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La montatura contro i palestinesi arrestati in Italia perde pezzi
L’inchiesta contro Mohammed Hannoun e i palestinesi dell’Associazione Palestinesi in Italia e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese sta perdendo i primi pezzi. Ieri a Genova si è riunito il Tribunale del Riesame ed ha posto in libertà tre dei palestinesi arrestati alla fine di dicembre ma ne […] L'articolo La montatura contro i palestinesi arrestati in Italia perde pezzi su Contropiano.
GENOVA: SCARCERATI TRE CITTADINI PALESTINESI, IN ATTESA DELLE MOTIVAZIONI MOHAMMED HANNOUN RESTA IN CARCERE
Si incrina il castello accusatorio che a fine dicembre ha portato in carcere nove cittadini palestinesi, accusati di finanziare Hamas, sulla base di “prove” fornite dai servizi segreti israeliani, raccolte durante il genocidio in corso a Gaza dall’ottobre 2023. Per gli avvocati “dal dispositivo emerge una chiara vittoria sul piano dei principi. Pare che il Tribunale abbia escluso l’utilizzabilità della cosiddetta ‘battlefield evidence’ israeliana. È un risultato importante: viene affermato che la giustizia non può essere usata come strumento di guerra. La lotta al terrorismo va combattuta con le regole, non con scorciatoie. Sul resto attendiamo le motivazioni, ricordando che vale per tutti la presunzione di innocenza”. La difesa continuerà “a vigilare con rigorosa attenzione critica su ogni tentativo di piegare il diritto a logiche militari, riservandosi ogni ulteriore valutazione dopo il deposito delle motivazioni”, tra 30 giorni: probabile che, poi, arrivi il ricorso anche in Cassazione. Al momento, comunque, 3 delle 7 misure carcerarie eseguite (altre due persone invece si trovano da tempo all’estero) sono state annullate. Resta invece in carcere – e in isolamento – Mohammad Hannoun, architetto di 64 anni – ben 42 dei quali trascorsi a Genova – fondatore e portavoce dell’Associazione Palestinesi d’Italia. Il commento di uno degli avvocati difensori, il penalista Nicola Canestrini. Ascolta o scarica Il commento del difensore di Mohammad Hannoun, l’avvocato Fabio Sommovigo. Ascolta o scarica
Il tribunale del Riesame di Genova ha scarcerato tre dei palestinesi arrestati a dicembre. Hanoun e altri tre restano in carcere
Comincia a perdere pezzi l’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas. Il tribunale del Riesame di Genova ha accolto la richiesta di scarcerazione di tre degli arrestati nell’inchiesta della Dda sui presunti finanziamenti ad Hamas. A tornare in libertà sono Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, 52 anni, Raed Al Salahat, 48 […] L'articolo Il tribunale del Riesame di Genova ha scarcerato tre dei palestinesi arrestati a dicembre. Hanoun e altri tre restano in carcere su Contropiano.
«Processo alla Resistenza Palestinese». Oggi la sentenza per Anan, Ali e Mansour. Intervista a Ludovica Formoso, parte del collegio difensivo
La vicenda processuale italiana di Annan Yaeesh inizia il 24 gennaio 2024 con la richiesta estradizione trasmessa al Ministero della Giustizia dallo Stato Israele. Come si sviluppano le fasi iniziali del procedimento? La vicenda processuale inizia a gennaio 2024 quando le autorità israeliane chiedono la consegna di Anan Yaesh alle autorità italiane. La richiesta di estradizione viene accolta, tant’è che procedono all’arresto ai fini estradizionali di Anan che viene sottoposto alla custodia cautelare in carcere. La decisione sull’estradizione viene tuttavia impugnata e la Corte di Appello dell’Aquila decide di liberare Anan, in quanto secondo la Corte non vi sono i presupposti per consegnarlo alle autorità israeliane, dato il rischio concreto che venga sottoposto a trattamenti inumani e degradanti, sulla base di quanto era stato prodotto dalla difesa citando rapporti delle principali organizzazioni internazionali, quali ad esempio Amnesty International, e relazioni dell’ONU che documentano come le autorità israeliane praticano in maniera sistematica la tortura su i prigionieri palestinesi. Questa decisione della Corte di Appello è molto importante poiché un organo istituzionale di questo paese afferma, nero su bianco, che Israele pratica sistematicamente la tortura nei confronti dei prigionieri palestinesi, al punto di negare l’estradizione. Tuttavia, cosa succede due giorni prima di questa decisione? Che la procura dell’Aquila decide di promuovere un procedimento “autonomo” (non quindi su diretta iniziativa, se così possiamo dire, dello Stato di Israele) sempre nei confronti di Anan con accuse praticamente sovrapponibili a quelle iniziali, in base alle quali richiede di nuovo la custodia cautelare in carcere. Morale della favola, Anan non viene mai liberato. Il capo di imputazione del nuovo procedimento è quello previsto dall’articolo 270 bis, ovvero l’associazione con finalità di terrorismo, e non riguarda solo Anan, ma anche altre due persone, Ali Saji Rabhi Irar e Mansour Doghmosh, palestinesi anch’essi, che vivono a L’Aquila e sono legati ad Anna da rapporti di amicizia. Tutti e tre vengono arrestati e portati in carcere. Per mettere in risalto tutti gli aspetti problematici, preoccupanti e profondamente politici di questo procedimento, è necessario farne breve riassunto. La vicenda processuale può essere sostanzialmente divisa in due parti, la fase cautelare e il dibattimento. Nella fase cautelare, la Procura e il Tribunale hanno affrontato questo procedimento senza minimamente considerare il contesto nel quale si sarebbero svolti i fatti e il diritto che doveva essere applicato, ovvero il diritto internazionale umanitario. I tre sono accusati di aver fatto parte delle Brigate di Risposta Rapida di Tulkarem, in Cisgiordania, che, secondo l’impostazione accusatoria, sarebbero un’articolazione delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, un’organizzazione della resistenza palestinese che ha operato principalmente nel corso del 2023 nella città di Turkarem e che ha come obiettivo principale quello di resistere alle incursioni dell’esercito israeliano all’interno del della città di Tulkarem e in particolar modo nei due campi profughi della città. I tre dall’Italia avrebbero fornito attività di finanziamento, di propaganda, di supporto all’organizzazione di appartenenza. La fase cautelare termina con la scarcerazione di due dei tre imputati, cioè di Ali e Mansour, mentre Anan rimane in carcere. La Cassazione riscontra infatti una totale insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza nei confronti dei due e sulla base di questi principi il Tribunale della Libertà libera Ali e Mansour. A processo, quindi, due dei tre imputati sono già liberi e la loro posizione dal punto di vista accusatorio è già messa fortemente in discussione. Essenzialmente, è l’intero teorema accusatorio a essere molto debole. Quello che succede ai tre imputati dopo la decisione del Tribunale della Libertà è emblematico riguardo al trattamento che lo Stato italiano riserva ai/alle cittadine/i palestinesi che lottano per la liberazione dall’occupazione israeliana. Nonostante sia un richiedente asilo, Mansour viene infatti prelevato direttamente dal carcere di Rossano e poi portato al CPR di Roma nell’espletamento di una procedura di espulsione che viene interrotta dal Tribunale Civile (di nuovo, un tribunale si pronuncia contro l’espulsione di cittadini palestinesi in Israele dato il rischio di trattamenti disumani e degradanti), ma successivamente la Commissione territoriale per il diritto d’asilo ha comunque deciso di rigettare la sua richiesta. Ad Annan e Ali, il permesso di soggiorno viene invece revocato (pende il ricorso contro questa decisione). Di fronte quindi a palestinesi che si attivano per l’autodeterminazione del proprio popolo, lo Stato utilizza tutto l’armamentario repressivo, non solo penale, ma anche amministrativo utilizzando la loro condizione di non cittadini di questo paese. Siamo quindi all’assurdo: palestinesi titolari di permesso, o di protezione, prima del 7 ottobre 2023, perdono il diritto di asilo nel mezzo di un genocidio … Inizia così il processo vero e proprio, in cui è centrale la discussione riguardo alla distinzione fra legittimità della lotta, anche armata, per l’autodeterminazione e la liberazione dei popoli dalla dominazione coloniale e terrorismo. Perché questa questione è il fulcro del processo? Il processo ruota attorno alla distinzione tra legittima lotta di autodeterminazione e terrorismo, perché la prima, anche armata, con alcune limitazioni è assolutamente legittima in base al diritto all’autodeterminazione dei popoli, sancito da diversi pronunciamenti di organismi internazionali. In particolare, esistono delle convenzioni internazionali, come ad esempio la Convenzione di New York, che stabiliscono come la definizione di terrorismo sia diversa a seconda che si operi in contesti di pace o di guerra. In questo secondo caso, l’attività di resistenza, in particolar modo nei confronti dell’esercito di uno Stato occupante viene considerata assolutamente legittima. L’unico limite è che le azioni di resistenza non debbano mai coinvolgere civili che non partecipano alle ostilità. Solo ed esclusivamente nel caso in cui le condotte contro lo Stato occupante mettano a rischio la vita dei civili non coinvolti nelle ostilità, possono essere considerate terrorismo. Questo concetto è stato ribadito anche dalla Corte di Cassazione in fase cautelare riaffermando il diritto e la legittimità della cosiddetta ribellione armata, con i limiti sopra citati. Il riconoscimento in un’aula di giustizia che si possa lottare, anche in armi, per la propria liberazione e autodeterminazione è, di per sé, già un risultato ottenuto dal procedimento. E’ un concetto che in un contesto di pacificazione avevamo dimenticato. Il punto centrale del procedimento sarebbe quindi dovuto essere stabilire se le azioni imputate ad Annan, Ali e Mansour fossero legittime o invece riconducibili alla categoria del terrorismo, tesi, quest’ultima, sostenuta dall’impianto accusatorio della Procura, anche in virtù dell’allargamento odierno del concetto di terrorismo. A tale scopo, sarebbe stato necessario sia ricostruire il contesto che considerare il diritto applicabile quello scenario di occupazione militare, ovvero il diritto internazionale umanitario. Ad esempio, descrivere la quotidianità dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi, come questa si esplica in tutte le forme, dalla demolizione delle case, alle punizioni collettive, alla detenzione amministrativa, all’esistenza delle colonie. Affrontare quindi questioni quali cosa sia il colonialismo di insediamento, come gli insediamenti vengono considerati nell’ambito del diritto internazionale (ad esempio il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024 che sancisce l’illegalità dell’occupazione della Cisogiordania, Gaza e Gerusalemme Est impartendo il ritiro israeliano e lo smantellamento delle colonie), qual è lo status dei coloni spesso in prima linea nelle aggressioni quotidiane ai villaggi palestinesi, soggetti armati e allo stesso tempo impuniti. Queste tematiche sono centrali visto che ad Anan, Ali e Mansour è contestata l’organizzazione di una non ben definita “azione” ad Avnei Hefetz, colonia in Cisgiordania, quindi illegale secondo il diritto internazionale. Prima di tutto, occorre sottolineare che la fantomatica azione non è mai stata circostanziata, cioè la Procura non è mai riuscita a sostenere che effettivamente qualcosa sia stato organizzato all’interno della colonia, al punto che il capo di imputazione è solo ed esclusivamente uno, la partecipazione all’associazione, mentre non viene contestato nessun reato-fine, cioè nessun attentato in cui viene indicato il luogo, l’orario, la data, le modalità di realizzazione … Non viene contestato proprio perché non è mai stata dimostrato che qualcosa sia realmente avvenuto, ma nonostante questo si viene processati per terrorismo. In secondo luogo, cos’è realmente Avnei Hefetz? E’ un obiettivo legittimo? Chi vi risiede? Civili? E le Brigate di Risposta Rapida di Tulkarem, cui sono accusati di parte i tre imputati, cosa sono? Grazie al materiale che è stato rinvenuto all’interno dei telefoni cellulari abbiamo capito che lo scopo di queste brigate era resistere alle incursioni dell’esercito israeliano in città, e che quindi le azioni compiute avevano sempre come obiettivi l’esercito israeliano. Nel corso del processo, abbiamo appreso come i membri noti delle Brigate siano stati tutti uccisi dall’IDF, e stiamo parlando di fatti precedenti il 7 ottobre 2023. Sono stati tutti uccisi con veri e propri attentati terroristici compiuti dall’esercito israeliano. Si parla di bombardamenti con droni per uccidere un solo appartenente alle brigate, oppure di vere e proprie esecuzioni eseguite nelle strade di Tulkarem. Il processo si è aperto con le immagini dell’esecuzione di alcuni militanti delle Brigate nella città di Tulkarem, uccisi dall’esercito israeliano in un agguato in cui soldati nascosti dentro una macchina con targa palestinese, hanno bloccato la macchina dei militanti e li hanno uccisi tutti a sangue freddo coinvolgendo anche dei civili, in particolar modo addirittura dei bambini, feriti. Il Tribunale ha però osteggiato la ricostruzione del contesto che come collegio avevate deciso di includere nella difesa degli imputati. Lo svolgimento del processo presenta infatti alcuni tratti preoccupanti, a partire dall’inammissibilità di 44 testimoni su 47 della difesa (fra cui Francesca Albanese). Quali altre violazioni dei principi del giusto processo avete riscontrato nel dibattimento? La strategia difensiva prevedeva chiaramente di riportare il contesto in cui si svolgono i fatti e avremmo voluto farlo attraverso la deposizione di testimoni assolutamente qualificati: esperti di diritto internazionale, persone che lavorano all’interno delle organizzazioni internazionali, persone che hanno vissuto sulla propria pelle, quella che è l’occupazione israeliana, professori universitari, eccetera. La Corte d’assise, alla prima udienza, ha ritenuto non ammissibili tutti i testi presentati dalla dalla difesa, privando il processo ma privandosi anche essa stessa di comprendere appieno qual era l’oggetto del dibattimento. Gli unici testi quindi ritenuti ammissibili sono quelli indicati dal pubblico ministero, sostanzialmente ed esclusivamente soggetti appartenenti alla Digos dell’Aquila che avevano svolto le indagini, che nel corso delle deposizioni hanno dimostrato enormi lacune storiche, giuridiche e amministrative (ammettendo anche di aver cercato di svolgere indagini utilizzando le cosiddette fonti aperte, ovvero non meglio precisati siti web!). L’altra grande questione sorta nelle nelle battute iniziali di questo processo riguardava la richiesta, da parte della procura dell’Aquila, di voler acquisire a dibattimento dei verbali di interrogatori di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Questo è stato uno dei momenti più gravi e problematici delle prime udienze, poiché appunto come difesa ci siamo battuti, vincendo, per far sì che questi verbali di interrogatorio non potessero essere acquisiti. Oltre al fatto che ci sono ragioni procedurali per cui non è possibile considerare quei verbali dei semplici documenti acquisibili al dibattimento, la prima questione è che sono dei verbali di dichiarazioni rese da prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, sentiti prima da dallo Shin Bet, poi dalla polizia israeliana, senza un difensore. Ma soprattutto c’è il comprovato elemento che i prigionieri palestinesi delle carceri israeliane vengono sistematicamente torturati, per cui pensare di poter ritenere valide tali dichiarazioni è assolutamente illegittimo. Un’altra stortura del dibattimento ha riguardato la discussione riguardo la natura, civile o militare, di Avni Hefez. La Corte ha infatti richiesto l’audizione dell’ambasciatore israeliano a Roma. Questa idea di poter di pensare di acquisire delle informazioni in questo processo attraverso l’audizione dell’ambasciatore dello Stato occupante è un altro fatto molto grave su cui la difesa si è opposta, poiché riteniamo che ovviamente non sia una parte oggettiva in questo processo. Inoltre, l’audizione dell’ambasciatore riconosce di fatto l’occupazione della Cisgiordania, violando quegli obblighi internazionali sanciti nel parere della Corte Internazionale di Giustizia del luglio del 2024. Tuttavia, questa eccezione veniva rigettata dalla Corte e quindi è stato sentito una funzionaria di collegamento dell’ambasciata israeliana a Parigi, che ovviamente si è limitata ad affermare che quello era un insediamento civile. Aver dato la possibilità a un rappresentante dello Stato israeliano di prendere parola in questo momento storico, con le accuse che tendono nei confronti di Israele, e poterlo ritenere un teste è un aspetto estremamente grave. Come controprova, alle difese viene concesso di audire il Professor Chiodelli, dell’Università di Torino, già inserito nella lista testi inizialmente rigettata con lo scopo di riferire sulla natura di Avni Hefez. La testimonianza del testd Chiodelli è stata dirompente all’interno del processo, sia per la professionalità che per le competenze. Inoltre, il fatto che lo stesso si fosse recato in Cisgiordania, lo rende il primo, e unico, testimone di questo processo che si era effettivamente recato nei luoghi. Il professore ha riferito di come all’entrata di questo insediamento vi sia una grandissima base base militare, assolutamente visibile sia dalle mappe di Google Maps che da altre fonti ONU e quindi obiettivo legittimo di eventuali azioni di resistenza contro l’occupazione. Inoltre, Chiodelli descriveva con precisione la vita dei palestinesi sotto occupazione, cosa fossero le colonie, come erano inserite all’interno del progetto di colonialismo di insediamento israeliano e chi fossero i coloni stessi. Ha reso una chiara relazione sui sistemi di sicurezza delle colonie, sul fatto che le colonie ovviamente siano posti iper sorvegliati dall’esercito israeliano con le armi. Nonostante tutti questi elementi e la mancanza di prove circostanziali riguardo la cosiddetta “azione” terroristica con obiettivo Avni Hefez, la richiesta di condanna è stata elevatissima, 12 anni per Anan, 9 per Ali e 7 per Mansour. Cosa ci dice l’andamento del processo riguardo alla complicità dell’Italia con lo Stato di Israele nella repressione del popolo palestinese e nei confronti delle garanzie processuali all’interno del nostro sistema giudiziario? Siamo di fronte all’israelizzazione del nostro sistema penale, vedi anche la vicenda di Hannoun? Fin dal primo momento si è cercato di mantenere alta l’attenzione su questo procedimento perché poteva rappresentare chiaramente un precedente molto grave, sin dall’inizio, nella decisione di accogliere la richiesta di estradizione nei confronti di Anan. Sappiamo infatti che le decisioni sull’estradizione sono politiche e accogliere la richiesta dello Stato di Israele, sarebbe stato già problematico in un altro momento storico, figuriamoci a gennaio del 2024 quando la Corte Internazionale di Giustizia aveva accolto la causa per genocidio intentata dal Sud Africa. Inoltre, l’altra grande problematica emersa era il fatto vi fosse una repressione della resistenza palestinese non solo in Palestina ma anche nei paesi europei dove risiede e vive la diaspora. Sempre dal primo momento è emerso chiaramente come questo fosse anche un procedimento utilizzato nel tentativo di reprimere qualsiasi tipo di solidarietà nei confronti del popolo palestinese, movimento che poi abbiamo visto esplodere a settembre del 2025 dopo anni di faticoso lavoro. Repressione che stiamo vedendo soprattutto a seguito della fine della parte più partecipata della mobilitazione. Sono infatti tantissimi i procedimenti che stanno iniziando proprio adesso in quasi tutte le procure d’Italia. Dal punto di vista poi strettamente processuale come detto ci sono stati una serie di passaggi avvenuti all’interno del processo che appunto hanno segnato l’idea che Israele, cioè uno Stato accusato di compiere ora in diretta un genocidio, potesse essere ritenuta una fonte attendibile. Ma anche la stessa idea, poi respinta, di utilizzare delle informative dei servizi segreti israeliani, ovviamente in contatto con quelli italiani, in dibattimento. Infine la decisione della Corte d’Assise di poter ritenere coome testimone valido l’ambasciatore israeliano. Quindi tutte valutazioni che ritengono che soggetti rappresentanti le varie istituzioni israeliane, o informazioni che provengono dalle autorità israeliane, possano essere considerate valide all’interno delle aule di tribunale. E questo segna un tratto problematico e si lega alla vicenda di Hanoun, in cui probabilmente è stato fatto un pericolosissimo salto in avanti perché, come hanno denunciato gli avvocati difensori, quell’indagine si fonda sostanzialmente e principalmente su vere e proprie informative dei servizi o su materiale di intelligence proveniente da un contesto di conflitto armato in corso e quindi, nemmeno dall’autorità giudiziaria israeliana. Questo è di una gravità incredibile. La copertina è di Marta D’Avanzo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «Processo alla Resistenza Palestinese». Oggi la sentenza per Anan, Ali e Mansour. Intervista a Ludovica Formoso, parte del collegio difensivo proviene da DINAMOpress.
L’AQUILA: ATTESA LA SENTENZA IN PRIMO GRADO PER ANAN, ALI E MANSOUR. PRESIDIO FUORI DAL TRIBUNALE, BLOCCATO UN PULLMAN DI SOLIDALI
Attesa per oggi, venerdì 16 gennaio, la sentenza di primo grado nei confronti di Anan, Ali e Mansour, i tre giovani cittadini palestinesi accusati di terrorismo internazionale dal Tribunale de L’Aquila. Finora non è emerso alcun elemento incriminante a carico degli imputati. Secondo l’accusa, formulata dalle autorità israeliane, i tre avrebbero finanziato la Brigata di Tulkarem, attiva nella resistenza palestinese territori occupati contro l’invasione israeliano. Il diritto internazionale e il diritto internazionale umanitario – dalla Risoluzione ONU 37/42 alla Carta delle Nazioni Unite, fino alla Convenzione di Ginevra – riconoscono infatti il diritto del popolo palestinese alla resistenza contro l’occupazione militare illegale, anche attraverso il ricorso alle armi, purché non vengano coinvolti civili estranei al conflitto. Nel corso del processo non è emerso alcun superamento di questo limite. Un punto centrale è stato il tentativo dell’accusa di presentare un insediamento illegale israeliano in Cisgiordania, Avnei Hefetz, che ospita anche una base militare, come una semplice cittadina civile israeliana. Per sostenere questa tesi, la Procura ha cercato di inserire nel fascicolo un documento proveniente dall’ambasciata israeliana a Roma, ma il giudice ne ha negato l’ammissione. In risposta, l’accusa ha richiesto di convocare l’ambasciatore israeliano come testimone nella prossima udienza. In occasione di questa udienza è stato organizzato un presidio al Tribunale de L’Aquila, iniziato questa mattina alle ore 9.30, per esprimere solidarietà ad Anan, Ali e Mansour e per ribadire che “la Resistenza Palestinese non si arresta né si processa”. Bloccato da polizia e carabinieri un pullman di solidali che doveva raggiungere l’iniziativa. Ingente il dispiegamento poliziesco. Gli aggiornamento dal presidio: Ore 11.00 – Laila dei Giovani Palestinesi d’Italia Ascolta o scarica. Ore 10.30 – Vincenzo Miliucci, storico compagno romano Ascolta o scarica.
Il Riesame a Genova sui palestinesi arrestati, le contraddizioni dell’inchiesta
Il prossimo 16 gennaio al Tribunale di Genova si sarà l’udienza del Riesame sugli arresti di Mohammed Hannoun e di altri esponenti dell’Associazione Palestinesi in Italia e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese arrestati durante le feste di Natale nel quadro di una inchiesta su “finanziamenti ad Hamas” […] L'articolo Il Riesame a Genova sui palestinesi arrestati, le contraddizioni dell’inchiesta su Contropiano.
Nicolas Maduro di fronte al giudice a New York: “Sono il presidente del Venezuela e un prigioniero di guerra”
Il presidente del Venezuela Nicolas Maduro, e la moglie, rapiti dal terrorista internazionale Donald Trump, sono stati sentiti solo 10 minuti da un giudice che poi li ha rinviati nel carcere speciale, prossima udienza il 17 marzo 2026. Un’azione vergognosa, ripugnante, illegittimi e antidemocratica. “Maduro ha rifiutato la liberazione su cauzione” – ha affermato il suo avvocato Barry Pollack, lo stesso che difese Julian Assange. Maduro ieri di fronte al giudice a New York si è dichiarato “innocente, un uomo onesto, presidente del Venezuela, prigioniero di guerra rapito in casa a Caracas”, da innocente è entrato e da innocente vuole uscire, non su cauzione. A chi ancora parla di democrazia USA bisogna sputare in un occhio. Comunque il presidente del Venezuela ha fatto in tempo a rispondere ai suoi sgherri e a mostrare tutta la sua forza e ragione, con un grande messaggio di resistenza, dichiarandosi presidente legittimo e prigioniero di guerra. La semplice verità. Libertà per Nicolas Maduro e per sua moglie, prigionieri politici del fascismo USA. Mobilitiamoci contro i colonialisti assassini Trump e Netanyahu e i loro servi, contro l’asse del male USA-Israele, contro l’imperialismo razzista nemico dei popoli. Ora e sempre Resistenza.   Maduro ha negato davanti al tribunale di New York qualsiasi legame con il “narcoterrorismo” Il presidente Maduro si dichiara «prigioniero di guerra» davanti al tribunale di New York Il leader venezuelano respinge le accuse a suo carico e ribadisce la sua carica presidenziale nella sua prima comparizione in tribunale dopo l’operazione militare statunitense che lo ha rapito in territorio venezuelano. Il rapimento del presidente Maduro è avvenuto lo scorso 3 gennaio 2026, quando commando specializzati dell’esercito statunitense hanno eseguito un’incursione militare nella sua residenza di Caracas. teleSUR «Sono il presidente del Venezuela e mi considero un prigioniero di guerra. Sono stato catturato nella mia casa di Caracas», ha dichiarato il leader venezuelano davanti al giudice, descrivendo le circostanze della sua detenzione come un’azione militare che viola la sua immunità presidenziale e la sovranità del suo Paese. La dichiarazione stabilisce il quadro in cui Maduro interpreta giuridicamente la sua situazione: non come un imputato penale, ma come un leader rapito nel mezzo di un conflitto internazionale. Anche la moglie di Maduro, Cilia Flores, si è dichiarata innocente rispetto alle accuse mosse contro di lei e ha chiesto una visita consolare per sé e per il presidente Maduro. Durante la sua comparizione in tribunale, il presidente venezuelano ha respinto con forza le accuse formulate dalla giustizia statunitense. «Non sono colpevole, sono un uomo onesto, continuo a essere il presidente del mio Paese», ha affermato Maduro davanti al magistrato, stabilendo una distinzione fondamentale tra il suo ruolo di capo di Stato eletto democraticamente e le accuse che Washington intende muovergli.   Contemporaneamente, il rappresentante permanente del Venezuela presso l’ONU, Samuel Moncada, ha ribadito la vocazione pacifica della nazione sudamericana e ha presentato le richieste urgenti: «Il Venezuela esorta questo Consiglio di Sicurezza ad assumersi pienamente le proprie responsabilità e ad agire in conformità con il mandato conferitogli dalla Carta delle Nazioni Unite». La prima di queste esorta il governo degli Stati Uniti d’America a garantire il pieno rispetto delle immunità diplomatiche che spettano al presidente Nicolás Maduro e alla moglie Cilia Flores. Questa richiesta include l’immediata cessazione di qualsiasi azione contro di loro e il loro ritorno sicuro nella Repubblica Bolivariana del Venezuela, in conformità con le norme internazionali.   Il sequestro del presidente Nicolás Maduro è avvenuto lo scorso 3 gennaio 2026, quando commando specializzati dell’esercito statunitense hanno eseguito un’incursione militare nella sua residenza di Caracas. Da Caracas, le autorità venezuelane hanno immediatamente denunciato l’operazione come un tentativo di “decapitare” il governo bolivariano, generare una crisi istituzionale e spianare la strada all’imposizione di un esecutivo controllato da Washington. La Camera costituzionale della Corte suprema di giustizia (TSJ) del Venezuela ha risposto ordinando alla vicepresidente esecutiva Delcy Rodríguez di assumere tutte le funzioni presidenziali in qualità di incaricata, garantendo così la continuità istituzionale dello Stato. La presidente incaricata Delcy Rodríguez ha presieduto domenica scorsa il Consiglio dei Ministri numero 757, dimostrando la piena operatività dell’apparato statale venezuelano. La sessione ministeriale, alla quale hanno partecipato i vicepresidenti settoriali e i ministri delle aree strategiche, ha significato stabilità e governabilità di fronte all’aggressione esterna. Maduro e Cilia coraggiosi durante la prima udienza nel tribunale americano! La coppia presidenziale del governo venezuelano si è dichiarata innocente e ha ribadito di ricoprire le cariche che detiene per volontà del popolo venezuelano Il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro Moros, e la Prima Combattente, Cilia Flores, si sono dichiarati innocenti durante la loro comparizione davanti al giudice Jude Alvin Hellerstein, ebreo ortodosso di 92 anni, che da 30 anni presiede il Tribunale Federale del Palazzo di Giustizia Daniel Patrick Moynihan, a New York, Stati Uniti. “Quando gli hanno chiesto il suo nome, ha risposto di essere Nicolás Maduro, presidente del Venezuela”, hanno riferito portavoce vicini al procedimento avviato dalla giustizia statunitense, dopo il sequestro illegale di cui entrambi sono stati vittime nelle prime ore del mattino di sabato 3 gennaio. “Sembrava fermo e sicuro”, hanno aggiunto. Diverse fonti indicano che il capo di Stato ha preso alcuni appunti e ha chiesto di poterli conservare. “Sono innocente. Sono un prigioniero di guerra. Sono un uomo perbene. Sono ancora il presidente del mio Paese”, ha affermato il leader rivoluzionario, la cui difesa è affidata a Barry Pollack, il quale ha indicato che “ci sono dubbi sulla legalità del suo sequestro militare”. Si tratta dell’avvocato che ha difeso Julian Assange. Jude Alvin Hellerstein ha impedito a Maduro di descrivere l’azione di sequestro a Caracas, sostenendo che in seguito avrebbe potuto denunciarlo, azione che ha inoltre causato un numero imprecisato di vittime mortali e gravi perdite materiali a causa del bombardamento devastante da parte degli aerei invasori. Durante il suo turno, la Prima Combattente, Cilia Flores, difesa da Mark E. Donnelly, è stata risoluta: «Sono innocente, completamente innocente. Sono la first lady della Repubblica del Venezuela», ha detto al giudice. Il leader bolivariano è accusato, senza alcuna prova, di cospirazione narcoterroristica, cospirazione per importare cocaina, possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi, e cospirazione per possedere mitragliatrici e dispositivi distruttivi contro gli Stati Uniti. Hellerstein ha annunciato che la prossima udienza si terrà il 17 marzo. All’esterno del Palazzo di Giustizia Daniel Patrick Moynihan, centinaia di persone hanno manifestato contro il procedimento illegale che coinvolge la coppia di dirigenti venezuelani. Un altro gruppo ha agito in senso contrario. Maduro si dichiara innocente nel caso di narcoterrorismo negli Stati Uniti. La moglie del presidente, Cilia Flores, ha fatto lo stesso. Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, si è dichiarato innocente nella sua prima udienza davanti alla giustizia statunitense presso il Tribunale del Distretto Meridionale di New York, dove è accusato di narcoterrorismo. “Sono innocente, non colpevole, sono un uomo perbene, sono ancora il presidente del mio Paese”, ha detto il presidente, che ha parlato attraverso un interprete, davanti al giudice Alvin Hellerstein. Il presidente ha detto di aver visto l’accusa ma di non averla letta e di averne parlato in parte con il suo avvocato. Il difensore di Maduro è Barry Pollack, un avvocato esperto che ha difeso il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange. In precedenza, Maduro, che è stato portato in aula senza manette, indossando una maglietta nera e con delle cuffie presumibilmente per la traduzione simultanea, ha dichiarato davanti al giudice: “Mi considero un prigioniero di guerra. Sono stato catturato nella mia casa di Caracas”. Dopo l’intervento del presidente, sua moglie, Cilia Flores, ha fatto lo stesso e si è dichiarata davanti al magistrato: “Non colpevole, completamente innocente”. Durante l’udienza, Hellerstein ha informato Maduro e Flores del loro diritto di informare il consolato venezuelano dei loro arresti. Entrambi hanno concordato che avrebbero voluto ricevere una visita consolare. “Sequestro militare” Quando sono intervenuti i loro avvocati, Pollack ha definito la detenzione di Maduro un “sequestro militare”. Nel frattempo, Mark Donnelly, rappresentante di Flores, ha denunciato che la moglie del presidente ha riportato gravi lesioni, tra cui importanti ematomi alle costole, e ha chiesto che le fossero fornite radiografie e una valutazione fisica. Le accuse Maduro e Flores affrontano questa prima udienza davanti alla giustizia statunitense dopo essere stati sequestrati a Caracas sabato scorso. Il governo degli Stati Uniti accusa il leader di cospirazione per narcoterrorismo, cospirazione per l’importazione di cocaina, possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi e cospirazione per il possesso di queste armi a sostegno di attività criminali. In sintesi, è accusato di essere il leader del presunto Cartello dei Soles. Infine, il presidente e la first lady del Venezuela devono rispondere dell’accusa di collaborazione con organizzazioni criminali qualificate come “terroristiche” negli Stati Uniti, tra cui i cartelli messicani. Questi e gli altri reati sono punibili con pene che vanno dai 20 anni all’ergastolo. Cosa è successo? * Sabato, gli Stati Uniti hanno lanciato un massiccio attacco militare sul territorio venezuelano che ha colpito la città di Caracas e gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira. L’operazione si è conclusa con il sequestro di Maduro e Flores. * Caracas ha definito le azioni di Washington come una “gravissima aggressione militare” e ha avvertito che l’obiettivo degli attacchi “non è altro che quello di impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del suo petrolio e dei suoi minerali, cercando di spezzare con la forza l’indipendenza politica della nazione”. * Il presidente venezuelano e sua moglie sono stati trasferiti negli Stati Uniti e attualmente sono detenuti nel Centro di detenzione metropolitano di Brooklyn, a New York, in attesa di processo. * La Corte Suprema di Giustizia del Venezuela ha ordinato che la vicepresidente Delcy Rodríguez assuma la carica di presidente. * Molti paesi del mondo, tra cui la Russia, hanno chiesto il rilascio di Maduro e di sua moglie. Mosca ha condannato l’attacco e ha sottolineato che il Venezuela deve avere il diritto di decidere il proprio destino senza alcun tipo di intervento dall’esterno. * Poche ore dopo l’attacco contro il Venezuela, Trump ha avvertito che Cuba, Messico e Colombia potrebbero essere i prossimi obiettivi di Washington. * La presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha inviato un messaggio “al mondo e agli Stati Uniti”, in cui ha ribadito la “vocazione di pace” del suo Paese, ha sottolineato la necessità di rispettare il principio di “non ingerenza” e ha evidenziato la necessità di lavorare con Washington “su un programma congiunto di cooperazione orientato allo sviluppo condiviso, nel quadro della legalità internazionale e che rafforzi una convivenza comunitaria duratura”. Prime dichiarazioni di Maduro al tribunale di New York “Sono il presidente del Venezuela e mi considero un prigioniero di guerra. Sono stato catturato nella mia casa di Caracas”. Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, ha rilasciato le sue prime dichiarazioni davanti a un tribunale di New York dopo il suo rapimento nel corso della massiccia aggressione militare degli Stati Uniti sul territorio venezuelano. “Sono il presidente del Venezuela e mi considero un prigioniero di guerra. Sono stato catturato nella mia casa di Caracas”, ha dichiarato il leader venezuelano durante la sua comparizione. Rifiuto delle accuse “Non sono colpevole, sono un uomo onesto, continuo a essere il presidente del mio Paese”, ha continuato davanti al giudice Alvin Hellerstein, respingendo l’accusa di narcoterrorismo a suo carico. Successivamente, anche la moglie del presidente, Cilia Flores, ha proceduto allo stesso modo e si è dichiarata davanti al magistrato: “Non colpevole, completamente innocente”. Il leader venezuelano è stato condotto in aula senza manette, indossando una maglietta nera e con delle cuffie presumibilmente per la traduzione simultanea. Il presidente ha affermato di aver visto l’accusa ma di non averla letta e di averne parlato in parte con il suo avvocato. Il difensore di Maduro è Barry Pollack, un avvocato esperto che ha difeso il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange. Minacce del procuratore generale degli Stati Uniti Dopo il sequestro, il leader venezuelano e sua moglie sono stati rinchiusi nel Centro di detenzione metropolitano di Brooklyn in attesa di processo. Il procuratore generale degli Stati Uniti, Pamela Bondi, ha affermato che Maduro e Flores “presto dovranno affrontare l’ira della giustizia americana sul suolo americano e nei tribunali americani”. Il presidente venezuelano “è stato accusato di cospirazione narcoterroristica, cospirazione per importare cocaina, possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi, e cospirazione per possedere mitragliatrici e dispositivi distruttivi contro gli Stati Uniti”. “Gravissima aggressione militare” degli Stati Uniti * Sabato scorso, un intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela, condotto con il falso pretesto della lotta alla droga, ha portato alla cattura e all’estrazione di Nicolás Maduro e di sua moglie. Questo fatto è stato definito da Caracas come una “gravissima aggressione militare” con l’obiettivo di impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela. * La Corte Suprema di Giustizia del Venezuela ha ordinato che la vicepresidente Delcy Rodríguez assuma la carica di presidente. * Rodríguez ha inviato un messaggio “al mondo e agli Stati Uniti” in cui ha ribadito la “vocazione di pace” del suo Paese, ha sottolineato la necessità di rispettare il principio di “non ingerenza” e ha evidenziato la necessità di lavorare con Washington “su un programma congiunto di cooperazione orientato allo sviluppo condiviso, nel quadro della legalità internazionale, e che rafforzi una convivenza comunitaria duratura”. * Molti paesi del mondo, tra cui la Russia, hanno chiesto il rilascio di Maduro e di sua moglie. Mosca ha condannato l’attacco e ha sottolineato che il Venezuela deve avere il diritto di decidere il proprio destino senza alcun tipo di intervento dall’esterno. * Poche ore dopo l’attacco contro il Venezuela, Trump ha avvertito che Cuba, Messico e Colombia potrebbero essere i prossimi obiettivi di Washington. Fonte: Cubainformación Traduzione: italiacuba.it Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
Uno spettro si aggira nel tribunale amministrativo
Sembrava una vittoria per tutti i circoli di lettura marxisti in Germania. L’8 aprile di quest’anno, la “Scuola Serale Marxista – Forum per la Politica e la Cultura” (Masch) ha vinto una causa contro l’Ufficio per la Protezione della Costituzione (Verfassungsschutz) davanti al tribunale amministrativo di Amburgo. Il tribunale ha stabilito che l’autorità […] L'articolo Uno spettro si aggira nel tribunale amministrativo su Contropiano.
David Miller in tribunale per post sui social media che criticano il sionismo
Presstv. Da tempo critico del sionismo come ideologia razzista, afferma che questa è l’ennesima caccia alle streghe. > “Sono stato portato in tribunale dalla Campagna contro l’antisemitismo, che è > di fatto una risorsa del regime sionista nella Palestina occupata, e ora per > aver inviato tre tweet minacciosi, minacciosi come intesi nel Communications > Act del 2003. > “Pensano di potermi far processare e condannare, con accuse che > comporterebbero una pena massima di sei mesi. > > “Ora, questo è uno spettacolo. È teatro. Stanno portando avanti un > procedimento giudiziario privato, e sono un’organizzazione che non rivela > nemmeno i nomi dei suoi direttori o amministratori in pubblico. > > “Quindi questo è un processo clandestino, kafkiano, per cercare di mettermi a > tacere. Ma ovviamente non funzionerà”. (David Miller, Accademico). > >   David Miller è un sociologo britannico nato nel 1964, noto per le sue ricerche sulla propaganda e l’islamofobia. Ha ricoperto incarichi accademici in diverse università, tra cui l’Università di Strathclyde, l’Università di Bath e l’Università di Bristol. Miller è stato licenziato dal suo incarico all’Università di Bristol quasi quattro anni fa a causa di affermazioni secondo cui le sue lezioni sull’islamofobia avrebbero creato un ambiente ostile per gli studenti ebrei. I suoi sostenitori nella lotta contro il sionismo, e lui stesso, sostengono che il suo licenziamento sia stato motivato dalle pressioni dei gruppi di pressione filo-israeliani. > “L’università ha affermato che ciò non era appropriato, perché avevo portato > gli studenti in un conflitto… ovviamente, quello che è successo è che hanno > creato un conflitto con me. > > Quando li ho portati in tribunale, la corte ha respinto l’accusa. Hanno > affermato che non ero stato licenziato per aver portato gli studenti in > conflitto. Ero stato licenziato perché avevo opinioni antisioniste che > l’università non riteneva appropriate. > > E inoltre, la corte ha affermato che tali opinioni erano degne di rispetto in > una società democratica, il che significa che non sono razziste, il che > ovviamente manda all’aria tutti i discorsi del regime sionista, che insiste > sempre sul fatto che antisemitismo e antisionismo siano la stessa cosa. > > Non lo sono; come tutti sanno”. Per ora, i procedimenti legali continuano, e con essi il dibattito sulla verità, sul potere e sul costo di opporsi al sionismo. Le questioni in gioco si estendono ben oltre le aule giudiziarie, toccando la lotta globale su chi può parlare contro il sionismo, cosa può essere messo in discussione e se qualcuno può sfidare le potenti lobby politiche di Israele senza timore di ritorsioni. InfoPal
MIMMO LUCANO DICHIARATO DECADUTO DA SINDACO DI RIACE (RC): “NARRAZIONE CRIMINALE DELLE DESTRE. NON MI TIRO INDIETRO, PRONTO IL RICORSO”
Il Tribunale di Locri ha dichiarato la decadenza di Mimmo Lucano da sindaco di Riace. I giudici hanno accolto il ricorso presentato al Tribunale civile dalla prefettura di Reggio Calabria in seguito alla condanna a 18 mesi comminata a Mimmo Lucano nell’ambito nel processo “Xenia” che ha preso di mira il lavoro sull’accoglienza dei migranti svolto dalla sua giunta comunale a Riace. Oggi Mimmo Lucano é anche parlamentare europeo, eletto da indipendente con la lista Alleanza Verdi e Sinistra. “Si tratta di un nuovo tentativo, dopo la vicenda giudiziaria, di far saltare il mio ruolo di sindaco”, commenta Mimmo Lucano ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “Essere sindaco per me è molto importante – aggiunge Lucano – perché mi dà la possibilità di alimentare il ruolo di una politica che passa attraverso un rapporto diretto con le persone, e non solo da una teorizzazione”. Per Lucano “Riace è la cartina tornasole di quello che è l’attuale momento politico a tutti i livelli“. “Credo che tutto nasca dall’aver indicato una via, questo ha dato fastidio anche all’area progressista che è stata all’inizio un pò complice di una degenerazione dell’etica della politica, dei valori sociali, dei valori in generale”, specifica Mimmo Lucano. Dopo anni di lotte giudiziarie “Riace ha indicato una via anche per una intenzionalità politica: i paesi che si stanno spopolando, circondati dall’oblio sociale, a volte dal peso di oppressioni antiche e nuove… l’arrivo dei migranti è stato una speranza che si scontra completamente con la narrazione criminale del pensiero delle destre“, chiarisce Lucano. Sul fronte giudiziario “secondo gli avvocati nel mio caso non si applica la legge Severino, ma il Tribunale di Locri ha stabilito il contrario”, spiega Mimmo Lucano che poi assicura: “non mi tirerò indietro, ormai è una questione di principio che vale per la vita, non vale per un giorno o per una sentenza in più o in meno. Il potere delle destre mi ha dato una motivazione molto forte”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Mimmo Lucano, sindaco di Riace ed europarlamentare di Avs. Ascolta o scarica.