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La storia di Bhuyan, in attesa del permesso dal 2020
AVV. GENNARO SANTORO, DOTT.SSA LUDOVICA GRASSI 1 IL GIOCO DELL’OCA, PRIMA PARTE (2020-2025): L’INERZIA DELLA PREFETTURA DI ROMA E DELLA QUESTURA DI LATINA La storia di Bhuyan (nome di fantasia) è una delle tante, forse centinaia di migliaia, che si possono incontrare percorrendo le strade di Roma e delle altre città italiane.  Il suo percorso di regolarizzazione inizia (o meglio: tenta di iniziare) con la regolarizzazione del 2020 – sanatoria che, come evidenziato da Ero Straniero nel report di settembre 2026, ha consentito la stabilizzazione di oltre 130.000 persone che oggi vivono e lavorano nel nostro Paese soltanto dopo 5 anni e lasciando fuori il 40% delle oltre 220.000 istanze originariamente presentate. Quella sanatoria che ha tanto faticato a concretizzarsi che il Consiglio di Stato, con la nota sentenza n. 1596 del 24 febbraio 2025 a seguito di una class action contro i ritardi eclatanti e strutturali ha stigmatizzato l’operato del Ministero arrivando a concludere che “il termine massimo per concludere qualsiasi procedimento relativo agli stranieri è di massimo 180 giorni”. Ciò valeva anche per la sanatoria e, infatti, a nulla sono valse le giustificazioni del Ministero: “I chiarimenti (resi nel presente giudizio) dal Ministero dell’Interno hanno fatto emergere l’adozione di adeguate misure organizzative solo a distanza di circa tre anni dall’entrata in vigore del richiamato provvedimento legislativo (ndr santoria 2020)”. Bhuyan non è riuscito a concludere quel percorso nonostante avesse un lavoro regolare. Stanco dell’attesa, ad inizio 2023 ha, quindi, formalizzato una ulteriore domanda di rilascio del permesso di soggiorno. Questa volta, chiedendo la protezione speciale presso la Questura di Latina, forte del fatto che da due anni aveva un lavoro regolare. Intanto continua a lavorare, ma ogni volta che si reca in Questura per verificare se il permesso è pronto arriva sempre la stessa risposta: la Questura è ancora in attesa del parere della Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale.  A nulla valgono i tentativi della difesa di risolvere la vicenda in sede extragiudiziaria, attivando il potere sostitutivo del Ministero dell’Interno, inerte quanto la Questura.  Il decreto di rigetto arriva soltanto il 21 gennaio 2025 con una motivazione, ad essere generosi, apparente: nessuna considerazione per i quattro anni di duro lavoro regolare, per il versamento di contributi, per la residenza intanto ottenuta in provincia di Roma, dove si era trasferito per un più remunerativo lavoro di aiuto cuoco in un noto catering. Viene pertanto depositato un ricorso per il risarcimento del danno da ritardo, il rilascio del permesso per protezione speciale e, in via cautelare, il rilascio di un permesso provvisorio per evitare il licenziamento intanto minacciato dal datore di lavoro preoccupato e stupito – comprensibilmente – dall’assenza di un permesso in corso di validità nonostante una richiesta risalente ad inizio 2023. Il Tribunale ordina il rilascio del permesso provvisorio a febbraio 2025, ma la Questura di Latina non ottempera. Viene, quindi, presentato un sub-ricorso per chiedere la condanna della Questura per ogni giorno di ulteriore ritardo, accolto dal Tribunale di Roma. Tuttavia, neanche questa ulteriore condanna (con una penale per ogni giorno di ulteriore ritardo) convince la Questura di Latina ad ottemperare all’ordine del giudice, con danno all’erario (e, dunque, all’intera collettività) per alcune migliaia di euro. A dicembre 2025 tutto sembra risolversi: arriva la sentenza definitiva del Tribunale di Roma2 che ha riconosciuto che il ricorrente ha “sufficientemente documentato in sede giudiziale di aver avviato un positivo percorso di inserimento nel contesto del suo nuovo Paese riuscendo ad integrarsi sul territorio nazionale, dove ha sviluppato rapporti e interazioni sociali e dove ha consolidato la propria posizione lavorativa” dichiarando quindi il suo diritto alla protezione speciale, rilevando che “i presupposti per l’accoglimento della domanda di protezione speciale sussistevano già al momento della proposizione del ricorso in via amministrativa” anche alla luce “della violazione del termine per la conclusione del procedimento amministrativo previsto dalla legge”. Tuttavia, neppure l’intervenuta sentenza definitiva sembra essere sufficiente a indurre la Questura di Latina al rilascio del permesso di soggiorno, che si dichiara incompetente perchè nelle more della procedura (5 anni dal primo tentativo di regolarizzazione) il ricorrente si è intanto trasferito nella provincia di Roma. IL GIOCO DELL’OCA, SECONDA PARTE: L’INERZIA DELLA QUESTURA DI ROMA A gennaio 2026, dopo 5 anni di attesa e in tasca la vittoria presso il Tribunale, ricomincia il gioco dell’oca innanzi alla Questura di Roma che continua a rinviare la data di consegna del permesso di soggiorno, fino ad indurre la difesa ad introdurre un giudizio di ottemperanza al Tar Lazio, per la nomina di un commissario ad acta che si celebrerà il prossimo 27 ottobre. La storia di Bhuyan è una delle tante centinaia di migliaia di stranieri che dal 2023, dopo la fallimentare sanatoria del 2020, stanno tentando di regolarizzare la propria posizione, forti del fatto di lavorare in regola e contribuire al sostentamento del Paese. Le Questure invocano l’inerzia delle Commissioni Territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale che non emettono i loro pareri (obbligatori, ma non vincolanti). A nulla vale sollecitare il potere ispettivo del Ministero dell’Interno. A nulla valgono finanche le condanne dei Tribunali e il danno all’erario per la condanna alle spese e ad indennizzi. Come nel caso di Bhuyan. Eppure basterebbe davvero poco per evitare di continuare a rovinare singole vite ed anche evitare inutili condanne dello Stato. Basterebbe regolarizzare una volta per tutte chi ha un lavoro, è inserito nel tessuto sociale italiano e non ha reati, ma, anzi, una integrazione sul territorio. Come in Spagna, dove nel 2026 è stata avviata una regolarizzazione straordinaria che ha coinvolto circa 900mila migranti già presenti nel Paese, puntando ad apportare un contributo significativo al consolidamento del sistema produttivo spagnolo. Regolarizzazione che rispetto alle previsioni inziali ha poi registrato l’80% in più rispetto alla previsione di partenza. Numeri, questi, ben lontani da quelli italiani. Italia dove la propaganda fa da padrona, con l’annuncio dell’apertura di nuovi CPR che finisce per prevalere sulla necessità, da tempo manifestata dalle imprese italiane, di disporre di manodopera regolare e della società civile che chiede a gran voce la regolarizzazione di chi in Italia diligentemente lavora, paga le tasse e altro non vuole che un titolo di soggiorno. Leggi gli altri articoli della rubrica di: Papia Aktar, Lorenzo Boffa, Chiara Starita, Raffaele Biondo, Gennaro Santoro, Irene Pavlidi, Aicha Blasioli ed Elena Morelli. 1. Ludovica Grassi è praticante avvocata e tirocinante presso il Tribunale Ordinario di Roma, collabora con l’area del contenzioso strategico di Attiva Diritti ↩︎ 2. Scarica la sentenza del Tribunale di Roma, 24 dicembre 2025 ↩︎
Con la sanatoria del 2020 stabilizzati oltre 130.000 persone. E lo Stato incassa ogni anno 228 milioni di €
La Sanatoria 2020 ha consentito la stabilizzazione di oltre 130.000 persone che oggi vivono e lavorano nel nostro Paese. Ci sono voluti cinque anni alle amministrazioni per concludere la procedura: al 31 dicembre 2025 il 59,75% delle oltre 220.000 istanze presentate si sono trasformate in contratti di lavoro e permessi di soggiorno, con prevalenza del lavoro domestico e assistenza con il 85,21% delle domande. Sono 140 milioni di euro le entrate dirette per lo Stato derivanti dal pagamento di oneri legati alla presentazione delle pratiche, mentre ammonta a 228 milioni di euro l’anno la stima dei contributi dovuti all’ingresso nel mondo del lavoro delle persone regolarizzate. Sono i dati rivelati dalla Campagna Ero Straniero – promossa da A Buon Diritto, ActionAid, ASGI, Federazione Chiese Evangeliche Italiane, Oxfam, Arci, CNCA, CILD – con il report (Ir)Regolarità. Il Report presentato ieri al Senato con il convegno “Regolarizzare fa bene”, offre proposte concrete per superare l’invisibilità, lo sfruttamento delle persone straniere e contrastare la xenofobia. Come si è affrontata finora l’irregolarità? La Campagna propone nel report un’analisi degli strumenti usati negli ultimi vent’anni per contrastare l’irregolarità alla luce dei risultati prodotti. A fine 2025, si stimano in Italia 339.000 persone straniere in condizione di soggiorno irregolare. Nello stesso anno sono stati 6.772 i rimpatri complessivi. Nel quinquennio 2020-2024 sono stati adottati 141.675 provvedimenti di espulsione dal territorio nazionale e sono stati solo 13.491 i rimpatri effettivi (il 9,5% del totale dei decreti di espulsione). I dati dimostrano che i rimpatri raggiungono poche migliaia di persone l’anno con un tasso di efficacia bassissimo in termini di contrasto all’irregolarità e confermano che la strategia politica securitaria che punta su trattenimento e rimpatri per ridurre l’irregolarità non è efficace. Anzi, molte delle misure introdotte hanno generato sempre nuova irregolarità. La popolazione in condizione irregolare, infatti, è alimentata da diversi fattori quali la perdita del titolo di soggiorno, le procedure burocratiche lente o, paradossalmente, gli ingressi programmati per lavoro con il decreto flussi che non si sono trasformati in impieghi e posizioni regolari sul territorio.  L’altro strumento usato finora per intervenire sull’irregolarità e correggere periodicamente tutte le storture che il sistema ordinario non ha saputo o voluto gestire sono state le sanatorie, che ogni volta certamente sono servite a svuotare il bacino delle persone irregolari. Dal 2002 a oggi oltre un milione di persone hanno regolarizzato la loro posizione in Italia attraverso sanatorie. Si tratta, tuttavia, di un bacino destinato, subito dopo, a riempirsi nuovamente a causa di un impianto normativo rigido che non fa altro che produrre nuova irregolarità, decreto flussi incluso. I dati inediti presentati dimostrano perché la sanatoria non può rappresentare l’unica soluzione all’irregolarità. Da un lato, far emergere oltre 130.000 lavoratori e lavoratrici con tutte le tutele e i benefici che ne derivano a livello economico e sociale, è un risultato importante e dimostra quanto sia necessario per questa platea, ma anche per aziende e famiglie, offrire un’occasione per uscire dall’invisibilità. Si pensi alla mole di domande – 85% del totale – presentate per lavoro domestico e all’assistenza e cura delle persona, due dei settori cui era rivolta la regolarizzazione 2020, oltre all’agricoltura, con persone radicate nel territorio che hanno potuto contare su famiglie intenzionate a stabilizzarle. Nello stesso tempo, però, va sottolineato che delle oltre 220.000 istanze presentate, il 40% non sono andate a buon fine. Si tratta, in parte, di pratiche non concluse, archiviazioni e abbandoni della procedura, in parte di pratiche rigettate, circa 43.000, a causa di diverse ragioni, a partire dai tempi lunghissimi dell’esame delle domande, dalle prassi burocratiche complicate e dalle carenze della macchina amministrativa, impreparata ad affrontare un tale carico di lavoro. Un’attesa che in tantissimi casi si è protratta per anni e anni, colpendo sia famiglie e datori di lavoro, che avevano necessità di assumere in tempi brevi (basti pensare al settore domestico o di cura o al lavoro stagionale), sia lavoratori e lavoratrici in attesa di stabilizzarsi e uscire dalla precarietà e che ha compromesso il pieno successo della misura.  Alla luce di tali risultati, emerge l’esigenza, non più rinviabile, di superare le sanatorie e di favorire l’ingresso o il ritorno di lavoratori e lavoratrici nel mercato del lavoro regolare e garantendo la loro piena inclusione socio-lavorativa, anche alla luce del forte impatto positivo in termini economici e di sicurezza sociale che ciò comporta. Ero straniero propone, quindi, di introdurre un meccanismo di regolarizzazione su base individuale, sempre accessibile sulla base di requisiti precisi (disponibilità di un lavoro, legami familiari, radicamento nel territorio), verificabili e sottoposto a controlli. Un meccanismo capace di trasformare lavoro nero e precarietà in contratti di lavoro, dignità, tutele, contributi, inclusione sociale e stabilità nei territori. Qui il dossier “(Ir)Regolarità. Perché un nuovo paradigma è necessario”: https://erostraniero.it/wp-content/uploads/2026/09/Dossier_EroStraniero_Regolarizzazione2020_Settembre26.pdf.  Giovanni Caprio
September 23, 2026
Pressenza
No “woke”, ma Get up, Stand up!
RAFFAELE BIONDO E AVV. GENNARO SANTORO Il dibattito sul cd. “woke”, tornato di moda anche in Italia per questa tendenza di legittimare e spiegare le proprie posizioni politiche attingendo indiscriminatamente ad esempi e culture estere neanche minimamente analoghe a quelle interne, rischia di far perdere di vista i problemi reali, quelli oltre gli slogan. Pensiamo, ad esempio, al tema del lavoro delle persone (non solo) migranti e dello sfruttamento.  Una sinistra che fatica a trasformare i propri valori politici e morali – la multiculturalità, l’uguaglianza, la tutela dei più fragili e delle minoranze, la rivendicazione dei diritti fondamentali – in proposte concrete, in spiegazioni esaustive del perché – anche a livello pratico – conviene uno Stato, un’Europa e un mondo che tali valori li concretizzano nelle politiche pubbliche e, quindi, nei propri programmi di governo su tutti i livelli. Occorre, dunque, partire dai dati concreti ed avere contezza del modello italiano attuale. Ogni anno lo Stato decide quante persone straniere possono entrare nel nostro Paese per motivi di lavoro attraverso il “decreto flussi”. Questo decreto stabilisce annualmente un numero massimo di ingressi (le cd. “quote”), assegnato con un sistema informatico che si apre a un’ora precisa di un giorno stabilito (il cd. “click day”) e si chiude quando le quote finiscono, spesso in pochi minuti. Chi non fa in tempo resta fuori, anche se ha tutti i requisiti e anche se la domanda di lavoro non è soddisfatta con le quote stabilite dal decreto stesso. Da questo meccanismo dipende se centinaia di migliaia di persone potranno lavorare regolarmente. Ed è un meccanismo, questo – è importante che lo si inizi a dire – che riguarda tutti, non solo chi migra. Nel 2025 quasi un neoassunto su quattro in Italia (in termini assoluti, più di un milione di persone) è straniero: un dato più che raddoppiato rispetto al 2019 e cresciuto del 139% dal 2017 1. Non è un’anomalia, ma la fotografia di un mercato del lavoro che in alcuni settori non trova più lavoratori italiani disponibili – anche, ma non solo, per il crollo demografico: tra il 1982 e il 2024 la fascia d’età 15-39 anni si è ridotta di 4,8 milioni di persone 2. Secondo i dati Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, cinque comparti – e precisamente turismo, agricoltura, edilizia, servizi operativi (come le pulizie) e logistica – assorbono da soli il 65% delle assunzioni di personale straniero previste nel 2025, con richieste molto concrete: personale di ristorazione (231mila posizioni), addetti alle pulizie (137mila), lavoratori agricoli (106mila), addetti alla consegna merci (86mila). Due esempi mostrano cosa succede quando questa manodopera manca. Il primo è l’assistenza agli anziani: entro fine 2026 il 14,6% degli over 65 – tradotto in termini assoluti per avere un’idea chiara di cosa parliamo, 2,2 milioni di persone – avrà bisogno di aiuto quotidiano 3. Ma le colf e badanti regolarmente occupate sono scese a 804mila nel 2025 (da quasi un milione nel 2021), senza contare che anche in questi 804mila ci sono persone che invecchiano: gli over 60 tra le badanti sono passati dal 4,3% del 2015 al 16% del 2024. Entro il 2029 ne serviranno oltre 2,2 milioni: in assenza di ulteriori ingressi saranno le italiane e gli italiani a dover lasciare il lavoro per accudire i propri familiari, con un costo diretto per l’economia del Paese. Il secondo esempio è l’agricoltura, dove un prodotto su quattro è raccolto da lavoratori stranieri: Coldiretti stima un deficit strutturale di circa 100mila stagionali. Non è un dettaglio: significa raccolti persi, prezzi più alti, necessità di importazioni, aziende in difficoltà. Eppure, il meccanismo che dovrebbe governare tutto questo è rimasto quasi identico da sessant’anni. Nasce nel 1963, con una circolare del Ministero del Lavoro pensata per poche migliaia di persone l’anno, e da allora l’idea di fondo – un datore di lavoro “chiama” dall’estero uno straniero mai incontrato – è sopravvissuta tra legge Foschi (1986), legge Martelli (1990, che sottrae oltretutto la competenza al Ministero del Lavoro inquadrando l’immigrazione nella materia della sicurezza), Turco-Napolitano (1998) e Bossi-Fini (2002).  Già nel 1997-1998, spaventato dalla campagna mediatica sui flussi albanesi, il governo di centrosinistra ritirò le parti più avanzate della legge in materia – incluso il voto agli stranieri residenti – pur di non esporsi agli attacchi della destra 4. E i numeri, da allora, raccontano un fallimento continuo: nel 2001 il governo propone 63mila ingressi, quando le imprese ne chiedevano 100mila 5; il 4 dicembre 2023, per 9.500 posti nell’assistenza familiare, in soli 4 minuti arrivano 11.363 domande, quasi 77mila in un giorno; nel 2025, sono andate perse 117mila quote a causa di lungaggini burocratiche, il doppio del 2024.   I dati più recenti confermano, dunque, anno dopo anno, l’inefficacia strutturale del sistema del c.d. “decreto flussi”: secondo il monitoraggio della campagna Ero Straniero aggiornato a dicembre 2025, su circa 120.000 quote assegnate nel 2024 solo una domanda su dieci ha ottenuto il nulla osta, mentre i permessi di soggiorno effettivamente rilasciati si sono fermati a poco più del 20% delle quote disponibili. I dati relativi al 2025 mostrano un ulteriore peggioramento, con un tasso di successo prossimo a un lavoratore regolarmente inserito ogni dodici programmati. Si tratta di una filiera che si interrompe ben prima della conclusione della procedura, alimentando quel bacino di incertezza e di lavoro sommerso che la normativa dovrebbe invece contrastare. Il problema non è avere “troppi” o “troppo pochi” ingressi: è un sistema che non fa incontrare la domanda di lavoro reale con chi è pronto a farlo. Di fronte a un fallimento così evidente, le scorciatoie di pancia sono le stesse da sempre, da una parte e dall’altra. Da destra, la ricetta è più respingimenti, più controlli, meno ingressi – come se il problema fosse un eccesso di generosità, e non – purtroppo – la necessità per la nostra economia di gestire un fabbisogno reale. Da sinistra, da ciò che si percepisce dagli slogan – unica forma di comunicazione politica da anni – la risposta è “aprire le frontiere”, omettendo sistematicamente di proporre soluzioni al “dopo”: come le persone arrivano, dove lavorano, quanto e come vengono pagate, dove vivono, se e come possono esercitare i loro diritti. Posizione, anche questa, che lascia intatta la situazione di sfruttamento. I suddetti problemi rischiano di non essere risolti in tempi brevi se non si risolve il problema della politica moderna: il gioco delle parti che si ripete su ogni singolo tema, su ogni questione, e la cui regola fondamentale è delegittimare e criticare l’altrui posizione, senza occuparsi di costruire una proposta propria – necessariamente complessa, quindi di non immediata comprensione e quindi di non immediato consenso elettorale. Così la destra detta l’agenda con la propria narrazione securitaria e la sinistra si trova sempre a rincorrere – o adottando anch’essa misure che non la facciano trasparire come troppo “permissiva” (come già successo in modo netto con Marco Minniti al Viminale), oppure rifugiandosi in un principio astratto che non intacca il senso comune. Non è però solo una questione di pianificazione dei fabbisogni – che pure, come si è visto, lo Stato individua con precisione attraverso i dati citati e poi non riesce a soddisfare. Il problema è più profondo, e lo hanno messo a fuoco alcuni tra i più autorevoli giuristi italiani di diritto dell’immigrazione: quando lo Stato non prevede percorsi adeguati di ingresso regolare, si delegittima da sé, abdicando al proprio ruolo di vigilanza sul mercato del lavoro e di repressione dello sfruttamento, ma soprattutto alla propria funzione di regolatore naturale dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro straniero – lasciando campo libero a chi, in tempi di proibizionismo, è pronto a una remunerativa supplenza: i trafficanti 6. Non è un’osservazione astratta. Lo stesso Ministero del Lavoro riconosce, sul proprio sito, che i settori con maggiore incidenza di manodopera straniera sono anche quelli più esposti a irregolarità e sfruttamento: secondo dati Istat, il tasso di irregolarità è del 12,7% sull’intera economia, ma sale al 17,6% in agricoltura, al 24,4% nei servizi di alloggio e ristorazione e arriva al 55,4% nel lavoro domestico e di cura. È in queste stesse zone d’ombra – create non da chi migra, ma da un sistema che rende quasi impossibile arrivare per le vie legali – che si muovono i caporali: le ricostruzioni giornalistiche sulla strage di Amendolara, in Calabria, dove quattro braccianti sono stati bruciati vivi nel furgone che li portava nei campi, hanno documentato reti criminali che gestiscono documenti falsi e ingaggi legali solo sulla carta, un sistema di intermediazione che prospera esattamente dove lo Stato ha smesso di esserci 7. Ecco perché non basta che lo Stato sappia, sulla carta, di quanti lavoratori ci sia bisogno: deve tornare a gestire in prima persona anche la prassi quotidiana dell’incontro tra domanda e offerta – la verifica dei contratti, degli alloggi, delle condizioni di lavoro. Ogni spazio che lo Stato lascia vuoto, in questa materia, non resta realmente vuoto: viene occupato. A ben vedere, la sinistra potrebbe rinascere se riuscisse a riscoprire le radici dei propri slogan attuali. In materia di immigrazione, ad esempio, prima di parlare di totale accoglienza, di multiculturalità, scambio, mescolanza, dovrebbe chiedersi perché in un sistema neoliberale l’immigrazione svolge un ruolo centrale: non è un’esternalità “negativa” che l’ideologia egemone fatica a gestire. La gestisce, in realtà, esattamente in coerenza con i propri princìpi. Un sistema che rende quasi impossibile entrare regolarmente, ma lascia comunque entrare – o restare – centinaia di migliaia di persone senza documenti, produce esattamente ciò che Marx, ne Il Capitale, chiamava “esercito industriale di riserva” 8: lavoratori ricattabili, disposti a tutto pur di lavorare, che tirano giù i salari e i diritti anche di chi un contratto già ce l’ha, italiano o straniero. Il Dossier IDOS 2025 parla del 2024 come “l’anno degli inganni”: solo nel secondo semestre, l’80% delle prese in carico del Numero Verde Antitratta legate a sfruttamento lavorativo. Ecco perché i diritti non sono un optional: sono la condizione affinché il lavoro non diventi un’arma contro tutta la classe lavoratrice. Questa paradossale scelta si spiega, secondo autorevole dottrina, con il fatto che i migranti irregolari sono necessari per fornire una manodopera a basso costo indispensabile non solo ad alcuni settori produttivi ma anche per il lavoro di cura e l’assistenza domiciliare. Al posto di politiche di governo della popolazione inclusive si sono quindi sviluppate politiche escludenti in cui il benessere degli inclusi si fonda sullo sfruttamento neoschiavistico degli esclusi 9. Che un’alternativa esista – in un contesto estero sì, ma non lontano culturalmente e storicamente come quello statunitense – lo dimostra la Spagna: tra aprile e giugno 2026 la regolarizzazione voluta da Sánchez ha raccolto circa 1,3 milioni di domande, ben oltre le 500mila stimate inizialmente dal governo 10. Secondo Funcas, l’integrazione dei lavoratori stranieri spiega quasi la metà (47%) della crescita del Pil spagnolo dal 2022 (+24% cumulato nel quinquennio, contro il 16,5% italiano). E non è solo un tema di quote più larghe: l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica ha calcolato che, a fronte di 151mila posti previsti dal decreto flussi 2024, le imprese italiane hanno presentato quasi 680mila domande, ma i nulla osta rilasciati sono stati appena 84mila – e siccome il nulla osta ha validità di soli sei mesi, mentre l’emissione del visto consolare richiede spesso più tempo, molte pratiche decadono e vanno ricominciate da capo: nel 2024 gli ingressi effettivi per lavoro sono stati appena 40mila 11. È lo stesso problema di fondo: non basta annunciare quote più alte, se poi la macchina amministrativa che dovrebbe gestirle giorno per giorno resta la stessa che fallisce da ben oltre vent’anni. Con misure strutturali che ampliano i canali di ingresso regolare per ragioni di lavoro e riconoscono il radicamento territoriale delle persone come titolo sufficiente a ottenere un permesso di soggiorno, il governo spagnolo ha dunque dimostrato che è possibile – e conveniente – considerare la migrazione non come una crisi da contenere, ma come una risorsa. Notizie LA REGOLARIZZAZIONE IN SPAGNA: NOVECENTOMILA PERSONE MIGRANTI STABILIZZATE Mentre la Spagna riconosce diritti e alimenta il boom economico, l’Italia continua ad essere solo fabbrica di marginalità   Chiara Concetta Starita, Avv. Gennaro Santoro (Roma) 29 Giugno 2026 Anche la Germania, con un sistema di ingresso per la ricerca di lavoro basato su un punteggio di qualifiche, esperienza e conoscenza linguistica (la Chancenkarte, in vigore dal 2024), e il Portogallo, che dal 2022 garantisce il diritto al lavoro già dal momento della domanda d’asilo, confermano lo stesso principio generale illustrato anche dalla letteratura giuridica comparata italiana: la migrazione per lavoro va governata come una funzione pubblica continuativa, non affrontata come un’emergenza da liquidare una volta l’anno con un click day12. Non serve necessariamente tornare a una piena competenza in materia migratoria del Ministero del Lavoro. Serve una sinistra che smetta di giocare in difesa e riprenda prima lo studio della realtà e poi l’iniziativa, mostrando non solo con gli slogan perché la cura degli anziani, l’agricoltura, la ristorazione e i cantieri italiani dipendono già da questo lavoro, e perché pianificarlo bene, con un centro pubblico e non con un mercato di intermediari – a volte fittizi – conviene a tutti: costa meno, si controlla meglio, e toglie terreno allo sfruttamento e alle organizzazioni criminali, aumentando – così sì – il senso di sicurezza. Superare il click day non vuol dire eliminare le regole: vuol dire smettere di fabbricare, con le nostre stesse leggi, manodopera a basso costo e ricattabile – a danno di chi migra, ma anche di chi in Italia lavora già. Avere dunque il coraggio di superare i decreti flussi, erigere a sistema gli sperimentali corridoi lavorativi, come sta avvenendo a Torino, avere il coraggio di costruire inedite alleanze tra associazioni datoriali e dei lavoratori, sotto la regia degli enti locali e con la partecipazione del terzo settore sono soluzioni che partono dal dato concreto e prospettano e garantiscono la sicurezza dei diritti.  1. CGIA di Mestre, Ufficio Studi, elaborazione su Sistema Informativo Excelsior (Unioncamere–Ministero del Lavoro), ripresa in “Cgia, un neoassunto su quattro è straniero“, ANSA, 21 febbraio 2026 (1,36 milioni di assunzioni straniere previste nel 2025, pari al 23,4% del totale, +139% dal 2017) ↩︎ 2. Confcommercio, “Carenza personale qualificato, cresce l’emergenza nel commercio e nel turismo“ ↩︎ 3. Centro Studi Idos per Assindatcolf, Rapporto 2026 “Family (Net) Work” — “Indispensabili ma sottovalutati: il fabbisogno di lavoratori domestici stranieri nell’Italia che invecchia” ↩︎ 4. S. Bontempelli, “Il governo dell’immigrazione in Italia: il caso dei «decreti flussi»”, in P. Consorti (a cura di), Tutela dei diritti dei migranti, Pisa, Plus, 2009, pp. 115-136 ↩︎ 5. C. Chianura, “L’appello delle imprese «Dateci 100 mila immigrati»”, La Repubblica, 12 gennaio 2001 (citato in S. Bontempelli, “Il governo dell’immigrazione in Italia: il caso dei «decreti flussi»”, cit.) ↩︎ 6. Paolo Bonetti, Madia D’Onghia, Paolo Morozzo della Rocca, Mario Savino (a cura di), Immigrazione e lavoro: quali regole? Modelli, problemi e tendenze, Napoli, Editoriale Scientifica, 2022, Introduzione, pp. 12-13 ↩︎ 7. “Non solo caporalato. Chi lucra sui nuovi schiavi”, L’Espresso, 29 giugno 2026 (reti criminali per documenti e ingaggi legali solo sulla carta dopo la strage di Amendolara) ↩︎ 8. K. Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica, Libro I, cap. 25 (“La legge generale dell’accumulazione capitalistica”) ↩︎ 9. “La regolamentazione dell’immigrazione come questione sociale: dalla cittadinanza inclusiva al neoschiavismo”, E. Santoro, 2010 ↩︎ 10. “Più di un milione di immigrati hanno fatto domanda di regolarizzazione in Spagna” – Il Post, 1° luglio 2026 ↩︎ 11. E. Franzetti, “Immigrazione regolare: perché in Spagna funziona meglio che in Italia”, Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, 19 dicembre 2025 ↩︎ 12. Sul sistema tedesco: Bundesministerium des Innern, “Launch of opportunity card to encourage immigration of skilled workers”, 31 maggio 2024 – (per l’inquadramento giuridico generale del sistema tedesco, cfr. anche il capitolo di Andrea De Petris in Bonetti, D’Onghia, Morozzo della Rocca, Savino, cit., pp. 17-83). Sul sistema portoghese: Asylum Information Database (AIDA) – progetto di ECRE (European Council on Refugees and Exiles) – “Access to the labour market: Portugal”, aggiornato al 22 settembre 2025 ↩︎
La regolarizzazione in Spagna: novecentomila persone migranti stabilizzate
Novecentomila invisibili hanno appena aderito alla Regularización spagnola promossa con una proposta di legge di iniziativa popolare. Il nuovo quadro legislativo spagnolo riconosce così la presenza di una platea di persone già radicate nel tessuto sociale, ma costrette fino a oggi a vivere e lavorare ai margini della legalità. La ministra Elma Saiz ha invitato a guardare oltre i meri dati quantitativi, sottolineando come «oltre alle cifre, stiamo parlando di persone» e rimarcando che «uscire dall’irregolarità è vantaggioso per la società, per le imprese e soprattutto per chi smette di vivere ai margini».  Tra il 16 aprile e il 30 giugno 2026, la finestra temporale aperta per la stabilizzazione delle persone migranti in Spagna sta registrando un’affluenza record che ha già polverizzato ogni previsione statistica. Con circa 900.000 domande presentate a procedura ancora aperta, il volume delle istanze ha sorpreso persino le organizzazioni non governative, le cui stime sul territorio si fermavano a un massimo di 840.000 persone in condizione di irregolarità. Questo clamoroso scarto tra le previsioni e la realtà dei fatti evidenzia in modo inequivocabile quanto il fenomeno del lavoro sommerso e l’effettiva presenza di cittadini stranieri privati di uno status legale siano strutturalmente sottovalutati dalle autorità e sfuggono ai metodi di stima ordinari. L’elemento centrale di questa svolta normativa non risiede nell’apertura di nuovi canali d’ingresso, bensì nella scelta strategica di operare una profonda azione di stabilizzazione che ha non solo ampliato diritti e inclusione sociale, ma ha contribuito in modo concreto al rafforzamento del sistema produttivo, accompagnando quello che è stato definito il boom economico spagnolo.  Nel quinquennio 2021-2025, il PIL reale spagnolo ha registrato una crescita cumulativa di circa il 24%, surclassando il 16,5% registrato dall’Italia. Secondo gli studi della fondazione Funcas, l’integrazione dei lavoratori stranieri spiega da sola il 47% (pari a 4,2 punti percentuali) della crescita cumulativa del PIL a partire dal 2022. L’apporto della forza lavoro straniera non solo ha ampliato i confini del mercato occupazionale, ma ha coperto strutturalmente le carenze di manodopera in settori chiave che soffrivano di cronica scarsità di personale; contemporaneamente la forza lavoro autoctona si è spostata verso occupazioni a maggiore produttività e meglio retribuite. Negli ultimi anni, le persone migranti hanno rappresentato il 45% della crescita netta dell’occupazione in Spagna, benché permangano nodi critici, legati alla sovraqualificazione e alla necessità di migliorare l’accesso a una formazione mirata e al riconoscimento dei titoli di studio. Come accade in Italia, moltissimi lavoratori con qualifiche e competenze acquisite nel paese di origine svolgono mansioni non adeguatamente retribuite né qualificate. Sotto il profilo fiscale, far uscire i lavoratori dal mercato nero garantisce un guadagno immediato per le casse pubbliche. Secondo gli studi degli esperti dell’Università Carlos III de Madrid, il governo spagnolo calcola che ogni lavoratore regolarizzato porti allo Stato un beneficio netto compreso tra i 3.300 e i 4.000 euro all’anno: in questo modo si risana l’economia sommersa e i costi per i servizi di assistenza sociale si trasformano in tasse e contributi regolarmente versati. Certo, organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale ricordano che servono anche altre riforme per far funzionare meglio le imprese e per affrontare l’invecchiamento della popolazione, un problema che i flussi migratori da soli non possono risolvere del tutto. Ciononostante, i nuovi arrivi e la stabilizzazione di queste persone si stanno confermando la vera spinta per la crescita e il benessere della Spagna. Un pilastro fondamentale dell’efficienza amministrativa spagnola è il meccanismo di gestione delle domande: chi presenta l’istanza riceve immediatamente una conferma di ricezione che abilita da subito a risiedere e lavorare legalmente. Ad oggi, delle 900.000 domande presentate, ben 360.000 sono già state ammesse all’iter amministrativo. Questo passaggio ha permesso a più di un terzo dei richiedenti di ottenere un’autorizzazione provvisoria, sbloccando immediatamente la loro posizione sul mercato del lavoro e garantendo tutele immediate nelle more del verdetto definitivo. L’esatto contrario di quel che avviene in Italia, dove l’ostinazione nel non voler stabilizzare chi è già sul territorio produce sistematicamente tragedie disumane. L’ultimo agghiacciante caso arriva dalla Calabria, con la strage di Amendolara, dove quattro giovani braccianti sono stati barbaramente arsi vivi in un minivan usato per portarli a raccogliere la frutta. Dietro questa spietata uccisione non c’è solo la ferocia dei clan o dei caporali, ma la precisa strategia fallimentare di uno Stato italiano che continua a preferire l’invisibilità alla legalità. Garantire la stabilizzazione significa, prima di tutto, azzerare quel limbo di invisibilità che alimenta lo sfruttamento lavorativo più feroce. Sottrarre i lavoratori stranieri al ricatto della clandestinità non è solo un imperativo morale per evitare che altri ragazzi muoiano bruciati vivi, ma risponde anche a una logica di buonsenso economico e gestionale: stabilizzare significa azzerare i costi cronici dell’accoglienza emergenziale, trasformando persone vulnerabili in cittadini contribuenti e con diritti.  Fino a quando l’Italia continuerà a ignorare la lezione spagnola, preferendo la farsa burocratica dei decreti flussi alla realtà dei fatti, lo Stato rimarrà il principale ingranaggio di quella fabbrica della marginalità che continua a mietere vittime nell’indifferenza generale. Leggi gli altri articoli della rubrica di: Papia Aktar, Lorenzo Boffa, Chiara Starita, Raffaele Biondo, Gennaro Santoro, Irene Pavlidi, Aicha Blasioli ed Elena Morelli.
La sanatoria spagnola del 2026: un modello che interroga l’Italia
CHIARA CONCETTA STARITA La Spagna lo ha già fatto. E con le grandi regolarizzazioni dei primi anni Duemila ha dimostrato che integrazione e crescita economica possono andare nella stessa direzione. L’emersione di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri non ha solo ampliato diritti e inclusione sociale, ma ha contribuito in modo concreto al rafforzamento del sistema produttivo, accompagnando quello che è stato definito il boom economico spagnolo. Oggi il governo guidato da Pedro Sánchez torna su quella strada. Nel 2026 ha avviato una nuova regolarizzazione straordinaria che punta a coinvolgere circa 500.000 migranti già presenti nel Paese. Una scelta che arriva in un contesto segnato anche dall’aumento dei flussi, in particolare dall’America Latina, e che assume un significato politico preciso: riconoscere una realtà già esistente e trasformarla in risorsa. Non si tratta soltanto di una misura amministrativa, ma di una scelta politica precisa che si inserisce in una visione più ampia: i migranti, in questa prospettiva, non sono un problema da respingere, ma una componente della società da riconoscere, accogliere e integrare, valorizzandone anche il contributo economico.  Per comprendere la portata di questa decisione è necessario guardare alla traiettoria seguita dalla Spagna negli ultimi decenni. In poco più di trent’anni il Paese è passato da terra di emigrazione a una delle principali destinazioni migratorie europee, sostenuto da una crescita economica che, a partire dagli anni Novanta, ha attratto manodopera straniera nei settori dell’edilizia, dell’agricoltura e dei servizi. Questo cambiamento rapido ha imposto risposte altrettanto rapide, spesso sotto forma di regolarizzazioni straordinarie. Già prima degli anni Duemila, i governi guidati da José María Aznar avevano promosso due sanatorie che coinvolsero centinaia di migliaia di persone, segnando una prima presa d’atto della presenza strutturale di lavoratori stranieri. Il passaggio più significativo arrivò però nel 2005, quando l’esecutivo di José Luis Rodríguez Zapatero regolarizzò circa 600.000 migranti, con l’obiettivo esplicito di far emergere il lavoro sommerso e integrare queste persone nel sistema fiscale e contributivo. Tale legge, sebbene avesse scatenato forti critiche in tutta Europa, riuscì a far emergere una fetta enorme di economia invisibile, generando benefici tangibili per le casse dello Stato. I dati analizzati ex post confermano infatti che l’impatto fiscale di quell’operazione fu nettamente positivo. Una volta regolarizzati, i lavoratori hanno iniziato a contribuire attivamente al sistema pubblico: si stima che ogni immigrato abbia generato mediamente 4.000 euro all’anno in contributi previdenziali, a cui si è aggiunto il gettito derivante dall’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPF). Questo massiccio afflusso di risorse non è stato controbilanciato da un aumento della spesa pubblica; al contrario, i costi per servizi essenziali come sanità e istruzione non hanno subito variazioni significative, poiché la maggior parte di queste persone, vivendo già stabilmente sul territorio, aveva già accesso a tali prestazioni. La regolarizzazione, dunque, non ha fatto altro che rendere formale e produttivo un legame sociale già esistente. A partire da quel momento, la Spagna ha progressivamente affinato i propri strumenti, costruendo un sistema meno emergenziale e più strutturato che ha trovato il suo perno nel meccanismo dell’“arraigo”(che letteralmente significa “radicamento”). Introdotto tra il 2004 e il 2005, questo istituto ha rappresentato un vero e proprio cambio di paradigma nelle politiche migratorie: la regolarizzazione ha smesso di essere una concessione straordinaria legata a una sanatoria generale decisa dal governo di turno, trasformandosi in un diritto del singolo individuo. In questo modo, il passaggio alla legalità è diventato un percorso che il cittadino straniero matura soggettivamente grazie al tempo e al proprio percorso di integrazione, rendendo il sistema indipendente dalla volontà politica contingente di varare leggi speciali. Le riforme più recenti hanno ulteriormente semplificato questa procedura, riducendo i tempi di permanenza richiesti e rendendo più accessibile il passaggio dall’irregolarità alla regolarità, consolidando un modello in cui l’integrazione sociale e lavorativa funge da pilastro per il riconoscimento giuridico. È su questo terreno già preparato che si innesta la regolarizzazione del 2026, che presenta però un elemento di novità decisivo: nasce da una proposta di legge di iniziativa popolare (ILP) che ha raccolto oltre 700.000 firme. Il cuore pulsante di questa mobilitazione è stato il movimento Regularización Ya, una rete trasversale guidata in prima persona da persone migranti e sostenuta da centinaia di organizzazioni della società civile e realtà religiose. Come sottolineato dalle portavoce del movimento, non si è trattato di una concessione governativa, ma di una vittoria contro il “razzismo istituzionale”. In questo senso, risulta emblematica la denuncia dell’antropologa Zereli Gamarra, parte attiva del movimento sin dalla sua nascita nel 2020, secondo cui «l’irregolarità non è affatto un’anomalia, ma una categoria che lo Stato alimenta per sostenere ampi settori economici che dipendono dalla manodopera migrante precaria e sfruttata». Regularización Ya ha preteso che i migranti non fossero più trattati come meri oggetti di politiche assistenziali o ingranaggi invisibili dell’economia, ma come soggetti politici con pieni diritti, trasformando una battaglia per i documenti in una sfida alla dignità umana e alla fine dello sfruttamento. Non si tratta dunque soltanto di una misura calata dall’alto per esigenze di mercato, ma del risultato di una pressione sociale dal basso senza precedenti, che ha costretto il Parlamento spagnolo a confrontarsi con una richiesta di giustizia sociale diffusa, orientando l’agenda politica verso un modello di inclusione più partecipato e umano. Il provvedimento si distingue anche per alcune scelte operative che ne rafforzano l’impianto inclusivo. Non sono previste quote rigide, né meccanismi competitivi di accesso: viene invece stabilito un periodo ampio entro cui presentare domanda (dall’inizio di aprile fino alla fine di giugno 2026), evitando le dinamiche selettive che caratterizzano altri sistemi europei. Possono accedere alla procedura le persone già presenti in Spagna da almeno 5 mesi prima del 31 dicembre 2025, prive di precedenti penali, alle quali viene rilasciato un permesso di soggiorno temporaneo che autorizza al lavoro (autonomo o dipendente) in qualsiasi settore e su tutto il territorio nazionale, successivamente convertibile in titoli ordinari. Particolarmente significativa è l’attenzione alla dimensione familiare, con l’inclusione dei figli minori nei percorsi di ricongiungimento: in questi casi, la validità iniziale del titolo viene estesa fino a cinque anni, confermando la volontà di favorire un radicamento stabile nel lungo periodo. Un elemento fondamentale è la possibilità di regolarizzazione per i richiedenti protezione internazionale (purché la loro domanda sia antecedente al 31 dicembre 2025). La Spagna riconosce esplicitamente che moltissime persone scivolano nell’irregolarità a causa dei ritardi burocratici nel trattamento delle pratiche, una posizione che si pone in netto conflitto con l’inasprimento delle politiche migratorie imposte dal Patto di Asilo e Migrazione 2026 dell’UE. Tuttavia, la portata di questa misura resta confinata ai confini nazionali: la regolarizzazione non concede automaticamente il diritto di risiedere o lavorare in altri Stati membri, né garantisce una libertà di circolazione nell’area Schengen superiore a quella di un comune visto turistico, ribadendo la natura specifica di questo percorso spagnolo rispetto al quadro europeo. La scelta spagnola non è solo un atto di civiltà giuridica, ma una mossa strategica che sta già dando frutti economici straordinari. Mentre il resto del continente fatica a crescere, l’economia spagnola riceve un impulso decisivo proprio dall’immigrazione: le stime indicano un PIL in aumento del 2,8% nel 2025, con proiezioni che lo vedono mantenersi stabilmente sopra il 2% anche negli anni successivi. Questo cambiamento operativo permette ai neo-regolarizzati di contribuire immediatamente alle casse dello Stato, compensando l’invecchiamento demografico e risolvendo la carenza di manodopera in settori chiave. In sintesi, far emergere il lavoro sommerso e ampliare la base contributiva non solo rafforza il welfare, ma garantisce alla Spagna una competitività che la distingue nettamente nel panorama europeo. Quindi, dietro questa scelta si intravede una logica che non è soltanto umanitaria, ma anche economica. La Spagna, come gran parte dell’Europa, si confronta con un progressivo invecchiamento della popolazione e con una crescente carenza di lavoratori in diversi settori. Regolarizzare significa, in questo senso, trasformare una presenza già esistente in una risorsa visibile e produttiva: far emergere lavoro sommerso, ampliare la base contributiva, rafforzare la sostenibilità del sistema di welfare. Il confronto con l’Italia rende ancora più evidente la specificità del modello spagnolo. Nel sistema italiano, l’ingresso per lavoro è affidato principalmente al sistema dei “Decreti flussi”, regolati dal meccanismo del click day. Qui la distanza tra domanda e offerta è strutturale: le richieste superano di gran lunga le quote disponibili. A ciò si aggiungono ritardi cronici nella gestione amministrativa, che riguardano non solo il rilascio dei nulla osta, ma anche dei visti e dei permessi di soggiorno. In molti casi, persino la fissazione degli appuntamenti successivi all’invio del kit postale richiede tempi così lunghi da aver portato all’avvio di azioni legali collettive. Non mancano ulteriori criticità, come i frequenti decreti di revoca dei nulla osta, emessi a distanza di anni dall’ingresso del lavoratore straniero, o l’applicazione limitata del permesso di soggiorno per attesa occupazione, formalmente previsto ma raramente utilizzato nella pratica. Mentre la Spagna istituzionalizza la regolarizzazione come un diritto fluido e accessibile, l’Italia continua a procedere per “sanatorie” sporadiche che finiscono per ingolfare la macchina amministrativa, privando i lavoratori di ogni certezza giuridica. Emblematico è il fallimento gestionale della sanatoria 2020, che ha costretto la società civile a ricorrere allo strumento della class action per ottenere risposte elementari. Le criticità del sistema italiano sono state sancite dalle sentenze del TAR Lombardia n. 2949/2023, poi confermata dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 7704/2024, che ha accolto l’azione collettiva intimando alla Prefettura di Milano di chiudere le pratiche pendenti entro 90 giorni, e dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 1596/2025 che ha accertato, in via definitiva, l’inefficienza del Ministero dell’Interno e della Prefettura di Roma nella gestione delle pratiche di regolarizzazione degli stranieri del 2020, conclusesi dopo oltre 4 anni dal loro avvio. Questi pronunciamenti non solo denunciano l’incapacità dello Stato di rispettare i propri termini procedimentali, ma confermano come, in Italia, la regolarizzazione resti un percorso a ostacoli burocratici, ben lontano dal modello di integrazione strutturale e tempestiva adottato con lungimiranza dalla Spagna. Analoghe problematiche emergono nel campo della protezione internazionale, dove le lunghe attese davanti alle Questure e l’incertezza dei tempi procedurali mantengono migliaia di persone in un limbo giuridico e sociale. In Italia, il sistema dell’asilo è ormai al collasso, travolto anche dal fallimento strutturale dei Decreti flussi e dei click day: l’incapacità di gestire gli ingressi legali finisce per riversare sulla protezione internazionale l’ultima speranza di regolarità, intasando uffici già stremati. Mentre la Spagna ha reagito a questo stallo con pragmatismo politico, trasformando i ritardi burocratici in un’occasione di regolarizzazione per i richiedenti asilo, l’Italia resta sostanzialmente immobile, incapace di produrre riforme che vadano oltre la gestione emergenziale o l’irrigidimento procedurale Il confronto tra i due Paesi non restituisce soltanto differenze tecniche, ma mette in luce due approcci profondamente distanti. Da un lato quello spagnolo, che sceglie di riconoscere la realtà sociale esistente per integrarla pienamente attraverso la garanzia dei diritti umani fondamentali. In questa prospettiva, la regolarizzazione smette di essere un mero adempimento burocratico e diventa un motore di civiltà: il riconoscimento dei diritti del singolo non solo ne restituisce la dignità, ma innesca un circolo virtuoso che permette al Paese di crescere socialmente e di rafforzarsi economicamente. Al polo opposto si colloca l’approccio italiano, caratterizzato da una visione miope e da una gestione ancora profondamente vincolata a rigidità procedurali e inefficienze amministrative le quali finiscono per negare, piuttosto che valorizzare, il potenziale di chi già vive e lavora sul territorio. Tale visione, non attenta alla tutela dei diritti fondamentali di queste persone, ma neanche alle reali esigenze economiche del Paese, predilige il rigore burocratico rispetto alla valorizzazione del capitale umano. Il sistema italiano si preclude così un’opportunità di sviluppo collettivo, subordinando la dignità individuale a una gestione normativa che appare incapace di tradurre la realtà sociale in risorsa strutturale. In un’Europa attraversata da profondi cambiamenti demografici ed economici, la sanatoria spagnola del 2026 rappresenta dunque più di un caso nazionale. È un segnale politico e culturale: l’idea che l’immigrazione possa essere affrontata non come emergenza permanente, ma come fenomeno strutturale da integrare in modo razionale. Per Paesi come l’Italia, questa esperienza non offre soluzioni immediate, ma pone una domanda inevitabile: se i migranti sono già parte integrante del sistema economico e sociale, ha ancora senso continuare a percepirli come un problema anziché riconoscerli come una risorsa?
“In Regola”. Migrazione e lavoro: una riforma necessaria
Nel dibattito pubblico italiano la migrazione viene raccontata quasi esclusivamente attraverso le categorie della sicurezza, del controllo delle frontiere e del sistema di accoglienza e asilo. Questo tipo di narrazione finisce per lasciare ai margini un’altra dimensione fondamentale del fenomeno migratorio: quella delle persone che vivono e lavorano stabilmente nel Paese e che cercano di regolarizzare il proprio soggiorno attraverso il lavoro. In questo modo, la figura del lavoratore con background migratorio rischia di essere percepita come residuale o non “meritevole” di tutela . Eppure, nella realtà quotidiana del Paese, e secondo l’art. 1 della Costituzione, il lavoro rappresenta uno dei principali strumenti di integrazione sociale, economica e giuridica. Migliaia di persone vivono, lavorano e contribuiscono da anni all’economia italiana senza poter accedere a un titolo di soggiorno regolare e ai diritti ad esso connessi. Si crea così una distanza sempre più evidente tra la norma e la realtà: i canali di ingresso e di soggiorno legati al lavoro sono pochi, rigidi e spesso inadatti a intercettare situazioni di integrazione già consolidate. Le criticità normative, sommate alle difficoltà procedurali e amministrative, finiscono per rendere questi strumenti difficilmente accessibili, contribuendo paradossalmente a produrre quelle condizioni di irregolarità che il sistema dovrebbe, invece, prevenire. Da un lato emerge la necessità di colmare i vuoti lasciati dall’attuale quadro normativo attraverso strumenti giuridici mirati: analisi delle decisioni giurisprudenziali, promozione di azioni legali strategiche e valorizzazione di quelle pronunce che aprono a interpretazioni sempre più attente alla tutela dei diritti e alla dimensione umana delle vicende migratorie. Dall’altro lato si avverte l’urgenza di rendere questi processi comprensibili e accessibili, contribuendo a ridurre il divario comunicativo in cui spesso si alimentano narrazioni distorte e rappresentazioni lontane dalla realtà. Questo significa, da una parte, analizzare in modo rigoroso il funzionamento concreto dei canali di regolarizzazione legati al lavoro; dall’altra, rendere visibili le esperienze di lavoratori e datori di lavoro che quotidianamente si confrontano con queste procedure e con le loro difficoltà. Da queste necessità nasce la rubrica periodica che state per leggere. “In Regola” si rivolge a chi vive questi processi in prima persona: lavoratori con background migratorio, datori di lavoro, avvocati, operatori sociali, ricercatori e amministratori pubblici. Ma si rivolge anche a chiunque desideri comprendere meglio come le politiche migratorie incidano concretamente sul funzionamento del mercato del lavoro e dell’economia italiana e come la tutela della dignità dei lavoratori con background migratorio non solo sia pienamente compatibile con tali dinamiche, ma costituisca altresì un fattore propulsivo per una società più coesa e per una crescita economica più solida e sostenibile. Tra gli strumenti oggi esistenti, il principale canale di ingresso e regolarizzazione tramite il lavoro è rappresentato dal sistema delle quote previsto dal c.d Decreto Flussi. Eppure, questo meccanismo continua a rivelarsi fragile e farraginoso, esponendo i lavoratori al rischio di pratiche fraudolente e lasciando al contempo molti datori di lavoro privi del personale che intendevano assumere attraverso canali regolari. Il sistema dei click day, le lungaggini amministrative, i dinieghi spesso motivati da superabili integrazioni documentali, danno (e hanno già dato) adito a Class action con conseguente danno all’erario, e un’enorme mole di contenzioso individuale spesso a spese dei singoli lavoratori, datori di lavoro o dello Stato stesso.  A questo si aggiunge un ulteriore elemento critico che merita attenzione. Le difficoltà strutturali di accesso alla regolarizzazione del soggiorno attraverso il canale lavorativo previsto dal Decreto Flussi finiscono per produrre effetti distorsivi sul sistema della protezione internazionale. In assenza di strumenti realmente accessibili per stabilizzare la propria posizione attraverso il lavoro, molte persone entrate regolarmente nel territorio italiano e che da anni vivono e lavorano in Italia si trovano, a causa di disfunzioni amministrative, in situazione di irregolarità. In questo contesto, la domanda di protezione internazionale diventa spesso l’unico percorso giuridico concretamente percorribile, non tanto nella prospettiva del riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria, quanto piuttosto in vista di una valutazione delle condizioni di integrazione sociale e lavorativa ai fini della protezione speciale. Tale dinamica è favorita anche dai tempi spesso prolungati delle procedure dinanzi alle Commissioni territoriali, nel corso dei quali il richiedente è titolare di un permesso provvisorio che gli consente di svolgere regolarmente attività lavorativa. Questa dinamica altro non è che una distorsione conseguente alla rigidità e alle carenze dell’attuale sistema di ingresso e regolarizzazione tramite il lavoro. Il risultato è un sovraccarico delle procedure di protezione internazionale, con ricadute negative sull’efficienza complessiva del sistema e sulla capacità di fornire risposte tempestive a tutte le persone coinvolte. Questa situazione produce effetti che vanno ben oltre la dimensione migratoria. Le difficoltà di accesso alla regolarità incidono direttamente sul mercato del lavoro, sull’organizzazione delle imprese e sulla capacità dello Stato di gestire in modo efficiente i fenomeni migratori. In altre parole, il malfunzionamento dei canali di regolarizzazione non è solo una questione di diritti individuali: è anche un problema economico, produttivo e istituzionale che si riverbera sul sistema economico del Paese. Eppure esistono esempi che mostrano come un approccio diverso sia possibile. Negli ultimi anni la Spagna ha intrapreso un percorso diverso rispetto alla tendenza prevalente nel continente, introducendo politiche di regolarizzazione e integrazione che riconoscono il radicamento sociale e lavorativo delle persone migranti. Come evidenziato anche in due recenti interventi pubblicati su Melting Pot 1, nel 2026 il governo spagnolo ha avviato un processo di regolarizzazione destinato a centinaia di migliaia di persone già presenti nel Paese, stimato intorno alle 500.000 persone, con l’obiettivo di favorire l’emersione del lavoro regolare e rafforzare l’integrazione sociale. La scelta spagnola si fonda su una premessa chiara: la presenza di lavoratori migranti rappresenta una componente strutturale dell’economia e può contribuire in modo significativo alla crescita economica e alla sostenibilità del sistema sociale. Per questo intendiamo sin da subito approfondire le dinamiche che hanno portato a questo inedito processo di regolarizzazione, monitorandone gli effetti anche nel lungo termine: qui il primo approfondimento. In questo senso, la regolarizzazione non viene concepita come una misura emergenziale, ma come uno strumento che mira a riconoscere e valorizzare percorsi di integrazione già esistenti, attraverso criteri legati alla presenza nel territorio, all’inserimento sociale e alla partecipazione al mercato del lavoro. Di contro, in Italia, le sanatorie adottate negli ultimi decenni si sono configurate per lo più come interventi straordinari e limitati nel tempo, pensati per affrontare situazioni di irregolarità ormai consolidate. Tuttavia, l’attuazione concreta di molte di queste procedure ha evidenziato criticità rilevanti: tempi amministrativi estremamente lunghi, pratiche rimaste inevase per anni e risultati spesso disomogenei sul territorio. In diversi casi, tali inefficienze hanno reso necessario il ricorso a strumenti di tutela collettiva, come le azioni giudiziarie promosse per sbloccare procedimenti rimasti paralizzati o per sollecitare l’amministrazione a concludere le procedure di emersione. Queste vicende hanno messo in luce non solo le difficoltà strutturali del sistema, ma anche i costi istituzionali ed economici derivanti da politiche di regolarizzazione concepite come interventi emergenziali e non come strumenti strutturali di governo delle migrazioni. Nonostante queste criticità, anche in Italia qualcosa si sta muovendo. Negli ultimi anni il mondo associativo, accademico e del terzo settore ha iniziato a produrre analisi sempre più puntuali e proposte concrete di riforma del sistema di ingresso e regolarizzazione tramite il lavoro. L’esempio più significativo e strutturato è rappresentato dalla campagna Ero Straniero, che attraverso attività di ricerca, monitoraggio e proposta normativa ha messo in luce i limiti strutturali dell’attuale sistema dei decreti flussi e ha avanzato soluzioni alternative per rendere i canali di ingresso più accessibili ed efficaci. I dati raccolti, da ultimo, nel suo Report 2026 mostrano chiaramente come il meccanismo attuale non riesca a tradurre la maggior parte delle quote programmate in reali permessi di soggiorno e occupazioni stabili, segnalando un sistema che produce precarietà e irregolarità invece di prevenirle.  “In Regola” nasce anche con l’ambizione di inserirsi in questo processo di elaborazione collettiva, offrendo uno spazio di analisi, confronto e proposta che possa contribuire a promuovere pratiche più rispettose dei diritti fondamentali e politiche migratorie più razionali. L’obiettivo non è limitarsi a denunciare le criticità del sistema attuale, ma favorire una riflessione informata e condivisa capace di sostenere cambiamenti strutturali e duraturi, superando la logica degli interventi sporadici ed emergenziali che hanno spesso caratterizzato le politiche migratorie italiane. 1. Una regolarizzazione spinta dal basso cambia la Spagna, di Juan Torregrosa – 2 marzo 2026 Una strada diversa: la regolarizzazione dei migranti in Spagna, di Nando Sigona – 20 febbraio 2026 ↩︎