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Dalla rivoluzione all’ONG: la metamorfosi dell’intellettuale latinoamericano
Erano i primi tempi della transizione negoziata quando la rivista Punto Final pubblicò un articolo di James Petras che suscitò indignazione negli ambienti intellettuali della Concertación. Intitolato “La metamorfosi degli intellettuali in America Latina”, il testo evidenziava un aspetto inquietante: in balia di influenze esterne – soprattutto finanziarie – questi […] L'articolo Dalla rivoluzione all’ONG: la metamorfosi dell’intellettuale latinoamericano su Contropiano.
July 17, 2026
Contropiano
Quando la cultura sfidò il silenzio: Fidel Castro, il potere e gli intellettuali a Cuba (1961)
La Rivoluzione cubana ottenne la vittoria infrangendo molti paradigmi ideologici e politici (era impossibile trionfare combattendo contro l’esercito; nessun governo socialista poteva sopravvivere a 145 chilometri dagli Stati Uniti; solo i partiti comunisti sarebbero stati in grado di guidare un processo di liberazione socialista nazionale; i proletari dovevano essere i soggetti e i protagonisti fondamentali di questi processi). Fidel Castro e i suoi compagni superarono le barriere del pessimismo e del dogmatismo insiti in quei preconcetti . Lanciarono il loro assalto al potere attraverso la lotta armata e, una volta rovesciata la tirannia di Fulgencio Batista, erano certi che costruire un consenso fosse essenziale per raggiungere l’egemonia. Gli ostacoli erano immensi: gli attacchi della controrivoluzione interna e dell’imperialismo statunitense, urgenti necessità materiali, errori in vari ambiti della vita nazionale e, di fronte alla necessità di sopravvivenza, la ricerca di alleati esterni. Nel frattempo, si adoperarono per creare una nuova cultura. Il primo passo in questa direzione fu la Campagna di Alfabetizzazione. Il Ministero dell’Istruzione supervisionò questo compito e, attraverso la sua Direzione della Cultura, sviluppò anche festival di musica, balletto e teatro, mostre d’arte, distribuzione gratuita di libri, concorsi letterari e così via. Il 16 gennaio 1961 fu creato il Consiglio Nazionale della Cultura. In quel periodo, il paese si stava preparando a un’invasione mercenaria orchestrata dal governo degli Stati Uniti. In questo contesto, due giovani registi, Orlando Jiménez e Sabá Cabrera, hanno girato il cortometraggio “PM”, presentato in anteprima nella prima metà di maggio in un programma televisivo. Quando i registi hanno chiesto il permesso di proiettarlo nelle sale cinematografiche, la richiesta è stata respinta, con la motivazione che il film rifletteva solo un aspetto della vita notturna cittadina (persone che ballano, ascoltano musica, bevono), omettendo gli sforzi dei cittadini per difendersi dalle aggressioni esterne. Un gruppo di intellettuali ha quindi compreso che tale provvedimento limitava la libertà creativa e ha comunicato alle autorità la propria decisione di non partecipare al Congresso degli Scrittori e degli Artisti che si stava organizzando. Nel giugno del 1961, L’Avana era in fermento. Solo due mesi prima, le milizie avevano respinto l’invasione della Baia dei Porci e il Primo Ministro Fidel Castro aveva proclamato ufficialmente il carattere socialista della Rivoluzione. Tra la tensione di un’offensiva militare e il fervore di una radicale trasformazione sociale, si combatteva un’altra battaglia cruciale, seppur invisibile, per l’anima e la mente della nazione. In questo contesto, il Presidente Osvaldo Dorticós lanciò un’esortazione: “Nessuno taccia “. Questo appello convocò gli artisti cubani a un incontro con la leadership politica del paese presso la Biblioteca Nazionale José Martí il 16, il 23 e il 30 giugno. L’obiettivo? Definire, per la prima volta, le regole di ingaggio tra potere politico e libertà creativa nella nascente società socialista. L’universo intellettuale che vi si riuniva era un mosaico affascinante ed eterogeneo. Da un lato, c’erano figure affermate dell’avanguardia tradizionale, scrittori e artisti che portavano il peso del patrimonio culturale cubano, come il romanziere Alejo Carpentier, il poeta Nicolás Guillén e il drammaturgo Virgilio Piñera. Dall’altro, c’erano giovani creatori animati da un fervido desiderio di innovazione, come il giornalista Guillermo Cabrera Infante e alcuni registi. Coesistevano due visioni dell'”intellettuale”. Per il popolo, l’intellettuale era il custode delle opere dello spirito, della letteratura e della scienza. Tuttavia, dagli ambienti più dogmatici della sinistra, questi creatori erano visti con sospetto: erano considerati uno strato intermedio di origine piccolo-borghese, segnato da un “peccato originale” di individualismo, soprattutto perché molti di loro non avevano partecipato direttamente alla lotta clandestina o guerrigliera. Questi incontri fornirono il contesto ideale affinché questa classe intellettuale cercasse la propria legittimità e definisse il proprio spazio di fronte al nuovo apparato egemonico dello Stato. I principali dibattiti hanno rivelato discussioni che andavano ben oltre il destino del cortometraggio censurato. La controversia principale verteva sulla responsabilità dell’artista nei confronti del pubblico. L’arte dovrebbe essere uno strumento diretto di educazione e propaganda, oppure dovrebbe preservare la propria autonomia estetica? Il 30 giugno 1961, dopo aver ascoltato dubbi, lamentele e proposte degli artisti per due venerdì consecutivi, Fidel Castro pronunciò il discorso di chiusura, noto come ” Parole agli intellettuali “. Consapevole che la Rivoluzione necessitava del prestigio internazionale e del potere simbolico dei suoi artisti, cercò di placare i timori del settore creativo dettando quello che sarebbe diventato il principio guida della politica culturale cubana: “Quali sono i diritti degli scrittori e degli artisti, rivoluzionari o non rivoluzionari? All’interno della Rivoluzione: tutti; contro la Rivoluzione: nessun diritto.” Con questa celebre formula, Castro stabilì un quadro politico ampio ma selettivo. La Rivoluzione non avrebbe richiesto che tutti i creatori fossero marxisti-leninisti, né avrebbe imposto uno stile artistico ufficiale come il realismo sovietico. Sarebbero stati accettati creatori “onesti” che, pur non essendo rivoluzionari attivi, rispettassero e non si opponessero al processo politico. Nessuno avrebbe dovuto presumere di essere infallibile o affermare che chiunque non la pensasse esattamente allo stesso modo avesse torto. Lo spirito di critica doveva essere produttivo e costruttivo. Quell’estate, quando gli intellettuali cubani ruppero il silenzio, non si limitarono a discutere di estetica, cinema o letteratura; stavano plasmando i contorni ideologici della Cuba del futuro . La storia culturale ci mostra che arte e potere politico intrattengono una relazione complessa, spesso tragica, ma sempre decisiva per l’identità di un popolo. Rievocare quei dibattiti in tutta la loro complessità è un esercizio essenziale per comprendere la cultura. E ci permette di apprezzare le idee di quel leader che stava per compiere 35 anni e che oggi avrebbe celebrato il suo centenario. Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
July 2, 2026
Pressenza
L’intellettuale all’inferno secondo il Cinema
di Maurizio Fantoni Minnella (*) Premessa S’intensifica il dibattito su l’intellettuale come figura chiave, ovvero di mediazione tra creazione artistica e ricezione, nella cultura del XX° secolo. Ci si interroga da più parti sul suo destino nella società globale e la domanda è sempre la stessa: a che cosa servono, oggi, gli intellettuali?… E’ interessante, a questo punto, notare, infine,
Genealogia e sfortune del “radical chic”
di Maurizio Fantoni Minnella Il peccato originale che le destre, come consuetudine, attribuiscono alla sinistra borghese è senza dubbio il tradimento della propria classe sociale. Il paradosso di essere comunisti in un paese, anzi, in una civiltà neo-capitalista avrebbe generato tutte le contraddizioni dell’ideologia e dei comportamenti ritenuti “progressisti”. Tra questi, l’attenzione verso la diversità di culture e di lingue,
January 25, 2026
La Bottega del Barbieri
Ampia mobilitazione in America Latina contro l’abominevole taglia su Maduro
Oltre 400 leader politici, sociali, intellettuali e culturali dell’America Latina e dei Caraibi hanno pubblicato un comunicato di solidarietà con il presidente venezuelano Nicolás Maduro, definendo “priva di fondamento giuridico” e apertamente lesiva del diritto internazionale la proposta della procuratrice generale degli Stati Uniti, Pamela Bondi, di offrire una ricompensa […] L'articolo Ampia mobilitazione in America Latina contro l’abominevole taglia su Maduro su Contropiano.
August 13, 2025
Contropiano
Che professori e professoresse siamo? Alcune riflessioni sul ruolo dell’intellettuale
Le nostre posizioni sulla militarizzazione delle scuole, delle università e della società in generale suscitano spesso reazioni ostili e rabbiose in quella parte di opinione pubblica reazionaria o conformista o semplicemente disinformata, gonfiata ormai dalla propaganda guerrafondaia di lungo corso che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università tre anni fa ha cominciato a denunciare. In questa parte di opinione pubblica stanno politici, opinionisti/e e anche genitori. «Che vergogna, un professore così!». Una parte della classe docente viene aggredita e professionalmente delegittimata sulla base di legittime opinioni (la democrazia, la pace, l’antimilitarismo) e delle azioni conseguenti (la denuncia e la disobbedienza civile) di cui è stata un esempio l’azione a bordo della “Vespucci” da parte di due militanti dell’Osservatorio (clicca qui per la notizia). Un precedente di questo atteggiamento ci fu il 30 marzo 2022, quando un ministro per i Rapporti con il Parlamento affermò in un question time, dando voce a una forma mentis illiberale: «Gli insegnanti inadempienti [all’obbligo vaccinale] disattendono il patto sociale ed educativo su cui si fonda la comunità nella quale sono inseriti. Il puro e semplice rientro in classe avrebbe comportato un segnale altamente diseducativo». Secondo questo modo di pensare a agire da parte dei politici, che si tratti di obbligo vaccinale o di militarizzazione, il docente e la docente sarebbero “obbligati” (pena la loro estromissione) a sospendere ogni giudizio critico, ottemperare e tacere, tuttavia, questo obbligo non solo non esiste, ma è anticostituzionale. Chiediamoci: rifiutare la “cultura della difesa”, i militari nelle scuole, la ricerca finanziata dal settore militare industriale vuol dire disattendere il patto sociale? Esprimere e motivare liberamente la propria opinione e agire di conseguenza vuol dire proporsi come modello diseducativo? Se ci riflettiamo un momento la risposta è no. Anzi, rifiutando i militari nelle scuole si testimonia e si dà valore alla libertà di pensiero che sta alla base della democrazia e della cultura, da cui derivano poi le scelte collettive, politiche. Scelte politiche intelligenti ed efficaci – non dispendiose e nemmeno disastrose, come la guerra nella quale ci stanno conducendo. Occorre quindi rispedire al mittente tutte queste deliranti accuse che presuppongono un patto sociale bellicista e un modello di insegnante omologato, francamente inaccettabile e pernicioso. Queste accuse fanno parte della propaganda in cui siamo immersi, grazie all’inconsistenza di scelte politiche – queste sì – dannose e nocive per il patto sociale: la guerra invece della diplomazia, la produzione e il commercio di armi, l’alleanza ottusa con un impero in declino, quello americano, la connivenza con “ Stati canaglia” che non solo vogliono guerre ma le fanno con il terrorismo di Stato, come Israele. Gli/le Insegnanti, i professori e le professoresse, in quanto intellettuali che hanno a cuore il parlare franco e critico, in quanto educatori che hanno il privilegio di parlare in pubblico davanti a soggetti politici in crescita, stanno dando voce a quello che la maggioranza delle persone – in Italia, in Europa, nel Mondo – pensano, ma che in questa fase storica hanno difficoltà a dire e a far valere. Lorenzo Perrona, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università