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Monarchici, unità nazionale e futuro dell’Iran
Tre anni fa iniziava la rivolta di “Donna, Vita, Libertà”, scatenata dall’uccisione della giovane e innocente Jina Amini e dalla mobilitazione immediata del popolo del Kurdistan orientale. Dallo slogan gridato nel cimitero fino alla diffusione delle proteste in decine di città iraniane, l’Iran è stato attraversato da manifestazioni di massa. Le strade del Paese hanno visto centinaia di uccisioni da parte dei pasdaran e delle forze legate al regime islamico. Nonostante la repressione violenta, la censura di internet e il tentativo di impedire la diffusione delle notizie, questa rivolta ha prodotto profondi cambiamenti nella società iraniana e ha mostrato un nuovo volto della lotta in Kurdistan. Negli ultimi mesi, inoltre, nuove proteste di carattere economico contro il caro vita, la povertà e la scarsità di beni essenziali hanno riportato le persone in piazza. Anche in queste occasioni la risposta del regime è stata la repressione indiscriminata. Tutto ciò ha messo in evidenza la debolezza strutturale del sistema e la paura crescente di un suo possibile crollo. In questo contesto, la scorsa domenica è stata annunciata ufficialmente la “Coalizione delle Forze Politiche del Kurdistan Orientale in Iran”, un’alleanza tra i principali partiti del Kurdistan orientale: * il Partito Democratico del Kurdistan dell’Iran • il Partito per una Vita Libera in Kurdistan (PJAK) • l’Organizzazione della Lotta del Kurdistan dell’Iran • il Partito della Libertà del Kurdistan • Komala dei Lavoratori del Kurdistan Questa nuova alleanza nasce con l’obiettivo di unificare la lotta contro il regime iraniano, realizzare il diritto all’autodeterminazione e promuovere, in prospettiva futura, un sistema democratico e decentralizzato. L’accordo è il risultato di una serie di colloqui volti a superare la frammentazione delle forze di opposizione in una fase particolarmente delicata. L’obiettivo principale è la costruzione di una struttura politica fondata sulla volontà del popolo kurdo e su principi chiari: convivenza democratica, diritti dei popoli, diritti delle donne ed ecologia. Peyman Viyan, co-presidente del PJAK, in un’intervista all’agenzia Rojnews, ha dichiarato che il Kurdistan orientale è pronto a ogni eventualità e che l’alleanza è stata costruita sulla base della fiducia reciproca e della convinzione politica, non per necessità o costrizione. I kurdi, come dimostra la loro storia, hanno sempre portato avanti una lotta politica organizzata per la pace, la democrazia e i diritti. Anche prima dell’attuale Repubblica Islamica, durante il periodo dello Scià, esistevano partiti kurdi che si opponevano alla dittatura. Oggi, di fronte alla prospettiva di un cambiamento politico in Iran, vogliono farsi trovare pronti con un progetto chiaro per il “dopo”. In seguito all’annuncio della coalizione, Reza Pahlavi, figlio dell’ex Scià deposto, ha diffuso un comunicato in cui ha criticato duramente l’iniziativa kurda, ribadendo che l’integrità territoriale dell’Iran è una “linea rossa” non negoziabile e affermando che un futuro esercito iraniano dovrebbe adempiere al proprio “dovere nazionale e patriottico” contro i separatisti. Le sue parole hanno suscitato forti reazioni, soprattutto tra le forze politiche kurde, che hanno interpretato tali dichiarazioni come una minaccia. Alla dichiarazione di Pahlavi ha risposto Abdullah Mohtadi, segretario generale di Komala del Kurdistan dell’Iran. Mohtadi ha affermato che minacciare la repressione dei kurdi sotto il pretesto del separatismo non favorisce l’unità del popolo iraniano, ma alimenta divisioni e riproduce la retorica del regime. Ha ribadito che il popolo del Kurdistan è unito nella lotta contro la Repubblica Islamica e impegnato per un Iran democratico, pluralista e fondato sui diritti umani, dove siano garantiti i diritti di tutte le nazionalità. Nella parte conclusiva della sua risposta, Mohtadi ha dichiarato che ciò che la Repubblica Islamica non è riuscita a ottenere in decenni di repressione contro i kurdi non potrà essere realizzato da nessun altro, sottolineando la determinazione del popolo kurdo a difendere la propria identità e i propri diritti. A questo proposito, desidero aggiungere anche che Reza Pahlavi, oltre a non essere un uomo politico nel senso proprio del termine, non rappresenta neppure una figura realmente desiderata dalla maggioranza del popolo iraniano. La famiglia Pahlavi, dopo aver lasciato l’Iran portando con sé ingenti ricchezze appartenenti al popolo iraniano, ha continuato a vivere all’estero senza svolgere un ruolo politico concreto né promuovere un’opposizione contro l’attuale regime. Oggi una parte minoritaria della popolazione all’interno dell’Iran lo sostiene, in particolare alcuni giovani che non hanno vissuto direttamente la dittatura dello Shah e che spesso non conoscono a fondo la storia del proprio Paese; diversamente, difficilmente appoggerebbero il ritorno di una figura associata a un sistema autoritario. Le alleanze, le tensioni e le prese di posizione mostrano che la questione del futuro dell’Iran, tra unità nazionale, autodeterminazione e democrazia, è ormai al centro del dibattito politico interno e dell’opposizione al regime. Alla fine, il 28 febbraio 2026, una coalizione militare guidata dagli Stati Uniti e da Israele ha lanciato un’offensiva contro obiettivi strategici in Iran, culminata con la morte confermata della Guida Suprema, Ali Khamenei. Secondo conferme ufficiali iraniane e fonti internazionali, Khamenei è stato ucciso durante gli attacchi aerei che hanno colpito il cuore del potere politico e militare a Teheran. Il governo iraniano ha annunciato 40 giorni di lutto nazionale, definendo Khamenei “martire della Repubblica Islamica”. Le autorità di Teheran hanno denunciato l’attacco come un’“aggressione imperialista”, mentre la leadership statunitense e israeliana hanno difeso l’operazione sostenendo che mirava a neutralizzare la minaccia nucleare e l’espansione regionale del regime. Va tuttavia sottolineato che, secondo la narrativa di Washington e Tel Aviv, l’intervento è stato giustificato principalmente come risposta a una minaccia diretta alla sicurezza degli Stati Uniti e di Israele, anche alla luce delle ripetute dichiarazioni ostili provenienti dalla leadership iraniana. Non si è trattato, dunque, di un’operazione motivata dalla tutela dei diritti del popolo iraniano o dalla promozione della democrazia, bensì di un’azione inserita in una logica di sicurezza strategica e di equilibrio militare regionale. In risposta, la Repubblica Islamica dell’Iran ha lanciato una serie di razzi, missili e droni contro obiettivi israeliani, statunitensi e nei Paesi del Golfo Persico. Attacchi sono stati segnalati contro basi militari e infrastrutture in Israele, Bahrein, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq (Regione autonoma del Kurdistan dell’Iraq) e Siria. Diverse nazioni arabe hanno condannato formalmente gli attacchi iraniani come una violazione della loro sovranità nazionale e hanno rafforzato la loro prontezza difensiva. La morte di Khamenei e l’escalation militare che ne è seguita segnano un punto di svolta nella storia recente dell’Iran e del Medio Oriente. Mentre le tensioni crescono su più fronti, la questione kurda e la costruzione di alleanze politiche autonome restano centrali nel dibattito su un futuro possibile per l’Iran, tra unità territoriale, autodeterminazione, diritti e democrazia. Gulala Salih, UDIK Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)
March 1, 2026
Pressenza
Rojava sotto attacco: difendere la democrazia dal basso e la libertà delle donne curde
Si terrà giovedì 5 febbraio alle ore 10.00, presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato, la conferenza stampa “Rojava sotto attacco: difendere la democrazia dal basso e la libertà delle donne curde”, promossa su iniziativa della senatrice Susanna Camusso. L’incontro richiama l’attenzione sulla situazione nel Nord-Est della Siria, dove l’esperienza dell’Amministrazione Autonoma di Rojava – fondata su partecipazione democratica, convivenza tra popoli e parità di genere – è esposta a nuovi attacchi militari e a gravi rischi per i diritti umani. Interverranno Gulala Salih, presidente dell’Unione Donne Italiane e Kurde, e rappresentanti delle organizzazioni firmatarie dell’appello al Parlamento italiano affinché si attivi, sul piano internazionale, per la cessazione delle ostilità e la tutela dell’esperienza democratica del Rojava, ricordando il ruolo decisivo delle donne curde nella lotta contro l’ISIS e nella costruzione di un modello sociale fondato sull’uguaglianza di genere. Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)
February 4, 2026
Pressenza
Messaggio da Kobane: Qaedisti e turchi aggrediscono Rojava
Noi, docenti, studenti e personale delle Università del Rojava/Siria settentrionale e orientale, vi inviamo questo messaggio mentre usciamo dalle nostre aule per contribuire a difendere le nostre università, le nostre città e la nostra rivoluzione insieme alle forze di autodifesa. Prima dell’amministrazione autonoma, Raqqa (Sharq) e Kobanê non avevano università. I nostri campus, costruiti nel mezzo della guerra, hanno rivendicato l’istruzione a lungo negata ai giovani, fondando l’apprendimento sulla liberazione delle donne, sull’ecologia e su una vita democratica e comunitaria per il popolo. Negli ultimi quindici anni nel Rojava/Siria settentrionale e orientale, sotto costante pressione e ripetuti attacchi da parte delle potenze imperiali, sub-imperiali e coloniali, il nostro popolo ha costruito una vita condivisa attraverso la capacità collettiva. Contro il capitalismo e il patriarcato, abbiamo lavorato per promuovere una società radicata nella liberazione delle donne, nella vita ecologica e nell’autogoverno democratico. Nelle condizioni di guerra che caratterizzavano l’intera regione, e contro la violenza e le imposizioni degli stati regionali e dei loro mercenari, abbiamo fatto affidamento sulla nostra autodifesa e sulla nostra diplomazia per ritagliarci uno spazio, e all’interno di quello spazio abbiamo lottato per costruire una vita che un tempo sembrava impossibile. Oggi, quella vita è sotto attacco. Ciò che abbiamo costruito, questa fonte di speranza per i popoli oppressi nella regione e in tutto il mondo, è presa di mira da ogni parte dalle forze fasciste dell’Esercito Arabo Siriano, un pezzo di al-Qaeda trasformato in autorità statale e in giacca e cravatta, e da mercenari, sostenuti da potenze imperialiste regionali e globali. È in corso un femminicidio e un genocidio. La situazione sul campo è urgente e peggiora di giorno in giorno. I nostri edifici universitari sono pieni di sfollati che cercano di sopravvivere all’inverno senza coperte o vestiti di ricambio. Droni turchi hanno preso di mira diversi luoghi vicino all’Università del Rojava a Qamishlo negli ultimi giorni. Gli studenti nei dormitori di Qamishlo sono isolati dalle loro famiglie a Kobanê, senza sapere se i loro cari sono al sicuro e impossibilitati a contattarli. La situazione a Kobanê è particolarmente grave. La città è attualmente sotto assedio, circondata dalle forze dell’esercito siriano da un lato e dall’esercito turco dall’altro. Da sette giorni non c’è elettricità, acqua e nessun accesso affidabile ai beni di prima necessità. In queste condizioni, l’apprendimento, la sicurezza e la sopravvivenza sono presi di mira nell’ambito di un assedio coordinato. Lo diciamo chiaramente ai nostri amici, colleghi e compagni: ci difenderemo con tutto ciò che abbiamo. Difenderemo il nostro popolo, le nostre università e la possibilità di vivere la vita che abbiamo lottato per costruire. Vi invitiamo, ovunque siate, a schierarvi dalla parte del Rojava. Alzate la voce. Organizzatevi nei vostri campus, nei vostri sindacati e nelle vostre comunità. Usate le vostre posizioni, per quanto limitate possano sembrare, per spingere all’azione, per chiedere conto e per rifiutare il silenzio. Rafforzate le reti di solidarietà che rendono possibile la resistenza. Sostenete gli obiettivi rivoluzionari di libertà, liberazione delle donne, vita ecologica e vita comunitaria democratica. La vostra solidarietà è parte della nostra autodifesa e può contribuire a spostare l’equilibrio e a prevenire un altro genocidio nella regione”. Universities in Rojava/Northern and Eastern Syria University of Rojava, Kobani University, University of Al-Sharq Students,a Faculty and Staff -------------------------------------------------------------------------------- Tradotto e diffuso da Franco Berardi Bifo. Comune-info
January 24, 2026
Pressenza
“Voci senza confini, oltre il silenzio”: una serata di canto e solidarietà per le donne afghane
Oltre sessanta donne, affiancate da alcuni uomini, hanno dato vita alla serata “Voci senza confini, oltre il silenzio”, un evento dedicato alle donne afghane private dei loro diritti fondamentali e della possibilità stessa di far sentire la propria voce. Un’iniziativa corale che ha voluto trasformare il canto in testimonianza, denuncia e vicinanza. Negli ultimi anni, l’Afghanistan è tornato sotto il controllo dei talebani, riportando le donne a un regime di privazioni estreme: niente scuola, niente lavoro, libertà di movimento ridotta al minimo. Sono stati bruciati libri scritti da donne e perfino il semplice atto di sussurrare è stato proibito. Diritti conquistati con fatica durante la presenza internazionale sono stati cancellati nel giro di pochi mesi. Dopo un breve periodo di attenzione mediatica, il mondo ha voltato lo sguardo altrove. Ma non tutti hanno dimenticato. A Padova, i cori Cantimigranti, Cantamilmondo e Voci Ribelli hanno scelto di non restare in silenzio e hanno organizzato una serata corale per mantenere viva l’attenzione sulla condizione delle donne afghane. All’iniziativa è stata invitata anche UDIK, che ha aderito con convinzione, pur non avendo esperienza nel canto, riconoscendo nella solidarietà e nella sorellanza i valori fondanti della propria attività. Il 28 novembre a Padova Il coro di UDIK ha presentato due brani in lingua kurda, accompagnati dalla chitarra di Rachele, e una versione di “Bella Ciao” cantata prima in kurdo e poi in italiano con altri tre cori. L’atmosfera, intensa e partecipata, ha trasformato la sala in uno spazio di condivisione e resistenza simbolica. Durante la serata sono stati raccolti fondi per CISDA, l’associazione che da anni sostiene i progetti delle donne afghane. Era presente anche la rappresentante Beatrice Biliato. Importanti le testimonianze di Firoza Wahedy e Khadija Balooch, due attiviste arrivate in Italia tramite corridoi umanitari dopo l’ultima offensiva talebana. Khadija, appartenente alla popolazione baluci, comunità divisa tra Iran, Pakistan e Afghanistan e vittima storica di discriminazioni e repressioni, ha ricordato come la lotta per i diritti delle donne sia un fronte aperto in tutta la regione. Il messaggio della serata è stato chiaro: far sentire la propria voce per chi non può farlo più e ribadire che la comunità internazionale, le associazioni e le cittadine e i cittadini non devono distaccarsi dalla realtà afghana. Un modo per dire: “Siamo voi. Siamo con voi.” Gulala salih, presidente Udik Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)
December 2, 2025
Pressenza
[2025-11-08] Voce Arcaica #2 - Festival di Arte e Cultura in memoria di Nagihan Akarsel @ Teatro Biblioteca Quarticciolo
VOCE ARCAICA #2 - FESTIVAL DI ARTE E CULTURA IN MEMORIA DI NAGIHAN AKARSEL Teatro Biblioteca Quarticciolo - Via Ostuni 8, Roma (sabato, 8 novembre 10:00) Perché un evento in ricordo di Nagihan Akarsel... Il 4 ottobre del 2022 tutto il mondo curdo, in particolare il Movimento di Liberazione delle donne, è stato colto da un gravissimo lutto. La compagna Nagihan Akarsel, ad appena 40 anni, è stata uccisa davanti alla sua casa a Suleimaniyah, nella Regione Autonoma del Kurdistan Iracheno, in un agguato ordito dall'intelligence turca. La notizia di questo femminicidio ha impiegato poco tempo a diffondersi, destando nel popolo curdo, e non solo, profonda tristezza e forte rabbia. La sua storia e la sua vita, infatti, sono tra le più emblematiche del processo di trasformazione radicale che la società curda sta perseguendo attraverso il progetto del Confederalismo Democratico, teorizzato dal leader curdo Abdullah Öcalan. Nel corso degli ultimi dieci anni, tutto il Mondo è entrato in contatto con questo progetto politico, a partire dalla rivoluzione del Rojava, regione collocata a nord est di quella parte di mondo che è chiamata Siria, che si trova ancora oggi a organizzare la difesa e combattere contro il fondamentalismo islamico e la repressione dei vari Stati che il popolo curdo, ma non solo, subisce da secoli. Per ricordare l’esempio di Nagihan Akarsel, fatto di insegnamenti che portiamo nel cuore, di forte capacità empatica, di grande immaginazione e responsabilità, il Comitato di Jineolojî Italia ha deciso di coinvolgere la città transfemminista per dedicarle un omaggio, una giornata di dibattito, approfondimento e arte performativa. Nel novembre del 2024 si è tenuta la prima edizione. A novembre del 2025 vogliamo ripetere queste esperienze per un appuntamento di memoria e di lotta, verso e oltre la giornata globale contro la violenza di genere.
September 25, 2025
Gancio de Roma
Şingal, undici anni dopo il genocidio yazida: il silenzio che pesa sull’umanità
Il 3 agosto è un’altra macchia nera nella storia dell’umanità. In quel giorno del 2014, si consumò ancora una volta una brutale operazione di pulizia etnica contro un popolo dimenticato: gli yazidi di Şingal. Questo popolo non è solo una minoranza religiosa, ma il simbolo vivente dell’identità storica del Kurdistan e il custode di una tradizione culturale millenaria che ha resistito nei secoli a ogni tentativo di cancellazione. Il 3 agosto non è solo una data di lutto, ma il ricordo doloroso di un genocidio pianificato e sistematico. Sciovinismo e fondamentalismo islamico, uniti da un’ideologia profondamente ostile ai Kurdi e alla loro esistenza, colpirono duramente. Sotto la bandiera dell’ISIS, lanciarono un attacco violento al Kurdistan passando per Şingal, una delle porte simboliche della resistenza curda. Il popolo yazida fu preso di mira con un piano preciso: annientarlo. L’obiettivo dell’ISIS e dei poteri che lo hanno sostenuto – tra cui la Turchia, l’Iran e il regime siriano – era chiaro: cancellare tutte le conquiste del popolo Kurdo, sia nel Kurdistan del Sud (Başûr) che nel Rojava. Riaffermare il proprio dominio politico e ideologico e, nel farlo, sradicare le radici spirituali e culturali degli yazidi. Eppure, l’ISIS non rappresentava solo una minaccia per il Medio Oriente. Mentre compiva massacri nel Kurdistan, colpiva anche l’Europa con attacchi sanguinosi. Il terrorismo non conosce confini, ma l’indifferenza sì. Durante l’assalto a Şingal, le forze dell’ISIS occuparono città e villaggi, massacrando uomini e deportando donne e bambini. Migliaia di donne yazide furono ridotte in schiavitù, vendute nei mercati come oggetti, sottoposte a torture, stupri e umiliazioni inimmaginabili. Chi riuscì a fuggire, spesso a piedi e senza nulla, cercò rifugio tra le montagne o in altre regioni del Kurdistan. Le montagne di Şingal, come sempre, si ergono fiere: divennero scudo e rifugio per gli yazidi in fuga. Ma questa tragedia non ha colpito solo una comunità. Ha colpito l’intera umanità. Il popolo curdo non rimase a guardare. Da ogni angolo del Kurdistan arrivarono aiuti, rifugi, braccia aperte. In particolare, le forze di difesa del Rojava mostrarono un coraggio straordinario, intervenendo rapidamente e fermando l’avanzata dell’ISIS con determinazione e sacrificio. Oggi Şingal è stata liberata. Molti yazidi sono tornati, lentamente, sulle terre dei propri avi. Ma le ferite di quel genocidio sono tutt’altro che guarite. Migliaia di persone risultano ancora disperse. Centinaia di donne yazide sono tuttora prigioniere o non identificate. Le loro famiglie aspettano, nell’angoscia, notizie che non arrivano. In questo contesto di dolore e speranza, la figura della donna yazida si è trasformata nel simbolo di una lotta silenziosa ma potente: quella contro l’oscurantismo, la schiavitù e il fanatismo religioso. Şingal oggi ha ancora bisogno. Ha bisogno di protezione, giustizia, ricostruzione. Ha bisogno di verità e memoria. E, soprattutto, ha bisogno del sostegno della comunità internazionale: non a parole, ma con impegni concreti. Serve giustizia per i sopravvissuti, sicurezza per chi vive ancora nella paura, e la piena libertà per chi vuole ricominciare. Eppure, in questa undicesima commemorazione del genocidio yazida, a parlare è il silenzio. I difensori dei diritti umani, la politica, i media occidentali… tacciono. Addormentati nell’indifferenza e nell’oblio. Pensano che l’ISIS sia stato sconfitto. Ma l’ISIS c’è ancora, sotto forma di cellule dormienti, e continua a colpire i Kurdi e il Kurdistan. L’Occidente non soffre solo di memoria corta: si comporta come un cavallo con i paraocchi. Guarda e commenta solo ciò che vuole vedere, e tutto il resto – compresa Şingal – viene lasciato ai margini della coscienza collettiva. La storia, però, non dimentica. La storia ha scritto il genocidio. E ha scritto, con la stessa forza, anche la resistenza delle donne di Şingal. Gulala Salih Presidente UDIK Unione donne Italiane e Kurde Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)
August 4, 2025
Pressenza
Il crimine del silenzio e la lezione del Rojava
CI SARÀ UN GIORNO NEL QUALE SI RACCONTERÀ COME IN QUESTO TEMPO DI ORRORI, SVUOTAMENTO DELLA DEMOCRAZIA, SFASCIO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE, SI È APERTA UNA CREPA CON LA STRAORDINARIA SCELTA DI DISARMO E SCIOGLIMENTO DEL PKK. INSIEME ALL’ESPERIENZA CONFEDERALISTA E DI AUTOGOVERNO PROMOSSA DALLE COMUNITÀ KURDE, A COMINCIARE DAL ROJAVA, IL RIFIUTO DELLA LOGICA DELLE ARMI È UN GRIDO POTENTISSIMO CHE DOVREMMO IMPARARE A RICONOSCERE. UN APPUNTAMENTO PREZIOSO A ROMA Foto di Ferdinando Kaiser -------------------------------------------------------------------------------- «L’esempio di Rojava per il futuro della democrazia in Siria» è il titolo dell’iniziativa che si terrà mercoledì 18 giugno dalle 11,30 a Roma, presso la Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro, piazza Capranica 72. Con la moderazione di Marina Forti, i saluti del senatore Tino Magni e l’introduzione di Gianni Tognoni, Giacinto Bisogni, Domenico Gallo, Khaled Issa, Ezio Menzione, Yilmaz Orkan, Barbara Spinelli discuteranno attorno alla sentenza emessa dal Tribunale Permanente dei Popoli riunitosi in febbraio a Bruxelles nella sua 54ª sessione su Rojava vs. Turchia. Le accuse rivolte al presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan, a suoi attuali e passati ministri e a responsabili militari e dell’intelligence, esaminate nel corso della sessione, riguardavano un lungo elenco di crimini commessi dal 2018 e in particolare il crimine di aggressione con gli interventi militari illegali turchi in Siria tra il 2018 e il 2024, contro la volontà delle autorità siriane e dell’amministrazione autonoma del Rojava; crimini contro l’umanità, con pratiche di pulizia etnica, di sfollamento forzato e di deportazione, detenzioni illegali e tortura; crimini di guerra, con l’uccisione mirata di civili e il bombardamento indiscriminato della popolazione; la cancellazione culturale e religiosa; il saccheggio e la distruzione ambientale. Il Tribunale, di cui è segretario generale Gianni Tognoni, ha concluso riconoscendo la responsabilità degli imputati per le accuse e i fatti contestati. Naturalmente tale sentenza, su cui riferiranno mercoledì i relatori – alcuni dei quali sono stati membri della giuria che ha ricostruito e valutato i crimini perpetrati nel corso del tempo dalle autorità politiche e militari turche –, è particolarmente importante non tanto per impossibili effetti giuridici capaci di incrinare la «cultura istituzionalizzata dell’impunità e gli ostacoli strutturali e giuridici alla giustizia e all’accertamento delle responsabilità per i crimini internazionali» quanto per le autorevoli e argomentate sollecitazioni politiche che contiene, tanto più in un momento in cui l’impunità, l’aggressione a stati sovrani, il terrorismo di Stato, i massacri di civili inermi, i crimini di guerra e contro l’umanità, le pratiche di pulizia etnica sino al genocidio si sono imposte come quotidianità a Gaza e in tutto il Medio Oriente grazie anche alle complicità, attive e passive, con il governo di Israele da parte dell’intero occidente, Stati Uniti e Unione Europea per primi. Il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP), erede del Tribunale Internazionale Contro i Crimini di Guerra, noto come Tribunale Russell e attivo negli anni Sessanta del secolo scorso, è stato fondato da Lelio Basso e ha come missione l’ascolto dei popoli e la promozione del rispetto dei diritti umani, accertandone le violazioni ed esaminandone le cause, documentando i crimini e denunciandone gli autori presso l’opinione pubblica mondiale. Suo obiettivo dichiarato è anche, seguendo Jean-Paul Sartre, di contrastare il “crimine del silenzio”. Un crimine che accompagna sempre, essendone talvolta l’indispensabile premessa, tutti quelli su cui il Tribunale, ai sensi del proprio statuto, dichiara la propria competenza: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimini ecologici, crimini economici, crimini di sistema, rivolgendo dunque la propria attenzione anche ai crimini di stati e di imprese, a rimarcare un’idea di un altro diritto e di una giustizia priva di soggezioni e reticenze, alternativi a quel diritto del più forte che, da ultimo, sta mostrando il suo sanguinoso e orrendo volto non più celato da ipocrisie. La caccia ai migranti e le deportazioni in corso negli Stati Uniti di Trump, ad esempio, sono tristemente eloquenti, e lo stesso avviene in Europa; se prima la violazione dei diritti umani era occultata, ora è sbandierata come fonte del consenso. A questi riguardi, sono esemplari dell’impostazione del TPP la sentenza sulle Imprese transnazionali nei paesi dell’Africa subsahariana (2016-2018), quella sul Salario dignitoso per le donne lavoratrici dell’industria dell’abbigliamento in Asia (2009-2015), quella sulle Imprese minerarie canadesi in America Latina (2014), quella su La UE e le imprese transnazionali in America Latina: politiche, strumenti e attori complici delle violazioni dei diritti dei popoli (2006-2010) o quella su Le Politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale I (1988) e le tante altre, per arrivare alla fondamentale sessione su La conquista dell’America e il diritto internazionale (1992). Un diritto internazionale di cui l’aggressione e occupazione della Striscia di Gaza e lo sterminio dei palestinesi in corso da parte di Israele hanno finito di rendere manifesta l’impotenza, i limiti e l’ipocrisia. Il TPP conclude il proprio pronunciamento sul Rojava e sulle responsabilità impunite della Turchia affermando che «l’imperativo per coloro che ascoltano è agire, portare i messaggi trasmessi nelle nostre raccomandazioni a coloro che hanno il potere di metterli in pratica. In questo modo, le prove prodotte dal TPP in questa sessione potrebbero diventare uno strumento di informazione e di coscienza per tutte le società civili amanti della pace». Interlocutrici sono, dunque e appunto, quelle società civili che anche in questi mesi si stanno mobilitando dal basso, in modo spontaneo e molecolare, mentre governi e decisori nazionali e sovranazionali occidentali collaborano ai crimini dello Stato e del governo d’Israele. Esattamente come in precedenza avevano fatto per quelli dello Stato e del governo turco nei confronti del Rojava e delle popolazioni kurde. La difesa dei diritti umani e la salvaguardia della Comunità Autonoma del Rojava, così come la più complessiva questione kurda, dovranno ora inevitabilmente confrontarsi con il nuovo disordine mondiale. Uno scenario conflittuale e distruttivo che va configurandosi negli ultimi anni a seguito dell’affermarsi in diversi paesi di governi improntati a un populismo aggressivo, sino al neoimperialismo tecnofeudale della nuova amministrazione statunitense, a quello reclinante e reattivo della Federazione Russa, a quello virulento ed espansivo della Turchia di Erdoğan, resi maggiormente pericolosi da un’Unione Europea preda di tecnocrazie, sovranismi e lobby belliciste, incapace di identità, autonomia e visione. Successivamente alla sessione del TPP di Bruxelles si sono determinati nuovi e significativi avvenimenti: la caduta del regime di Assad in Siria e la riapertura del processo di pace tra il popolo kurdo e il regime turco, propiziata e resa possibile dall’interno del carcere nel quale è detenuto da oltre un quarto di secolo in condizioni di duro isolamento il leader del PKK Abdullah Öcalan, il Mandela del nostro tempo, per dirla con il filosofo Slavoj Žižek. Dopo la distruzione di Gaza, l’espansionismo e l’interventismo bellico israeliano in Cisgiordania, in Libano, nella stessa Siria, nello Yemen e ora in Iran – accompagnato e reso possibile dall’impunità assicurata dalle complicità e cointeressenze statunitensi, europee (e italiane) e dal crimine del silenzio – hanno determinato un quadro in rapidissima evoluzione e di grandissima preoccupazione. Rispetto al quale la proposta e posizione kurda, il disarmo e lo scioglimento del PKK costituiscono uno dei pochi segnali in controtendenza, così come il modello confederalista e di autogoverno – e la sua implementazione in Rojava – rappresentano non un’astrazione o una posizione ideologica ma una proposta, concreta e credibile, fondamentale di fronte allo sfascio e allo svuotamento della democrazia e del diritto internazionale in corso nell’intero occidente e al moto inerziale verso la guerra mondiale che stanno producendo. Parafrasando il titolo dell’evento che si terrà mercoledì a Roma (è possibile partecipare scrivendo entro martedì a: segreteriapresidenzamisto@senato.it), l’esperienza e la realtà del Rojava costituiscono dunque un prezioso esempio per il futuro della democrazia non solo in Siria ma in tutto il mondo. Rompere il silenzio sul Rojava è allora una necessità vitale e un motivo di speranza per tutti. Mai come ora ce n’è impellente bisogno. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY. > La critica è un canto di lodi alla rivoluzione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il crimine del silenzio e la lezione del Rojava proviene da Comune-info.
June 16, 2025
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