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Napoli, il 4 gennaio una giornata di incontri sui diritti umani nel solco del Festival del Cinema dei Diritti Umani
Cinema, diritto internazionale e territori Tre appuntamenti pubblici il 4 gennaio 2026 con Francesca Albanese e la proiezione del documentario “Disunited Nations” proseguono il percorso avviato dalla XVII edizione del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli. Domenica 4 gennaio 2026 Napoli ospiterà una giornata di appuntamenti pubblici dedicati ai diritti umani e al diritto internazionale, promossa nell’ambito delle attività sostenute dal Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli. Al centro della giornata, la presentazione del documentario Disunited Nations, che affronta il ruolo delle Nazioni Unite di fronte al genocidio in corso a Gaza. La giornata si articolerà in tre appuntamenti. Alle 10.30, Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati, sarà ospite dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Nel pomeriggio, alle 15.00, a Scampia, è previsto un incontro pubblico con le comunità territoriali e dell’VIII Municipalità, organizzato dall’associazione “Chi rom… e chi no”. In serata, alle 18.30, presso il Cinema America Hall (via Tito Angelini 21, Napoli), è in programma la proiezione del documentario Disunited Nations, alla presenza di Francesca Albanese e del regista Christophe Cotteret. Il film segue il lavoro della Relatrice Speciale durante missioni, interventi pubblici e momenti di confronto istituzionale, restituendo uno sguardo dall’interno sulle tensioni che attraversano le Nazioni Unite e mettendo in evidenza le difficoltà di applicazione del diritto internazionale, insieme alle pressioni politiche che accompagnano il lavoro di tutela dei diritti umani. L’iniziativa del 4 gennaio si inserisce nel percorso tracciato dal Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, nato nel 2008 come iniziativa dell’Associazione Cinema e Diritti e giunto nel 2025 alla sua XVII edizione. Fin dalla sua nascita nel 2008, il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli è stato guidato e coordinato da Maurizio Del Bufalo, presidente dell’Associazione Cinema e Diritti e figura centrale nella costruzione dell’identità culturale della rassegna. Sotto la sua guida, il Festival si è sviluppato come un progetto diffuso e partecipato, capace di coniugare cinema, attivismo e formazione, mantenendo nel tempo una forte coerenza tematica e un’attenzione costante ai territori, ai giovani e ai contesti sociali più fragili. Nel corso degli anni, il Festival si è affermato come una rassegna diffusa, capace di portare il dibattito sui diritti umani fuori dai circuiti culturali tradizionali, incontrando studenti, cittadini e comunità nei territori, nelle periferie e nei luoghi in cui il disagio e l’emarginazione sono più evidenti. L’edizione 2025, intitolata “Terre promesse, terre rubate, popoli senza pace”, ha attraversato le storie di popoli senza Stato, con particolare attenzione alle realtà palestinese, curda e sahrawi, raccontate attraverso film, incontri e momenti di confronto pubblico. Il concorso cinematografico ha proposto una selezione di cortometraggi, documentari e lungometraggi provenienti da diversi Paesi, valutati da giurie plurali: giurie esperte, giurie popolari e giurie giovanili, composte anche da studenti delle scuole medie e superiori, coinvolti direttamente nella visione e nella discussione delle opere. Accanto alle proiezioni, il Festival ha promosso dibattiti, installazioni artistiche e iniziative formative, contribuendo a costruire uno spazio di riflessione collettiva sui diritti umani, sulla pace e sulle responsabilità della comunità internazionale. Conclusasi ufficialmente nel mese di novembre 2025 con le premiazioni, la XVII edizione del Festival non esaurisce tuttavia il proprio percorso con la chiusura del concorso. La giornata del 4 gennaio rappresenta infatti un momento di continuità e approfondimento, che porta nel nuovo anno i temi affrontati dalla rassegna, rilanciando una riflessione urgente sui conflitti del presente e sul ruolo del diritto internazionale. Per assistere alla proiezione serale al Cinema America Hall è necessaria la prenotazione online (posti limitati): https://america.cinemadinapoli.18tickets.it/film/30341 Lucia Montanaro
In ricordo di Antonio Giacchetti, divulgatore del Calendario Maya in Italia
” Chi possiede il tuo tempo controlla la tua mente. Libera il tuo tempo, e possiederai la tua mente.” José Arguelles   Un’altra voce libera se n’è andata nel panorama culturale e spirituale italiano. Il 14 dicembre 2025 ci ha lasciati Antonio Giacchetti, studioso delle culture dei popoli nativi, ma soprattutto profondo conoscitore della cultura, della storia e della spiritualità del popolo Maya. Nato a Bari, residente a Trullolandia (Cisternino), nella magica Valle d’Itria, Giacchetti era un giurista, avvocato “pentito” che mai ha esercitato la sua professione per dedicarsi invece all’antropologia e alla spiritualità, studiando i Maya e le altre civiltà mesoamericane. Dopo aver completato due giri del mondo, realizzando un sogno dell’infanzia, per un totale di sette anni, incontra a Miami (Maya-mi) il libro che tradurrà in italiano e per cui diventerà famoso, Il Fattore Maya (WIP Edizioni, Bari 1999) – formidabile long-best-seller internazionale del professor José Argüelles che cambierà per sempre la nostra comprensione della misteriosa civiltà Maya – e diventa l’interprete ufficiale e traduttore italiano del Prof.  Argüelles (1939-2011), decodificatore dei codici matemagici dei Maya Galattici, curando la pubblicazione delle sue opere e del Sincronario Galattico di 13 Lune di 28 Giorni. Docente di Anatomia Archetipica Comparata presso l’Istituto di Pedagogia Olistica IBA di Firenze, è stato collaboratore di UAM.TV, dove è disponibile “Viaggio in Messico”, serie realizzata con lui: un percorso attraverso luoghi, simboli e culture antiche senza ridurle a folklore. Dal 2007 ha organizzato e guidato viaggi di scoperta e avventura in Guatemala e Honduras, e di ricerca e spiritualità in Messico, dove ha incontrato anziani Maya con cui si tengono cerimonie nei luoghi di potere della tradizione Maya. Giacchetti ha partecipato al Seminario di Sette Settimane dei Maghi della Terra in Cile (Ottobre-Dicembre 1999) e, a partire dallo stesso anno, è coordinatore del PAN Italia, la Rete d’Arte Planetaria, nodo locale del network PAN globale nonchè struttura organizzativa del Movimento Mondiale di Pace per il Cambio al Calendario delle 13 Lune di 28 Giorni. Per anni ha amministrato il sito www.13lune.it , ha curato il coordinamento dell’Equipe Traduttori PAN ed ha compilato l’edizione italiana del Sincronario Galattico Maya. Persona di grande onestà umana e intellettuale, Giacchetti si è distinto per la sua incessante attività di conferenziere e divulgatore, tenendo sempre conferenze e seminari sui Maya e sul 2012. Dobbiamo a lui la diffusione della comprensione e della conoscenza in Italia del Calendario Maya e della diversa prospettiva di tempo che ne deriva. Secondo la visione di Giacchetti, come anche quella di Jose Arguelles, noi viviamo in un incubo meccanizzato in cui siamo vittime dell’idea di tempo che 5.000 anni fa i sacerdoti babilonesi – usurpatori del potere matriarcale, lunare e femminile – hanno stabilito e che in seguito, circa 2.000 anni fa, Giulio Cesare e Cesare Augusto, signori della guerra, hanno rafforzato con il “calendario giuliano” (in vigore dal 46 a.C. al 1582). Il 4 ottobre 1582, con la bolla papale Inter gravissimas, Papa Gregorio XIII ha introdotto quello che è passato alla storia come “calendario gregoriano” (composto da 12 mesi con durate diverse – da 28 a 31 giorni – per un totale di 365 o 366 giorni: l’anno di 366 giorni è detto anno bisestile). Introducendo la concezione lineare del tempo di matrice cristiana e l’idea di futuro come moto regolatore del tempo per cui viviamo, il “calendario gregoriano” si è imposto in tutto il mondo e ha cercato di sostituire tutte le concezioni cicliche del tempo tipiche delle culture indigene. L’imposizione del calendario occidentale alle popolazione mesoamericane fu il primo atto di colonizzazione, seguito dalla violenza, dall’epistemicidio, dalla spada e dall’imposizione della propria religione, della propria scienza e della propria filosofia. Questo ha comportato la distruzione sistematica della sincronizzazione/connessione dell’essere umano con la Natura, con i cicli ecologici e con il movimento del cielo, imponendo un calendario basato sulla vita di Gesù. Il colonialismo e i missionari cristiani, per colonizzare ed evangelizzare, hanno dovuto imporre la forma mentis che avrebbe accettato il loro modello di sviluppo e di società. Nel 1597, Francois Bacon scrisse nei suoi Essays la frase “Il tempo è denaro”. Questo diventerà il motto della società industriale occidentale basata sull’idea di “progresso” indefinito, che ha portato alla nostra società dominata dalle macchine, dalla mentalità estrattiva, dalla tecnologia e dalla separazione umano-Natura, catapultandoci in un luogo figurato che non è il nostro. Dalla magia del qui e ora e dell’eterno presente – ci ha insegnato Giacchetti – il tempo è stato diviso in unità arbitrarie, svuotato del suo significato magico, ridotto a durata e rapportato al denaro. Il complicato e insensato relitto arcaico che usiamo per misurare il nostro tempo, ovvero il calendario gregoriano (derivante a sua volta dal calendario giuliano) è un potentissimo strumento occulto di potere e di controllo; il suo uso prolungato ha prodotto una deviazione nella mente collettiva, portandoci a credere che il tempo è denaro e che la guerra è lo standard di risoluzione ai conflitti. Le cosmovisioni indigene, oltre a non concepire questa imposizione coloniale del tempo, avevano capito che tutto era ben diverso. Il Tempo è Arte e noi siamo Arte incarnata nel Tempo, il tempo è “coscienza”, è “vita”. La civiltà Maya aveva più di tutte le altre una concezione ciclica e una conoscenza astronomica e cosmologica che aveva portato alla creazione del Calendario Sacro Maya, chiamato Tzolk’in, una matrice matematica formata da 260 unità, che nasce da 20 segni e 13 toni che si intrecciano fra di loro. Venne decifrato dal Prof. José Argüelles e da sua moglie Lloydine, che hanno studiato i calendari Maya e individuato le frequenze del tempo artificiale (12:60) e naturale (13:20), dando vita ad un corpus di conoscenza interamente nuovo: la Legge del Tempo, che si articola nella matematica della Quarta Dimensione e nello studio dell’Ordine Sincronico. A partire dal presente, l’analisi va indietro nel tempo alla ricerca di civiltà come i Maya e i nativi americani che si sono sviluppate in modo diverso ma dalle quali abbiamo molto da imparare; società sterminate da noi in nome dello “sviluppo” e della “modernizzazione”, ma che oggi vengono prese da esempio per insegnarci molto su noi stessi, sul nostro presente e sul futuro che ci stiamo costruendo. Questi antichi popoli, anche se a migliaia di chilometri di distanza e in momenti diversi della storia, sono simili non solo nel loro modo di rapportarsi con la Natura, con l’Altro e con il cosmo, ma soprattutto perché la loro visione del mondo “illuminata” anticipa ciò che alcuni scienziati contemporanei hanno a lungo sostenuto: tutto è vivo e interconnesso. I Maya si salutavano l’un l’altro con il detto tradizionale “In Lak’ech”, che significa “Io sono un altro te stesso” o “Io sono te, tu sei me”. Oggi, la scienza moderna e la fisica quantistica hanno confermato che, in effetti, tutto nell’Universo è energia e che non vi è separazione tra l’osservatore e ciò che viene osservato. Tutto è collegato, tutto è vivo e quindi tutto vibra. Nel marzo 2012, Antonio Giacchetti è diventato famoso per aver partecipato alle riprese – nonchè per essere uno dei protagonisti – del film documentario “Un Altro Mondo” del regista romano Thomas Torelli, in cui ha dichiarato: “Il nostro calendario influenza tutto ciò che facciamo e coordina tutte le attività della nostra società. (…) Il calendario influenza anche la nostra mente e la nostra capacità di pensare, se pensiamo al nostro cervello come all’hardware e ai nostri pensieri come al software, il calendario corrisponde al programma operativo. E’ questo il vero ‘baco’ del millennio nel calendario gregoriano. Una frequenza disarmonica di base che ci condiziona a pensare meccanicamente, con conseguenze che coinvolgono tutto il pianeta. Usare un calendario artificiale e disuguale, irregolare ed irrazionale, come il nostro calendario gregoriano, ha prodotto una cultura altrettanto irrazionale, col risultato di una divergenza dal tempo naturale ed ecologico che ha portato a conseguenze nel nostro ambiente, nella nostra cultura e nei nostri comportamenti.” Qualche anno fa, proprio su queste proposte, era nato Movimento Mondiale di Pace per l’Adozione del Sincronario delle 13 Lune proprio con il fine di adottare il Sincronario Maya in quanto più in linea con i ritmi ecologici del Cosmo, della Terra, della Vita e della Natura. Affermava Antonio Giacchetti nel documentario “Un Altro Mondo” di Thomas Torelli: “Il nostro tempo è diventato un incubo meccanizzato. La mattina ci sveglia una macchina, ci entriamo in un’altra macchina che ci porta nel nostro luogo di lavoro. Vuoi scommettere che il nostro lavoro è mandare avanti tutto il giorno? (…) E al termine di una giornata di lavoro di questo tipo, ci rimettiamo in una macchina e torniamo a casa dove ci sono altre macchine che si incaricano di divertirci e nutrirci. Al termine di un mese di questa vita riceviamo in cambio del nostro tempo, che è sacro, una quantità di denaro che è l’ipnosi collettiva meglio riuscita su questo pianeta e con quella somma di denaro corriamo tutti contenti a comprare nuove macchine”. Secondo molti antropologi, il calendario Maya era solo uno strumento per determinare i tempi della semina, ma secondo studi più approfonditi si tratta di un sistema per la regolazione dei tempi della vita su un piano cosmico in cui si possono identificare altri cicli, più grandi e più piccoli. “Un sistema del tempo ciclico e una visione dell’universo quadridimensionale a matrice radiale, in cui il punto zero è il sempre-presente-qui-ed-ora. In questa concezione crono-centrica il tempo è la quarta dimensione. La nostra è invece spazio-centrica, considera il tempo lineare e l’universo tridimensionale” – affermava Argüelles. Per i Maya l’essenza del tempo non è nella durata, computata e frazionata in ore, minuti e secondi meccanici, ma piuttosto nella sincronizzazione, il cui strumento supremo è l’essere umano. I Maya concepivano il tempo come “arte” e come “coscienza”, qualcosa di totalmente diverso che sancì uno scontro radicale di civiltà tra la cosmovisione dei Maya e la visione dei conquistadores e dei missionari, cercando di imporre, con la linearità cristiana, che la nostra vita non è più nostra, ma è la vita di chi ci paga per il nostro tempo. Forse è proprio su questo che avvenne l’impatto più violento tra conquistadores e la Civiltà Maya. Secondo Giacchetti era diventato necessario passare dal calendario gregoriano al Calendario Maya per: spezzare questo flusso di Matrix che ci aveva condotto alla società dello sviluppo indefinito; tornare ad essere co-creatori della propria realtà; esplorare i codici matemagici che i Maya Galattici ci hanno lasciato; conoscere la configurazione energetica del momento del tempo che abbiamo scelto per VENIRE ALLA LUCE; compiere la nostra missione su questa Terra; e sviluppare il nostro potenziale e ricordare chi siamo veramente. Oggi più che mai, per uscire dal realismo capitalista, dal mito della crescita economica, dalla società industriale di massa, dall’invenzione artificiale dell’idea di “progresso indefinito”, dal consumismo e da questo modello di produzione e sviluppo, doppiamo decolonizzare la nostra idea di tempo e dunque, come ci spiega Latouche, decolonizza il nostro immaginario economico. Dobbiamo passare dall’idea di linearità all’idea di ciclicità, dalla frenesia alla lentezza, dall’eccesso di tempo fugace e precario all’eterno presente del “qui e ora”. Se si esce dalla visione occidentale ed ottimistica del futuro, come qualcosa che arriverà da solo e sarà sempre positivo in balia degli eventi, e si entra in una dimensione reale del tempo, si capisce che se il futuro è figlio del presente e che il presente è il luogo temporale in cui creare le cause per un futuro migliore. Giacchetti sosteneva che i venti del cambiamento sono su di noi e una nuova Era di consapevolezza deve iniziare. È come se l’uomo finalmente risvegliasse la sua vera identità, la sua naturale capacità di creare la propria realtà, abbandonando lentamente il dualismo mente-corpo che caratterizza gran parte del pensiero moderno. Come sosteneva Argüelles: “La frequenza temporale attualmente in uso, quella 12:60, è contro natura ed è strettamente connessa al corso imboccato dall’Occidente verso una civiltà completamente tecnologica, basata sullo sfruttamento totale delle risorse naturali della Terra, con il conseguente inquinamento dell’ambiente naturale, la biosfera. L’ottimismo tecnologico si rivela miope nel credere che si possa seguire questa direzione indefinitamente.” Forse c’è veramente una nuova umanità cosciente che sta finalmente mettendo in discussione l’idea di sviluppo, l‘idea che i progressi della tecnologia, della scienza e l’organizzazione sociale producano automaticamente un miglioramento della nostra condizione. Questa frattura ci sta facendo riscoprire le nostre origini ancestrali e antichi sentimenti, dove la felicità non è associata alla materia ma allo spirito. È tempo per noi di “vivere” questa consapevolezza, come i nostri antenati hanno fatto tanti anni fa. Questo Giacchetti lo aveva capito bene. Nelle culture primarie tradizionali che Giacchetti ha raccontato per tutta la vita, la morte non è la fine assoluta ma un passaggio. Chi se ne va continua ad abitare la comunità sotto altre forme, nei sogni, racconti, memoria condivisa. Di Giacchetti rimarrà la sua profonda conoscenza, la sua onestà e la sua saggezza interiore con la speranza che continueranno a diffondersi come esempio e risveglio della consapevolezza.   https://www.karmanews.it/34302/maya-ma-chi-li-conosce-davvero/ > Maya: ma erano davvero sanguinari? > Decolonizzare il tempo con il Calendario Maya > La colonizzazione del tempo Lorenzo Poli
Vertenza sindacale, precarie e precari stabilizzati al Teatro di Roma!
Anche quando sembra impossibile, solo la lotta paga! Dopo anni di battaglia, finalmente per le precarie e i precari del Teatro di Roma è in arrivo la giusta stabilizzazione. La lotta non si ferma qui, ancora c’è tanto da fare, nel frattempo ci godiamo questo splendido regalo di Natale. Di seguito il comunicato completo_ Alcuni anni fa abbiamo iniziato una battaglia dentro il Teatro di Roma, una battaglia che rivendicava un principio tanto semplice quanto incredibilmente mai sollevato: il diritto di lavoratrici e lavoratori ad avere un impiego stabile. Contratti precari reiterati per decenni con la scusa della “stagionalità” tipica del lavoro culturale, salari da fame, nessun diritto e massima ricattabilità: questo era il Teatro di Roma. A questa visione abbiamo opposto un’idea diversa: il lavoro culturale non può essere un’equazione a somma zero, nella quale il sacrificio e la passione debbano dare come risultato sfruttamento e salari indegni, soprattutto nell’impresa a sovvenzione pubblica. Il lavoro culturale non è un corollario sacrificabile sull’altare delle scintillanti “vetrine” usa e getta, la qualità degli spettacoli e di quanto viene prodotto non può che andare a braccetto con la qualità dei diritti, dei salari e con la stabilità occupazionale. Abbiamo immaginato un teatro che tutelasse la comunità di lavoratrici e lavoratori, consapevole della funzione fondamentale che deve svolgere per la sua città e per i suoi abitanti. Un teatro che non affami chi soddisfa la voglia di cultura e desiderio che e attraversa la nostra metropoli. Troppi “NO” abbiamo ascoltato in questi anni, da chi sostiene che la precarietà sia elemento strutturale del lavoro culturale: sindacati e direttori, commissari e assessori. NO utili a mantenere vivo il ricatto della precarietà, dello sfruttamento, dell’utilizzo del lavoro come motore del potere personalistico e di categoria, no pronunciati anche da chi, nei prossimi giorni, fingerà di festeggiare le stabilizzazioni e cercherà di prendersene il merito. A tutti loro diciamo che quello che conta è quell’idea di teatro pubblico sulla quale continueremo a sfidarli, senza sosta, e che le risposte ironiche e sprezzanti che hanno dato negli anni alle nostre rivendicazioni hanno sempre nascosto una gigantesca paura: la paura che il castello fatto di sfruttamento e precarietà su cui si reggeva l’istituzione culturale di questa città crollasse, insieme ai loro privilegi. Testardi abbiamo continuato a ribadire i nostri SI: si al lavoro stabile, si ad un salario dignitoso, si ai diritti a prescindere dalla tessera sindacale. Attorno a questi si abbiamo incontrato compagni di viaggio preziosi, che hanno creato le condizioni perché tutto questo fosse possibile, che a più riprese abbiamo ringraziato e ringraziamo ancora: l’assemblea “Vogliamo tutt’altro”, le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo che dal primo giorno sono stati protagonisti insieme a noi di questa battaglia, l’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e i consiglieri regionali e comunali che ci hanno affiancato e hanno saputo scegliere da che parte stare, senza dubbi o tentennamenti. Abbiamo pagato un prezzo fatto di riduzioni dell’orario di lavoro, clima ostile, ostracismo nei confronti della nostra O.S. da parte di piccoli e grandi potentati, equilibrismi impossibili, ma alla fine abbiamo vinto, a testa alta senza dover rendere conto a re e regine. Dal 30 Dicembre decine di lavoratori e lavoratrici precarie del Teatro di Roma vedranno trasformati i propri contratti a tempo indeterminato. Avevamo ragione noi! Ora, ottenuta la più importante stabilizzazione nel teatro pubblico italiano, continueremo a lavorare per la democrazia sindacale, la fine delle assunzioni tramite chiamate diretta, il rinnovo del CCNL con adeguamenti al costo della vita, giusto salario e riconoscimento professionale per lavoratrici e lavoratori dei teatri pubblici di periferia, la crescita professionale delle lavoratrici e dei lavoratori del Teatro e soprattutto per la fine delle rendite di posizione e potere che hanno fatto credere negli anni che il Teatro fosse proprietà di qualcuno. Ora siamo più liberi, consapevoli di aver portato a conclusione una battaglia importante senza compromessi sulla dignità di lavoratori e lavoratrici. Ma la vera partita inizia adesso, e la possiamo giocare solo insieme. Con coraggio, a testa alta e senza dover ringraziare nessuno. > PERCHÉ UN TORTO FATTO A UN* È UN TORTO FATTO A TUTT*. > > > PERCHÉ SE TI INSEGNANO A NON SPLENDERE TU, INVECE, SPLENDI   Redazione Italia
Vogliono sgomberare il Gridas, una delle esperienze che sta cambiando dal basso Scampia
Una delle realtà storiche di Scampia, il Gridas, rischia di perdere la sua casa per una sentenza della Corte d’Appello, dopo 45 anni di lavoro su inclusione, educazione e creazione di alternative alla criminalità. Sono passati ormai 13 anni da quando il camper di Italia Che Cambia si fermò all’ombra delle vele di Scampia. Eravamo lì per trovare la bellezza in uno dei luoghi eletti dai media e dall’opinione pubblica a simbolo di degrado, criminalità, abbandono. E la trovammo. Ma la bellezza non si costruisce da sola. Dietro a quella di Scampia c’è un colorato movimento di singole persone, associazioni, artisti e artiste, educatori ed educatrici che da anni si adoperano per proporre soluzioni alle oggettive e reali difficoltà che questa periferia italiana presenta. Una delle loro case è, sin dal 1981, il Gridas, Gruppo di risveglio dal sonno. Oggi però il Gridas è in grave pericolo. Non è la prima volta: tre anni fa seguimmo – raccontandola – con il fiato sospeso la vicenda della minaccia di sgombero a seguito di una sentenza che giudicava il Gridas colpevole di occupare senza titolo lo stabile in cui ha la sua sede, condannandolo a pagare circa 15.000 euro di spese processuali. “Un’accusa piuttosto paradossale per un progetto che nel 2018 è stato persino riconosciuto come bene comune della città di Napoli”, osservava all’epoca il nostro direttore Andrea Degl’Innocenti. A febbraio 2023 arrivò la sospensiva che congelò il procedimento. Oggi però il pericolo si ripresenta: a seguito di una sentenza della Corte d’Appello per occupazione senza titolo, in favore dell’Acer – l’ex Istituto Autonomo Case Popolari, ente afferente alla Regione Campania –, presunto proprietario del bene, il Gridas rischia di essere cacciato via dopo “quasi 45 anni di attivismo, volontariato, iniziative culturali e di solidarietà, arte murale, carnevali sociali al servizio degli ultimi della periferia nord di Napoli e non solo”, scrive l’associazione in un comunicato. Come sottolinea Martina Pignataro, amica storica di Italia Che Cambia e anima del Gridas, «stiamo riportando la questione sul piano politico e abbiamo lanciato un appello. Questa volta chiediamo a chi ci supporta da sempre, soprattutto artisti, di prendere la parola in difesa del Gridas». Già, perché il mondo artistico è arte integrante del processo di “risveglio” portato avanti dal Gridas, a partire dal carnevale sociale che ogni anno colora le vie di Napoli, non una sfilata a cui assistere, ma un’esperienza a cui gli abitanti del quartiere partecipano attivamente. «Queste iniziative vengono ostacolate perché non si riconoscere il valore sociale di spazi che rivolgono servizi alla collettività e che invece si vorrebbero privatizzare per monetizzare», spiega Martina. “Abbiamo sempre agito per il bene del territorio – sottolineano dal Gridas – senza ricevere alcun finanziamento né pubblico né privato e ci siamo sempre attivati gratuitamente”. Lo stabile oggetto della contesa fu costruito tra gli anni ’60 e ’70 per essere destinato a centro sociale. “Il Gridas, sottraendolo all’incuria e all’abbandono, lo ha mantenuto nella sua destinazione d’uso, tenendo aperte le sue porte al quartiere, pagandone le utenze e cercando soluzioni per regolarizzare la sua presenza nello spazio. Già nel 2013 il Gridas vinse un processo penale con piena assoluzione per la sua opera gratuita al servizio della collettività”. «Nel tempo sono nate altre associazioni, non tutte in rete con noi ma comunque in relazione con il territorio; la partecipazione è cresciuta molto, di pari passo con la faida c’è stato un riscatto dei cittadini che spesso non viene raccontato», aveva sottolineato Martina con l’intenzione di restituire il valore che il Gridas rappresenta per Scampia e la sua gente. Un valore purtroppo quasi mai riconosciuto dalle istituzioni, protagoniste di un’assenza atavica e costante: «È stata fatta molta repressione nei confronti della criminalità, ma poi non è stato fatto nulla per risollevare il quartiere, dare opportunità lavorative». Chiediamo a chi ci supporta da sempre, soprattutto artisti, di prendere la parola in difesa del Gridas. A due mesi esatti dalla 44esima edizione del Carnevale Sociale di Scampia – che parte proprio dal centro sociale –, a cui partecipano persone, bande musicali e associazioni da tutta Italia, il Gridas lancia un appello per far sentire la propria voce e farla giungere al Presidente della Regione Campania Fico, al Sindaco di Napoli Manfredi e al Dirigente dell’Acer Lebro, affinché consentano al Gridas di continuare la propria opera culturale, sociale e artistica di riscatto e risveglio della periferia di Napoli, come sempre gratuitamente e per il bene del prossimo. Già tante persone – da Roberto Saviano a Trisha Palma, da Marisa Laurito a Maurizio Capone – hanno già dichiarato il loro supporto alla causa. Come Italia Che Cambia non possiamo che sostenere con tutta la nostra forza l’appello del Gridas e invitarvi a fare lo stesso, diffondendo la notizia e sottoscrivendo la petizione lancia su Change.org – la potete leggere e firmare cliccando qui.   Italia che Cambia
La metafisica del colore: visione e trascendenza nell’arte di Beato Angelico
  Visione, luce e armonia del sacro nel primo Rinascimento: il linguaggio pittorico di Beato Angelico nelle sale di Palazzo Strozzi a Firenze La mostra “Beato Angelico”, allestita presso Palazzo Strozzi a Firenze e visitabile fino al 25 gennaio 2026, incanta gli astanti con un percorso espositivo intelligente e profondamente coerente, atto a integrare le opere del frate domenicano con quelle di altri illustri pittori del primo Rinascimento, senza mai tradirne l’identità spirituale e formale. Le raffigurazioni delicate, contornate da pennellate larghe e avvolgenti di colori saturi, intensi, sorprendono e commuovono per la loro capacità di veicolare contemplazione mistica e ricerca estetica modernissima. La finezza dei lineamenti, gli ovali purissimi dei volti, gli sguardi sommessi e le posture regali, soprattutto delle Madonne, si accompagnano a una visione pittorica intrisa di tonalità abbacinanti, cariche e vibranti, che non cedono mai alla decorazione fine a se stessa ma rimandano costantemente a una realtà altra, superiore. In questo senso il Giudizio Universale rappresenta uno dei punti più alti del percorso: una composizione di straordinaria complessità in cui l’ordine del cosmo si manifesta attraverso una luce che non opprime ma orienta, organizzando i destini umani secondo un ritmo armonico e quasi musicale. La prospettiva, lontana da ogni esibizione tecnica, diventa strumento spirituale, mezzo per rendere intellegibile l’invisibile e per restituire, attraverso spazi scanditi con chiarezza e colori intensi, il senso del mistero e della Grazia divina. Tale concezione trova un’espressione ancora più intensa nella Deposizione, vero unicum della produzione angelichiana, dove l’uso della prospettiva non mira a effetti ottici bizzarri né alla riproduzione mimetica della realtà, ma serve a organizzare armonicamente corpi, gesti e affetti attorno al fulcro del racconto sacro: il corpo di Cristo. Le figure, avvolte in cromie vibranti ma misurate, non urlano il dolore, non indulgono nel patetico; tutto concorre a trasformare la tragedia in meditazione silenziosa, orientando lo sguardo dell’osservatore fedele nella giusta direzione, verso l’Alto. Qui la materia pittorica si fa trasparente allo Spirito e il dolore assume la forma composta della Fede. La Pala di San Marco, infine, restituisce con particolare chiarezza la cifra più intima del Beato Angelico: una sacralità priva di enfasi, fondata sulla complessa semplicità del Creato. La Madonna, assisa con naturale regalità, non domina lo spazio ma lo abita, circondata da angeli e santi che dialogano in un silenzio luminoso, scandito da colori limpidi e vibranti che sembrano emanare una luce interiore più che rifletterla. In quest’opera si avverte con forza il candore di Giotto unito alla raffinatezza espressiva di Filippo Lippi, in una sintesi altissima che invita non tanto a guardare, quanto a sostare. Nel complesso, gli spazi, i colori, le forme e i volti restituiscono con rara coerenza il senso del mistero e della Grazia divina: spirito e materia trovano una collocazione naturale nelle opere del Beato Angelico, che con fermezza e grazia invita al raccoglimento, alla devozione e alla preghiera, ricordandoci come la vera espressione artistica debba tendere a ordinare e armonizzare il visibile per rendere percepibile l’invisibile. Redazione Italia
Giornata internazionale dei Diritti Umani: in Italia la situazione peggiora
La lettera aperta del presidente del CNDDU / Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani, Romano Pesavento, richiama l’attenzione su una realtà che non può essere ignorata: in Italia i diritti umani non vengono negati apertamente, ma progressivamente indeboliti nella vita quotidiana delle persone. Oggi la povertà non ha un’unica forma riconoscibile. È economica, abitativa, sanitaria, educativa, digitale. È una povertà diffusa, stratificata, spesso invisibile, che restringe le possibilità e svuota i diritti della loro sostanza. Quando l’accesso ai diritti fondamentali dipende dal reddito, dalla competenza tecnologica o dalla possibilità di emigrare, quei diritti smettono di essere universali. I dati presentati dalla Comunità di Sant’Egidio parlano con forza: quasi sei milioni di persone in povertà assoluta, oltre un milione di minori, famiglie soffocate dall’aumento degli affitti, sfratti per morosità che tornano a colpire anche i bambini. Migliaia di alloggi popolari restano inutilizzati mentre cresce il disagio abitativo. La povertà non è una statistica: è un volto, una storia, una relazione che si spezza. A questa frattura si aggiunge una solitudine sempre più diffusa, che impoverisce tanto quanto la mancanza di reddito. Sempre più drammatica appare la povertà sanitaria. Nel 2024 oltre mezzo milione di persone non ha potuto permettersi farmaci e cure non coperte dal Servizio sanitario nazionale. Tra queste, quasi 146˙000 sono minori. Sempre più cittadini rinunciano a visite ed esami per motivi economici o per liste d’attesa incompatibili con il diritto alla salute. Curarsi non dovrebbe mai essere una scelta tra bisogni, né tantomeno un privilegio. Accanto alla povertà materiale cresce una povertà meno visibile ma sempre più determinante: la povertà digitale. Viviamo in una società in cui il digitale è diventato infrastruttura dei diritti. Senza competenze digitali oggi si resta esclusi dall’accesso alla sanità, al welfare, alla scuola, al lavoro, alla partecipazione democratica. La povertà digitale non riguarda solo l’assenza di dispositivi, ma la mancanza di accompagnamento, alfabetizzazione critica, fiducia e consapevolezza nell’uso delle tecnologie. Colpisce famiglie fragili, minori, anziani, persone con background migratorio, ma anche operatori sociali ed educativi che non sempre sono messi nelle condizioni di affrontare la trasformazione digitale. Trasformare il digitale da barriera a strumento di inclusione è oggi una sfida cruciale per la tenuta dei diritti umani. In questo quadro già fragile si inserisce una ferita che riguarda il futuro del Paese: l’emigrazione giovanile. Dal 2011 oltre 630˙000 giovani hanno lasciato l’Italia. Oggi chi parte è più numeroso di chi nasce. Più del 40% degli emigrati è laureato. Non è una semplice mobilità internazionale, ma una selezione al contrario che priva il Paese di energie, competenze e visioni. Dietro questa scelta non c’è solo attrazione per l’estero, ma salari insufficienti, precarietà cronica, costo della vita insostenibile, mancanza di meritocrazia e prospettive credibili. Il diritto di partire è sancito. Ciò che sempre più spesso viene negato è il diritto di restare senza rinunciare alla dignità. Un Paese che non riesce a offrire ai suoi giovani lavoro dignitoso, autonomia e futuro non perde solo capitale umano: perde fiducia, coesione sociale, democrazia. Come docenti di Diritti Umani incontriamo quotidianamente queste contraddizioni nelle scuole e nelle università. Vediamo studenti consapevoli, informati, sensibili alle grandi questioni globali, ma anche disillusi, costretti a immaginare il proprio futuro come un altrove. Educare ai diritti oggi significa dare strumenti per leggere la realtà, collegare le diverse forme di povertà, comprendere che i diritti non sono astrazioni giuridiche ma condizioni concrete di vita. È in questa prospettiva che il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani rilancia la terza edizione dell’Albero dei Diritti Umani, un’iniziativa simbolica e pedagogica che invita scuole, studenti e docenti a riflettere sui diritti negati e su quelli da far crescere, trasformando le aule in spazi di consapevolezza, responsabilità e partecipazione attiva. L’Albero dei Diritti Umani non è un gesto rituale, ma un percorso educativo: ogni diritto riconosciuto, discusso e condiviso diventa una radice; ogni riflessione critica un ramo; ogni azione di cittadinanza una foglia che guarda al futuro. In un tempo di diritti fragili, coltivare diritti significa prendersene cura insieme. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani non chiede celebrazioni formali. Chiede coerenza. Chiede scelte capaci di tenere insieme giustizia sociale, salute, innovazione, inclusione e dignità del lavoro. Chiede che i diritti siano praticabili, non solo proclamati. In questa Giornata internazionale dei Diritti Umani ribadiamo che una società non è più giusta perché parla di diritti, ma perché li rende reali. E oggi renderli reali significa non lasciare indietro i più fragili, non costringere i giovani ad andare via, non permettere che il digitale, la salute o la povertà decidano chi ha futuro e chi no. Romano Pesavento – presidente CNDDU Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani Albero dei Diritti Umani : educare alla dignità, alla giustizia, alla pace e l’impegno delle scuole Redazione Italia
A Milano presentazione dell’albo illustrato “Strega!” per i bambini di Gaza
Sabato 13 dicembre 2025, ore 18:00 Associazione ChiAmaMilano, via Laghetto 2, Milano “Strega!” è una fiaba scritta da Mia Lecomte per i bambini di Gaza. Il libro è il risultato di un lavoro collettivo con gli illustratori Manuel Baglieri, Lenina Barducci, Federica Pagnucco e Andrea Rivola. Il progetto, volontario e gratuito, è stato curato da Emanuela Bussolati, Giulia Orecchia e Elena Spagnoli Fritze. Grazie alla traduzione araba di Farid Adly, la pubblicazione è bilingue. È edita dalla casa editrice Mesogea (Me). Il libro, oltre alla distribuzione italiana, servirà ad allietare le giornate dei bambini e bambine di Gaza che frequentano i corsi di istruzione e svago nei campi degli sfollati. Quando l’edizione digitale è arrivata nelle loro mani, le maestre di Gaza hanno esclamato: «Adesso possiamo coniugare istruzione a intrattenimento!» Il volume è stato pubblicato per sostenere “Ore Felici per i bambini di Gaza”, un programma di adozioni a distanza di orfani presi in custodia dall’associazione delle donne palestinesi Al-Najdah (Soccorso Sociale), che si batte per la parità di genere. Il progetto è curato dal circolo culturale siciliano dell’ARCI “ACM-Casa delle Culture” e da Anbamed, aps per la Multiculturalità. Tutto il ricavato sarà devoluto all’associazione Al-Najdah per finanziare la ricostruzione di uno dei Giardini d’infanzia (orfanotrofio) distrutti dai bombardamenti. Hanno collaborato: Mia Lecomte è una poetessa e scrittrice italo-francese. La sua produzione letteraria, tradotta in diverse lingue, è stata pubblicata in Italia e all’estero in raccolte personali e in numerose riviste e antologie. Traduttrice, è nota come critica e studiosa nel campo della letteratura transnazionale, in particolare della poesia. Fa parte del comitato di redazione di riviste e periodici italiani e internazionali ed è fondatrice e membro attivo del gruppo poetico-teatrale Compagnia delle poetesse. Coordina Linguafranca-sabir, blog collettivo di traduzione poetica per Il Fatto Quotidiano. https://www.mialecomte-ph.com/ Emanuela Bussolati progetta libri per la prima infanzia, li illustra e li scrive da 50 anni. Ha ricevuto il premio Andersen come autore completo e il premio alla carriera dell’associazione autori di immagini. Giulia Orecchia illustra e progetta libri per l’infanzia, giochi e laboratori. Tra gli altri, Premio Andersen come illustratrice, ospite d’onore a Sarmede, premio alla carriera Eleonora Nespolon. Elena Spagnoli Fritze si è occupata di marketing e pubblicità prima di dedicarsi alla traduzione, alla scrittura e alla consulenza editoriale, con particolare attenzione all’inclusione. È socia di uno studio di design e costellatrice. Il resto del tempo scorrazza su e giù per la montagna dove abita. Lenina Barducci, detta Nina, ha lavorato come restauratrice per anni, ma dopo aver frequentato la scuola di scrittura Bottega Finzioni e la scuola d’illustrazione Ars in Fabula, ha cominciato a scrivere racconti che dal 2020 hanno preso la forma di diversi albi illustrati. Nel 2025 ha ottenuto la menzione speciale opera prima BRAW 2025 alla Bologna Children’s book fair. Federica Pagnucco, illustratrice, vive in Friuli. Ama la carta e i pennelli. Le piacciono i viaggi, le lingue e la natura. Quando lava l’insalata dell’orto recupera l’acqua per bagnare i fiori. Odia le armi. Ha pubblicato diversi albi illustrati, è stata selezionata alla fiera di Bologna. Adora incontrare grandi e piccini, imbastire illustrazioni con chi non l’ha mai fatto e stupirsi delle idee. Manuel Baglieri, designer e arteterapeuta, disegna da solo quando illustra libri, in compagnia quando aiuta grandi e piccini a coltivare il proprio talento artistico. Collabora con enti pubblici e privati come libero professionista nell’ambito della grafica e dell’esperienza dell’Arte come strumento pedagogico e terapeutico. Andrea Rivola, laureato al Dams Arte di Bologna, vive a Riolo Terme (RA), immerso nei paesaggi campestri della Valle del Senio in compagnia di inseparabili e variegati personaggi creati dalle sue matite immaginifiche. Appassionato illustratore, ha pubblicato più di cinquanta libri in Italia e all’estero e collabora con il Corriere della Sera. Da vignaiolo tenace, impegna mani e creatività nella piccola cantina di famiglia, producendo vini che decantano la cultura leggendaria del territorio.   Farid Adly, giornalista libico di Bengasi, direttore editoriale della testata giornalistica online Anbamed. Collabora con il Corriere della Sera. Vive e lavora ad Acquedolci (Me). La presentazione presso la sede di ChiAmaMilano è promossa dall’Associazione Anbamed, aps per la Multiculturalità in collaborazione con l’Associazione ChiAmaMilano, Colibrì Caffè Letterario e l’Associazione Linguafranca-sabir.   Redazione Milano
Cosa resta della Misericordia? Alessandro Sipolo e Don Fabio Corazzina in un dialogo fra canzoni e parole
Sabato 29 novembre, ore 21:00 𝗖𝗼𝘀𝗮 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗠𝗶𝘀𝗲𝗿𝗶𝗰𝗼𝗿𝗱𝗶𝗮? 𝗔𝗹𝗲𝘀𝘀𝗮𝗻𝗱𝗿𝗼 𝗦𝗶𝗽𝗼𝗹𝗼 e 𝗗𝗼𝗻 𝗙𝗮𝗯𝗶𝗼 𝗖𝗼𝗿𝗮𝘇𝘇𝗶𝗻𝗮 in un dialogo fra canzoni e parole Sala Sala Pesenti Marzanni (via Ss. Redentore) Ingresso gratuito (con possibilità di contributo libero) * 𝗔𝗟𝗘𝗦𝗦𝗔𝗡𝗗𝗥𝗢 𝗦𝗜𝗣𝗢𝗟𝗢 è cantautore, cooperante, ricercatore indipendente. Parallelamente all’attività musicale lavora, dal 2014, per il Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati e coordina, dal 2019, lo Sportello Rifugiati del Comune di Brescia. È inoltre fondatore e coordinatore della rassegna culturale Umanità Migrante e della Scuola Popolare Antimafia di Brescia, Bergamo e Monza. * 𝗗𝗢𝗡 𝗙𝗔𝗕𝗜𝗢 𝗖𝗢𝗥𝗔𝗭𝗭𝗜𝗡𝗔 è sacerdote da sempre impegnato nella difesa dei diritti degli ultimi, noto anche al pubblico televisivo per le sue posizioni pacifiste e progressiste. È stato coordinatore Nazionale di Pax Christi.   𝙊𝘽𝘽𝙇𝙄𝙂𝙊 𝘿𝙄 𝙋𝙍𝙀𝙉𝙊𝙏𝘼𝙕𝙄𝙊𝙉𝙀 𝘼: eventiparrocchiabagnatica@gmail.com 3496106668 Redazione Sebino Franciacorta
Napoli, 25 novembre: la violenza si combatte molto prima della violenza
Arte, scuola, istituzioni, cultura e testimonianze. Un’unica direzione: educare alla libertà. Le notizie arrivano così fitte che i volti delle donne sembrano quasi sovrapporsi, uno sull’altro, senza il tempo di essere riconosciuti. Quando pensiamo di aver trovato le parole giuste per l’ennesimo femminicidio, arriva sempre un nuovo giorno che ci costringe a riformularle. Riaffiorano allora immagini che l’Italia non riesce a dimenticare. La pancia di Giulia Tramontano, spezzata insieme al figlio che portava in grembo. Il volto giovane di Giulia Cecchettin. La vicenda di Tiziana Cantone, divorata dalla violenza digitale. La vita interrotta di Martina Carbonaro, a soli quattordici anni. La storia di Roua Nabi, uccisa nonostante il braccialetto elettronico al marito. Storie diverse, lontane tra loro, eppure accomunate dalla stessa radice: la cancellazione della libertà altrui. E ancora una volta, la cronaca recente ci obbliga a fermarci. A Qualiano, vicino Napoli, un uomo già denunciato, già sottoposto a codice rosso e ai domiciliari con braccialetto elettronico, ha manomesso il dispositivo, ha raggiunto l’ex compagna e l’ha colpita più volte con un coltello. È viva per miracolo, dicono i medici. Ma quante volte ancora dovremo affidarci alla parola miracolo dopo che tutto il resto non ha funzionato? Questo episodio, come altri, mostra che la repressione, pur necessaria, non basta. Spesso arriva dopo, quando è già tardi. La violenza sulle donne non si esaurisce nelle storie che finiscono in prima pagina, con un nome, una fotografia e una sentenza. Esiste un territorio sommerso, silenzioso e ostinato, fatto di manipolazione, controllo, dipendenza affettiva, svalutazione e isolamento. È una violenza che non lascia lividi sulla pelle, ma scava dentro, corrode lentamente la voce, l’autostima, la libertà interiore. È quella che ti convince che sei tu il problema, che stai esagerando, che forse te la sei cercata. È fatta di parole trattenute, telefoni controllati, amori che diventano confini, e di una casa che, invece di proteggere, diventa prigione emotiva. È una violenza domestica non perché avviene tra quattro mura, ma perché mette la paura dentro la vita. Ha un effetto farfalla. Genera altre fragilità, altre bambine cresciute nella sudditanza, altri bambini educati all’idea del possesso. Perché in un contesto dove non si è liberi non si può insegnare la libertà, e nessuno può trasmettere ciò che non ha il permesso di vivere. I dati ci obbligano a non voltare lo sguardo. In Europa una donna su tre subisce violenza fisica o sessuale. In Italia il 31,5 per cento delle donne tra i sedici e i settant’anni ha subito violenza. Tra le ragazze più giovani quella psicologica raggiunge il 35 per cento. Nei primi sei mesi del 2024 sono stati denunciati 8.592 atti persecutori, e nel 74 per cento dei casi le vittime erano donne. Il 75 per cento delle italiane ritiene che la violenza psicologica non venga riconosciuta come tale. La prevenzione autentica comincia molto prima della violenza. Prima dei tribunali, delle misure cautelari e dei braccialetti elettronici. Comincia nell’infanzia, nelle famiglie e soprattutto nelle scuole. È un’educazione quotidiana quella che serve, fatta di rispetto, limite, empatia, consenso e libertà. In questa direzione si muovono anche alcuni provvedimenti oggi in discussione in Parlamento: il Disegno di Legge S 979, che propone di introdurre in modo strutturato l’educazione affettiva e sessuale nei programmi scolastici, e due proposte alla Camera, l’AC 2278, che riguarda l’educazione alle relazioni e al riconoscimento dell’identità di genere, e il C 2271, che disciplina le attività scolastiche sui temi dell’affettività e della sessualità prevedendo il consenso informato delle famiglie. È un segnale chiaro. Non è più possibile rimandare. Anche Napoli risponde, e lo fa attraverso linguaggi diversi: l’arte, la cultura, la memoria, l’esperienza, la cura. In Piazza Municipio, la ASL Napoli 1 Centro ha trasformato la riflessione in un’esperienza. All’interno di un grande cubo nero, simbolo del buio e dell’isolamento, si attraversa un labirinto sonoro fatto di voci, rumori, testimonianze e dati. Ogni passo è un frammento di paura, fragilità, controllo, ma anche resistenza. L’uscita è una Porta Rosa, luminosa, simbolo di rinascita. Fuori, operatori e volontari informano sui Percorsi Rosa attivi nei Pronto Soccorso cittadini, offrendo orientamento e protezione. La Direzione regionale Musei nazionali Campania ha diffuso il suo impegno lungo un’intera settimana, dal ventidue al ventinove novembre, trasformando musei e luoghi culturali in spazi di consapevolezza. A Montesarchio, la mostra fotografica Per Lei di Michele Stanzione racconta la presenza femminile attraverso luce, assenza e memoria. A Santa Maria Capua Vetere, l’Anfiteatro Campano si accende di arancione al crepuscolo, in un gesto collettivo che invita a dire insieme: accendiamo il rispetto. A Benevento, il Teatro Romano ospita studenti, psicologi e musicisti per riflettere sull’impatto invisibile della violenza. A Pontecagnano, una serata tra mito, danza e parola prova a immaginare relazioni libere da ruoli imposti. A Eboli, con Clitennestra o del crimine, il mito diventa voce contemporanea, che chiede ascolto e non solo giudizio. Anche il Teatro Trianon Viviani contribuisce a questo percorso. Il 25 novembre, dalle ore 10 alle 13, la Fondazione Campania dei Festival, insieme alla Regione Campania, promuove un incontro dedicato a studenti e famiglie, con interventi di istituzioni, associazioni e realtà impegnate nella tutela dei diritti e nella costruzione di una cultura del rispetto. È previsto anche un breve contributo artistico, con testimonianze e monologhi curati dall’Associazione Forti Guerriere, come forma di narrazione civile e restituzione della voce. Questi sono solo alcuni degli appuntamenti che Napoli e la Campania dedicano, lungo tutta la settimana, non a una celebrazione, ma a un impegno diffuso. Perché la consapevolezza non si costruisce in un giorno, e soprattutto non si costruisce da soli. Il venticinque novembre non è una data. È una domanda. A ciascuno di noi. E Napoli risponde mettendo al centro non solo la tragedia, ma la prevenzione. La cultura, l’ascolto, il linguaggio, la scuola, l’arte, la relazione. Perché la violenza si combatte molto prima della violenza. Nei gesti quotidiani. Nei bambini che imparano a rispettare. Nelle bambine che imparano a non abbassare gli occhi. Se vogliamo cambiare davvero questo tempo, dobbiamo ricominciare da lì. Dalle radici. Lucia Montanaro