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Un discorso sul mondo
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Poveri cristi (il libro) è forse l’opera più compiuta di Ascanio Celestini da un punto di vista letterario. Non solo una trasposizione di storie teatrali, ma un romanzo stratificato e complesso. A suo modo un libro-mondo, che dalla plancia d’osservazione di un parcheggio del supermercato ci parla di vite di strada, di esistenze segnate dal lavoro o dalla sua mancanza, di barboni e prostitute, di gente con la “testa impicciata”. Il libro assorbe immaginari e parole dei tre spettacoli che compongono la Trilogia dei poveri cristi – “Laika”, “Pueblo” e “Rumba” – che, vista tutta assieme, si trasfigura in un arco narrativo di lungo respiro che Celestini attraversa da anni in molti modi, ora attraverso l’evocazione di Pasolini (il poeta) ora tirando in ballo San Francesco, spaziando dall’affondo sociale al gusto della parola tipico del cantastorie. Oggi «Poveri Cristi» torna a teatro – Ascanio Celestini è in scena al Teatro Vascello di Roma fino a domenica – in una forma che cambia ogni sera, assemblando discorsi a braccio e racconti, di solito due (più uno brevissimo – ma non lo svelo), che diventano di volta in volta materia di spettacolo. In questa parabola che dalla scena è approdata alla pagina e che torna, trasformata, alla scena, la materia narrativa di Poveri Cristi si illumina ulteriormente. E svela trame, pieghe narrative, antefatti e retroscena di un discorso sul mondo che è per Celestini una materia rovente, un universo narrativo e politico che attraversa con la disinvoltura di chi ne ha esplorato a fondo i dettagli. E così, ad esempio, il parcheggio del supermercato del libro si ricollega alla lotta dei precari Atesia, il più grande call center di Roma, che non avevano un posto dove fare assemblea e si riunivano proprio in un parcheggio (una storia che Celestini ha raccontato in un documentario e che, anche in questo caso, è tracimata in tante altre narrazioni e linguaggi). L’altra sera, tornando a sentire le sue storie, ho avuto la netta sensazione che quest’opera-mondo di Ascanio Celestini non sia solo la sua opera forse più compiuta, ma che incarni una vera e propria “epica contemporanea dei marginali”. Di quelle persone e di quelle vite, cioè, che stanno progressivamente sparendo dal frame delle preoccupazioni del discorso politico: che anzi sono oggetto di un violento, violentissimo desiderio di rimozione. Ascanio è un autore molto amato e alle volte, con gli autori molto amati come è lui, finisce che ci si scorda di quanto siano straordinariamente bravi. E invece l’altra sera, al Vascello, ho avuto proprio questa epifania rinnovata: la sua capacità di orchestrare quest’epica della marginalità non è solo un gesto politico importante, ma è una forma artistica straordinaria, che si riconnette con la sua opera letteraria più compiuta. E come per ogni epica che si rispetti, il “genio” di questa forma artistica risiede nella lingua. Non solo nella capacità affabulatoria di Celestini, ma proprio nella costruzione dei discorsi dei suoi personaggi, che parlano un romanesco particolarissimo, un “romanaccio di borgata” che ogni tanto si scioglie in italiano e ogni tanto invece recupera, come in un’archeologia della lingua, parole scomparse, desuete – costrutti che rimandano a una lingua di comunità che in parte sì, è svanita, ma che invece per un altro pezzo costantemente riemerge a ogni angolo di strada, in bocca a nuove generazioni di italiani. Ogni epica ha una sua lingua e quella dei poveri cristi è a volte dolorosa e corrotta, altre volte maliziosa e divertente, altre ancora ribelle e orgogliosa, ma ogni volta rinnova un’invenzione teatrale e letteraria che è uno degli oggetti artistici luminosi del nostro tempo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un discorso sul mondo proviene da Comune-info.
February 19, 2026
Comune-info
Il nuovo-vecchio colonialismo
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Massimo Tennenini -------------------------------------------------------------------------------- Ora che il capitalismo recupera le modalità brutali del colonialismo, può essere necessario rivisitare alcuni dei suoi aspetti più schiaccianti per i popoli, così non ci confondiamo, e soprattutto per travolgere l’apparato di propaganda del sistema. La pubblicità, appena nascosta, tende a coprire i crimini del colonialismo e a mascherarli come imprese civilizzatrici, tra le quali spiccano la democrazia e lo sviluppo che avrebbero portato la conquista del terzo mondo. Un recente articolo di Rafael Poch su CTXT, intitolato “L’impero virtuoso“, ha la virtù di descrivere le atrocità coloniali e di collegarle all’atteggiamento europeo, e del Nord globale, con il genocidio palestinese. Più ancora, sottolinea che “il ruolo svolto nel XIX secolo dalla ‘civiltà’, dal ‘commercio’ e dal ‘cristianesimo’ imposto ai ‘selvaggi’ è ora svolto dall’ideologia dei diritti umani, dell’uguaglianza di genere e di altre nobili cause”. Una doppia operazione mediatica permette di nascondere i massacri e allo stesso tempo di mascherare la conquista coloniale con concetti che la giustificano, in nome di un presunto bene superiore che i conquistati non hanno mai condiviso. Una prima questione da sottolineare è che nelle colonie non è mai esistito qualcosa di simile a una democrazia, perché sono stati governati con mano di ferro dai conquistatori, senza la minima concessione ai popoli che sono stati selvaggiamente repressi. Poch ci ricorda che nella distruzione del settore manifatturiero in India hanno giocato un ruolo decisivo l’eliminazione delle tariffe sui tessili britannici, insieme all’imposizione di tasse e barriere alla vendita dei tessuti indù. Una seconda questione è la violenza diretta e indiretta che hanno esercitato nelle loro colonie. La carestia in Irlanda tra il 1846 e il 1847, che egli chiama “l’olocausto irlandese”, provocò che la fame e le sue conseguenze causarono da uno a due milioni di vittime su una popolazione di otto milioni. Mentre altri paesi europei, anch’essi colpiti dalla peste delle patate, hanno bloccato le esportazioni alimentari per compensare le perdite, i britannici non solo non l’hanno fatto ma hanno sfruttato la carestia per imporre riforme di libero mercato. Come si può vedere, la “dottrina dello shock” di Naomi Klein ha una lunga storia, pur mantenendo tutta la sua tremenda attualità. Fino ad oggi i mezzi di comunicazione macchiano il disastro, sia insultando i popoli o elogiando le misure che promettono “progresso”. La terza questione è centrale: i crimini contro l’umanità. Solo in India, tra il 1880 e il 1920,100 milioni di persone sono morte su una popolazione di poco più di 200 milioni, a causa della carestia e dell’impoverimento. Nel Bengala, dieci anni prima, la fame ha ucciso un terzo della popolazione, 10 milioni. I latinoamericani, e in particolare i popoli originari e neri, conoscono questa storia poiché il continente ha subito un vero e proprio olocausto che è stato vicino alla fine della popolazione non bianca. A questo si possono aggiungere orrori come le guerre dell’oppio, che hanno provocato 150 milioni di tossicodipendenti in Cina, uno su tre abitanti. La quarta questione è il rilascio di prigionieri per usarli come manodopera contro i popoli, in particolare da parte della Gran Bretagna. I dati sono molto eloquenti. Nei trent’anni precedenti al 1776, un migrante su quattro arrivato nel Maryland era condannato. Nel 1840, la metà della popolazione della Tasmania (sud dell’Australia) era detenuta. Tra il 1788 e il 1868 (otto decenni) 162 mila condannati sono stati inviati in Australia, “deportati per uccidere aborigeni a piacimento”. Anche se Poch non lo menziona, si può fare un parallelo tra l’uso dei prigionieri come punta di lancia dell’impresa coloniale e l’attuale stimolo che ricevono i narcotrafficanti per attaccare movimenti sociali e popoli in resistenza. Da un lato, è evidente che il narcotraffico non può prosperare né sussistere senza sostegno statale, sia nella giustizia o negli apparati armati, e ai diversi livelli dei governi. D’altra parte, i fatti dimostrano che siamo di fronte a un’ingegneria sociale molto più sofisticata di quella del colonialismo, che cerca di dirigere il narcotraffico contro coloro che si oppongono ai governi. Non è un caso che in tutta l’America Latina il narcotraffico attacchi movimenti e dirigenti sociali, generalizzando modi che a quanto pare sono nati in Colombia. La capacità di dirigere la violenza dei narcotrafficanti contro i movimenti dal basso è distruttiva per i popoli e un aiuto inestimabile per consolidare il capitalismo attraverso le cosiddette “guerre alla droga”. Nel Semillero di agosto del 2025, il subcomandante Moisés, portavoce dell’EZLN, ha parlato sull’atteggiamento da prendere nei confronti dei narcos. Ha detto che, in generale, sono poveri come loro e che non c’è motivo di iniziare una guerra tra quelli di sotto. Sembra importante discutere per avere una posizione di fronte a una realtà così presente e lacerante. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il nuovo-vecchio colonialismo proviene da Comune-info.
February 8, 2026
Comune-info
Recensione: V. Colmegna, G. Zagrebelsky, La Costituzione dei poveri
IL DEPAUPERAMENTO DEI SISTEMI EDUCATIVI È FUNZIONALE ALL’IDEOLOGIA MILITARISTA. E PIÙ LA SCUOLA DEPERISCE, PIÙ DEPERISCE LA DEMOCRAZIA. Ha ragione da vendere il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky nel ritenere il primo scandalo la guerra, giudicando disertori e renitenti gli eroi che, in virtù delle loro scelte, pagano con la perdita della libertà e, pur sottoposti al pubblico ludibrio, non abiurano alla costruzione della pace. Queste osservazioni sono contenute in un libro frutto del dialogo tra l’uomo di legge, Gustavo Zagrebelsky appunto, e il sacerdote Virgilio Colmegna da decenni impegnato socialmente a fianco degli ultimi. Un dialogo tra credenti e laici attorno al concetto di giustizia, alla difesa della Carta costituzionale, alla lettura del Vangelo da cui trarre un messaggio ben diverso da quello che anima neoconservatori, Maga e fautori della guerra. A pochi giorni dal seminario organizzato dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università con Scuola e società, sulla Diserzione come forma di Resistenza alla Pace, cerchiamo di sviluppare qualche ragionamento attorno alla guerra, al senso di giustizia, alle responsabilità anche individuali dinanzi alla dilagante cultura di guerra che imperversa nella società. E per guerra non intendiamo il conflitto sociale, fondamentale motore mosso dal desiderio di equità e giustizia. Dopo l’intervento militare USA e la prigionia del Presidente Maduro in molti hanno chiesto cosa resti del diritto internazionale e soprattutto se sia lecito oggi sperare in un insieme di regole rispettate da dominanti e dominati, governanti e governati, a fronte del genocidio del popolo palestinese e del rifiuto sistematico da parte USA di trattati e convenzioni internazionali. Gli ultimi anni e le modalità con le quali sono state condotte le guerre non sono la plastica dimostrazione del fallimento del diritto internazionale e il rifiuto di regole condivise e confini invalicabili? Mentre l’Occidente accusa la Resistenza palestinese di terrorismo, tutte le regole scritte, o tacitamente accettate, vengono violate e dismesse dai dominanti per affermare il potere del più forte e la criminalizzazione del soccombente e di quanti non si piegano alla normalità della barbarie. La Carta costituzionale italiana non è servita a fermare la guerra, il ripudio dei conflitti è stato facilmente aggirato fin dal 1999, quando un governo di centro sinistra intervenne nella guerra nei Balcani e allora le cosiddette ragioni umanitarie erano la motivazione etica addotta per giustificare l’interventismo. Capimmo da subito che lo sgretolamento della ex Jugoslavia e il fuoco nazionalista nell’area balcanica erano frutto di una lunga pianificazione, tutto fu palese guardando i nuovi corridoi energetici, il ritorno degli eroi di guerra che avevano combattuto a fianco dei neonazisti, la riscrittura (revisionistica) della storia, la rapida nascita di distretti industriali collegati a importanti multinazionali USA e UE, l’adesione di qualche Paese alla NATO, il dispiegamento di basi militari e la nascita a tavolino di nuove entità nazionali che ci riportarono indietro nel tempo ossia quando i Paesi colonialisti decidevano i confini e gli assetti territoriali. Il tempo in cui dominavano le ideologie razziste, fasciste, colonialiste non è morto e sepolto, prova ne sia il bagaglio culturale dei dominanti, la riscoperta di teorie vecchie costruite, al loro tempo, per conquistare il Mondo (ad esempio la dottrina Monroe di cui si parla a proposito del continente americano) e piegarlo ai propri interessi. E proviamo a riportare queste argomentazioni in campo educativo e scolastico, non prima di cogliere la critica feroce alla nozione di merito proveniente da Zagrebesky e Colmegna e ancora una volta il punto di partenza, e di arrivo, è rappresentato dagli scritti di don Milani, il prete che si oppose ai cappellani militari e animò un feroce dibattito nel mondo cattolico sui temi della guerra e della obbedienza. La cultura del merito, di origine anglosassone, è stata ben utilizzata in Italia come arma ideologica contro l’egualitarismo e un corpo legislativo garantista verso gli ultimi e i dominati, se vogliamo è servita anche a disinnescare le parti avanzate della Carta costituzionale, modificando le relazioni sindacali e perfino il ruolo degli insegnanti attraverso la nascita della scuola azienda con i suoi rapporti gerarchici, la competizione, la marcata distinzione tra licei e scuole tecniche. Il merito implica guadagno e potere, l’esatto contrario di una trasmissione orizzontale e democratica dei saperi. E, come in una azienda, ove i principi e le pratiche del profitto e della gerarchia sono fattori dirimenti per governare l’impresa, anche nella scuola del Merito si cerca la cieca obbedienza degli studenti e il rispetto, da parte dei docenti, di rigidi protocolli. Siamo lontani anni luce dalla idea di Scuola legata alla libertà di pensiero, alla costruzione della cittadinanza attiva e partecipe, al sapere diffuso e gratuito, alla trasmissione di alcuni valori fondanti come la solidarietà, il rispetto delle diversità, il rifiuto della guerra e delle discriminazioni. E nella scuola del merito, ove è obbligatorio esporre la Bandiera con tanto di rito propiziatorio ben conservando gli originali colori del Tricolore, la presenza della propaganda militarista è sempre ben accetta, chiedendo al militare di ergersi a docenti di innumerevoli materie, come se dietro alla divisa si celasse una forma onnicomprensiva di conoscenza. In una società basata sulla cieca obbedienza ogni fattore di crescita della personalità diventa arduo e anche a scuola, come nelle relazioni umane e sociali, arriva l’impoverimento delle idee, dei linguaggi, con la affermazione di un pensiero unico, omologato ai dominanti che oggi sostengono la guerra e i processi di militarizzazione. La suola e l’università sono i primi passaggi obbligati per ogni processo involutivo della democrazia, per i processi di omologazione e poi formare ed educare le giovani generazioni, ad esempio alla normalità della guerra, alla cieca obbedienza, alla ineluttabilità del riarmo, acquista grande valenza per la creazione di una cittadinanza passiva e omologata ai dominanti. A pensarci bene il ripristino del voto in condotta va in questa direzione, in carcere la buona condotta è la condizione per ottenere degli sconti di pena o condizioni detentive meno pesanti, a scuola come potremmo definire il ripristino della valutazione dei comportamenti? Il voto di condotta insufficiente è l’anticamera della bocciatura, è bene sapere che questa forma punitiva è stata adottata per gli studenti e le studentesse che avevano occupato le loro scuole dove poi si sono verificati atti di vandalismo per altro non riconducibili ai promotori delle proteste. Le ispezioni ministeriali nelle scuole si prefiggono un obiettivo molto chiaro: impedire che studenti e studentesse sviluppino uno sguardo critico verso il mondo, si aprano alla conoscenza dello stesso interessandosi ai drammi contemporanei e prendendo posizione come, ad esempio, è avvenuto con il sostegno del Popolo palestinese vittima di genocidio. Se l’educazione diventa sinonimo di emancipazione i dominanti iniziano a preoccuparsi, il desiderio di trasformare la scuola in caserma poi si manifesta con ogni forma e strumento possibile, anche attraverso la delegittimazione del ruolo e delle funzioni dei docenti, impedendo l’apertura delle scuole, delle palestre e dei laboratori ben oltre l’orario scolastico e motivando questa decisione con le solite carenze di fondi e i problemi di sicurezza dell’utenza (il rapporto tra giovani e scuola cambierebbe visibilmente se percepissero la scuola stessa in maniera diversa). Il prestigio della scuola, il prestigio sociale degli insegnanti è un disvalore nell’era della scuola azienda, per questo padre Virginio Colmegna esplicita il suo punto di vita con parole semplici e dirette, prendendo le distanze dalla cosiddetta democrazia del gregge basata sulla gerarchizzazione del corpo sociale e sulla cieca obbedienza ma anche, implicitamente, da una scuola chiusa e per questo alienata “LA SCUOLA DOVREBBE ESSERE UN LUOGO IN CUI COLTIVARE PACE E ACCOGLIENZA, DOVE IMPARARE A DIFFIDARE DEI LINGUAGGI NAZIONALISTI, RAZZISTI E SESSISTI CHE ALIMENTANO OGNI RETORICA DI GUERRA”. V. Colmegna, G. Zagrebelsky, La costituzione dei poveri, Castelvecchi, Roma 2025. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Seattle come New York, vince una “socialista”
A quanto pare il “socialismo democratico” è un virus che sta contagiando le metropoli statunitensi, contraddicendo la sbornia “Maga” che sembra espressione delle campagne e del “profondo Sud” con nostalgie confederate. La “socialista” Katie Wilson ha infatti sconfitto l’ormai ex sindaco di Seattle, Bruce Harrell, anche lui come Andrew Cuomo […] L'articolo Seattle come New York, vince una “socialista” su Contropiano.
November 14, 2025
Contropiano
Mamdani vince contro… Sala
Naturalmente l’establishment degli USA cercherà di assorbire e neutralizzare Zohran Mamdani, appena eletto sindaco di New York. Fatta questa premessa doverosa, però la rottura c’è stata, è positiva ed è un segnale per tutti; soprattutto perché viene da dove di solito vengono guai per il resto del mondo. Il nuovo […] L'articolo Mamdani vince contro… Sala su Contropiano.
November 6, 2025
Contropiano
Convegno | Anni di guerra: menzogne, verità, scintille – di Effimera
Effimera.org organizza per il 15 novembre 2025, al C.S. Cantiere a Milano, Viale Monterosa, 84, un convegno dal titolo: ANNI DI GUERRA: MENZOGNE, VERITÀ, SCINTILLE. L’incontro si terrà a partire dalle 10 sino alle 19. Pubblichiamo il documento di indizione che illustra i temi che verranno trattati e i nomi dei relatori e delle [...]
October 15, 2025
Effimera
La pista maranza – di Milin Bonomi
In principio era la pista anarchica, poi il mondo cambiò (in peggio), con nuovi fascismi e neocolonialismi. Servivano nuovi mostri e paure da creare (perché come diceva Eco, quando il nemico non c’è, bisogna costruirlo). E pista maranza fu. Per iniziare, lasciateci dire che siamo profondamente deluse. Prima di tutto, perché alla pista anarchica [...]
September 24, 2025
Effimera
Dossier Milano # 5 | Milano e i bunker verticali. Come si  selezionano le nuove forme dell’abitare – di Tiziana Villani
Credo occorra soffermarsi su alcuni elementi che la trasformazione delle città occidentali, europee, ha prodotto, unitamente alla riformulazione, verticalizzazione dell’abitare con conseguente scompaginamento degli assetti abitativi precedenti; si è verificata una vera e propria polverizzazione del tessuto sociale, come testimonia il caso di Milano. Non solo i ricchi, ma soprattutto una serie di figure [...]
July 28, 2025
Effimera
La povertà in Italia secondo i dati della rete Caritas: in 10 anni l’incremento è stato del 62,6%
L’Italia è il settimo Paese in Europa per incidenza di persone a rischio povertà o esclusione sociale (al 23,1%, in aumento rispetto al 22,8% del 2023): solo Bulgaria, Romania, Grecia, Spagna, Lettonia e Lituania registrano valori più alti. Oggi si contano complessivamente 5 milioni e 694 mila poveri assoluti, per un totale di 2 milioni e 217 mila famiglie, che non dispongono delle risorse necessarie per una vita dignitosa, impossibilitati cioè ad accedere a un paniere di beni e servizi essenziali, quali ad esempio alimentazione adeguata, abbigliamento, abitazione. Una situazione confermata anche dai dati della rete Caritas Nel 2024 le persone accolte e sostenute dai Centri di Ascolto e servizi informatizzati della rete Caritas in Italia sono state 277.775. Si tratta di un numero che corrisponde ad altrettanti nuclei familiari, poiché l’intervento degli operatori e dei volontari mira sempre a rispondere ai bisogni dell’intera famiglia. Le informazioni provengono da 3.341 servizi, attivi in 204 diocesi (pari al 92,7% delle diocesi italiane) e distribuiti in tutte le 16 regioni ecclesiastiche, rappresentando circa la metà delle strutture promosse e/o gestite dalle Caritas diocesane e parrocchiali. L’aiuto della rete ha raggiunto circa il 6 per mille dei nuclei familiari residenti in Italia e circa il 12% delle famiglie in povertà assoluta. Il numero degli assistiti è aumentato del 3% rispetto al 2023. Se confrontato con il 2014, il dato appare decisamente allarmante: in dieci anni l’incremento è stato del 62,6%. I territori con l’aumento più marcato delle richieste di aiuto sono quelli del Nord Italia (+77%), seguiti da quelli del Mezzogiorno (+64,7%). Tali trend, evidenziano l’effetto cumulativo delle molteplici crisi che hanno attraversato il Paese negli ultimi anni: dalla crisi finanziaria del 2008, a quella del debito sovrano, fino alla pandemia da Covid-19 e alle recenti tensioni internazionali. Cala l’incidenza dei “nuovi ascolti” (37,7%, rispetto al 41,0% del 2023) e al contempo aumentano i casi di povertà intermittente e di lunga durata. Particolarmente preoccupante è la crescita delle situazioni di cronicità: oltre un assistito su quattro (26,7%) si trova in uno stato di disagio stabile e prolungato. La povertà diventa anche più intensa: il numero medio di incontri annui per assistito è quasi raddoppiato rispetto al 2012. L’età media delle persone accompagnate è 47,8 anni, in aumento rispetto al passato. Sebbene le statistiche ufficiali mostrino una situazione in cui gli anziani risultano meno colpiti dalla povertà rispetto alle fasce più giovani della popolazione, i dati raccolti dalla rete Caritas evidenziano una costante crescita della componente anziana tra le richieste di aiuto: se nel 2015, infatti, gli ultrasessantacinquenni rappresentavano appena il 7,7% oggi la loro incidenza è praticamente raddoppiata raggiungendo il 14,3%. Rimangono invece pressoché stabili e strutturali le difficoltà delle famiglie con figli che costituiscono circa i due terzi degli assistiti (63,4%), molti dei quali con figli minori. Un fattore che accomuna la gran parte delle persone accompagnate riguarda la fragilità occupazionale, che si esprime per lo più in condizioni di disoccupazione (47,9%) e di “lavoro povero” (23,5%). Non è solo dunque la mancanza di un impiego che spinge a chiedere aiuto: di fatto quasi un beneficiario su quattro rientra nella categoria del working poor, con punte che superano il 30% nella fascia tra i 35-54 anni. Quindici anni fa i disoccupati rappresentavano i due terzi dell’utenza e gli occupati appena il 15%; questo descrive con chiarezza quanto sia mutato il profilo dell’utenza Caritas nel corso degli ultimi tre lustri, riflettendo al contempo una profonda trasformazione del fenomeno stesso della povertà. La povertà appare multidimensionale e complessa: nel 56,4% delle storie incontrate si sommano due o più ambiti di fragilità, e per il 30% se ne cumulano tre o più. I principali pilastri di vulnerabilità sono il reddito, il lavoro e la casa, anche se le difficoltà non si esauriscono solo a queste dimensioni Tra i bisogni più frequenti, spesso correlati alle condizioni economiche, vi sono: problemi sanitari (in forte aumento rispetto al 2023); problemi familiari (legate a separazioni, conflitti, lutti o maternità in solitaria); difficoltà connesse allo status migratorio. A fronte di questa complessità, cala il numero di beneficiari delle misure di sostegno al reddito: i percettori di Assegno di Inclusione (Adi) sono l’11,5% del totale, quelli del Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL) solo l’1,3%. L’incidenza dei beneficiari dell’ADI risulta più alta al Sud (32,7%) e nelle Isole (29,8%) rispetto alle aree del Nord; allo stesso modo si evidenziano marcate differenze rispetto alla cittadinanza: tra gli italiani la percentuale di percettori si attesta al 19,4%, tra gli stranieri al 4,2%. La quota di beneficiari dell’Assegno Unico Universale sfiora complessivamente il quaranta per cento tra le persone con figli (38,8%), senza particolari differenze tra italiani e stranieri. La Caritas pone un particolare accento poi sul “problema casa”, sottolineando come non si tratti più di un’emergenza temporanea, bensì di una crisi strutturale con radici economiche, sociali e urbanistiche profonde. “Continuare a trattarla come una situazione contingente, si legge nel Rapporto, impedisce l’elaborazione di strategie di lungo periodo e soluzioni sistemiche. Non riguarda soltanto le situazioni estreme come quella delle persone senza dimora, ma coinvolge un numero crescente di famiglie che incontrano difficoltà nel trovare o mantenere un alloggio dignitoso e accessibile”. Ma anche la povertà sanitaria appare ormai preoccupante: i dati raccolti dalla Caritas nel 2024 mostrano che il 15,7% degli assistiti vive una condizione di vulnerabilità sanitaria, spesso legata a patologie gravi e alla mancanza di una risposta adeguata da parte del sistema pubblico. Qui il Rapporto: https://www.caritas.it/wp-content/uploads/sites/2/2025/06/report_stampa_9_06_25.pdf.  Giovanni Caprio
June 17, 2025
Pressenza