La remigrazione è un attacco di classe
Articolo di Tommaso Chiti
L’obsolescenza della strategia della «guerra fra poveri», usando la tattica del
capro-espiatorio straniero, ha richiesto negli ultimi anni qualche ritocco
cosmetico da parte dell’estrema destra occidentale, per una postura agit-prop al
passo con il cinismo di tempi pieni di conflitti bellici genocidiari e di un
sistema speculativo e predatorio senza apparenti freni inibitori.
L’ultima invenzione della fabbrica dei mostri in questo senso è la campagna di
«remigrazione», fondata sul concetto identitario di una nazione etnocentrica
dalla quale deportare con «dispositivi di repressione e controllo – come il
decreto sicurezza – […] soggettività pericolose da colpire e opprimere», in
quanto ritenute estranee o sgradite. In un contesto di policrisi croniche del
capitalismo a livello socio-economico, al solito mantra xenofobo contro ogni
tipo di accoglienza o intercultura si somma perciò la visione dell’espulsione o
del «rimpatrio» come presunta panacea di tutti i mali.
Quest’ideologia, precotta dal gruppo francese di Generazione Identitaria – poi
sciolto nel 2021 per incitamento all’odio e alla violenza – nelle pastoie del
teorema della «grande sostituzione etnica» e propagandata come «riconquista» del
Mediterraneo con la campagna «Defend Europe» contro le Ong nel 2017, è coincisa
con i dibattiti pubblici sulla ridefinizione della cittadinanza in paesi sempre
più demograficamente anziani.
La vicinanza dell’influencer Martin Sellner – dal repertorio anti-islamico e
antisemita tanto da guadagnarsi il divieto a tenere comizi in Germania,
Svizzera, Usa e Regno Unito, anche per i suoi contatti con lo stragista
neonazista di Christchurch –, con i tedeschi di Alternative fur Deutschland
(AfD) ha fatto tornare alla ribalta la questione al convegno di Potsdam a fine
2023, in cui si rilanciava il brand della «deportazione forzata in massa di
migranti e stranieri», ripresa a gennaio con la proposta di creare una milizia
di polizia in stile Ice trumpiana.
Altrettante sirene sulla «migrazione all’indietro» suonano nel vecchio
continente dai Paesi Bassi con il Partito per la Libertà di Geert Wilders, con
il nazionalismo fiammingo del Vlaams Belang, passando per il Rassemblement
National francese, fino agli spagnoli di Vox o ai portoghesi di Chega, tutti
afferenti al gruppo politico di «Patrioti per l’Europa» fondato dal premier
ungherese Viktor Orban, di cui fa parte anche la Lega. Questo scavalcamento a
destra – anche in termini di seggi al Parlamento europeo – del gruppo Identità e
Democrazia di cui fa parte anche il partito della presidente del consiglio
italiano Giorgia Meloni, non riguarda certo una contrapposizione sui propositi
anti-immigrazione, come dimostra il fatto che al suo interno resta l’AfD. La
fazione di Alice Weidel si è infatti distinta soprattutto nell’ultima campagna
elettorale per le politiche del 2025 con una propaganda che ha rasentato i toni
della pulizia etnica eche le è valsa l’accusa di «minaccia per l’ordinamento
democratico e costituzionale della Germania» secondo un rapporto del
Verfassungsschutz, l’ufficio federale per la difesa della Costituzione.
In Italia la frontiera del suprematismo razzista rappresenta l’approdo di un
cartello di organizzazioni che cercano di uscire dall’angolo in cui sono state
confinate dal predominio politico del governo di estrema destra di Giorgia
Meloni. Il sodalizio noto come «remigrazione e riconquista» è infatti composto
da sigle della galassia neofascista come Casapound, Rete patrioti – spin-off di
Forza nuova – e alcuni gruppi locali come Brescia ai bresciani e Veneto fronte
skinhead (Vfs), che dopo annose rivalità si sono «strinti a coorte» nel
tentativo di ritagliarsi un’agibilità politica, grazie anche alla complicità di
estremisti più istituzionali come alcuni esponenti della Lega.
La connivenza fra il partito di Salvini ed estremisti extraparlamentari non è
certo una novità, se si pensa al tandem nazionalista progettato per le elezioni
europee del 2015 con il cartello Sovranità – prima gli italiani, e rappresenta
un tentativo di cercare sponde politiche per fare pressioni e spostare ancora
più a destra l’azione di governo. Del resto in questi ultimi dieci anni le
campagne contro i migranti, associati sempre più a questioni di ordine pubblico
anche dai decreti congiunti su sicurezza e immigrazione, sono state un collante
tra le frange ultranazionaliste di molti paesi occidentali, fino a tradursi in
pratiche di respingimento foraggiate anche a livello europeo con il programma
Frontex.
In seguito all’esternalizzazione delle frontiere con finanziamenti agli apparati
di sicurezza di paesi terzi per la detenzione di profughi, come per i lager
libici, lo scivolamento a destra delle compagini liberaldemocratiche ha permesso
agli ultra-nazionalisti di alzare ancora di più l’asticella xenofoba, per
cercare di dettare l’agenda di partiti maggioritari con nuove parole d’ordine.
Il vero punto di non ritorno infatti è la permeabilità delle istituzioni
liberal-democratiche a questo genere di crimini contro l’umanità, che negli Usa
di Trump sfocia in rastrellamenti arbitrari con sequestri e sparizioni di
persone.
L’esempio nostrano più oltranzista è rappresentato dai centri di permanenza per
il rimpatrio (Cpr), in particolare quello costruito dall’Italia a Gjadër in
territorio albanese, che secondo Linda di Benedetto rappresenta «uno specchio
della deriva della destra italiana, in cui la teoria della “remigrazione”
diventa pratica coercitiva, spostata in luoghi lontani dallo sguardo pubblico e
dove i diritti dei migranti risultano più vulnerabili». Il neofascismo di piazza
e di governo si muove dunque con una dialettica da teoria del fatto compiuto,
tramite decreti esecutivi e detenzioni amministrative, con procedure tese a
scardinare lo stato di diritto, puntando al tempo stesso al radicamento della
propaganda discriminatoria con azioni dimostrative di «riconquista» degli spazi
pubblici più o meno standard, come flash-mob, volantinaggi, striscioni in luoghi
simbolici, o addirittura raduni di chiara matrice fascista e xenofoba. In questa
doppia azione si inserisce la campagna di raccolta firme per una legge sulla
«remigrazione», che il cartello di organizzazioni neofasciste cerca di
rilanciare con appuntamenti in varie città.
Dopo i raduni a Piacenza e Bolzano, sabato 7 marzo la carovana per la
deportazione fa una tappa speciale a Prato, nel cuore della Piana toscana. In
questo caso alcuni elementi fanno pensare a un salto di qualità di questa
strategia di fascismo in doppiopetto.
In primo luogo la data del 7 marzo non pare affatto casuale per la memoria
antifascista cittadina, dato che proprio quel giorno del 1944, dopo gli scioperi
di massa organizzati per interrompere la produzione bellica anche nella città
laniera, gli occupanti nazi-fascisti rastrellarono oltre centocinquanta
lavoratori e passanti per deportarli poi nei campi di concentramento. Fin da
subito la scelta di questa giornata per la manifestazione razzista del sodalizio
«remigrazione e riconquista» è stata perciò bollata come una vera provocazione,
portando le realtà antifasciste del territorio a denunciare il tentativo di
sfregio alla comunità cittadina e alla sua memoria storica con la propaganda di
nuove deportazioni. Tanto più se a promuovere il raduno sono organizzazioni come
Casapound, attualmente sotto processo con l’accusa di «ricostituzione del
disciolto Partito fascista».
Alcuni partiti e associazioni, fra cui l’Arci, hanno inutilmente fatto appello
agli emissari prefettizi locali del governo Meloni per impedire l’oltraggio di
chi incita a trattamenti disumani. Mentre il sindacato di base Sudd Cobas
insieme al Comitato 25 Aprile di Prato e al Collettivo di Fabbrica ex-Gkn hanno
lanciato una mobilitazione con un’assemblea aperta, partecipata da oltre
duecento persone. Una discussione in cui ha avuto un ruolo centrale la classe
lavoratrice che da anni porta avanti rivendicazioni per migliorare le proprie
condizioni, soprattutto contro il sistema di sfruttamento nel distretto del
tessile e della moda, a discapito spesso di manodopera immigrata più ricattabile
per effetto di leggi che prescrivono l’accesso a documenti e al domicilio solo
con lo stato occupazionale. A dispetto dei proclami sulla «concorrenza sleale»
del «distretto parallelo» fatti destra locale, molte vertenze si sono
trasformate in inchieste giudiziarie, smascherando gli interessi coincidenti di
grandi brand che subappaltano le commesse lungo filiere infinite per contrarre
al massimo i costi salariali, fino al punto che contratti adeguati da otto ore
per cinque giorni diventano un traguardo in molti casi ancora da conquistare in
questa sorta di «zona economica speciale» rappresentata dai macrolotti
industriali.
Non a caso quindi viene concessa agibilità politica allo squadrismo estremista
proprio in un contesto dove lavoratori e lavoratrici italiane e migranti
rivendicano insieme i propri diritti, «ogni attacco contro “gli stranieri” è
solo un modo per attaccare tutti i lavoratori e le lavoratrici di una classe
multiculturale, che vogliono impaurita, ricattata, divisa», si legge
nell’appello al corteo che partirà sabato da piazza Duomo.
«Sarà il corteo degli operai sfruttati di questo distretto, di bambini e bambine
senza cittadinanza delle nostre scuole, di cittadini e cittadine di questa
città, invisibili e senza diritti – hanno annunciato i promotori della
manifestazione – Con loro ci sarà tutto il territorio solidale e antifascista.
Sarà un corteo contro le deportazioni, ma soprattutto un corteo per rivendicare
pari dignità e diritti per tutti i lavoratori e lavoratrici senza cittadinanza».
D’altro canto invece il manifesto della galassia neofascista chiama a una
«rinnovata alleanza italiana fra imprenditori e lavoratori» con un approccio
neo-corporativo che stona di fronte alle crescenti diseguaglianze sociali, e con
un concetto di sicurezza distorta rispetto ai bisogni sociali della popolazione.
Tanto più in una città come Prato, dove anche nel recente passato si sono
registrate vittime del profitto, con la manomissione dei dispositivi di
sicurezza per non interrompere la produzione, come nel caso della giovane
operaia tessile, Luana D’Orazio.
Colpisce che, mentre molte multinazionali della logistica, come del lusso,
passando per il food delivery, eludono le leggi ed evadono le tasse, l’estrema
destra attacchi lavoratori e lavoratrici mostrando tutta l’organicità
corporativa dello squadrismo neofascista al capitalismo più iniquo.
Un sistema di sfruttamento che del resto anche sul territorio porta con sé vere
e proprie organizzazioni criminali, che agiscono per gestire i traffici e che,
nelle propaggini di un’indagine per il racket degli appendiabiti da parte di un
cartello di imprenditori orientali, ha visto finire in arresto l’ex comandante
della compagnia di carabinieri di Prato, Sergio Turini, per corruzione e accesso
abusivo alle banche dati in cambio di favori. L’intersezione di interessi in
quel caso è risalita anche al presidente locale dei tessili di Confindustria,
Riccardo Matteini Bresci, in attesa di rinvio a giudizio e grande sponsor
dell’ex-sindaca democratica Bugetti, costretta alle dimissioni dalle accuse di
corruzione.
Insomma, la narrazione razzista non regge di fronte alla realtà delle connivenze
e agli interessi trasversali dei comitati d’affari che speculano sul lavoro
nero. E da tragedia diventa farsa con il referente locale della Lega, Claudiu
Stanasel, di origini rumene che aderisce al raduno incitando alla deportazione,
con l’auspicio magari di non finire un giorno nella lista degli obiettivi dei
camerati.
Nonostante il silenzio imbarazzato delle altre sigle della destra che si
candidano alle imminenti amministrative di maggio, la responsabilità
istituzionale di autorizzare una manifestazione sulla deportazione in una data
tanto simbolica fa pensare al raduno analogo del novembre 2024 a Bologna, che le
autorità accordarono provocatoriamente proprio in prossimità del memoriale della
strage neofascista alla stazione centrale per mano dei terroristi dei Nar. Il
neofascismo di piazza e di governo pare dunque volersi muovere anche sul piano
della cancellazione della cultura antifascista con azioni plateali, nel
tentativo più volte ribadito da Meloni di superare l’egemonia culturale della
sinistra. In piena coerenza con il contesto internazionale di economia di
guerra, riarmo e irreggimentazione autoritaria delle società.
*Tommaso Chiti attivista del Gruppo di lettura jacobino della Piana toscana, è
laureato in Studi europei alla facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri
dell’Università di Firenze.
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