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08_10_26
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October 21, 2026
Radio Blackout - Info
24_09_26
photek – say it xavier c – mystical chief che mac – new style dogfuck – red queen effect a to z – dreams must end qualm – if i had to choose i’d rather be a regular zebra than some freakish horse dug yuck, babelfishh – adios pelota yalcy – rent is extortion maurice greene – moondust dj co.kr, h4rdy, killa p – skankin clipse, stove god cooks – f.i.c.o. dj sosa rd – gamo aqui sin nectax – haikyo larry june, cardo got wings – on the unda dj hamsta – heaven is a crack pipe shoplifting – again lil bottle rocket – d1
October 21, 2026
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10_09_26
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October 21, 2026
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«Gli artisti non si espongono mai»: la smentita arriva dal rap
Mentre nel centro di Milano si infiammava la protesta e al Sud camionisti e agricoltori bloccavano caselli e statali contro il caro gasolio e i problemi irrisolti del comparto, su TikTok i video delle proteste scorrevano con una colonna sonora ricorrente: In Italia 2024, la versione aggiornata del brano di Fabri Fibra con Baby Gang. Nel giro di pochi giorni, a quei suoni si sono aggiunte le parole di chi la musica la fa, e il racconto degli artisti sempre zitti, che non hanno il coraggio di esporsi, è andato a farsi benedire. Marracash, cresciuto alla Barona, periferia di Milano, ha scritto su Instagram di aver sempre trovato la protesta via social «troppo facile, cheap», salvo rivendicare subito dopo: «Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita». Poi richiama due precedenti: il discorso del giugno 2025 dallo stadio Maradona di Napoli, quando, parlando di Gaza, spiegò che se la voce non basta il popolo deve far sentire il proprio potere, perché «il potere capisce solo il potere»; e È finita la pace, disco uscito a sorpresa nel dicembre 2024, in cui già attaccava un governo convinto di colmare il vuoto a colpi di decreti sicurezza, come in Crash, dove canta di un «governo di fasci che dice cose preistoriche, pensino che basti riempire il vuoto con l’ordine». La chiusura del post non lascia margini di interpretazione: «Con le buone non cambi le cose». Il rapper italiano Marracash Quella frase finale gli è costata una pioggia di critiche, anche da parte di molti fan, che lo hanno accusato di non aver condannato i disordini. La replica, affidata ai commenti sotto lo stesso post, non arretra di un passo: «A tutti gli indignati sotto questo post, io dico queste cose da sempre, dalle prime canzoni. Cambiate artista». La violenza va condannata, scrive, «ma anche quando la polizia manganella gli studenti, quando ci sono i caschi senza numero di matricola, lo scudo penale». Va condannata anche quella che subisce una generazione senza futuro, che studia per niente, finisce stordita dagli psicofarmaci e resta ai margini, davanti a una vetrina di status symbol che non potrà mai permettersi, sottolinea, prima di chiudere ricordando che: «Esistono molte forme di violenza». Ancora più duro Kid Yugi, che rientrato a Massafra, nel Tarantino, racconta strade bloccate, supermercati vuoti e distributori a secco, «nel silenzio e nell’indifferenza delle istituzioni e dei media tradizionali». «Lo Stato italiano è ormai uno Stato fallito», scrive, prima di congedarsi con un: «Mi fate schifo». Alle parole ha affiancato due estratti, da 64 Barre di Terrore, il freestyle che racconta il Sud profondo, quello che sta al di sotto della linea Gustav, la vecchia linea difensiva tedesca che tagliava in due il Paese, e da Armato di Nerissima Serpe: in entrambi, uno Stato sordo alle richieste d’aiuto della sua gente. Il genovese Sayf sostiene che puntare il dito contro la violenza serva solo a delegittimare le piazze: «Non c’è destra o sinistra, c’è un sotto e un sopra. E noi siamo tutti sotto». Ghali invita i ragazzi a continuare a lottare, mentre il milanese Nerone separa i milioni che protestano pacificamente dai «400 clown minorenni» che hanno sfondato negozi e auto, regalando un alibi a chi di risposte non ne ha. Quelle dei rapper sono posizioni diverse, a tratti opposte, ma nessuna reticente, e chi se ne stupisce dimentica da dove arriva questa musica. Il rap nasce nel Bronx degli anni Settanta, tra palazzi fatiscenti e quartieri dimenticati, per raccontare quello che i telegiornali non raccontano, tanto che Chuck D dei Public Enemy arrivò a definirlo la CNN dell’America nera. Nel 1988, a Compton, gli NWA trasformano un fermo di polizia subito da MC Ren in Fuck tha Police, un processo immaginario agli agenti. L’anno dopo, a Detroit, la polizia intima al gruppo di non suonarla: Ice Cube lo annuncia al pubblico, «ma noi siamo gli N.W.A… diciamo quello che vogliamo dire», prima di far partire la canzone con la conseguente interruzione del concerto. Nell’agosto di quell’anno l’FBI scrive alla casa discografica per protestare contro il brano, accusato di incitare alla violenza contro gli agenti, con l’unico risultato di consacrare gli NWA come “il gruppo più pericoloso del mondo”. Il gangsta rap diventa così un fenomeno nazionale, cronaca senza filtri delle strade che anticipa di pochi anni la rivolta di Los Angeles del 1992, esplosa dopo l’assoluzione dei poliziotti che avevano pestato Rodney King. Il rapper italiano Sayf In Italia la miccia si accende nei centri sociali dei primi anni Novanta, con un filo rosso che passa per il G8 di Genova del 2001, la morte di Carlo Giuliani e le violenze alla Diaz e di Bolzaneto, che entrano nelle rime di una generazione intera. Nel 2011 Caparezza pubblica Non siete Stato voi, due anni dopo la morte di Stefano Cucchi. Ma quello che si muove in questi giorni potrebbe essere l’inizio di qualcosa di più grande: i ragazzi scendono in piazza convocati su TikTok, senza bandiere né sigle, mentre al Sud sono padri e nonni a fermare i tir ai caselli, e le due generazioni si ritrovano a gridare la stessa impotente disperazione. Intanto nel Consiglio dei ministri convocato oggi, 20 ottobre, approda l’ennesimo decreto sicurezza, che sarebbe l’ottavo di questo governo. Secondo le bozze prevede cinquecento militari in più per le strade di Milano con funzioni di polizia giudiziaria, il fermo preventivo esteso fino a ventiquattro ore anche per i minorenni, l’arresto differito per chi danneggia in gruppo e pene più severe per i blocchi stradali, una stretta che colpisce proprio camionisti e agricoltori del Sud. Sul caro carburante, sugli stipendi o sugli affitti, invece, nel testo non c’è nulla. Davanti al disagio, insomma, lo Stato rinuncia ancora una volta a interrogarsi sulle cause e sceglie l’ennesima svolta repressiva. The post «Gli artisti non si espongono mai»: la smentita arriva dal rap appeared first on L'Indipendente.
October 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Dopo 30 anni c’è un colpevole per l’omicidio di Tupac Shakur
Ci sono voluti quasi trent’anni, un’autobiografia, decine di interviste e una vanteria di troppo. Ma alla fine uno dei più celebri cold case della storia della musica ha trovato un colpevole. Una giuria di Las Vegas ha riconosciuto Duane “Keffe D” Davis colpevole di aver orchestrato l’omicidio di Tupac Shakur, l’agguato del 1996 che per decenni è rimasto impresso nell’immaginario collettivo senza responsabili accertati. Davis, 63 anni, ex leader di una gang di Compton, è stato condannato per omicidio di primo grado, la forma più grave: la pena verrà comunicata il 13 ottobre e rischia l’ergastolo. Alla giuria sono bastate meno di tre ore di camera di consiglio, al termine di un processo durato settimane.  I fatti risalgono alla notte del 7 settembre 1996. Tupac aveva appena assistito all’incontro di pugilato tra Mike Tyson e Bruce Seldon e viaggiava al fianco di Marion “Suge” Knight, co-fondatore della Death Row Records, quando una Cadillac bianca si è affiancata alla loro auto: quattro proiettili hanno colpito il rapper, che è morto sei giorni dopo, il 13 settembre, a 25 anni. Secondo la ricostruzione accolta dal tribunale, Davis non premette il grilletto: fu lui a organizzare la sparatoria e a fornire l’arma poi utilizzata dal nipote, Orlando Anderson, morto a sua volta in una sparatoria nel 1998 senza mai essere incriminato. Il movente, per la giustizia americana, fu una vendetta: poche ore prima dell’agguato, Anderson era stato pestato dall’entourage di Tupac dopo l’incontro di boxe. Il paradosso è che a incastrare Davis sono state soprattutto le sue stesse parole. Per anni l’ex boss ha raccontato l’omicidio a investigatori, registi e giornalisti, fino a metterlo nero su bianco nella propria autobiografia, Compton Street Legend: racconti che sono diventati le prove principali della sua condanna. Per i suoi avvocati si trattava soltanto di bugie, dette per ottenere soldi e notorietà da uno dei gialli più celebri d’America. La giuria non ci ha creduto. Alla lettura del verdetto, la sorella di Tupac, Sekyiwa “Set” Shakur, è scoppiata in lacrime abbracciando i pubblici ministeri, mentre Davis, arrestato nel settembre 2023, si è dichiarato innocente e ha annunciato ricorso in appello MOLTO PIÙ DI UN RAPPER Per capire perché questa sentenza abbia fatto il giro del mondo, bisogna ricordare chi fosse Tupac Shakur. Non semplicemente uno dei rapper più venduti di sempre, ma la voce che più di ogni altra ha trasformato il rap da fenomeno musicale a strumento di denuncia sociale. La madre di Tupac, Afeni Shakur La politica, del resto, Tupac ce l’aveva nel sangue prima ancora che nella penna. Nasce a New York nel 1971, un mese dopo che la madre, Afeni Shakur, militante delle Black Panthers, è stata assolta in uno dei processi politici più celebri dell’epoca, quello ai “Panther 21”. Il suo nome di battesimo, rende omaggio al rivoluzionario peruviano Tupac Amaru, che aveva condotto il suo popolo alla ribellione contro i colonizzatori spagnoli. Attorno a lui, un’intera famiglia finita nel mirino dell’FBI: il patrigno Mutulu Shakur passerà decenni in carcere, il padrino Geronimo Pratt sconterà 27 anni per un omicidio da cui verrà poi scagionato. Tupac cresce così, tra riunioni di ex rivoluzionari e sfratti, tra la Baltimore School for the Arts — dove studia teatro, danza, Shakespeare — e la miseria di Marin City, California, dove per un periodo, da adolescente, arrotonda spacciando. È qui che nasce la contraddizione che diventerà la sua poetica: il ragazzo che legge poesia e il ragazzo di strada convivono nella stessa persona, e nello stesso disco potranno convivere l’inno gangsta e la denuncia del razzismo sistemico, la provocazione e la tenerezza di Dear Mama, il brano in cui rende omaggio a una madre, nel frattempo caduta nella dipendenza dal crack.  Il suo esordio del 1991, 2Pacalypse Now, racconta la dura realtà della vita di strada: storie di ragazzine madri a dodici anni (Brenda’s Got a Baby), di giovani neri braccati dalle volanti (Trapped), di un ghetto raccontato dall’interno e senza assoluzioni. L’album finisce dritto nel dibattito politico nazionale: l’allora vicepresidente Dan Quayle ne chiede pubblicamente il ritiro dal mercato, dichiarando che un disco simile «non ha posto nella nostra società». È l’inizio di un rapporto con le istituzioni americane che accompagnerà Tupac per tutta la carriera: da un lato bersaglio politico, dall’altro bersaglio letterale. Nello stesso periodo viene fermato a Oakland per aver attraversato la strada fuori dalle strisce e finisce pestato dagli agenti, tanto da fare causa al dipartimento e ottenere un risarcimento. Lui stesso, con l’ironia amara che lo contraddistingueva, riassumerà bene il paradosso: quando spacciava per strada aveva la fedina penale pulita, le incriminazioni sono arrivate solo dopo, quando è entrato nell’industria discografica.  Tupac Shakur nel 1988 E i dischi, in effetti, li vendeva raccontando quello che l’America preferiva non sentire. In Changes mette in fila la brutalità poliziesca, la guerra alla droga come guerra ai poveri, un sistema che preferisce vedere i neri in carcere piuttosto che liberi, per concludere che nulla cambia perché nessuno vuole davvero cambiare le cose. In Keep Ya Head Up ribalta il machismo del rap dell’epoca chiedendosi come si possa odiare le donne, se dalle donne veniamo tutti. Persino la sigla che si era tatuato sul ventre, THUG LIFE, era un acronimo politico: l’odio che riservi ai bambini, recita per esteso, finirà per travolgere tutti. Nel 1995, mentre sconta una condanna in un penitenziario di massima sicurezza, il suo Me Against the World arriva primo in classifica: è il primo artista nella storia a conquistare la vetta di Billboard da dietro le sbarre. L’anno dopo esce All Eyez on Me, il doppio album della consacrazione. Pochi mesi più tardi è morto. La sua fine, avvenuta nel pieno della faida tra la scena rap della East Coast e quella della West Coast, ha segnato uno spartiacque. Sei mesi dopo, a Los Angeles, veniva ucciso in circostanze analoghe il suo grande rivale, Notorious B.I.G. Due omicidi speculari, due icone della musica americana assassinate a venticinque anni, due indagini rimaste per decenni a un punto morto nonostante testimoni, confessioni pubbliche e documentari. La condanna di Davis chiude, in attesa dell’appello, soltanto il primo dei due casi. L’omicidio di Notorious, ancora oggi, non ha un colpevole. The post Dopo 30 anni c’è un colpevole per l’omicidio di Tupac Shakur appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 1, 2026
L'INDIPENDENTE
B-RAVE RAGAZZE – In diretta da FRASTUONO@0
Edizione speciale di B-Rave ragazze, in trasferta oltre i confini della regia di Radio Blackout e in compagnia di Radio Onda Rossa. In viaggio con il nostro studio mobile per portare nell’etere la magia di FRASTUONO, Festone che da venerdì a domenica ha tenuto insieme centinaia di persone con l’obiettivo comune di resistere e lottare contro la morsa repressiva sui free party e non solo. Fiumi di emozioni, di rivolta, di cura Con molti strafalcioni e altrettanti problemi tecnici, portiamo a casa questa piccola impresa radiofonica, felici di poter regalare a tutt un’immersione acustica nel mondo fantastico di questa TAZ Buon ascolto, miao! PT-1 Musichetta, chiacchiere con RDR e svarioni PT-2 Musichetta, altri svarioni, live rap, comunicato finale
B-RAVE RAGAZZE – In diretta da FRASTUONO@1
Edizione speciale di B-Rave ragazze, in trasferta oltre i confini della regia di Radio Blackout e in compagnia di Radio Onda Rossa. In viaggio con il nostro studio mobile per portare nell’etere la magia di FRASTUONO, Festone che da venerdì a domenica ha tenuto insieme centinaia di persone con l’obiettivo comune di resistere e lottare contro la morsa repressiva sui free party e non solo. Fiumi di emozioni, di rivolta, di cura Con molti strafalcioni e altrettanti problemi tecnici, portiamo a casa questa piccola impresa radiofonica, felici di poter regalare a tutt un’immersione acustica nel mondo fantastico di questa TAZ Buon ascolto, miao! PT-1 Musichetta, chiacchiere con RDR e svarioni PT-2 Musichetta, altri svarioni, live rap, comunicato finale
La periferia vi guarda con odio. Talk w/ Gabriel Seroussi & SemLove@0
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente” Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde generazioni? A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica e stigma. Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto. TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO
La periferia vi guarda con odio. Talk w/ Gabriel Seroussi & SemLove@1
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente” Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde generazioni? A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica e stigma. Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto. TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO