIONALISTA COMPOSTA DA COMPAGNE DI MADRID/CADICE, BUENOS AIRES, QUITO,   SAN PAOLO, PORTO ALEGRE, CITTÀ DEL MESSICO E NEW YORK CHE, IN MEZZO A MOLTEPLICI URAGANI GEOLOCALIZZATI, CERCA DI COSTRUIRE PRATICHE E PENSIERO POLITICO ; COMPRENDENDO LE PARTICOLARITÀ TERRITORIALI ALL’INTERNO DELLO STESSO QUADRO DI ESISTENZE TRANSFEMMINISTE E ANCHE PENSANDO, SOPRATTUTTO QUEST’ULTIMO ANNO, ALL’ATTUALE CONTRORIVOLUZIONE E RESTAURAZIONE PATRIARCALE, COME PARTE DI UNA REAZIONE AI PROGRESSI DELL’ULTIMO DECENNIO DI MOBILITAZIONI SOCIALI, IN PARTICOLARE QUELLE FEMMINISTE, ANTIRAZZISTE E ANTICOLONIALI.   Redazione Italia
La Palestina come laboratorio di dominio e controllo. Prima parte
Nel 1981, alcuni studenti liceali israeliani, compagni di classe del futuro analista Neve Gordon, si preparavano per l’esame di guida. Vivevano negli insediamenti ebraici della penisola del Sinai e, per imparare a guidare, si recavano regolarmente nella vicina città palestinese di Rafah. Oggi, a distanza di quarant’anni, un’immagine simile è diventata semplicemente inconcepibile. Come racconta Gordon nel suo libro Israel’s Occupation, i suoi studenti universitari del 2006 trovavano la storia incomprensibile, incapaci di immaginare adolescenti israeliani che prendono lezioni di guida in quella che, nelle loro menti, è solo «un nido di terroristi crivellato di tunnel». Questo aneddoto è la cartina di tornasole di una trasformazione profonda e violenta. Segna la letterale scomparsa dei palestinesi dal paesaggio israeliano. Un tempo parte integrante di quel paesaggio, seppure come forza lavoro a basso costo, i palestinesi sono oggi rinchiusi nella Striscia di Gaza o confinati nelle loro città e villaggi in Cisgiordania. L’atto un tempo banale di prendere un taxi palestinese da Gaza a Beer-Sheva, esperienza comune per Gordon nella sua giovinezza, è diventato un atto impensabile. Questa mutazione non è casuale. È il risultato di un’evoluzione deliberata delle tecniche di governo e di dominio. Da dove arrivano queste pratiche di confinamento, questa logica di separazione totale, questo modo di presentare la forza come una necessità tecnica e inevitabile?  Il laboratorio a cielo aperto: sperimentare il dominio Oggi, la Palestina non è semplicemente un territorio sotto occupazione, ma il più avanzato “showroom a cielo aperto” dell’industria della sicurezza globale. Quello che viene perfezionato tra le macerie di Gaza e i checkpoint della Cisgiordania è un modello di controllo biopolitico che Israele impacchetta come “combat-proven” (testato sul campo) e vende alle democrazie liberali e ai regimi autoritari di tutto il mondo. Come sottolineato da Antony Loewenstein, “il laboratorio palestinese è un punto di vendita distintivo di Israele” (Antony Loewenstein, The Palestine Laboratory, 2023). «Il ruolo di Israele è quello di servire da modello», disse il neoconservatore Elliott Abrams, uno degli architetti principali della “guerra al terrore” sotto i presidenti statunitensi George W. Bush e Donald Trump. Parlando a una conferenza conservatrice a Gerusalemme nel maggio 2022, esortò il mondo a seguire lo Stato ebraico come “un esempio di potenza militare, di innovazione, di incoraggiamento alla natalità. Capitalizzare sul marchio delle IDF ha portato con successo le aziende israeliane della sicurezza a essere fra le più redditizie al mondo. Il laboratorio palestinese è un tratto distintivo del suo punto vendita”. Il “laboratorio” passa anche dalla lingua. Chi subisce il controllo lo riconosce quando deve chiedere un permesso e restare fermo davanti a un varco più volte al giorno, tanto che spostarsi diventa quasi impossibile e il tempo si dilata all’infinito. Chi compra questo modello di gestione di spazio e tempo della popolazione occupata sa che quel modello verrà trasformato in promessa di efficienza. L’occupazione come asset economico e il marchio “Battle-Tested” Israele ha trasformato la gestione di una popolazione civile ostile in un vantaggio competitivo unico nel mercato della difesa. Mentre altre nazioni testano le armi in simulazioni, Israele lo fa su esseri umani vivi. Questo permette alle aziende israeliane di vendere non solo hardware, ma la garanzia di efficacia repressiva. “Le aziende di armi israeliane commercializzano le loro armi e tecnologie come ‘testate in battaglia’ e ‘provate sul campo’” (Jeff Halper, War Against the People, 2015). Questa metodologia contemporanea vede quindi l’occupazione come una risorsa economica, una vera e propria opportunità. Durante l’operazione “Protective Edge” nel 2014, nuovi sistemi furono testati in tempo reale per essere poi promossi poche settimane dopo nelle fiere internazionali. Eli Gold, CEO della Meprolight, ha ammesso candidamente: “Dopo ogni campagna del tipo di quella che sta avvenendo a Gaza, vediamo un aumento del numero di clienti dall’estero” (Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit.). Sorveglianza digitale e algoritmi di controllo: Pegasus e Blue Wolf L’esportazione più pervasiva del “metodo israeliano” è oggi la sorveglianza digitale. Software spia come Pegasus, sviluppato da NSO Group, hanno ridefinito il concetto di spionaggio politico globale, trasformando i telefoni cellulari in dispositivi di monitoraggio h24. Pegasus è uno strumento che “combina un grande livello di intrusività con caratteristiche capaci di rendere inefficaci la maggior parte delle salvaguardie legali e tecniche esistenti” (European Parliament, IPOL | Policy Department for Citizens’ Rights and Constitutional Affairs, 2022). Nei Territori Occupati, questa tecnologia è integrata in sistemi di controllo ancora più distopici: * Blue Wolf: Un’applicazione per smartphone utilizzata dai soldati israeliani per fotografare i volti dei palestinesi e caricarli in un database di massa, descritto dagli stessi veterani come il “Facebook per i palestinesi” (Antony Loewenstein, cit.). * AnyVision (ora Oosto): Una startup israeliana che utilizza l’intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale ai checkpoint, alimentando database che permettono di tracciare ogni movimento della popolazione occupata senza alcun consenso (Ivi). L’episodio che meglio chiarisce queste dinamiche, con una crudezza quasi didattica, lo si è riscontrato in grande stile il 17 e 18 settembre 2024, quando migliaia di cercapersone e poi centinaia di ricetrasmittenti usati da Hezbollah esplosero in modo coordinato in Libano e Siria. Le ricostruzioni di Reuters e di Associated Press hanno attribuito l’operazione a Israele, collocandola dentro una strategia di infiltrazione della catena di fornitura: dispositivi pensati per sfuggire alla tracciabilità digitale trasformati in ordigni. Questa vicenda riguarda anche l’Iran, perché Hezbollah è un attore armato sostenuto da Teheran e l’attacco colpì pure figure legate alla presenza diplomatica iraniana in Libano. (Cfr. The Guardian, 18 settembre 2024). Il “Deadly Exchange”: l’israelizzazione della polizia USA Un capitolo cruciale di questa esportazione passa dai viaggi di addestramento e dalle partnership fra apparati. L’idea, presentata come scambio tecnico, produce invece una mutazione politica: la gestione di una città si avvicina al trattamento di una popolazione considerata ostile. L’ADL, nel materiale promozionale del suo Leadership Seminar in Israel, parla di formazione avanzata per dirigenti delle forze dell’ordine statunitensi, con accesso “dietro le quinte” alle strategie di sicurezza israeliane; segnala anni di durata e centinaia di agenzie coinvolte. «Agenti di polizia statunitensi in visita compiono regolarmente tour della rete di quattrocento telecamere che ricopre a tappeto la Città Vecchia di Gerusalemme e monitora gli spostamenti palestinesi. Dopo visite in Israele da parte della polizia di Atlanta, il dipartimento ha creato un Video Integration Center, che raccoglie e monitora riprese provenienti dalle migliaia di telecamere di sorveglianza pubbliche e private operative ventiquattro ore su ventiquattro in città. Il Dipartimento di polizia di Atlanta ha riferito che il centro è modellato sul centro di comando e controllo della Città Vecchia di Gerusalemme e riproduce metodi israeliani per monitorare in modo proattivo il crimine» (Cfr. ADL, Leadership Seminar in Israel: Resilience and Counterterrorism, 2019). Nello stesso passaggio, il report mette in parallelo la visita turistica alle tecnologie di Gerusalemme e la dimensione informativa più “oscura”, fatta di infiltrazioni e informatori. Evoca il caso del NYPD e della sua unità dedicata al monitoraggio della vita quotidiana delle comunità musulmane, con l’idea che il tessuto sociale diventi materiale investigativo. L’adozione di questo sguardo, una volta normalizzata, ridefinisce chi merita fiducia e chi merita sospetto. «Le delegazioni statunitensi delle forze dell’ordine incontrano regolarmente l’esercito israeliano e lo Shin Bet durante i loro viaggi, per discutere metodi di intelligence umana, come l’uso di informatori e l’infiltrazione delle proteste tramite agenti sotto copertura. Il NYPD ha gestito anche una “Demographics Unit” per spiare la vita quotidiana delle comunità musulmane a New York. Informatori noti come “mosque crawlers” venivano impiegati per visitare moschee, bodegas e organizzazioni studentesche, e tenevano dossier estesi sulle comunità musulmane. I fondatori di questo programma hanno ammesso che si erano ispirati a pratiche israeliane nei Territori Palestinesi Occupati» (Cfr. Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit, p. 6). La catena prosegue con il profitto. Il report osserva che gli scambi creano finestre di mercato per aziende israeliane attive nella sorveglianza di rete, nella raccolta dati, nell’estrazione forense da telefoni: nomi che compaiono poi in contratti con dipartimenti di polizia e agenzie statunitensi. In questo punto l’esportazione diventa un circuito stabile, perché l’addestramento crea domanda e più c’è esportazione e più rafforzano la reputazione del “metodo”. Il legame con il confine emerge in un passaggio che vale per capire anche l’ICE, come funzione interna di cattura e deportazione dentro un ecosistema più ampio. Il report cita le parole di un capo della polizia locale in Georgia che, dopo avere appreso in Israele, sostiene che il confine sarebbe la “prima linea di difesa” e invoca l’adozione del modello israeliano di sicurezza. Nel testo appare anche una constatazione aberrante: l’abitudine a perquisizioni ricorrenti e alla rinuncia di diritti personali viene descritta come un prezzo accettabile. (ibid., p. 36). Oggi, dopo l’assassinio di Renee Good da parte di un federale dell’ICE e delle città messe a ferro e fuoco dall’amministrazione Trump, i metodi delle forze israeliano emergono alla luce del sole. Qui ci torna utile la formula che Stephen Graham riprende da Michel Foucault, il “boomerang effect”. L’idea è semplice, e per certi versi spietata. Le pratiche nate su frontiere coloniali, dove la vita altrui vale poco e l’eccezione diventa abitudine, rientrano poi nelle città metropolitane sotto forma di gestione ordinaria. Cambiano nome, indossano un linguaggio burocratico, vengono ammesse nelle “leggi ordinarie”, entrano, per così dire, nei protocolli e si presentano come pragmatismo. Lo abbiamo visto anche, in parte, nelle nostre città italiane. Telecamere, controlli, zone rosse, daspo urbani, militarizzazione delle stazioni e dei centri storici. Come scrive Foucault: «Non deve mai essere dimenticato che, se la colonizzazione, con le sue tecniche e le sue armi politiche e giuridiche, ha ovviamente trasportato i modelli europei in altri continenti, essa ha anche prodotto un considerevole effetto boomerang sui meccanismi del potere in Occidente, e sugli apparati, le istituzioni e le tecniche del potere. Un’intera serie di modelli coloniali è stata riportata in Occidente, e il risultato è stato che l’Occidente ha potuto praticare qualcosa che somiglia alla colonizzazione, una colonizzazione interna esercitata su se stesso.» (Cfr. Stephen Graham, Cities Under Siege. The New Military Urbanism, Verso, 2010, p. 17). Graham mostra, via Foucault, come le guerre coloniali e le operazioni di sicurezza, da Gaza a Baghdad, funzionano come campi di prova per tecniche e tecnologie. Poi quelle stesse tecniche rientrano nelle metropoli, nel lessico della “sicurezza interna”, dentro apparati e procedure che si presentano come gestione ordinaria. L’effetto si vede nella normalizzazione della sorveglianza pervasiva, nell’uso di strumenti aerei e digitali pensati per dominare dall’alto, nella saldatura fra dottrina militare e polizia urbana, nel modo in cui confine e quartiere finiscono per parlare la stessa lingua. Graham insiste su una continuità commerciale e operativa: ciò che viene testato in un teatro coloniale torna come prodotto, diventa “combat proven”, entra nei mercati della sicurezza e si diffonde per imitazione, fino a produrre una forma di colonizzazione domestica, esercitata sulle città e sui corpi che, in patria, vengono trattati come problema. Redazione Italia
lotta di classe a Los Angeles
Depprtazioni e lavoro migrante: traduzione dell’editoriale del quarto numero di Long Haul Magazine ∫connessioni precarie Non ci ritireremo nell’ombra Mentre si diffondono da Minneapolis ad altre città le proteste per l’omicidio di Renee Nicole Good, uccisa a sangue freddo da un agente dell’ICE per aver tentato di ostacolare un raid contro i migranti, pubblichiamo la traduzione dell’editoriale del quarto numero
L’immigrazione nel mondo e da noi
di Danilo Tosarelli PREMESSA Secondo le stime ONU, i migranti internazionali sono 304 milioni, pari al 3,7% della popolazione mondiale. Sono quelli, che vivono da oltre un anno in un Paese diverso da quello di residenza. Erano la metà 30 anni fa. Questa mobilità è generata dall’intreccio di diseguaglianze economiche, dinamiche demografiche e politiche, conflitti. Le principali mete sono innanzitutto l’Europa,
Contro la fascistizzazione della riproduzione sociale – di Susana Draper
Prendersi del tempo per scrivere è una tregua in mezzo a giornate turbolente dovute all'intensificarsi delle politiche fasciste negli Stati Uniti e ci consente di creare spazi per la circolazione di un altro tipo di prospettiva, di continuare un dialogo tra di noi con il desiderio di costruire altri luoghi da cui parlare, ricordare [...]
L’ICE spara a un uomo a Minneapolis. Il governatore Walz denuncia la “campagna federale di brutalità organizzata”
In Minnesota, gli agenti federali hanno lanciato gas lacrimogeni, palline al pepe e granate stordenti contro i manifestanti che si erano radunati mercoledì sera vicino al luogo in cui un agente federale ha sparato e ferito un uomo nella zona nord di Minneapolis. Il sindaco Jacob Frey ha dichiarato dopo la sparatoria che i dettagli rimangono poco chiari, pur condannando ancora una volta l’ondata di agenti dell’ICE che ha invaso le Twin Cities. Testimoni hanno riferito allo Star Tribune che una serie di colpi di pistola ha fatto seguito a un inseguimento in auto e a piedi che ha coinvolto agenti federali, i quali avrebbero ordinato ai residenti di uscire dalle loro case con le mani in alto. Diverse persone, tra cui alcuni bambini, sono quindi uscite nel freddo gelido. Secondo l’amministrazione Trump, la vittima è stata colpita alla gamba dopo aver opposto resistenza all’arresto e aver “aggredito violentemente” un agente. Minneapolis ha registrato tre sparatorie dal giorno di Capodanno. Due di queste sono state compiute da agenti federali. In una dichiarazione video rilasciata poco prima dell’ultima sparatoria, il governatore del Minnesota Tim Walz ha condannato quella che ha definito “una campagna di brutalità organizzata contro la popolazione del Minnesota da parte del nostro stesso governo federale”. “Agenti dell’ICE armati, mascherati e poco addestrati stanno andando di porta in porta, ordinando alle persone di indicare dove vivono i loro vicini di colore. Fermano indiscriminatamente le persone, compresi i cittadini statunitensi e chiedono loro di mostrare i documenti. Nei negozi di alimentari, alle fermate degli autobus, persino nelle nostre scuole, rompono le finestre, trascinano per strada donne incinte, afferrano semplicemente i cittadini del Minnesota e li spingono in furgoni senza contrassegni, rapendo persone innocenti senza alcun preavviso e senza un regolare processo” ha denunciato il governatore del Minnesota Tim Walz.   Anna Polo
USA, cartelli contro l’ICE sui cavalcavia: una forma di protesta creativa e potente
Un movimento di resistenza in continua crescita si sta sviluppando lungo le strade e le autostrade americane, dove i cittadini utilizzano ponti e cavalcavia per esporre cartelli con messaggi politici. In tutto il Paese, gruppi organizzati in modo informale come le Visibility Brigades stanno trasformando viadotti, ponti e cavalcavia in cartelloni pubblicitari politici. Ciò che rende queste proteste diverse dalle forme tradizionali non è solo il formato, ma anche il pubblico. Una manifestazione spesso si rivolge a persone già convinte, mentre i cartelli sui cavalcavia attirano l’attenzione di tutti: pendolari, camionisti, genitori che vanno a prendere i figli a scuola, persone che non parteciperebbero mai a una manifestazione, ma che devono comunque tornare a casa. Da quando Trump è tornato in carica, queste azioni si sono diffuse rapidamente. Nei giorni successivi all’uccisione di Renee Nicole Good da parte di un agente dell’ICE a Minneapolis, nel giro di poche ore sono apparsi cartelli di protesta sui cavalcavia in Montana, New Jersey, California, Minnesota e Kentucky. Le proteste sui cavalcavia sono spesso gioiose, strane, creative. Costumi. Musica. Simboli invece di slogan. Rifiutano l’idea che la resistenza debba essere cupa per farsi prendere sul serio. Gli organizzatori affermano che l’obiettivo non è solo esprimere l’indignazione, ma anche ricordare alle persone che non sono sole e isolate, che l’opposizione esiste in luoghi che i media ignorano. Le proteste sui cavalcavia sono la prova che gli americani continuano a inventare modi per farsi vedere, anche quando il sistema preferirebbe che rimanessero invisibili. E forse questa è la parte più potente: niente grandi leader, niente permessi, niente attese per le prossime elezioni. Solo gente in piedi sopra il traffico, che dichiara ciò che milioni di persone pensano e si assicura che venga visto. Fonti: Pagina Facebook The Other 98% Pagina Facebook Visibility Brigade Redazione Italia
Polveriera americana
USA. Dopo l’omicidio di Renee Good un’escalation di violenza degli agenti federali. Annunciati rinforzi per sedare le proteste. Intanto si organizzano gruppi di autodifesa e sorveglianza. di Luca Celada (*) I giorni seguiti all’esecuzione di Renee Nicole Good sono stati saturi di lutto, rabbia e impotenza. Poi, nel fine settimana proteste e manifestazioni in tutta America, centinaia di città, da
Veglia per Renee Nicole Good a New York
È l’imbrunire di domenica 11 gennaio, una giornata densa di emozioni. Esco da una stazione della metropolitana che sta a due passi dal luogo dell’appuntamento per ricordare Renee Nicole Good, uccisa a sangue freddo da Jonathan Ross, agente dell’ICE.  L’aria è cambiata, è pungente e non riesco più a stare senza guanti, li recupero nello zainetto e mi infagotto nella kefiah. Devo raggiungere il grande arco di pietra che sta sul lato corto di Grand Army Plaza, progettato da John H. Duncan per dare a Prospect Park un ingresso scenografico. Mentre cammino, lasciandomi alle spalle le luci della strada, mi pare di entrare in un bosco; mi chiedo dove saranno gli altri e scruto ansiosa nel buio; ormai è sera. Intravedo fioche lucine che vanno e vengono. Mi avvicino e appaiono sagome di esseri umani. Si sono raccolti in un angolo della struttura di pietra, dove hanno deposto fiori e candele attorno alle fotografie di Renee e della sua famiglia. Su un pezzo di cartone qualcuno ha scritto “Ricordando Renee Good e tutte le mamme”. Da ogni direzione della piazza, che per buona parte è costituita  da un prato e da alberi non illuminati, vedo figure sbucare dal buio e camminare in direzione della luce.  Poco dopo le 18 un buon numero di persone si è radunato in silenzio, formando un semicerchio per rendere omaggio a Renee, una donna coraggiosa, una mamma e una libera cittadina che ha saputo onorare il senso del vivere, amare e proteggere la comunità. Renee amava scrivere, soprattutto poesie. Una giovane donna nera, con grande compostezza, ne legge alcune. È emozionata, le trema il megafono tra le mani gelate, ma va avanti accorata. L’aria si riempie dello spirito ribelle di Renee e quasi mi sembra faccia meno freddo. Renee parla di libertà. Non sopporta la stupidità, la meschinità e l’ipocrisia; dice No all’arroganza del potere e al suo strumento, la polizia. A che serve? Solo a schiacciarci e impaurirci. Scrive che anela al divino, ma lo cerca nelle stelle, non più nei libri religiosi, che l’hanno delusa. A volte le sue parole sono dure e suonano come incontrovertibili sentenze, ma poi sfumano in elegie quando vuole parlare di un fiore, del mare o di un bambino.  Renee rappresenta tutti i sognatori del pianeta, anime belle che troppo spesso finiscono vittime della banalità del male. Solo nel 2025 l’ICE ha ucciso trentadue persone. Ne vengono letti i nomi, il Paese di origine e l’età. La strage ha interessato l’Asia e l’Europa, dalle Filippine all’Ucraina, ha colpito il Centro-Sud America e l’Africa e non risparmia nemmeno il suolo natio, con vari errori e sviste. La vittima più giovane è un ragazzo di ventidue anni, la più anziana una donna di ottanta. Queste persone, che il governo Trump liquida come immigrati clandestini, hanno famiglie che li piangono. Con la voce rotta un ragazzo legge messaggi arrivati dai parenti. Una donna statunitense ricorda l’amato: era una persona gentile. Visto che non erano sposati, le sono state negate le informazioni durante la detenzione di lui e persino un ultimo saluto alla salma (rimpatriata in un sacco). Una zia ricorda il nipote che lavorava tanto per farli vivere un po’ meglio. Dei bambini che, nella semplicità di chi forse non ha ancora capito tutto, ringraziano il loro papà per le caramelle e i doni che spediva loro. Per ogni vittima rispondiamo in coro “Riposi in pace”. Al termine della lettura un pensiero comune viene declamato: “Cari fratelli e sorelle e cara Renee, non siete morti invano.  Renee, hai agito come una cittadina modello; sappi che ci ispireremo a te”. È la nostra preghiera, di uomini e donne qualunque che oggi, unendoci, cerchiamo di resistere alla barbarie, a qualcosa di cui avevamo letto nei libri di storia e che pensavamo non sarebbe mai più tornato.     Marina Serina