SpaceX e Tesla verso la fusione: formate le commissioni speciali
Con la sorpresa di pochi tra coloro che seguono da vicino le aziende tech,
SpaceX e Tesla hanno formato due commissioni per discutere un’eventuale fusione.
La notizia è stata resa pubblica ieri, martedì 20 ottobre, da Elon Musk,
proprietario e CEO di entrambe le imprese, a pochi giorni dalla nuova
presentazione “commerciale” della Roadster di Tesla: un’auto elettrica che, per
l’occasione, è stata dotata di propulsori che le hanno permesso di levitare e
fare piroette.
L’annuncio è stato presentato con fare strategico, in risposta a una domanda
posta durante la conferenza sugli utili di SpaceX. «Questa è decisamente una
domanda in cui mi sembra di ballare il tip tap in un campo minato», ha scherzato
Musk, «ma penso ci sia molto valore nell’unire le aziende». Il magnate ha subito
cercato di smorzare gli entusiasmi, sostenendo che la decisione finale spetti
alle commissioni speciali formate dai Consigli di Amministrazione delle due
società e descrivendo il tutto come una «strana danza kabuki» in cui tutti
parlano e a lui tocca restare in disparte. Poiché in passato i CdA di entrambe
le aziende si sono dimostrati allineati alla volontà del dirigente, vien facile
credere che questa precisazione serva più a proteggere la fusione da eventuali
azioni antitrust che a placare gli animi degli investitori.
A ben vedere, la mossa era attesa già da tempo. Tra i cospicui contratti
governativi, il successo della rete satellitare Starlink e il subaffitto della
potenza di calcolo dei data center di xAI ad altre aziende di intelligenza
artificiale, SpaceX si conferma l’azienda più redditizia di Musk. E questo
nonostante due trimestri in perdita e una quotazione in Borsa nettamente
inferiore al prezzo d’ingresso a Wall Street: le ultime dichiarazioni
finanziarie hanno superato di gran lunga le previsioni degli analisti,
sorprendendo in positivo. Tesla, al contrario, vede i propri margini
assottigliarsi di anno in anno: gli incassi dai crediti di carbonio sono sempre
meno incisivi e il marchio non rinnova la propria gamma da quasi sette anni, se
si esclude il famigerato Cybertruck, le cui vendite sono state largamente
gonfiate dagli acquisti interni alle aziende controllate dallo stesso Musk.
Giovedì scorso Tesla ha messo in scena uno stunt pubblicitaria incentrata su una
versione rivisitata della Roadster, modello originariamente annunciato nel 2017
con inizio produzione previsto per il 2020. Scadenza che è stata poi rimandata
di anno in anno ed è ora fissata al 2028, sebbene nei contratti di preordine
l’azienda precisi nero su bianco di non poter garantire né il prezzo di vendita,
né la data di consegna, né tantomeno che il veicolo venga effettivamente
consegnato. Il modello non ha però fatto parlare di sé per il fatto di essere
stato riesumato, né per gli aggiornamenti estetici che ha ricevuto, quanto per
le acrobazie spettacolari rese possibili da propulsori e da un sistema di
aspirazione che avrebbe permesso all’auto di muoversi su una rampa circolare,
garantendole la possibilità di sostare sia in verticale che a testa in giù.
Fino a qualche mese fa, simili acrobazie erano state progettate attorno all’idea
di usare una rampa magnetica per millantare prestazioni superiori a quelle
reali, dettaglio che solleva dubbi sulle effettive capacità del prodotto. Di
certo c’è che Tesla propone diverse varianti della Roadster: la Roadster
Performance, versione “standard” che potrebbe effettivamente finire in
circolazione sulle strade pubbliche; la Roadster Thrust, alla quale sono
aggiunti propulsori di accelerazione a gas derivati dalla tecnologia SpaceX; la
Roadster Rocket, dotata di numerosi propulsori e capacità di compiere brevi
salti. La dimostrazione potrebbe dunque rivelarsi un pretesto utile a
evidenziare l’integrazione delle tecnologie delle due aziende, presentando la
fusione come una necessità strategica. Uno stratagemma che ricalca da vicino
quanto fece Musk quando dipinse l’acquisizione della sua fallimentare xAI da
parte di SpaceX come l’elemento necessario per formare un «motore di innovazione
verticale» o quando Tesla assorbì al suo interno SolarCity, impresa energetica
dai conti disastrati fondata da Lyndon Rive e Peter Rive, cugini di Elon Musk.
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